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venerdì 5 novembre 2021

Card. Ravasi: «La fede e noi. Non c’è più il grande ateismo, né la grande profezia»

"La fede e noi. 
Non c’è più il grande ateismo, 
né la grande profezia"
Intervista a Gianfranco Ravasi 
a cura di Vito Mancuso



Avevo pensato che a causa delle mie idee poco ortodosse il cardinale non avrebbe accettato di essere intervistato da me, ma mi sbagliavo. Così dopo averlo avuto come professore di Antico Testamento e di Greco biblico nel seminario di Milano, e dopo averlo incontrato più volte presso la Biblioteca Ambrosiana di cui era Prefetto, ora lo rivedo qui in Vaticano dove da 15 anni presiede il Pontificio Consiglio per la Cultura. L’occasione è l’uscita del suo nuovo libro nella collana Scienza e idee di Raffaello Cortina: Biografia di Gesù. Secondo i Vangeli. Entra con un radioso sorriso e io noto con gioia che il tempo è stato benevolo con lui. Rievochiamo un po’ il passato e le conoscenze comuni, anche il linguaggio rispecchia che le cose non sono cambiate perché lui mi da del tu e io del Lei (mi dice di passare al tu, ma io non ci riesco). Poi mi introduce in una grande sala per l’intervista e io, rivolgendomi al ministro del Vaticano per la cultura, inizio proprio da qui.

Eminenza, secondo lei che cultura aveva Gesù? Alcuni studiosi sostengono che era analfabeta, altri colto e plurilingue. Lei che ne pensa? 
«Questa è una delle domande più interessanti, che di solito non viene fatta. Dapprima occorre dire che il contesto culturale in cui egli viveva non supponeva la scrittura e infatti non si dice mai che egli scrive, se non una volta, per terra, nella polvere. Si sa però che legge. Aveva ricevuto la prima formazione nella modestissima scuola della sinagoga di Nazaret, la sua lingua era l’aramaico, conosceva l’ebraico classico, ma non è possibile dire che egli conoscesse il greco, di cui forse sapeva solo qualche parola. Dal materiale storicamente riconducibile a lui non riusciamo a verificare le sue conoscenze concrete. La mia convinzione è che egli fosse una figura simile a spugna, uno di quelli che riescono a filtrare e a comprendere percorsi diversi, un uomo molto sensibile alle atmosfere e per questo capace di conoscere con precisione le tipologie fondamentali del suo mondo, entrando però anche in polemica con esse, il che dimostra che era non solo recettivo ma anche creativo. Anzi, io direi che proprio questa era la sua grandezza».

In che senso?
«Io ammiro le persone eclettiche. La competenza specifica è qualcosa di essenziale e va rispettata, ma io ammiro le persone che, lungi dal rimanere in un unico settore, comprendono che per essere significativi occorre giungere a formulare delle sintesi. E Cristo l’ha fatto, ha avuto la capacità di respirare visioni diverse. È l’orientamento che ho seguito anch’io quando sono entrato qui, ormai 15 anni fa: prima ci si interessava solo alla cultura cattolica, mentre io ho cercato di far comprendere che occorre respirare tutti gli ambienti, anche quelli radicalmente differenti. Tornando alla cultura di Gesù, quello che emerge è una persona con una grande capacità di orizzonte. Non possiamo farlo patrono degli studiosi, ma neppure bisogna cadere nell’estremo opposto che ne dichiara l’ignoranza: averne di geni così, che sanno poco, ma che alla fine sanno tutto! Tu condividi quello che ho detto?».

Lei sostanzialmente ha detto che Gesù era un eclettico che leggeva i segni dei tempi, che non era uno studioso ma un interprete della vita. E in questo io vedo la peculiarità del profeta. Le chiedo perciò che idea ha del rapporto tra Gesù e Giovanni il Battista.
«Il Battista veniva da un giudaismo eterodosso, forse legato a Qumran, quel giudaismo che, in un’epoca priva di profeti, cercava di essere profetico come comunità. Egli lancia un messaggio che sicuramente Gesù riprende e ricrea: il messaggio del regno di Dio, una profezia che rompe gli schemi sociali e annuncia un mondo nuovo. Gesù, quindi, è debitore del Battista, di cui è giusto parlare come del suo “mentore”. Ma la grandezza del Battista si compie quando comprende che questo suo discepolo è diverso e più grande di lui».

Qual è la situazione della profezia oggi?
«Oggi noi viviamo l’assenza dei profeti. Sono scomparse voci forti come Turoldo, Balducci, don Mazzolari, don Milani, Arturo Paoli e altri, certamente contestabili e parziali come lo sono di necessità i profeti, ma irrinunciabili. Devo dire però che, quanto a figura profetica, papa Francesco lo è. Pur con qualche parzialità di lettura rispetto alla complessità del reale, riesce infatti a essere incisivo e ascoltato. Ed è quello che la gente si aspetta».

Gesù annunciava la venuta imminente, durante la sua stessa vita, del regno di Dio, però quel regno non è arrivato e io sono convinto che egli si sbagliò. Lei cosa ne pensa? 
«A parte la complessità dei singoli loghia, ognuno dei quali va esaminato storicamente, io penso che si debbano dire due cose. La prima è che la teologia neotestamentaria, accanto alla profonda fede nella sua divinità, afferma rigorosamente la sua umanità. Lo fa in modo indiscutibile, anche alla luce del fatto che la prima eresia (la gnosi) è la negazione non della divinità ma dell’umanità di Cristo. E che lui in quanto uomo avesse anche visioni limitate è confermato dalle sue stesse parole, per esempio quando afferma di non sapere nulla riguardo al tempo e all’ora del giudizio. La seconda cosa è che Gesù usava un linguaggio apocalittico, il quale giudica il presente ma insieme provoca il futuro, anche se si tratta non del futuro immediato ma del futuro assoluto, dell’eterno. Per Gesù il regno di Dio non era una categoria politica, del tutto riconducibile alla storia, ma conteneva sempre in sé anche una dimensione trascendente. Il Nuovo Testamento ha saputo tenere insieme queste due dimensioni nella loro tensione, come si comprende dai racconti pasquali».

Lei nel suo libro parla al riguardo di un linguaggio duplice. 
«Gli autori neotestamentari avevano il problema di parlare di un evento in sé indescrivibile. Lo fecero usando da un lato la categoria “risurrezione”, concetto dell’Antico Testamento che suppone un nesso di stretta continuità tra l’individuo storico e il risorto (da cui le affermazioni sul risorto che può essere toccato e può addirittura mangiare); dall’altro lato però soprattutto Paolo e Giovanni usarono lo schema “esaltazione-glorificazione-innalzamento”, con il quale si sostiene che dopo la morte c’è un salto di qualità: Gesù rientra nell’eterno, nell’infinito, in quella dimensione che durante la vita terrena era compressa, come dicevano i teologi medievali che ne parlavano in termini di Verbum abbreviatum. Occorre quindi salvare da un lato la storicità della persona e dall’altro il mistero del risorto. E in questa prospettiva va detto che il Gesù risorto raffigurato da Piero della Francesca non è evangelico, pur essendo una stupenda opera d’arte».

È possibile oggi vivere la dimensione escatologica della fede? 
«La predicazione di oggi ha perso tale dimensione. Permane sempre il rischio di trasformare l’escatologia in apocalittica, come dimostrano le voci di questi giorni secondo cui il vaccino è un elemento del maligno che ci viene inoculato. Ma l’escatologia è tutt’altra cosa, consiste nel sostenere che “colui che crede è salvato già ora”, come dice il Vangelo, nel senso che il presente non viene più visto come fenomeno effimero ma è come ibridato dalla trascendenza, sperimentandone già al suo interno la presenza. Noi abbiamo una poliformia gnoseologica: non conosciamo solo sperimentalmente, né solo razionalmente, ma abbiamo anche altri canali, tra cui l’estetica con la poesia, la musica, l’arte».

Come giudica oggi i rapporti fede-scienza?
«Parto da una testimonianza personale: di solito, ed è drammatico, quando vado a celebrare nelle chiese vedo che l’80-90% dei presenti sono vecchi, al massimo di mezz’età. Quando faccio le conferenze sulla Bibbia siamo più o meno lì. Quando invece partecipo a dialoghi su fede e scienza si ha l’inverso: l’80% sono giovani. Forse vengono per vedere la difficoltà della Chiesa di fronte alla scienza, ma proprio per questo noi lavoriamo molto su tematiche scientifiche quali la flessibilità del Dna, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale. Possiamo contribuire sollevando i problemi che lo scienziato comunemente non si pone e per esempio chiedere: quando si è finito di analizzare l’umano con i suoi cento miliardi di neuroni, dobbiamo poi proprio buttare via tutto il resto, come la libertà, il simbolo, l’anima, la religione, l’arte? E che dire dell’intelligenza artificiale, in particolare di quella strong che suppone che la macchina possa avere autocoscienza? Sono questioni che, se impostate bene, non fanno ridere gli scienziati seri, anzi».

Secondo Lei qual è la peculiarità di ciò che il filosofo tedesco Karl Jaspers chiamava «la situazione spirituale del nostro tempo»?
«Noi viviamo in un tempo in cui purtroppo non c’è più il grande ateismo né la grande profezia. Non c’è più il grande pensiero, negativo o positivo che sia, né le grandi figure che incombendo sulla storia richiedono grandi risposte. La nostra è l’epoca in cui dominano indifferenza, superficialità, banalità. Il suo colore è il grigio. Una nebulosa grigia, questa è la società contemporanea. Quando devo organizzare i nostri dibattiti faccio fatica a trovare grandi personalità credenti capaci di argomentare pubblicamente e grandi figure non credenti. Un giorno il noto pensatore canadese Charles Taylor mi disse che se dovesse arrivare Gesù a predicare in piazza, tutto si risolverebbe con la polizia che giunge a chiedergli i documenti. Il colore dominante è il grigio. Io sono nato con il colore rosso, quello del sangue che scendeva sull’Europa mentre due pazzi, Stalin e Hitler, la dominavano. Ma pensa alla grandezza che ne è conseguita in tutto il secondo Novecento. Oggi si cerca di combattere il grigio con il colore acceso di una sola striscia, quello della propria specializzazione, l’iper-specializzazione delle singole competenze, le quali però da sole non hanno capacità di fecondare. Ritorniamo così alla necessità dell’eclettismo, che non è un insieme indistinto, ma è l’arcobaleno, lo spettro cromatico più ricco».

Come giudica la situazione della teologia e della ricerca biblica?
«Anche qui al massimo vi sono singole strisce cromatiche. Pur senza ricorrere ai grandi medievali, considera i teologi della seconda metà del ‘900 come Congar, de Lubac, Chenu, Teilhard de Chardin, von Balthasar, Rahner: avevano tutti una visione d’insieme. Pensa a cosa aveva letto von Balthasar! Prova invece a far parlare oggi un teologo o un biblista della letteratura classica e contemporanea! Io ho avuto la fortuna di aver avuto grandi maestri, tra cui faccio due nomi: in teologia Lonergan e per l’esegesi il mio maestro per eccellenza, Alonso Schöckel, che passava dalla musica alla poesia mostrando che se non conosci Bach o Goethe è impossibile fare bene teologia o interpretare a dovere la Bibbia. Quindi torniamo alla cultura».

La scuola: io penso che si debba ripartire da lì.
«Oggi la scuola fornisce istruzione, il che è necessario. Però c’è anche l’educazione. Oggi guai a chi lo dice, ma io lo ricordo lo stesso: la sola istruzione non basta, senza un’educazione di base non si va da nessuna parte. A questo riguardo la cultura deve fare di più, mentre oggi non c’è neppure un accordo preliminare sul concetto di natura umana. Occorre tornare a pensare insieme la natura umana».

Vorrei chiederle infine della preghiera, della sua fede.
«Io sono per una concezione della fede che è sostanzialmente quella di Giobbe: cioè il dubbio fecondo, la domanda. Anche Martini era in questa prospettiva. A volte il cielo è quello di Abramo quando sale sul monte con il figlio e i due parlano solo tra loro, “padre mio”, “figlio mio”, senza parlare più con Dio. Io direi che l’esperienza della fede personale va conquistata di continuo, è sempre un itinerario complesso e la preghiera è inquietudine. Una volta incontrai Julien Green, il grande scrittore francese convertito di cui ho letto pressoché tutto, e gli chiesi qual era il nodo d’oro che aveva tenuto insieme la sua fede durante un secolo molto critico come il ‘900. Lui pensò un po’ e poi rispose: “C’è una frase del mio Journal che nessuno ha notato: finché si è inquieti si può stare tranquilli”. È l’inquietudine agostiniana. È il pregare come continuo interrogare oltre e altro, per noi credenti Oltre e Altro (comunque poi si concepisca tale ulteriorità)».

C’è una frase che desidera lasciare a suggello di questo nostro incontro?
«Questa della poetessa polacca Szymborska: “Io chiedo perdono alle grandi domande per le piccole risposte che ho dato”. Io credo che nella mia vita ho capito le grandi domande, questo devo riconoscerlo. Come anche tu: noi abbiamo evitato le piccole domande. Ho però la consapevolezza di aver dato piccole risposte. Questa è la mia differenza da Gesù, che invece ha saputo dare una grande risposta. Solo questo è lo scopo del mio libro su di lui: far riprendere in mano i Vangeli, perché lì ci sono le grandi risposte che noi non sappiamo dare».

Avrei voluto chiedergli molte altre cose, ma conservo in me le domande. E mentre scendo le scale dopo i cordialissimi saluti ripenso alle sue lezioni di quarant’anni fa, di come per tutto l’anno entrava in classe senza un foglio e persino senza la Bibbia ma con un solo mazzo di chiavi tintinnanti mentre camminava su e giù per l’aula spiegando in modo chiaro e avvincente. Quelle lezioni sono ancora incise dentro di me, mi fecero capire cosa significa leggere un testo nelle sue diverse dimensioni e intuire la possibilità di conciliare criticità e fede, interrogativi e principi, dubbi e certezze. Oggi invece sento di aver toccato con mano la stretta relazione tra cultura e spiritualità, che, quando sono autenticamente vissute, forse alla fine addirittura coincidono

(Fonte: 

Vedi anche:
- Biografia di Gesù

giovedì 4 novembre 2021

«Il dolore resta un mistero, ma in questo mistero possiamo scoprire in modo nuovo la paternità di Dio che ci visita nella prova» Papa Francesco Omelia 04/11/2021 (foto, testo e video)

MESSA IN SUFFRAGIO DEI CARDINALI E DEI VESCOVI DEFUNTI NEL CORSO DELL'ANNO

Basilica di San Pietro
Giovedì, 4 novembre 2021


Questa mattina nella Basilica Vaticana Papa Francesco ha presieduto una Messa in suffragio dei 17 cardinali e 191 tra arcivescovi e vescovi defunti nel mondo nell'ultimo anno, alcuni dei quali “morti a causa del Covid-19, in situazioni difficili che hanno aggravato la sofferenza”. Hanno concelebrato con il Santo Padre 26 cardinali e 22 vescovi.




OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Nella prima Lettura abbiamo ascoltato questo invito: «È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,26). Questo atteggiamento non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo. L’autore infatti vi approda al termine di un percorso, un percorso accidentato, che lo ha fatto maturare. Egli arriva a comprendere la bellezza di fidarsi del Signore, il quale non viene mai meno alle sue promesse. Ma la fiducia in Dio non nasce da un entusiasmo momentaneo, non è un’emozione e nemmeno solo un sentimento. Al contrario, viene dall’esperienza e matura nella pazienza, come accade a Giobbe, che passa da una conoscenza di Dio “per sentito dire” a una conoscenza viva, esperienziale. E perché ciò avvenga, è necessaria una lunga trasformazione interiore che, attraverso il crogiuolo della sofferenza, porta a saper attendere in silenzio, cioè con pazienza fiduciosa, con animo mite. Questa pazienza non è rassegnazione, perché ad alimentarla è l’attesa del Signore, la cui venuta è certa e non delude.

Cari fratelli e sorelle, com’è importante imparare l’arte di attendere il Signore! Aspettarlo docilmente, fiduciosamente, scacciando fantasmi, fanatismi e clamori; custodendo, soprattutto nei periodi di prova, un silenzio carico di speranza. È così che ci si prepara all’ultima e più grande prova della vita, la morte. Ma prima ci sono le prove del momento, c’è la croce che abbiamo adesso, e per la quale chiediamo al Signore la grazia di saper aspettare lì, proprio lì, la sua salvezza che viene.

Ognuno di noi ha bisogno di maturare in questo. Davanti alle difficoltà e ai problemi della vita è difficile avere pazienza e rimanere sereni. Serpeggia l’irritazione e spesso arriva lo sconforto. Può così capitare di essere fortemente tentati dal pessimismo e dalla rassegnazione, di vedere tutto nero, di abituarsi a toni sfiduciati e lamentosi, simili a quelli dell’autore sacro che all’inizio dice: «È scomparsa la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore» (v. 18). Nella prova nemmeno i bei ricordi del passato riescono a consolare, perché l’afflizione porta la mente a soffermarsi sui momenti difficili. E ciò accresce l’amarezza, sembra che la vita sia una catena continua di sventure, come ammette ancora l’autore: «Il ricordo della mia miseria e del mio vagare è come veleno» (v. 19).

A questo punto, però, il Signore imprime una svolta, proprio nel momento in cui, pur continuando a dialogare con Lui, sembra di toccare il fondo. Nell’abisso, nell’angoscia del nonsenso, Dio si avvicina per salvare, in quel momento. E quando l’amarezza raggiunge il culmine, all’improvviso rifiorisce la speranza. È brutto arrivare alla vecchiaia con il cuore amaro, con il cuore deluso, con il cuore critico delle cose nuove, è molto duro. «Questo intendo richiamare al mio cuore – dice l’orante del Libro delle Lamentazioni –, e per questo voglio riprendere speranza» (v. 21). Riprendere speranza nel momento dell’amarezza. Nel vivo del dolore, chi sta stretto al Signore vede che Egli dischiude la sofferenza, la apre, la trasforma in una porta attraverso la quale entra la speranza. È un’esperienza pasquale, un passaggio doloroso che apre alla vita, una sorta di travaglio spirituale che nel buio ci fa venire di nuovo alla luce.

Questa svolta non avviene perché i problemi sono scomparsi, no, ma perché la crisi è diventata una misteriosa occasione di purificazione interiore. La prosperità, infatti, spesso rende ciechi, superficiali, orgogliosi. Questa è la strada alla quale ci porta la prosperità. Invece il passaggio attraverso la prova, se vissuto al calore della fede, malgrado la sua durezza e le lacrime fa sì che noi rinasciamo, e ci ritroviamo diversi rispetto al passato. Un padre della Chiesa scrisse che «nulla più della sofferenza induce a scoprire cose nuove» (S. Gregorio di Nazianzo, Ep. 34). La prova rinnova, perché fa cadere molte scorie e insegna a guardare oltre, al di là del buio, a toccare con mano che il Signore salva davvero e che ha il potere di trasformare tutto, perfino la morte. Egli ci lascia attraversare delle strettoie non per abbandonarci, ma per accompagnarci. Sì, perché Dio accompagna, soprattutto nel dolore, come un padre che fa crescere bene il figlio standogli vicino nelle difficoltà senza sostituirsi a lui. E prima che sul nostro viso spunti il pianto, la commozione ha già arrossato gli occhi di Dio Padre. Lui piange prima, mi permetto di dire. Il dolore resta un mistero, ma in questo mistero possiamo scoprire in modo nuovo la paternità di Dio che ci visita nella prova, e arrivare a dire, con l’autore delle Lamentazioni: «Buono è il Signore con chi spera in lui, con colui che lo cerca» (v. 5).

Oggi, davanti al mistero della morte redenta, chiediamo la grazia di guardare con occhi diversi le avversità. Chiediamo la forza di saperle abitare nel silenzio mite e fiducioso che attende la salvezza del Signore, senza lamentarci, senza brontolare, senza lasciarci rattristare. Ciò che sembra un castigo, si rivelerà una grazia, una nuova dimostrazione dell’amore di Dio per noi. Saper attendere in silenzio – senza chiacchiericci, in silenzio – la salvezza del Signore è un’arte, sulla strada della santità. Coltiviamola. È preziosa nel tempo che stiamo vivendo: ora più che mai non serve gridare, suscitare clamori, amareggiarsi; serve che ognuno testimoni con la vita la fede, che è attesa docile e speranzosa. La fede è questo: attesa docile e speranzosa. Il cristiano non sminuisce la gravità della sofferenza, no, ma alza lo sguardo al Signore e sotto i colpi della prova confida in Lui e prega: prega per chi soffre. Tiene gli occhi al Cielo, ma ha le mani sempre protese in terra, per servire concretamente il prossimo. Anche nel momento della tristezza, del buio, il servizio.

Con questo spirito, preghiamo per i Cardinali e i Vescovi che ci hanno lasciato nell’anno trascorso. Alcuni di loro sono morti a causa del Covid-19, in situazioni difficili che hanno aggravato la sofferenza. Possano ora questi nostri fratelli assaporare la gioia dell’invito evangelico, quello che il Signore rivolge ai suoi servi fedeli: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34).

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Italia, 4 novembre - "Bandiere a mezz'asta " don Tonio Dell'Olio e Basta strumentalizzare il «milite ignoto» don Renato Sacco (Testo e video)

Italia,  4 novembre
"Bandiere a mezz'asta "
don Tonio Dell'Olio



Quella del 4 novembre più che una festa in onore dei caduti in guerra, ha il sapore di un'offesa. Non c'è nulla da festeggiare quando qualcuno muore.
È sempre una sconfitta. Soprattutto se non ha scelto di sacrificare la propria vita ma vi è stato costretto dalle leggi dell'epoca. Chiedetelo a quei morti se avrebbero scelto liberamente di combattere e sacrificare la propria giovinezza! Leggo nel sito dell'Esercito italiano che oggi è la festa di tutti coloro che continuano a mettere a repentaglio la propria vita per garantire la sicurezza degli italiani e penso a chi, nei giorni più bui della crisi pandemica, hanno operato nelle Rsa e negli ospedali, penso a un amico medico in pensione che volontariamente ritornò in servizio e venne ucciso dal virus. Penso a tutti questi e ad altri ancora. A giornalisti, magistrati, poliziotti, preti e cittadini inconsapevoli uccisi dalle mafie. Da tutti questi mi sono sentito davvero garantito e protetto. Penso che nelle guerre di ultima generazione buona parte delle armi, soprattutto quelle nucleari, sono pensate e utilizzate per colpire la popolazione civile. Penso a una retorica senza fondo che narra con enfasi della conquista di Trento e Trieste che avremmo potuto ottenere senza sparare un solo colpo, diceva don Milani. Condoglianze e non auguri dovremmo dire oggi. Senza parate e senza sventolii di bandiere, se non a mezz'asta.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 04.11.2021) 


Basta strumentalizzare
 il «milite ignoto»
Don Renato Sacco

Non strumentalizziamo il «milite ignoto» in questo 4 novembre per giustificare la guerra, ripudiata dalla Costituzione. Le «celebrazioni» piene di retorica di questi giorni purtroppo ne sono la conferma. E coinvolgeranno anche le scuole.

«L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. (…) Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti ? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una “inutile strage”? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un papa)». Sono parole di un mio confratello, don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: L’obbedienza non è più una virtù, 1965.

Il 4 novembre ricordiamo invece che l’opposizione popolare alla guerra fu molto ampia, anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870.000 furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%. Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate. Ma in Italia quante via o piazze ancora oggi sono dedicate proprio a Luigi Cadorna! A quando la cancellazione di queste vergognose intitolazioni?

Il 4 novembre non si «celebra» una vittoria ma la fine di una carneficina.
Non si può far retorica usando chi è stato mandato in trincea come carne da macello.

Nelle trincee non c’erano eroi, ma uomini terrorizzati: chi non balzava fuori dalla trincea al grido di «Avanti Savoia», veniva fucilato anche sul posto. E non erano «ignoti» ognuno aveva un nome, una casa, affetti, progetti…

Il 4 novembre: chiamiamo le guerre con il loro nome: crimine, strage. E chiamiamo con il nome giusto i responsabili: criminali e stragisti. Non si può cambiare le carte in tavola parlando di missioni di pace, di guerre umanitarie, di bombe intelligenti… Non si può studiare nuove armi «autonome» o Killer robot. Non si può unire la parola intelligenza con la parola bomba. Sono incompatibili. Sarebbe come dire uno «stupro bello».

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per il Ministro della Difesa per interrogarsi sulla violazione dell’art. 11 della Costituzione con i grandi progetti folli e costosi come quello degli F- 35, che di Difesa non hanno nulla. O la scelta di investire milioni di euro per armare i droni e renderli adatti a uccidere a migliaia di chilometri di distanza. E poi arriveranno anche i Cruise.

È cinico e immorale ricordare i 650.000 morti della prima guerra mondiale, investendo miliardi per fare la guerra oggi. Ursula Von del Leyen, ha addirittura parlato di un azzeramento dell’Iva sulle armi. Un grande favore alla potente lobby delle armi. E Draghi a fine settembre ha detto «bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora…».
Un insulto a tutte le vittime di tutte le guerre.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per tutti i preti, chiamati a guidare preghiere, commemorazioni e benedizioni, per non assecondare e benedire la guerra, rendendola giusta e a volte anche santa. Un’occasione per dare voce non solo al Vangelo ma anche a tutto il magistero della chiesa che ha sempre condannato la guerra da Benedetto XV, 1 agosto 1917 «inutile strage», a Paolo VI all’Onu, 4 ottobre 1965 «Mai più la guerra», a Giovanni Paolo II «la guerra è avventura senza ritorno», fino agli innumerevoli interventi di papa Francesco, che ha ripetuto ancora lo scorso 2 novembre: «Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!». E invece assistiamo ancora, non solo da parte dei Cappellani militari, presenza imbarazzante e discutibile all’interno del sistema militare, ma anche in tante situazioni «normali», preghiere e benedizioni che avallano una cultura militare e di guerra, magari pregando perché Dio «renda forti le nostre armi…».

Il 4 novembre: ma perché suonare o cantare «La leggenda del Piave», composta nel 1918 per ridare morale alle truppe e incitare alla battaglia, per far dimenticare le atrocità e i tanti morti della guerra.

Il 4 novembre dovrebbe essere l’occasione per ricordare che il nome del «milite ignoto» è …ignoto. Ma i nomi dei responsabili della strage sono noti. I nomi di ieri e i nomi di oggi.

* consigliere nazionale di Pax Christi e redattore di «Mosaico di pace»

(Fonte: "Il Manifesto" - 04.11.2021)

GUARDA IL VIDEO 
4 Novembre, fine di una ‘inutile strage’
don Fabio Corazzina e a don Renato Sacco

«Mitezza - Pazienza - Preghiera - Vicinanza. Camminiamo con gioia e con pazienza su questa strada, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo.» Papa Francesco Udienza Generale 03/11/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 3 novembre 2021


Dio è più forte delle nostre resistenze e più grande dei nostri peccati”. Lo ha detto Papa Francesco, nella catechesi dell’udienza generale di oggi, ancora dedicata alla Lettera ai Galati dell’Apostolo Paolo, pronunciata in Aula Paolo VI nuovamente gremita. Nella sua riflessione incentrata sul tema: “Camminare secondo lo Spirito”, Francesco ha spiegato a braccio che camminare secondo lo Spirito santo “è uno stile”.





Catechesi sulla Lettera ai Galati: 14. Camminare secondo lo Spirito


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel brano della Lettera ai Galati che abbiamo appena ascoltato, San Paolo esorta i cristiani a camminare secondo lo Spirito Santo (cfr 5,16.25. C’è uno stile: camminare secondo lo Spirito Santo. In effetti, credere in Gesù significa seguirlo, andare dietro a Lui sulla sua strada, come hanno fatto i primi discepoli. E significa nello stesso tempo evitare la strada opposta, quella dell’egoismo, del cercare il proprio interesse, che l’Apostolo chiama «desiderio della carne» (v. 16). Lo Spirito è la guida di questo cammino sulla via di Cristo, un cammino stupendo ma anche faticoso, che comincia nel Battesimo e dura per tutta la vita. Pensiamo a una lunga escursione in alta montagna: è affascinante, la meta ci attrae, ma richiede tanta fatica e tenacia.

Questa immagine può esserci utile per entrare nel merito delle parole dell’Apostolo: “camminare secondo lo Spirito”, “lasciarsi guidare” da Lui. Sono espressioni che indicano un’azione, un movimento, un dinamismo che impedisce di fermarsi alle prime difficoltà, ma provoca a confidare nella «forza che viene dall’alto» (Pastore di Erma, 43, 21). Percorrendo questo cammino, il cristiano acquista una visione positiva della vita. Ciò non significa che il male presente nel mondo sia come sparito, o che vengano meno gli impulsi negativi dell’egoismo e dell’orgoglio; vuol dire piuttosto credere che Dio è sempre più forte delle nostre resistenze e più grande dei nostri peccati. E questo è importante!

Mentre esorta i Galati a percorrere questa strada, l’Apostolo si mette sul loro piano. Abbandona il verbo all’imperativo – «camminate» (v. 16) – e usa il “noi” all’indicativo: «camminiamo secondo lo Spirito» (v. 25). Come dire: poniamoci lungo la stessa linea e lasciamoci guidare dallo Spirito Santo. È un’esortazione, un modo esortativo. Questa esortazione San Paolo la sente necessaria anche per se stesso. Pur sapendo che Cristo vive in lui (cfr 2,20), è anche convinto di non aver ancora raggiunto la meta, la cima della montagna (cfr Fil 3,12). L’Apostolo non si mette al di sopra della sua comunità, non dice: “Io sono il capo, voi siete gli altri; io sono arrivato all’alto della montagna e voi siete in cammino” – non dice questo -, ma si colloca in mezzo al cammino di tutti, per dare l’esempio concreto di quanto sia necessario obbedire a Dio, corrispondendo sempre più e sempre meglio alla guida dello Spirito. E che bello quando noi troviamo pastori che camminano con il loro popolo e che non si staccano da esso. È tanto bello questo; fa bene all’anima.

Questo “camminare secondo lo Spirito” non è solo un’azione individuale: riguarda anche la comunità nel suo insieme. In effetti, costruire la comunità seguendo la via indicata dall’Apostolo è entusiasmante, ma impegnativo. I “desideri della carne”, “le tentazioni” - diciamo così - che tutti noi abbiamo, cioè le invidie, i pregiudizi, le ipocrisie, i rancori continuano a farsi sentire, e il ricorso a una rigidità precettistica può essere una facile tentazione, ma così facendo si uscirebbe dal sentiero della libertà e, invece di salire alla vetta, si tornerebbe verso il basso. Percorrere la via dello Spirito richiede in primo luogo di dare spazio alla grazia e alla carità. Fare spazio alla grazia di Dio, non avere paura. Paolo, dopo aver fatto sentire in modo severo la sua voce, invita i Galati a farsi carico ognuno delle difficoltà dell’altro e, se qualcuno dovesse sbagliare, a usare mitezza (cfr 5,22). Ascoltiamo le sue parole: «Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. Portate i pesi gli uni degli altri» (6,1-2). Un atteggiamento ben differente dal chiacchiericcio; no, questo non è secondo lo Spirito. Secondo lo Spirito è avere questa dolcezza con il fratello nel correggerlo e vigilare su noi stessi con umiltà per non cadere noi in quei peccati.

In effetti, quando siamo tentati di giudicare male gli altri, come spesso avviene, dobbiamo anzitutto riflettere sulla nostra fragilità. Quanto facile è criticare gli altri! Ma c’è gente che sembra di essere laureata in chiacchiericcio. Tutti i giorni criticano gli altri. Ma guarda te stesso! È bene domandarci che cosa ci spinge a correggere un fratello o una sorella, e se non siamo in qualche modo corresponsabili del suo sbaglio. Lo Spirito Santo, oltre a farci dono della mitezza, ci invita alla solidarietà, a portare i pesi degli altri. Quanti pesi sono presenti nella vita di una persona: la malattia, la mancanza di lavoro, la solitudine, il dolore…! E quante altre prove che richiedono la vicinanza e l’amore dei fratelli! Ci possono aiutare anche le parole di Sant’Agostino quando commenta questo stesso brano: «Perciò, fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, […] correggetelo in questa maniera, con mitezza. E se tu alzi la voce, ama interiormente. Sia che incoraggi, che ti mostri paterno, che rimproveri, che sia severo, ama» (Discorsi 163/B 3). Ama sempre. La regola suprema della correzione fraterna è l’amore: volere il bene dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Si tratta di tollerare i problemi degli altri, i difetti degli altri in silenzio nella preghiera, per poi trovare la strada giusta per aiutarlo a correggersi. E questo non è facile. La strada più facile è il chiacchiericcio. "Spellare" l’altro come se io fossi perfetto. E questo non si deve fare. Mitezza. Pazienza. Preghiera. Vicinanza.

Camminiamo con gioia e con pazienza su questa strada, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo.

Guarda il video della catechesi

Saluti
...

* * *

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare al gruppo Amici dello Sport di Falconara Marittima e ai fedeli della parrocchia di Bellagio (Como). Vi esorto a testimoniare in ogni ambiente l’amore infinito con cui Dio circonda ogni uomo.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei Fedeli Defunti, che abbiamo recentemente celebrato, ci offrono l’opportunità di riflettere, ancora una volta, sul significato dell’esistenza terrena e sul suo valore per l’eternità. Questi giorni di riflessione e di preghiera costituiscano per tutti un invito ad imitare i Santi, rimasti fedeli al progetto divino per tutta la vita.

A ciascuno di voi la mia benedizione.


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mercoledì 3 novembre 2021

Intenzione di preghiera per il mese di Novembre 2021: Preghiamo affinché le persone che soffrono di depressione o di burn-out trovino da tutti un sostegno e una luce che le apra alla vita.

Intenzione di preghiera per il mese di Novembre 2021

 Preghiamo affinché le persone che soffrono  di depressione o di burn-out 
trovino da tutti  un sostegno e una luce che le apra alla vita.



Anche nel mese di Novembre 2021 è con un tweet viene che diffuso il video con l'intenzione di preghiera.


Questa edizione del Video del Papa ha potuto contare sul sostegno della Association of Catholic Mental Health Ministers (Associazione dei Ministri Cattolici della Salute Mentale), nata negli Stati Uniti, che offre sostegno spirituale a persone che soffrono di malattie mentali e promuove azioni per prevenire qualsiasi tipo di discriminazione e che impedisca di partecipare alla vita della Chiesa.
Il disturbo della salute mentale è un tema che, secondo un recente studio, coinvolge una persona su dieci, circa 792 milioni di persone, l'11% della popolazione. Tra i principali disturbi ci sono la depressione (264 milioni, 3%) e l'ansia (284 milioni, 4%). Nei casi peggiori, riferisce l’Onu, la depressione grave può portare al suicidio, che rappresenta la quarta causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni e riguarda più di 700 mila persone ogni anno. Nel 2020, in piena emergenza Covid, l’equilibrio psicologico di molti è stato messo alla prova, il timore per la perdita della vita e del lavoro ha inciso creando situazioni di angoscia e disperazione, aggravando disturbi mentali gravi come depressione, attacchi di panico e ansia. In questo contesto il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha elaborato un documento rivolto a chi vuole aiutare e accompagnare le persone con sofferenza psicologica, soprattutto a causa della pandemia.


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Il sovraccarico di lavoro e lo stress 
fanno sì che molte persone sperimentino un esaurimento estremo, 
un esaurimento mentale, emotivo, affettivo e fisico. 

La tristezza, l'apatia, la stanchezza spirituale 
finiscono per dominare la vita delle persone, 
che si vedono sopraffatte dal ritmo della vita attuale. 

Cerchiamo di stare accanto a chi è esausto, a chi è disperato, senza speranza, 
spesso ascoltando semplicemente in silenzio, 
perché non possiamo andare a dire a una persona: 
“No, la vita non è così. Ascoltami, ti do io la ricetta”. 

Non c'è ricetta. 

E poi non dimentichiamo che accanto all'imprescindibile 
accompagnamento psicologico, utile ed efficace, 
aiutano anche le parole di Gesù. 

Mi viene in mente e nel cuore la frase: 
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. 

Preghiamo affinché le persone che soffrono di depressione o di burn-out 
trovino da tutti un sostegno e una luce che le apra alla vita.

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Enzo Bianchi Ricordare i morti per onorare la vita

Enzo Bianchi


La Repubblica - 01 novembre 2021

Già il grande Omero osservava che “le generazioni umane sono come le foglie degli alberi”, e anche noi in questi giorni autunnali vedendo le foglie che cadono dagli alberi siamo portati a questo paragone. D’altronde anche l’abbreviarsi dei giorni, il sopraggiungere del buio, l’apparire delle nebbie… tutto ci parla della vigilia dell’inverno, quando la terra riposa e la vita sembra abbandonarla. Forse per questa atmosfera che si impone è stata fatta la scelta di ricordare i morti in questi giorni.

Ricordare i morti, pensare ai morti, è semplicemente riconoscerci debitori verso chi ci ha preceduto e di conseguenza essere consapevoli che trasmettiamo ciò che da loro abbiamo ricevuto. Viviamo un’ora in cui sovente ci viene ricordato che siamo debitori verso le generazioni future, che determiniamo la vita di chi verrà dopo di noi, a livello culturale, politico, economico, ecologico; ma è possibile lasciare una buona eredità se non si è capaci di riconoscere l’eredità ricevuta?

Ricordare i morti è assumere una responsabilità, è acquisire una dimensione necessaria al nostro passaggio su questa terra come mortali, sì, ma mortali inseriti in genealogie non solo familiari ma culturali.

È molto significativo che nella tradizione ebraica e cristiana sia stato percepito come necessario il seppellimento, e quindi un luogo nel quale il corpo trova collocazione, un luogo segnato da una pietra che testimonia, attraverso il nome, un’esistenza terrena unica conclusasi con la morte.

Proprio perché il ricordo è essenziale all’umanizzazione, non solo l’Homo Sapiens, ma già l’uomo di Neanderthal dava sepoltura ai suoi morti, sovente li riuniva in un luogo e deponeva fiori sui loro cadaveri. Testimonianza, questa, di una coscienza della morte inscritta tra gli elementi più decisivi nella differenziazione tra umani e animali.

Ricordare i morti, però, conduce anche a pensare la morte e quindi a interrogarci sul senso della vita. La certezza di dover morire unisce uomini e donne, è la base dell’etica dell’empatia, della compassione, è ciò che ci spinge a sentirci tutti e tutte insieme fragili, con un comune destino, e nello stesso tempo ci porta a essere consapevoli del valore della nostra vita: unica, una sola, una vita di istanti eterni.

Nella nostra tradizione ebraica e cristiana in questi giorni si va a “visitare” i morti nei cimiteri: luoghi dove si piange, si vivono nostalgie, si misurano e si contano i propri giorni. Credenti e non credenti compiamo questo gesto che sentiamo doveroso verso chi abbiamo amato, verso coloro ai quali, proprio perché li amavamo, dicevamo con convinzione: “Tu non morirai!”, come suggerisce Gabriel Marcel. Ma i cimiteri sono anche luoghi di pace, in cui quelli che erano nostri nemici sono morti, e quindi ora non sono più nemici, mentre quelli che erano amici, anche se morti, continuano a essere tali, fedelmente.

Rainer Maria Rilke ci ha lasciato questa preghiera che faccio mia nei cimiteri:

A ciascuno, Signore, dona la sua propria morte
il morire che viene dalla sua vita
nella quale trovò amore, senso e anche pena.

Questi pensieri non sono lugubri, né devono incutere tristezza, ma semplicemente vogliono indicare la bontà del pensiero del limite, che noi cerchiamo sempre, soprattutto oggi, di rimuovere, tentati da un individualismo che nega i legami e spegne la responsabilità.

La pienezza di vita nell’accettazione della finitudine accende la nostra speranza e ci impedisce di pensare a una eternità nel nulla.
(fonte: blog dell'autore)


martedì 2 novembre 2021

«Tu che passi, pensa, dei tuoi passi, all’ultimo passo ... Fermatevi, fratelli e sorelle, fermatevi! Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!» Papa Francesco Omelia 02/11/2021 (foto, testo e video)

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA PER LA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 Cimitero Militare Francese a Roma
Martedì, 2 novembre 2021

“Tu che passi, pensa, dei tuoi passi, all’ultimo passo ... Fermatevi, fratelli e sorelle, fermatevi! Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!”. Così il Papa, nell’omelia della Messa per i defunti, presieduta al Cimitero Militare Francese di Roma e pronunciata a braccio, ha dato voce alle tombe presso le quali, prima della celebrazione eucaristica, ha sostato in preghiera.











OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Mi viene in mente uno scritto, alla porta di un piccolo cimitero, al nord: “Tu che passi, pensa ai tuoi passi, e dei tuoi passi pensa all’ultimo passo”.

Tu che passi. La vita è un cammino, tutti noi siamo in cammino. Tutti noi, se vogliamo fare qualcosa nella vita, siamo in cammino. Che non è passeggiata, neppure labirinto, no, è cammino. Nel cammino, noi passiamo davanti a tanti fatti storici, davanti a tante situazioni difficili. E anche davanti ai cimiteri. Il consiglio di questo cimitero è: “Tu che passi, ferma il passo e pensa, dei tuoi passi, all’ultimo passo”. Tutti avremo un ultimo passo. Qualcuno può dirmi: “Padre, non sia così luttuoso, non sia tragico”. Ma è la verità. L’importante è che quell’ultimo passo ci trovi in cammino, non girando in passeggiata; nel cammino della vita e non in un labirinto senza fine. Essere in cammino perché l’ultimo passo ci trovi camminando. Questo è il primo pensiero che vorrei dire e che mi viene dal cuore.

Il secondo pensiero, sono le tombe. Questa gente – brava gente – è morta in guerra, è morta perché è stata chiamata a difendere la patria, a difendere valori, a difendere ideali e, tante altre volte, a difendere situazioni politiche tristi e lamentabili. E sono le vittime, le vittime della guerra, che mangia i figli della patria. E penso ad Anzio, a Redipuglia; penso al Piave nel ’14 – tanti sono rimasti lì –; penso alla spiaggia di Normandia: quarantamila, in quello sbarco! Ma non importa, cadevano…

Mi sono fermato davanti a una tomba, lì: “Inconnu. Mort pour la France. 1944”. Neppure il nome. Nel cuore di Dio c’è il nome di tutti noi, ma questa è la tragedia della guerra. Sono sicuro che tutti questi che sono andati in buona volontà, chiamati dalla patria per difenderla, sono con il Signore. Ma noi, che stiamo in cammino, lottiamo sufficientemente perché non ci siano le guerre? Perché non ci siano le economie dei Paesi fortificate dall’industria delle armi? Oggi la predica dovrebbe essere guardare le tombe: “Morto per la Francia”; alcune hanno il nome, poche altre no. Ma queste tombe sono un messaggio di pace: “Fermatevi, fratelli e sorelle, fermatevi! Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!”.

Questi due pensieri vi lascio. “Tu che passi, pensa, dei tuoi passi, all’ultimo passo”: che sia in pace, in pace del cuore, in pace tutto. Il secondo pensiero: queste tombe che parlano, gridano, gridano da se stesse, gridano: “Pace!”.

Che il Signore ci aiuti a seminare e conservare nel nostro cuore questi due pensieri.


Guarda il video integrale


«Senza gioia, la fede diventa un esercizio rigoroso e opprimente, e rischia di ammalarsi di tristezza.» Papa Francesco Angelus 1/11/2021 (testo e video)

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Lunedì, 1 novembre 2021



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi celebriamo Tutti i Santi e nella Liturgia risuona il messaggio “programmatico” di Gesù cioè le Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a). Esse ci mostrano la strada che conduce al Regno di Dio e alla felicità: la strada dell’umiltà, della compassione, della mitezza, della giustizia e della pace. Essere santi è camminare su questa strada. Soffermiamoci ora su due aspetti di questo stile di vita. Due aspetti che sono proprio di questo stile di vita di santità: la gioia e la profezia.

La gioia. Gesù comincia con la parola «Beati» (Mt 5,3). È l’annuncio principale, quello di una felicità inaudita. La beatitudine, la santità non è un programma di vita fatto solo di sforzi e rinunce, ma è anzitutto la gioiosa scoperta di essere figli amati da Dio. E questo ti riempie di gioia. Non è una conquista umana, è un dono che riceviamo: siamo santi perché Dio, che è il Santo, viene ad abitare la nostra vita. È Lui che dà la santità a noi. Per questo siamo beati! La gioia del cristiano, allora, non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo umano, ma la certezza di poter affrontare ogni situazione sotto lo sguardo amoroso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui. I Santi, anche tra molte tribolazioni, hanno vissuto questa gioia e l’hanno testimoniata. Senza gioia, la fede diventa un esercizio rigoroso e opprimente, e rischia di ammalarsi di tristezza. Prendiamo questa parola: ammalarsi di tristezza. Un Padre del deserto diceva che la tristezza è «un verme del cuore», che corrode la vita (cfr Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità, XI). Interroghiamoci su questo: siamo cristiani gioiosi? Io, sono un cristiano gioioso o non lo sono? Diffondiamo gioia o siamo persone spente, tristi, con la faccia da funerale? Ricordiamoci che non c’è santità senza gioia!

Il secondo aspetto: la profezia. Le Beatitudini sono rivolte ai poveri, agli afflitti, agli affamati di giustizia. È un messaggio contro-corrente. Il mondo infatti dice che per avere la felicità devi essere ricco, potente, sempre giovane e forte, godere di fama e di successo. Gesù rovescia questi criteri e fa un annuncio profetico – e questa è la dimensione profetica della santità –: la vera pienezza di vita si raggiunge seguendo Gesù, praticando la sua Parola. E questo significa un’altra povertà, cioè essere poveri dentro, svuotarsi di se stessi per fare spazio a Dio. Chi si crede ricco, vincente e sicuro, fonda tutto su di sé e si chiude a Dio e ai fratelli, mentre chi sa di essere povero e di non bastare a se stesso rimane aperto a Dio e al prossimo. E trova la gioia. Le Beatitudini, allora, sono la profezia di un’umanità nuova, di un modo nuovo di vivere: farsi piccoli e affidarsi a Dio, invece di emergere sugli altri; essere miti, invece che cercare di imporsi; praticare la misericordia, anziché pensare solo a se stessi; impegnarsi per la giustizia e la pace, invece che alimentare, anche con la connivenza, ingiustizie e disuguaglianze. La santità è accogliere e mettere in pratica, con l’aiuto di Dio, questa profezia che rivoluziona il mondo. Allora possiamo chiederci: io testimonio la profezia di Gesù? Esprimo lo spirito profetico che ho ricevuto nel Battesimo? O mi adeguo alle comodità della vita e alla mia pigrizia, pensando che tutto vada bene se va bene a me? Porto nel mondo la novità gioiosa della profezia di Gesù o le solite lamentele per quello che non va? Domande che ci farà bene farci.

La Vergine Santa ci doni qualcosa del suo animo, quell’animo beato che ha magnificato con gioia il Signore, che “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili” (cfr Lc 1,52).


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Saluto di cuore tutti voi, romani e pellegrini. Un saluto speciale rivolgo ai partecipanti alla Corsa dei Santi, organizzata dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo”. È importante promuovere il valore educativo dello sport. Grazie anche per la vostra iniziativa in favore dei bambini della Colombia.

Domani mattina mi recherò al Cimitero Militare Francese di Roma: sarà l’occasione per pregare in suffragio di tutti i morti, in particolare per le vittime della guerra e della violenza. Visitando questo cimitero, mi unisco spiritualmente a quanti in questi giorni vanno a pregare presso le tombe dei loro cari, in ogni parte del mondo.

A tutti auguro una buona festa dei Santi, nella compagnia spirituale di tutti i Santi. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


lunedì 1 novembre 2021

"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 53/2020-2021 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


TUTTI I SANTI

Vangelo:


Le Beatitudini, che aprono il "Discorso della Montagna" (Mt 5,1-7,29), sono il manifesto del Regno, la Magna Charta di ogni cristiano. Il termine "beato" traduce l'ebraico "ashrè", che tradotto letteralmente significa "colui che è relativo a Dio". Il beato è colui che entra in relazione con Dio, che gli sta di fronte così vicino da poterne contemplare e riflettere il volto. Ma il criterio della beatitudine con cui Gesù giudica è esattamente l'opposto di quello del mondo. Egli dichiara beati coloro che invece la mentalità mondana (la nostra) considera infelici. Per noi sono beati i potenti, i ricchi, coloro che esercitano il potere. Per Gesù invece sono beati i poveri, gli umili, i disprezzati, coloro che non contano niente. E' davvero un radicale cambiamento di valori. Non si tratta di leggi nuove oltre la Torah, di un altro codice di norme più difficile da osservare rispetto al primo. Le Beatitudini sono quel cuore di carne e quello Spirito nuovo promessi ad Ezechiele (Ez 36), sono il vissuto stesso di Gesù, ogni sua Parola, ogni suo gesto che ci risanano restituendoci vita, dandoci di essere ciò che realmente siamo: figli del Padre perché fratelli tra di noi. «Le Beatitudini non sono rivolte solo ai discepoli o ai più bravi. Sono per ogni uomo che cerca Verità, sono la salvezza di questo mondo, il pieno sviluppo delle sue potenzialità. Gesù crocifisso e risorto è la realizzazione delle Beatitudini e le beatitudini sono la sua carta d'identità» (S. Fausti)