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giovedì 5 gennaio 2017

"Siamo un popolo con una Madre, non siamo orfani." Papa Francesco: omelia 01/01/2017 (foto, testo e video)

 1° gennaio 2017 

Nella messa per la solennità di Maria santissima, Papa Francesco ha chiesto a tutti i presenti nella basilica vaticana di alzarsi in piedi e acclamare per tre volte la Santa Madre di Dio. Proprio come avvenne al concilio di Efeso nell’anno 431. 

Il gesto ha caratterizzato la celebrazione presieduta dal Pontefice la mattina del primo giorno del 2017 che, da cinquant’anni, coincide con la Giornata mondiale della pace. Tema di quest’anno: «La non violenza: stile di una politica per la pace». Con le preghiere dei fedeli, in cinque lingue tra cui cinese e swahili, sono stati poi rilanciati i passi salienti dell’omelia del Pontefice. A cominciare dal ricordo per tutte le mamme, perché «il Signore benedica le donne che generano la vita, alimenti in loro la dolcezza nel custodire i figli e la fermezza nell’educarli alla maturità». Non è mancata inoltre un’intenzione «per la pace», con l’auspicio che Dio «spezzi le trame della guerra, liberi le menti e i cuori dall’odio, ispiri nuovi sentimenti di fraternità e di riconciliazione». E per questo è stato invocato il Signore perché «riveli la verità» a «legislatori, governanti e giudici», facendo «crescere in loro il desiderio della giustizia». Come tradizione, alla processione offertoriale hanno partecipato alcuni «sternsinger», ovvero i cantori della stella, bambini vestiti come i re magi che nell’area linguistica tedesca raccolgono offerte soprattutto per i coetanei più poveri.

 

Omelia

«Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Così Luca descrive l’atteggiamento con cui Maria accoglie tutto quello che stavano vivendo in quei giorni. Lungi dal voler capire o dominare la situazione, Maria è la donna che sa conservare, cioè proteggere, custodire nel suo cuore il passaggio di Dio nella vita del suo popolo. Dal suo grembo imparò ad ascoltare il battito del cuore del suo Figlio e questo le insegnò, per tutta la sua vita, a scoprire il palpitare di Dio nella storia. Imparò ad essere madre e, in quell’apprendistato, donò a Gesù la bella esperienza di sapersi Figlio. In Maria, il Verbo eterno non soltanto si fece carne ma imparò a riconoscere la tenerezza materna di Dio. Con Maria, il Dio-Bambino imparò ad ascoltare gli aneliti, le angosce, le gioie e le speranze del popolo della promessa. Con Lei scoprì se stesso come Figlio del santo popolo fedele di Dio.

Nei Vangeli Maria appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e, perciò, di tutto quello che Lui ama. Ha saputo custodire gli albori della prima comunità cristiana, e così ha imparato ad essere madre di una moltitudine. Si è avvicinata alle situazioni più diverse per seminare speranza. Ha accompagnato le croci caricate nel silenzio del cuore dei suoi figli. Tante devozioni, tanti santuari e cappelle nei luoghi più reconditi, tante immagini sparse per le case ci ricordano questa grande verità. Maria ci ha dato il calore materno, quello che ci avvolge in mezzo alle difficoltà; il calore materno che permette che niente e nessuno spenga in seno alla Chiesa la rivoluzione della tenerezza inaugurata dal suo Figlio. Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 288). E da sempre il santo popolo fedele di Dio l’ha riconosciuta e salutata come la Santa Madre di Dio.

Celebrare la maternità di Maria come Madre di Dio e madre nostra all’inizio di un nuovo anno significa ricordare una certezza che accompagnerà i nostri giorni: siamo un popolo con una Madre, non siamo orfani.

Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia”. Una società senza madri sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza. Ho imparato molto da quelle madri che, avendo i figli in carcere o prostrati in un letto di ospedale o soggiogati dalla schiavitù della droga, col freddo e il caldo, con la pioggia e la siccità, non si arrendono e continuano a lottare per dare loro il meglio. O quelle madri che, nei campi-profughi, o addirittura in mezzo alla guerra, riescono ad abbracciare e a sostenere senza vacillare la sofferenza dei loro figli. Madri che danno letteralmente la vita perché nessuno dei figli si perda. Dove c’è la madre c’è unità, c’è appartenenza, appartenenza di figli.

Iniziare l’anno facendo memoria della bontà di Dio nel volto materno di Maria, nel volto materno della Chiesa, nei volti delle nostre madri, ci protegge della corrosiva malattia della “orfanezza spirituale”, quella orfanezza che l’anima vive quando si sente senza madre e le manca la tenerezza di Dio. Quella orfanezza che viviamo quando si spegne in noi il senso di appartenenza a una famiglia, a un popolo, a una terra, al nostro Dio. Quella orfanezza che trova spazio nel cuore narcisista che sa guardare solo a se stesso e ai propri interessi e che cresce quando dimentichiamo che la vita è stata un dono, che l’abbiamo ricevuta da altri, e che siamo invitati a condividerla in questa casa comune.

Questa orfanezza autoreferenziale è quella che portò Caino a dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9), come a dichiarare: lui non mi appartiene, non lo riconosco. Un tale atteggiamento di orfanezza spirituale è un cancro che silenziosamente logora e degrada l’anima. E così ci degradiamo a poco a poco, dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno: degrado la terra perché non mi appartiene, degrado gli altri perché non mi appartengono, degrado Dio perché non gli appartengo… E da ultimo finisce per degradare noi stessi perché dimentichiamo chi siamo, quale “nome” divino abbiamo. La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine. La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori (cfr Lett. enc. Laudato si’, 49) facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione. L’orfanezza spirituale ci fa perdere la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti. Ci fa perdere la memoria del valore del gioco, del canto, del riso, del riposo, della gratuità.

Celebrare la festa della Santa Madre di Dio ci fa spuntare di nuovo sul viso il sorriso di sentirci popolo, di sentire che ci apparteniamo; di sapere che soltanto dentro una comunità, una famiglia le persone possono trovare il “clima”, il “calore” che permette di imparare a crescere umanamente e non come meri oggetti invitati a “consumare ed essere consumati”. Celebrare la festa della Santa Madre di Dio ci ricorda che non siamo merce di scambio o terminali recettori di informazione. Siamo figli, siamo famiglia, siamo popolo di Dio.

Celebrare la Santa Madre di Dio ci spinge a creare e curare spazi comuni che ci diano senso di appartenenza, di radicamento, di farci sentire a casa dentro le nostre città, in comunità che ci uniscano e ci sostengano (cfr ibid., 151).

Gesù Cristo, nel momento del più grande dono della sua vita, sulla croce, non ha voluto tenere niente per sé e consegnando la sua vita ci ha consegnato anche sua Madre. Disse a Maria: ecco il tuo figlio, ecco i tuoi figli. E noi vogliamo accoglierla nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nei nostri paesi. Vogliamo incontrare il suo sguardo materno. Quello sguardo che ci libera dall’orfanezza; quello sguardo che ci ricorda che siamo fratelli: che io ti appartengo, che tu mi appartieni, che siamo della stessa carne. Quello sguardo che ci insegna che dobbiamo imparare a prenderci cura della vita nello stesso modo e con la stessa tenerezza con cui lei se n’è presa cura: seminando speranza, seminando appartenenza, seminando fraternità.

Celebrare la Santa Madre di Dio ci ricorda che abbiamo la Madre; non siamo orfani, abbiamo una madre. Professiamo insieme questa verità! 
E vi invito ad acclamarla in piedi [tutti si alzano] tre volte come fecero i fedeli di Efeso: Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio!


Guarda il video dell'omelia


Guarda il video integrale


COSTRUTTORI DI PACE NON POSSIAMO RIMANERE IN SILENZIO di Alex Zanotelli

GIORNATA MONDIALE DELLE PACE
COSTRUTTORI DI PACE 
NON POSSIAMO RIMANERE IN SILENZIO
di Alex Zanotelli


L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra: la Terza Guerra Mondiale a pezzetti, come la chiama papa Francesco. Una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente e ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire Aleppo in Siria. Una guerra che attraversa anche l’intera Africa da est a ovest, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Monti Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri in Burundi e nella Repubblica democratica del Congo (Beni). Desolanti conflitti si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e sempre più a pagarne le spese sono i civili.

Si chiede papa Francesco: «Come è possibile questo? È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi che sembra essere tanto importante».

È l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’Osservatorio sulle spese militari (Mil€x), spendiamo 64 milioni di euro al giorno. L’industria italiana delle armi esporta in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaida come a Jabhat al –Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 vieti la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani.

L’Italia nel 2015 ha esportato armi per un valore di oltre 7 miliardi di euro in paesi in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità quando agiscono in maniera così illegale? È la grande Bugia. «La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia», diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno.

È passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio. E ciò che sconcerta maggiormente è il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare, gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare, di andare in prigione. Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore: sull’esempio dei fratelli Berrigan e delle suore domenicane che, negli Stati Uniti qualche decennio fa, si sono fatti anni di carcere per loro impegno contro la guerra in Vietnam e la bomba atomica.

Come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna papa Francesco parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio) afferma che «essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza». E prosegue: «La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King contro la discriminazione razziale…».

Papa Francesco invita le comunità cristiane a imboccare la strada della nonviolenza attiva, quale percorso obbligato per i seguaci di Gesù. «Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta. Lo dico da figlia della guerra». Così la suora domenicana irachena Nazik Matty durante il convegno su guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da papa Francesco.”

Papa Francesco forse presto ci regalerà un’enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. È la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. Diceva Don Berrigan: «Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra, almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte».

A tutti i costruttori di pace, l’augurio di cuore di un buon anno, carico di frutti di pace

(Pubbblicato su Nigrizia)

mercoledì 4 gennaio 2017

Sandrine Bakayoko E' morta mia sorella ...

Sandrine Bakayoko 
E' morta mia sorella
di Silvestro Montanaro 

Sandrine Bakayoko era una ragazza della Costa d’Avorio, aveva 25 anni. Era arrivata in Italia nel settembre del 2016 ed era in attesa dell’esito della sua richiesta d’asilo. È morta per una trombosi polmonare il 2 gennaio mentre si trovava nei bagni del centro di prima accoglienza di Conetta, un’ex base militare in provincia di Venezia, dove Bakayoko risiedeva insieme ad altre 1.300 persone.


Era malata da tempo, ma nessuno ha mai mosso un dito per capire le ragioni del suo male. Sandrine era una tra più di mille in quell'inferno che è il centro di "accoglienza" di Cona. Un medico una volta alla settimana, qualche infermiere. Poi, dopo tante denunce qualcosa di più, appena qualcosa. Sandrine è andata a farsi la doccia. Si è sentita male e nessuno se ne è accorto in quella bolgia. Quando l'hanno trovata riversa a terra oramai c'era ben poco da fare. Chi ha visto il suo povero corpo racconta che il suo viso era solcato da grandi lacrime. E' morta disperata, sola, a 25 anni.
Hanno già detto che è morta di morte naturale. Seppellita due volte, come tutti quelli che muoiono ingiustamente ed ai quali non viene resa giustizia.
Sandrine era ospite di un centro "accoglienza" dello Stato Italiano. In una struttura seria i suoi malanni non potevano passare inosservati. Mancavano fondi per assicurare in quel centro assistenza e prevenzione sanitaria? Assolutamente no. I famosi 47 euro che quei cinici della Lega raccontano falsamente essere destinati quotidianamente ad ogni profugo ed immigrato, vanno alle cooperative che gestiscono i centri di accoglienza. Agli immigrati vanno solo due euro e mezzo, niente altro. Una marea di soldi, quella che ha fatto ricchi tanti, ad esempio i protagonisti di Mafia Capitale a Roma, ed ha lasciato profughi ed immigrati a marcire in strutture da vergogna. 
Sandrine era una tra più di mille ospitati in quell'assurdo di Cona. Troppi, infinitamente troppi perché si potesse assicurare una gestione minimamente credibile. Il problema è che la Lega, in quell'area ed anche altrove, fa guerra ad ogni politica di distribuzione sul territorio e l'unico centro disponibile si riempie all'inverosimile. Facile, cinico, da farabutti, ora chiedere l'espulsione immediata degli amici di Sandrine per la loro protesta dopo la sua morte. E se non bastassero poi le guerre volute dalla Lega, c'è poi l'ingordigia delle "cooperative" che si occupano dei profughi e degli immigrati. La cooperativa che gestisce il centro di Cona ha decuplicato in pochi anni il fatturato passando dai rifiuti ai profughi. e' stata inquisita dai giudici per il sospetto di avere «ritoccato» delle carte, accusata di pagare pochissimo gli operatori, espulsa da Confcooperative secondo la quale come onlus bada «un po’ poco al sociale è un po’ troppo al business». «Ecofficina» ha oggi in pugno le ex basi militari di Bagnoli di Sopra (Padova), Cona (Venezia) e Oderzo (Treviso), dove sono alloggiati circa duemilacinquecento migranti. Un affarone. 
Non per i profughi. 
Non per Sandrine, mia sorella morta sola e disperata, rivestita di lacrime.


Leggi anche:
- Il centro per migranti di Conetta doveva essere già chiuso


Dai bimbi del Congo una colletta per i terremotati italiani (Testo e video)

Dai bimbi del Congo una colletta per i terremotati italiani 

La colletta dei bimbi del Congo: 
238 euro per i coetanei italiani
di Flavia Amabile




Il bonifico è arrivato a metà dicembre. Erano 238 euro che avevano viaggiato dal cuore dell’Africa, con la speranza di dare il proprio contributo per aiutare le persone colpite dal terremoto. 

La cifra era stata inviata da Kingoué, un distretto di trenta villaggi e quindicimila abitanti nella Repubblica del Congo, ai margini della foresta pluviale dove non c’è luce né acqua corrente. Nove abitanti su dieci non hanno stipendio, vivono coltivando manioca, mais, ananas, oppure allevando mucche, maiali, pecore, capre. 

A fine agosto don Ghislain, un sacerdote congolese che conosce l’Italia per averci studiato, viene a sapere del terremoto. Mostra le immagini di Amatrice, di Accumuli, Arquata, delle case e dei borghi interi distrutti ai parrocchiani. Don Ghislain ha una vasta rete di contatti nel mondo della solidarietà, ha fondato l’associazione Amici Del Congo, da anni porta nei villaggi di Kingoué aiuti, di lui tutti si fidano e gli sono riconoscenti. 

Il sindaco e il capovillaggio pensano di avviare una raccolta fondi. All’inizio sembra un’azione disperata. Per riuscire a raggiungere una somma consistente vengono coinvolti diversi villaggi. Trascorrono molte settimane, altre due scosse mettono in ginocchio anche l’Umbria. La raccolta si intensifica. Ogni domenica a messa qualcuno dà quello che può. C’è chi non arriva a dieci centesimi e chi riesce a donare anche 15 euro. 

È ormai l’inizio di dicembre quando la raccolta può dirsi terminata. Jenny Peppucci, volontaria dell’associazione e originaria dell’Umbria, ha 27 anni. Consegnano a lei un foglietto con il resoconto dei soldi raccolti, 156.400 franchi congolesi, pari a 238,43 euro. «Mi hanno chiamato dicendo: visto che voi fate tanto qui, vogliamo anche noi aiutarvi in questa situazione difficile per voi - racconta Jenny. La ragazza invia il resoconto al gruppo MultiSolidarietà che ha attivato diversi progetti nelle zone del terremoto. A metà dicembre arrivano i soldi e una lettera indirizzata al presidente della Regione Umbria, firmata dal sindaco del distretto, Daniel Mouangoueya: «Ci siamo sentiti coinvolti nel lutto che tocca il vostro Paese e l’Umbria - scrive, ricordando che in tanti italiani e umbri «ogni giorno realizzano numerose attività socio-umanitarie» per gli abitanti della zona. Quindi - conclude - «abbiamo deciso di organizzare una raccolta minima di denaro per manifestare la nostra solidarietà». Subito dopo sono arrivati i 238 euro che valgono 100 volte di più.
(Fonte: La Stampa)

GUARDA IL VIDEO
Servizio TV2000 


Vedi anche il nostro precedente post:


GESÙ PROFUGO NEI PROFUGHI DI QUESTI TEMPI di Gianfranco Ravasi

GESÙ PROFUGO NEI PROFUGHI DI QUESTI TEMPI
di Gianfranco Ravasi


«Travestiti da pastori / o scorta volontaria dei re Magi / andiamo a Betlemme cianciando d’amore e di pace, / comunque nascondendo / sotto il mantello di ogni evenienza / un kalashnikov ben oliato». Sono versi piuttosto forti questi di un poeta appartato e ormai dimenticato, Giovanni Angelo Abbo, morto nel 1994. È curioso che la poesia è intitolata Natale 1987: in realtà, essa è ancor più attuale oggi, quando si parla di pace, eppure il mercato delle armi e le potenze politiche continuano a immettere i loro prodotti di guerra e di morte nelle varie nazioni.

Intanto il Natale tradizionale continua le sue coreografi e pubblicitarie, i suoi apparati di luci e di regali, i suoi rituali commerciali. Intendiamoci: anche questo aspetto esteriore, in un tempo in cui si tende a cancellare ogni simbolo o memoria religiosa, ha un signi ficato. Tuttavia, con i †flussi ininterrotti e spesso tragici dei rifugiati, con le bombe di Aleppo e le tende dei terremotati non ci si può, da cristiani, impunemente abbandonare a gadget e panettoni, a luminarie e capitoni.

È per questo che abbiamo pensato di riproporre una scena natalizia evangelica nota ma di solito marginalizzata, quella di Cristo profugo in Egitto con i suoi genitori. Anni fa il pittore Renato Guttuso in una delle cappelle del Sacro Monte di Varese ha voluto raf figurare Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù proprio come una famiglia di profughi del Vicino Oriente, impauriti, costretti ad abbandonare la loro casa errando nel deserto. Contrariamente alla gioiosa retorica natalizia, il racconto evangelico della nascita e infanzia di Cristo nei 48 versetti dei primi due capitoli del Vangelo di Matteo è, infatti, tutto striato di sofferenze: nasce in una grotta-stalla, è deposto non in una culla ma in una mangiatoia, si affaccia subito l’incubo di Erode, è trasferito in terra straniera per non fi nire sotto la spada che elimina i neonati di Betlemme in quella che sarà nota come “la strage degli innocenti”.

Già l’ombra della croce si proietta, dunque, sui primi giorni della sua vita ed è signifi cativo che la scuola artistica russa di Novgorod nelle icone della Natività di Cristo, a partire dal XV secolo, abbia raffi gurato il Bambino avvolto in fasce funerarie e deposto in una culla a forma di sepolcro.

Ci fermeremo ora solo sull’evento della fuga in Egitto che è così narrato da Matteo: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto, e resta là fi nché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo. Egli si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (2,13-15).

Queste scarne parole evangeliche sono più preoccupate di offrire un’interpretazione teologica di quella fuga che non di documentarne le componenti storiche (è questa una caratteristica generale dei Vangeli e in particolare dei cosiddetti “Vangeli dell’infanzia di Gesù” presenti nei capitoli 1-2 di Matteo e di Luca). Infatti, con la citazione finale desunta dal profeta Osea (11, 1) – «Dall’Egitto ho chiamato mio fi glio» – si vuole alludere a quell’evento capitale della storia dell’Israele biblico che fu l’esodo dall’oppressione faraonica: Cristo ne ripercorre emblematicamente le tappe, incarnando sofferenza e salvezza, oppressione e liberazione. E alla fine risuonerà in Egitto l’appello rivolto a Giuseppe, il padre legale di Gesù, per il ritorno verso la Terrasanta: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese di Israele perché sono morti coloro che volevano la vita del bambino» (2, 20).

Sullo sfondo storico c’è la figura del famoso re Erode ...

Matteo, con la sobrietà propria dei Vangeli canonici, non aggiunge nulla a quel ritratto essenziale di una famigliola che avanza verso l’ignoto: tutto il racconto sopra citato, nell’originale greco, è composto solo di una settantina di parole. È la stessa vicenda dei rifugiati che approdano alle nostre coste: non lasceranno traccia nella storia e i loro nomi, le loro attese, le loro paure si dissolveranno nel silenzio o, peggio, in quella tomba d’acqua che è il Mediterraneo. Come è noto, sono stati invece i Vangeli apocrifi , con le loro ricostruzioni fantasiose a immaginare un viaggio trionfale di Gesù, Maria e Giuseppe in quella terra straniera.
...

Memorie, comunque, ben lontane da quelle scarne parole dell’evangelista Matteo che presenta gli inizi della vita terrena del Signore all’insegna della povertà, della fuga, della sofferenza. La liturgia di questo Natale, con la voce instancabile di papa Francesco, si trasforma allora in un appello a ritrovare tra i volti spauriti dei profughi che vediamo scorrere sugli schermi televisivi anche quello del piccolo Gesù e quelli angosciati di Maria e Giuseppe, e a stendere le nostre mani per incrociarle con le loro.


La gentilezza nelle nostre parole per ricominciare di Dacia Maraini

La gentilezza nelle nostre parole per ricominciare 
di Dacia Maraini

Nell’equilibrato e umanissimo discorso di fine anno il presidente della Repubblica, colui che viene definito «il grigio Mattarella» — magari fossero così elegantemente grigi, di un grigiore che esprime serenità, onestà, gentilezza d’animo, i nostri politici — ha parlato di un veleno che si è infiltrato nelle vene della circolazione sanguigna del Paese e si è insinuato nei rapporti della comunità suscitando sospetto, astio, livore e intolleranza. È ingiusto dire che il terrorismo simbolicamente sta ottenendo quello che vuole? Radicalizzazione dei rapporti politici, spinta a destra dei partiti, stretta di tutte le conquiste democratiche in nome dell’antiterrorismo? È ingiusto sostenere che questi sentimenti hanno inasprito i rapporti fra le persone (basta dare uno sguardo alla rete e alla sua libertà di insulto), hanno avvilito e ridotto all’osso il senso della comunità, hanno generato sospetti verso l’altro e indifferenza verso il dolore altrui?

Il linguaggio esprime il pensiero collettivo, anche quando non ne è consapevole, il linguaggio disegna i rapporti. Non ci rendiamo neanche conto che stiamo usando sempre di più un linguaggio rabbioso e guerresco. Ma ricordiamoci che in guerra la realtà si impoverisce: ci sono solo i nemici da abbattere e gli amici da salvare. Amici che devono pensarla esattamente come noi, altrimenti diventano anche loro immediatamente nemici. Ma la cultura è complessa e problematica. La guerra invece semplifica, taglia, appiattisce, rifiuta le distinzioni, non ammette l’attenzione verso l’altro. La guerra affonda le sue radici nei più arcaici e semplici impulsi di sopravvivenza: uccidere o essere uccisi. Mentre la cultura cerca la comprensione del diverso, la consapevolezza, il senso di responsabilità, il perdono, la gioia di vivere e di amare, la giustizia e le regole di convivenza. Spesso il cambiamento di linguaggio precede un cambiamento di clima sociale e finisce per sfociare in una guerra vera, fatta di bombe, mitragliatrici, strazio e morte. Una forma di resistenza alla guerra annunciata può e deve iniziare proprio dal linguaggio. La riscoperta di parole come creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza. Non sono le parole della debolezza ma della vera forza, quella del pensiero complesso e dell’intelligenza sociale. Torniamo a parlare di idee e non solo di appartenenza. Torniamo a confrontarci sui progetti per il futuro, senza affidarci a quella triste pratica.
(fonte: Il Corriere della Sera)

martedì 3 gennaio 2017

La bestemmia più grande. Nella rivendicazione islamista della strage di Istanbul di Marina Corradi

La bestemmia più grande. 
Nella rivendicazione islamista della strage di Istanbul
di Marina Corradi


Nella rivendicazione islamista della strage di Istanbul Il «soldato del Califfato» – rivendicano – «li ha attaccati con bombe a mano e con un’arma automatica, cambiando la loro gioia in dolore, raccogliendo le anime di 150 persone, tra feriti e morti, come vendetta della religione di Dio». Le parole scelte dal Daesh per fare proprio l’attentato di Istanbul recitano le consuete cupe litanie. Ma c’è un inciso su cui viene da soffermarsi: «cambiando la loro gioia in dolore».

Colpisce questa sottolineatura, quasi che, prima che a una strategia terroristica, a un disegno distruttivo e sanguinario ma infine politico, la logica del Califfato rispondesse a un altro intento: cambiare la gioia in dolore, avventarsi sull’istante che allieta il 'nemico'. Quasi non bastasse colpire i civili, e nemmeno colpirli nella quotidianità, ma si volesse uccidere nell’ora della gioia. In sfregio alla gioia. Sia pure la effimera gioia di una festa di Capodanno, in cui gli uomini cercano di lasciarsi indietro, nei brindisi e nel rumore, pene e preoccupazioni. Sia pure la ingenua letizia di un mercatino di Natale, in quei giorni in cui da noi ci si affretta a comprare presepi e regali, e si torna, per un momento, bambini. Si intravede in filigrana, nell’ultima rivendicazione del Daesh, l’impronta che ha marcato il più sanguinoso degli attentati in Europa: Nizza, il Tir lanciato su una folla di madri e padri con i bambini per mano – bambini con negli occhi ancora gli splendenti fuochi di artificio del 14 luglio. Abbiamo cambiato la vostra gioia in dolore, la vostra letizia in pianto.

Che marchio maligno si avverte in queste parole, che odio alla vita. Sempre gli uomini si sono fatti la guerra e massacrati, ma il gusto di frantumare il nemico nel momento in cui, indifeso, gioisce, è una vetta acuminata di male. Dicono, quelli del Califfato, che l’ultima strage è «vendetta della religione di Dio». A noi viene in mente un passo del Libro della Sapienza: «Dio non ha creato la morte, e non gode per la rovina dei viventi». E dunque mai per noi il sangue può essere «vendetta» di Dio. La conseguenza di un antico oscuro male che ci segna, sì; ma vendetta di Dio, mai. Il Figlio del nostro Dio è colui che cambiò a Cana l’acqua in vino, perché la festa di nozze fosse più piena, e gli invitati attorno alla tavola più lieti. Il nostro Dio ama la vita, e anche la povera allegria che in questo mondo gli uomini, a fatica, riescono a celebrare.

Così come lieti volevano essere l’altra notte uomini e donne in una discoteca di Istanbul: la ragazzina israeliana 19 enne conquistata dal basso prezzo di un volo low cost, e la coppia in attesa di sposarsi. Mentre all’ingresso del locale, Hatice – guardia giurata e ragazza madre – faceva il suo turno, per mantenere il suo bambino di tre anni. Hatice, che forse non vedeva l’ora di deporre il fucile e tornare a casa, dove suo figlio dormiva – di stringerselo nel sonno, nella prima notte dell’anno. Invece, hanno «cambiato la loro gioia in dolore». Se ne vantano, con orgoglio, questi jihadisti. Ma attribuire la «vendetta» a Dio è, nel delirio del Califfato, la bestemmia più grande.
(fonte testo: Avvenire 03/01/2017)


Le banche da salvare e la povertà dimenticata di Chiara Saraceno


Le banche da salvare 
e la povertà dimenticata 
di Chiara Saraceno


Ci sono molte buone ragioni perché lo Stato intervenga a sostegno delle banche. Accanto alla protezione dei piccoli risparmiatori ingannati da impiegati senza scrupoli e soprattutto da amministratori non particolarmente competenti, occorre anche evitare un effetto domino sull'intero sistema creditizio italiano, con conseguenze devastanti sulla tenuta dell'economia del Paese. Anzi, come è stato osservato da più parti, nel caso Monte dei Paschi l'intervento è stato troppo tardivo e preceduto da decisioni pasticciate e inefficaci, che hanno fatto ulteriormente alzare il prezzo del salvataggio.

In questa vicenda rimane tuttavia lo sconcerto per l'enorme scarto che c'è tra i fondi stanziati per questo e precedenti salvataggi più o meno riusciti, uniti alla inefficacia dei controlli e alla incompetenza degli "esperti, e l'estrema riluttanza con cui si procede nel campo delle politiche sociali, che pure dovrebbero essere considerate una forma indispensabile di investimento (in capitale umano e sociale). Che si tratti di nidi per la prima infanzia, della diffusione delle scuole a tempo pieno soprattutto nelle aree più povere ove oggi sono quasi assenti, dei servizi per le persone non autosufficienti o del contrasto alla povertà, il refrain ripetuto è che ci sono le norme sull'austerity da rispettare e che i fondi necessari possono solo derivare da risparmi e tagli.

Sono la prima a dire che occorre eliminare gli sprechi e la frammentazione nelle politiche sociali, cui lo stesso governo Renzi ha contribuito con la sua politica dei bonus, non in nome del risparmio, ma dell'equità e dell'efficacia. Tuttavia razionalizzare non basta se le risorse di partenza sono inadeguate rispetto al bisogno. Non si può non segnalare l'enormità della differenza tra i 5 miliardi e rotti (sui 20 complessivi del fondo salva banche) destinati a salvaguardare circa quarantamila piccoli risparmiatori di Mps a fronte del miliardo circa stanziato in legge di Stabilità per l'istituzione di un Reddito di inclusione (Rei) per chi si trova in povertà assoluta, un settimo di quanto sarebbe necessario per portare sopra la soglia della povertà assoluta il milione e 582 mila famiglie (4 milioni e 598 mila persone) che attualmente ne sono al di sotto.
Se gli oltre 6,5 miliardi che il Tesoro dovrà probabilmente versare per il salvataggio di Mps si affiancassero alle altre misure dell'ultima Manovra approvata, diventerebbero la seconda "fetta" della legge di Bilancio per importanza (blu scuro). Entrerebbero alle spalle della disattivazione delle clausole di salvaguardia (che hanno pesato per 15 miliardi). Un quadro che rischia di proporsi nel 2017

L'esiguità delle risorse messe a disposizione a sua volta motiva l'introduzione di condizionalità talvolta assurde e controlli sui beneficiari ben lontani da quelli esercitati sui responsabili dei disastri bancari e non, i cui costi pure gravano sulla collettività. Con il risultato non solo di ledere la dignità dei beneficiari, ma di escludere molti che pure avrebbero bisogno di sostegno. È un rischio già visibile nell'antesignano del Rei, il Sia (Sostegno di inclusione attiva) che da settembre è stato esteso a tutti i Comuni. Non basta, infatti, accanto a una soglia di reddito più bassa della povertà assoluta, il requisito della presenza in famiglia di almeno un figlio minore, o di una donna incinta, che esclude in partenza, a parità di reddito, chi non presenta queste caratteristiche. Un complicato sistema di punteggi discrimina ulteriormente tra i potenziali beneficiari, per ridurre la quota degli "aventi diritto". Per altro, c'è il rischio che neppure questo embrione di reddito minimo per i poveri veda la luce, dato che la legge delega che dovrebbe istituire il Rei è stata approvata dalla Camera in luglio, ma è da allora in attesa di approvazione del Senato (che non l'ha ancora calendarizzata) e non è stato ancora predisposto il piano nazionale contro la povertà di cui il Rei è solo un - importante - tassello.

Non vi è, per ora, alcun segnale che governo e Parlamento abbiano tra le priorità quella di concludere l'iter che porterebbe finalmente l'Italia ad avere tra i propri strumenti di politica sociale un parziale sostegno al reddito per chi si trova in povertà. È una preoccupazione condivisa anche dall'Alleanza contro la povertà, che ha pubblicato un appello a Parlamento e governo perché l'instabilità politica non venga fatta pagare ai più poveri. Eppure, anche lasciando da parte le questioni di equità, lungi dall'essere spesa improduttiva, l'introduzione del Rei costituirebbe un investimento dagli effetti positivi sull'economia, dato che si tradurrebbe in aumento diretto dei consumi.

È anche, se non soprattutto, nella persistente presbiopia di governo e Parlamento a sfavore di chi è in difficoltà nella vita quotidiana che si annidano le cause sia del populismo sia della disaffezione per la partecipazione politica e del disinteresse per un bene comune che appare troppo spesso il privilegio di altri.
(fonte: La Repubblica)

lunedì 2 gennaio 2017

Papa Francesco scrive ai vescovi: Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto di essere uomini capaci di ascoltare... siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia... Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini

Pubblichiamo di seguito la Lettera che Papa Francesco ha scritto ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre 2016.
Il testo è stato pubblicato il 2 gennaio 2017 dalla Sala Stampa vaticana.


Caro fratello,
Oggi, giorno dei Santi Innocenti, mentre continuano a risuonare nei nostri cuori le parole dell’angelo ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore» ( Lc 2,10-11), sento il bisogno di scriverti. Ci fa bene ascoltare una volta ancora questo annuncio; ascoltare nuovamente che Dio è in mezzo al nostro popolo. Questa certezza che rinnoviamo anno per anno è fonte della nostra gioia e della nostra speranza.
In questi giorni possiamo sperimentare come la liturgia ci prende per mano e ci conduce al cuore del Natale, ci introduce nel Mistero e ci porta a poco a poco alla sorgente della gioia cristiana.
Come pastori siamo stati chiamati per aiutare a far crescere questa gioia in mezzo al nostro popolo. Ci è chiesto di prenderci cura di questa gioia. Desidero rinnovare con te l’invito a non lasciarci rubare questa gioia, dal momento che molte volte delusi – e non senza ragione – della realtà, della Chiesa, o anche delusi di noi stessi, sentiamo la tentazione di affezionarci a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce dei cuori (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium , 83).

Il Natale, nostro malgrado, viene accompagnato anche dal pianto. Gli evangelisti non si permisero di mascherare la realtà per renderla più credibile o appetibile. Non si permisero di realizzare un discorso “bello” ma irreale. Per loro il Natale non un era rifugio immaginario in cui nascondersi di fronte alle sfide e alle ingiustizie del loro tempo. Al contrario, ci annunciano anche la nascita del Figlio di Dio avvolta in una tragedia di dolore. Citando il profeta Geremia, l’evangelista Matteo lo presenta con grande crudezza: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli» (2,18). È il gemito di dolore delle madri che piangono la morte dei loro figli innocenti di fronte alla tirannia e alla sfrenata sete di potere di Erode.

Un gemito che anche oggi possiamo continuare ad ascoltare, che ci tocca l’anima e che non possiamo e non vogliamo ignorare né far tacere. Oggi tra la nostra gente, purtroppo – e lo scrivo con profondo dolore –, si ascolta ancora il lamento e il pianto di tante madri, di tante famiglie, per la morte dei loro figli, dei loro figli innocenti.

Contemplare il presepe è anche contemplare questo pianto, è anche imparare ad ascoltare ciò che accade intorno e avere un cuore sensibile e aperto al dolore del prossimo, specialmente quando si tratta di bambini, ed è anche essere capaci di riconoscere che ancora oggi si sta scrivendo questo triste capitolo della storia. Contemplare il presepio isolandolo dalla vita che lo circonda, sarebbe fare della Natività una bella favola che susciterebbe in noi buoni sentimenti ma ci priverebbe della forza creatrice della Buona Notizia che il Verbo Incarnato ci vuole donare. E la tentazione esiste.

È possibile vivere la gioia cristiana voltando le spalle a queste realtà? È possibile realizzare la gioia cristiana ignorando il gemito del fratello, dei bambini?
San Giuseppe è stato il primo chiamato a custodire la gioia della Salvezza. Davanti ai crimini atroci che stavano accadendo, san Giuseppe – esempio dell’uomo obbediente e fedele – fu capace di ascoltare la voce di Dio e la missione che il Padre gli affidava. E poiché seppe ascoltare la voce di Dio e si lasciò guidare dalla sua volontà, divenne più sensibile a ciò che lo circondava e seppe leggere gli avvenimenti con realismo.
Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto lo stesso, di essere uomini capaci di ascoltare e non essere sordi alla voce del Padre, e così poter essere più sensibili alla realtà che ci circonda. Oggi, tenendo come modello san Giuseppe, siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia. Siamo invitati a difenderla dagli Erode dei nostri giorni. E come san Giuseppe, abbiamo bisogno di coraggio per accettare questa realtà, per alzarci e prenderla tra le mani (cfr Mt 2,20). Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini. Un’innocenza spezzata sotto il peso del lavoro clandestino e schiavo, sotto il peso della prostituzione e dello sfruttamento. Innocenza distrutta dalle guerre e dall’emigrazione forzata con la perdita di tutto ciò che questo comporta. Migliaia di nostri bambini sono caduti nelle mani di banditi, di mafie, di mercanti di morte che l’unica cosa che fanno è fagocitare e sfruttare i loro bisogni.

A titolo di esempio, oggi 75 milioni di bambini – a causa delle emergenze e delle crisi prolungate – hanno dovuto interrompere la loro istruzione. Nel 2015, il 68% di tutte le persone oggetto di traffico sessuale nel mondo erano bambini. D’altra parte, un terzo dei bambini che hanno dovuto vivere fuori dei loro paesi lo ha fatto per spostamento forzato. Viviamo in un mondo dove quasi la metà dei bambini che muoiono sotto i 5 anni muore per malnutrizione. Nell’anno 2016 si calcola che 150 milioni di bambini hanno compiuto un lavoro minorile, molti di loro vivendo in condizioni di schiavitù. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’UNICEF, se la situazione mondiale non muta, nel 2030 saranno 167 milioni i bambini che vivranno in estrema povertà, 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno tra il 2016 e il 2030 e 60 milioni di bambini non frequenteranno la scuola primaria di base.

Ascoltiamo il pianto e il lamento di questi bambini; ascoltiamo anche il pianto e il lamento della nostra madre Chiesa, che piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare. Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e a nostra volta piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere. Anche la Chiesa piange con amarezza questo peccato dei suoi figli e chiede perdono. Oggi, ricordando il giorno dei Santi Innocenti, voglio che rinnoviamo tutto il nostro impegno affinché queste atrocità non accadano più tra di noi. Troviamo il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna “tolleranza zero” in questo ambito.

La gioia cristiana non è una gioia che si costruisce ai margini della realtà, ignorandola o facendo come se non esistesse. La gioia cristiana nasce da una chiamata – la stessa che ricevette san Giuseppe – a “prendere” e proteggere la vita, specialmente quella dei santi innocenti di oggi. Il Natale è un tempo che ci interpella a custodire la vita e aiutarla a nascere e crescere; a rinnovarci come pastori coraggiosi. Questo coraggio che genera dinamiche capaci di prendere coscienza della realtà che molti dei nostri bambini oggi stanno vivendo e lavorare per garantire loro le condizioni necessarie perché la loro dignità di figli di Dio sia non solo rispettata, ma soprattutto difesa.
Non lasciamo che rubino loro la gioia. Non ci lasciamo rubare la gioia, custodiamola e aiutiamola a crescere.

Facciamo questo con la stessa fedeltà paterna di san Giuseppe e tenuti per mano da Maria, la Madre della tenerezza, perché non ci si indurisca il cuore.

Con fraterno affetto,
FRANCESCO


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - Maria Santissima Madre di Dio - 01/01/2017

Omelia p. Alberto Neglia

- Maria Santissima Madre di Dio -
L Giornata mondiale della Pace
01/01/2017


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Questa è la nostra missione di credenti, se davvero facciamo l'esperienza di Gesù, lo incontriamo, ci lasciamo animare da Lui, lasciamo che la nostra vita sia illuminata dalla sua presenza, poi siamo chiamati a diventare messaggeri per i fratelli, ma non con le chiacchiere, non c'è bisogno di dire tante parole... con la vita! Se facciamo delle scelte di nonviolenza è la nostra vita che parla, che canta, che annuncia, se viviamo onestamente, correttamente e costruiamo sentieri, momenti di pace, di attenzione agli altri, di dialogo, è la nostra vita che parla...
Sia questo il nostro impegno all'inizio di quest'anno, accogliamo quest'augurio di Dio, di benedizione, di volto che risplende, di presenza di Gesù che ci fa crescere come figli... e se lo accogliamo, aiutati, accompagnati da Maria, che è madre di Dio e anche madre nostra, diventiamo come i pastori, capaci con la nostra vita di raccontare la bellezza di questo incontro che ha cambiato la nostra esistenza.

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"L’anno sarà buono nella misura in cui ognuno di noi, con l’aiuto di Dio, cercherà di fare il bene giorno per giorno" Papa Francesco Angelus 01/01/2017 (testo e video)

"L’anno sarà buono nella misura in cui ognuno di noi, 
con l’aiuto di Dio, cercherà di fare il bene giorno per giorno" 
Papa Francesco 

Angelus

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
L GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

Piazza San Pietro
Domenica, 1° gennaio 2017



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nei giorni scorsi abbiamo posato il nostro sguardo adorante sul Figlio di Dio, nato a Betlemme; oggi, solennità di Maria Santissima Madre di Dio, rivolgiamo gli occhi alla Madre, ma cogliendo l’una e l’altro nel loro stretto legame. Questo legame non si esaurisce nel fatto di aver generato e nell’essere stato generato; Gesù è «nato da donna» (Gal 4,4) per una missione di salvezza e sua madre non è esclusa da tale missione, anzi, vi è associata intimamente. Maria è consapevole di questo, pertanto non si chiude a considerare solo il suo rapporto materno con Gesù, ma rimane aperta e premurosa verso tutti gli avvenimenti che accadono attorno a Lui: conserva e medita, scruta e approfondisce, come ci ricorda il Vangelo di oggi (cfr Lc 2,19). Ha già detto il suo “sì” e dato la sua disponibilità ad essere coinvolta nell’attuazione del piano di salvezza di Dio, che «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53). Ora, silenziosa e attenta, cerca di comprendere che cosa Dio vuole da lei giorno per giorno.

La visita dei pastori le offre l’occasione per cogliere qualche elemento della volontà di Dio che si manifesta nella presenza di queste persone umili e povere. L’evangelista Luca ci racconta la visita dei pastori alla grotta con un susseguirsi incalzante di verbi che esprimono movimento. Dice così: essi vanno senza indugio, trovano il Bambino con Maria e Giuseppe, lo vedono, riferiscono ciò che di Lui era stato detto loro, e infine glorificano Dio (cfr Lc 2,16-20). Maria segue attentamente questo passaggio, cosa dicono i pastori, cosa è successo loro, perché già scorge in esso il movimento di salvezza che scaturirà dall’opera di Gesù, e si adegua, pronta ad ogni richiesta del Signore. Dio chiede a Maria non solo di essere la madre del suo Figlio unigenito, ma anche cooperare con il Figlio e per il Figlio al piano di salvezza, affinché in lei, umile serva, si compiano le grandi opere della misericordia divina.

Ed ecco che, mentre, come i pastori, contempliamo l’icona del Bambino in braccio a sua Madre, sentiamo crescere nel nostro cuore un senso di immensa riconoscenza verso Colei che ha dato al mondo il Salvatore. Per questo, nel primo giorno di un nuovo anno, le diciamo:

Grazie, o Santa Madre del Figlio di Dio Gesù, Santa Madre di Dio!
Grazie per la tua umiltà che ha attirato lo sguardo di Dio;
grazie per la fede con cui hai accolto la sua Parola;
grazie per il coraggio con cui hai detto “eccomi”,
dimentica di te, affascinata dall’Amore Santo,
fatta un tutt’uno con la sua speranza.
Grazie, o Santa Madre di Dio!
Prega per noi, pellegrini nel tempo;
aiutaci a camminare sulla via della pace.
Amen.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle, buon anno!

E l’anno sarà buono nella misura in cui ognuno di noi, con l’aiuto di Dio, cercherà di fare il bene giorno per giorno. Così si costruisce la pace, dicendo “no” – con i fatti – all’odio e alla violenza e “sì” alla fraternità e alla riconciliazione. 50 anni or sono, il beato Papa Paolo VI iniziò a celebrare in questa data la Giornata Mondiale della Pace, per rafforzare l’impegno comune di costruire un mondo pacifico e fraterno. Nel Messaggio di quest’anno ho proposto di assumere la nonviolenza come stile per una politica di pace.

Purtroppo, la violenza ha colpito anche in questa notte di auguri e di speranza. Addolorato, esprimo la mia vicinanza al popolo turco, prego per le numerose vittime e per i feriti e per tutta la Nazione in lutto, e chiedo al Signore di sostenere tutti gli uomini di buona volontà che si rimboccano coraggiosamente le maniche per affrontare la piaga del terrorismo e questa macchia di sangue che avvolge il mondo con un’ombra di paura e di smarrimento.

Desidero ringraziare il Presidente della Repubblica Italiana per le espressioni augurali che mi ha rivolto ieri sera, durante il suo Messaggio alla Nazione. Ricambio di cuore, invocando la benedizione del Signore sul popolo italiano affinché, con il contributo responsabile e solidale di tutti, possa guardare il futuro con fiducia e speranza.

Saluto tutti voi qui presenti, le famiglie, le associazioni, i gruppi di giovani, augurando un felice e sereno anno nuovo. Esprimo la mia riconoscenza per tante iniziative di preghiera e di impegno per la pace che si svolgono in ogni parte del mondo. Ricordo in particolare la marcia nazionale di ieri sera a Bologna, promossa da CEI, Caritas, Azione Cattolica e Pax Christi, con il sostegno della Diocesi e del Comune di Bologna.

Saluto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. Grazie per la vostra presenza e la vostra testimonianza!

E a tutti auguro un anno di pace nella grazia del Signore e con la protezione materna di Maria, Madre di Dio.

Buona festa e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 1 gennaio 2017

"ESSERE AUGURI. Anziché fare gli auguri di buon anno e poi restare delusi, proviamo a essere auguri per gli altri" di Alberto Maggi

ESSERE AUGURI
Anziché fare gli auguri di buon anno 
e poi restare delusi, 
proviamo a essere auguri per gli altri"
 di Alberto Maggi,
frate dell’Ordine dei Servi di Maria






È ben strano il destino che attende il nuovo anno, da sempre tanto atteso, tanto desiderato, tanto festeggiato. Viene raffigurato come un bebè, portatore di cose buone, ed è accolto con tanta gioia, ma poi, per qualche misterioso maleficio, in poco più di trecento giorni il tenero pargoletto si trasforma in un decrepito vecchio, del quale non si vede l’ora di sbarazzarsene, cacciato via con risentimento, per non aver portato la felicità così attesa e sperata. Le frasi più ricorrenti nell’approssimarsi della fine dell’anno ben esprimono questo stato d’animo: “Tirasse via a passare quest’anno…”, oppure: “E speriamo che il nuovo anno sia migliore di questo…”.

E questo accade ogni fine d’anno. Non si vede l’ora che l’anno termini, proiettando nel nuovo arrivato tutti quei desideri frustrati che non si sono realizzati nell’anno vecchio, caricando il nuovo che viene con tante illusioni che non tarderanno a tramutarsi in cocenti delusioni. E gli auguri fatti e quelli ricevuti, vengono spazzati via, dimenticati, lasciando in bocca un amaro disincanto, in attesa di un nuovo anno nel quale riporre nuovamente le aspettative di sempre.

Forse per non restare ogni volta delusi, bisognerebbe cambiare la prospettiva, e anziché fare gli auguri, essere auguri, farsi augurio per gli altri, non chiedendo cosa l’anno nuovo possa donare, ma impegnandosi a portare qualcosa per renderlo più bello, più umano, come insegna il Nuovo Testamento, per il quale la felicità non è un’utopia, una chimera sempre rincorsa e mai raggiunta, ma una possibilità concreta alla portata di tutti. Infatti la felicità, per Gesù, non consiste in quel che si riceve, ma in quel che si è capaci di donare: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Se la felicità dipende da quel che si riceve, si rischia di consumare l’esistenza sempre amareggiati, perché gli altri non hanno saputo rispondere ai bisogni, ai desideri per i quali si è atteso invano una risposta. Ma se la felicità consiste invece in quel che si dona, questa può essere possibile, immediata e piena; anzi, più si dà e più si è felici, perché il Padre non si lascia vincere in generosità, e regala vita a chi dona amore (“Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più”, Mc 4,24; Lc 12,31).

Essere un augurio per gli altri significa fare della generosità il distintivo che rende riconoscibili. Chi è capace di offrire che quel che è e ciò che ha, in maniera abituale, possiede la vita in pienezza, e per questo ne può fare dono. Come il Cristo risuscitato, che ogni volta che si manifesta ai suoi discepoli dice loro: “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26). Il suo non è un augurio (“La pace sia con voi”), ma un dono. La pace può essere un dono solo quando è espressione di tutta la vita della persona, altrimenti è solo un suono (“Ognuno parla di pace con il prossimo, ma nell’intimo gli ordisce un tranello”, Ger 9,8). Chi dona pace non solo comunica gioia, ma arricchisce la propria (“Perché la nostra gioia sia perfetta”, 1 Gv 1,4).

La pace, l’ebraico shalòm, nel mondo semitico ha un significato molto più ampio di quello conosciuto in Occidente, infatti include tutto quel che di buono e bello rende appagata la persona, dalla pienezza di salute all’amore, dal lavoro al benessere: la felicità. Per questo in quella cultura il saluto augurale, non era (e non è) mai espresso solo verbalmente, ma sempre accompagnato da un dono, che può essere un dolce, una bevanda, un frutto, per contribuire alla felicità e alla gioia di chi riceve il saluto. Per questo quando Gesù dona pace, regala felicità, e quel che aveva promesso non rimane un augurio, ma diventa realtà, affinché “la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11; 16,24). I vangeli invitano a essere portatori di questa pace (“In qualunque casa entriate, prima di tutto dite: ‘Pace a questa casa!’”, Lc 10,5) affinché questa raggiunga tutti gli uomini: “E sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14).
(Fonte: Il Libraio)

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.6/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 2,16-21












Così come fece Maria (1,39) anche i pastori si mettono in cammino 'in fretta' obbedendo all'invito dell'Angelo. Disprezzati e rifiutati dalla società religiosa del loro tempo, ritenuti peccatori insalvabili, causa prima insieme a pubblicani e prostitute del ritardato avvento del Regno, diventano modelli di fede, ascoltatori e annunciatori del messaggio che è stato loro dato, simboli della Chiesa nascente. Hanno accolto la Parola, vi hanno creduto, hanno contemplato e adesso a loro volta la proclamano. 
Come Maria, a noi non rimane che accogliere stupiti il loro annuncio serbandolo nel nostro cuore come tesoro prezioso, meditandolo e confrontandolo  "in una crescita continua che fa germinare la Parola". Perché la contemplazione e la comprensione che abbiamo del Signore avverrà unicamente attraverso il continuo ascolto del suo Vangelo. Solo così la nostra Teshuvà, il nostro ritorno, la nostra conversione - a noi stessi, alla Parola e al Padre - avrà il sapore dell'autenticità. Lasciamoci perciò condurre dalla Parola del Signore, perché "dove è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore"(12,34).