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giovedì 25 agosto 2016

«Lasciamoci commuovere con Gesù» Papa Francesco Udienza 24/08/2016 (foto, testo e video)

 UDIENZA GENERALE 
 Piazza San Pietro 
 24 agosto 2016 

Papa Francesco ha effettuato come sempre il suo giro in piazza San Pietro per salutare i fedeli in attesa baciando e accarezzando tanti bambini.





Al momento di pronunciare la catechesi inaspettatamente perché non era mai accaduto che il Papa annunciasse ai fedeli e ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro, in Vaticano, per l'Udienza generale del mercoledì, di aver deciso di rinviare la lettura della sua allocuzione per la prossima settimana.
Papa Francesco ha spiegato questa decisione ricordando, con dolore e partecipazione, le gravi conseguenze dei terremoti che hanno colpito poche ore fa, dalle 3.35 della notte, ampie zone dell'Italia centrale, lasciando morti, feriti, persone ancora sotto le macerie e ingenti devastazioni materiali.
Guarda il video

L'annuncio della decisione del Santo Padre è stato proposto in diverse lingue.
Poi il Papa ha voluto presiedere la recita dei Misteri dolorosi del Santo Rosario.

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Avevo preparato la catechesi di oggi, come per tutti i mercoledì di questo Anno della Misericordia, sull’argomento della vicinanza di Gesù, ma dinanzi alla notizia del terremoto che ha colpito l’Italia centrale, devastando intere zone e lasciando morti e feriti, non posso non esprimere il mio grande dolore e la mia vicinanza a tutte le persone presenti nei luoghi colpiti dalle scosse, a tutte le persone che hanno perso i loro cari e a quelle che ancora si sentono scosse dalla paura e dal terrore. Sentire il Sindaco di Amatrice dire: “Il paese non c’è più”, e sapere che tra i morti ci sono anche bambini, mi commuove davvero tanto.

E per questo voglio assicurare a tutte queste persone - nei pressi di Accumoli, Amatrice e altrove, nella Diocesi di Rieti e di Ascoli Piceno e in tutto il Lazio, nell’Umbria, nelle Marche - la preghiera e dire loro di essere sicure della carezza e dell’abbraccio di tutta la Chiesa che in questo momento desidera stringervi con il suo amore materno, anche del nostro abbraccio, qui, in piazza.

Nel ringraziare tutti i volontari e gli operatori della protezione civile che stanno soccorrendo queste popolazioni, vi chiedo di unirvi a me nella preghiera affinché il Signore Gesù, che si è sempre commosso dinanzi al dolore umano, consoli questi cuori addolorati e doni loro la pace per l’intercessione della Beata Vergine Maria.

Lasciamoci commuovere con Gesù.

Dunque rimandiamo alla prossima settimana la catechesi di questo mercoledì. E vi invito a recitare con me una parte del Santo Rosario: “Misteri dolorosi”.


Saluti:

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APPELLO PER L’UCRAINA

In queste ultime settimane, gli Osservatori internazionali hanno espresso preoccupazione per il peggioramento della situazione nell’Ucraina orientale. Oggi, mentre quella cara Nazione celebra la sua festa nazionale, che coincide quest’anno con il 25° anniversario dell’indipendenza, assicuro la mia preghiera per la pace e rinnovo il mio appello a tutte le parti coinvolte e alle istanze internazionali affinché rafforzino le iniziative per risolvere il conflitto, rilasciare gli ostaggi e rispondere all’emergenza umanitaria.

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Dò il benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!
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Rivolgo infine un pensiero ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi è la festa dell’Apostolo San Bartolomeo. Cari giovani, imparate da lui che la vera forza è l’umiltà; cari ammalati, non stancatevi di chiedere nella preghiera l’aiuto del Signore; e voi, cari sposi novelli, gareggiate nello stimarvi e aiutarvi a vicenda.

Guarda il video integrale


Piccoli gesti di solidarietà dal grande valore simbolico. #terremoto #solidarietà #rifugiati

Terremoto, i rifugiati donano il pocket money per le persone sfollate

L’iniziativa è nata da un gruppo di migranti ospitati in un centro Sprar di Gioiosa Ionica (Reggio Calabria). “Un piccolo gesto simbolico di solidarietà da parte di chi si è sentito accolto in Italia e ora vuole ricambiare”

Un piccolo gesto di solidarietà dal grande valore simbolico. I rifugiati e richiedenti asilo ospiti in un centro Sprar di Gioiosa Ionica (in provincia di Reggio Calabria), gestito dalla Rete dei Comuni Solidali, hanno deciso di donare il loro pocket money in favore delle popolazioni colpite dal violento terremoto, che questa notte ha devastato il centro Italia. In tutto si tratta di 75 persone, beneficiarie dell’accoglienza, che rinunceranno alla somma loro garantita (di circa 2,5 euro al giorno) per fare una donazione agli sfollati dei comuni di Accumoli, Amatrice e Pescara del Tronto. “Stiamo cercando di capire come aiutarli a fare il versamento – spiega Giovanni Maiolo, coordinatore del progetto Sprar di Gioiosa Ionica -. Questo è un piccolo ma rilevante gesto di aiuto tra popoli, da parte di chi si è sentito accolto in Italia e vuole in qualche modo ricambiare la solidarietà”.
(fonte: Redattore Sociale)

Davanti a tragedie come quella che sta mettendo in ginocchio i comuni di Amatrice, Accumoli, Pescara del Tronto e Arquata del Tronto vengono portate alla luce, oltre ai superstiti, anche storie di profonda solidarietà.
A prestare il proprio soccorso ai vigili del fuoco e agli operatori del 118 che in queste ore stanno tentando di estrarre vive dalla macerie più persone possibili ci saranno infatti anche dei richiedenti asilo, che vogliono mostrare così la loro gratitudine verso la terra che li ospita.
Come riportato ai microfoni di Rai News 24 da Paolo Bernabucci, venti ragazzi - attualmente residenti nel GUS (Gruppo Umana Solidarietà) di Monteprandone (nella Marche) e in attesa che la loro richiesta di asilo venga approvata - sono partiti nella tarda mattinata per raggiungere Amandola, uno dei centri abitati colpiti dal sisma di stanotte.
I 20 ragazzi sono in prevalenza di origine nordafricana e si sono offerti come volontari, chiedendo il permesso di partire proprio a Bernabucci, responsabile del centro. "Sono stati i richiedenti asilo a chiedere di poter dare una mano in questo momento tragico per la regione Marche che li ospita".
I profughi presteranno il loro soccorso alla Protezione Civile di Amandola, paese che dista 60 chilometri Monteprandone. Amandola, pur non riportando i gravissimi danni di Amatrice, Arquata, Accumoli e Pescara del Tronto, ha comunque subito diversi crolli e l'evacuazione della locale struttura ospedaliera.


"Seppellire i morti" di Enzo Bianchi


Seppellire i morti 
di Enzo Bianchi



È significativo che nel Credo, la professione di fede cristiana, si ricordi che Gesù “morì e fu sepolto” (cf. 1Cor 15,3-4), dove questa seconda parte non indica solo un evento puntuale, conseguenza della morte, ma anche una precisa azione compiuta da alcuni discepoli di Gesù (cf. Mc 15,46-47 e par.; Gv 19,40-42): egli non solo raggiunse la terra, nell’antro di una grotta, ma “fu sepolto”. I vangeli attestano che anche Giovanni il Battista, una volta decapitato, fu posto in un sepolcro dai suoi discepoli (cf. Mc 6,29; Mt 14,12).

In verità tutta la Bibbia dedica molta attenzione al seppellimento e alla tomba...
Rincresce che i cristiani abbiano accettato con tanta facilità, per ragioni di spazio (che manca, si dice) ed economiche (costa meno), la cremazione del corpo e spesso pratichino la dispersione delle ceneri del defunto in fiumi, mari, boschi… Sono forse senza colpa quanti, ignoranti e inconsapevoli, finiscono per dare ai loro cari la sorte degli empi. Ma va detto con chiarezza: a partire da Abramo i credenti, a causa della loro fede nell’umano che ha vissuto in un corpo (corpo che l’uomo non solo ha, ma è!) e nella resurrezione, devono dare sepoltura ai morti e conservarne un memoriale attraverso la tomba. D’altronde, la paleontologia ci avverte sul fatto che il seppellire i morti segna una svolta nell’evoluzione. I primi umani si distinguono dagli animali proprio a causa del loro dare sepoltura ai morti: non li lasciano abbandonati alle intemperie, preda degli animali, ma li collocano in luoghi appartati, ne ricompongono il cadavere dandogli una posizione significativa e presto li venerano, li onorano con doni, cose preziose e anche cibi, quasi a esprimere il loro desiderio che vivano ancora.

La sapienza di Israele chiede: “Il tuo amore (cháris) si estenda a ogni vivente, ma anche al morto non negare il tuo amore (cháris)” (Sir 7,33); e ancora: “Figlio, versa lacrime sul morto, e come uno che soffre profondamente inizia il lamento; poi seppelliscine il corpo secondo le sue volontà e non trascurare la sua tomba” (Sir 38,16). Ispiratore della settima e ultima azione di misericordia corporale (aggiunta alle sei indicate in Mt 25,31-46) è certamente il libro biblico di Tobia, nel quale la sepoltura degli uccisi dalla violenza degli Assiri è presentata come azione gradita a Dio quanto la preghiera innalzata a lui (cf. Tb 1,17-19; 2,1-8; 12,12). Nel Nuovo Testamento il seppellimento e la tomba sono anche espressione della fede nella resurrezione della carne, dei corpi dei credenti, oltre che onore e segno d’amore verso chi ha compiuto l’esodo da questa vita al Padre. Accompagnare il morto fino alla tomba è deporlo là dove, seppur andando in corruzione e ritornando a essere terra, ascolterà la voce del Signore che lo richiamerà alla vita eterna (cf. Gv 5,25.28-29) e lo farà rivivere non come cadavere rianimato, non come terra ritornata a essere cenere, ma come corpo animato dalla vita dello Spirito santo, vita eterna donata da Dio agli umani da lui creati e voluti quali figli. È noto che le catacombe, luogo sotterraneo in cui i primi cristiani seppellivano i loro morti, erano anche luogo di preghiera e di celebrazione eucaristica, luogo di venerazione dei corpi o di ciò che restava (le reliquie) dei martiri, testimoni di Cristo fino al sangue, al dono della vita.

In tali pratiche era all’opera la fede biblica, ma anche, soprattutto nel Mediterraneo, la pietas che prevedeva attenzione e riti particolari nei confronti dei morti. Si pensi, per esempio, ad Antigone, l’eroina che contesta il potere e le leggi vigenti, in nome di “leggi non scritte e non mutabili” (Sofocle, Antigone 454-455): in tutta la cultura greco-romana la sua figura è esemplare per la misericordia usata verso chi è nostro fratello in umanità, qualunque colpa abbia commesso. Di fronte all’evento della separazione noi umani vogliamo affermare la forza della comunione vissuta e, sfidando la morte, osiamo sperare che tale comunione sarà ritrovata, perché non può andare perduta. Ciò che dà valore all’aver vissuto – lo sappiamo bene – è l’amore, la comunione: se questi fossero perduti per sempre, che senso avrebbe la vita? Ecco ciò che ispira l’azione del seppellire i morti, del porre un segno nello spazio, anche nel piccolo spazio della tomba, che una persona ha vissuto tra noi e che nella tomba vi sono i suoi resti; è un luogo che ce la ricorda, che diventa un tramite per continuare a dirle il nostro amore, la nostra cura, la nostra volontà che il legame continui, sebbene in forma diversa.

Non posso scrivere di quest’opera di misericordia corporale senza manifestare ciò che mi abita per le esperienze vissute in prima persona nell’infanzia, nella giovinezza e ancora oggi. Cosa significava, soprattutto un tempo, seppellire un morto? Innanzitutto il morto era uno che era stato da noi accompagnato fino alla sua fine. Se la morte non giungeva improvvisa (“A subitanea et improvisa morte libera nos, Domine”, si pregava nelle litanie), si aveva cura del malato per alleviargli il dolore e perché non si sentisse solo e abbandonato. Chi era legato al morente da parentela o affetto, mostrava proprio nell’accompagnarlo verso la morte la qualità di tale relazione. Si trovava il tempo necessario, non si abbandonava il malato ai medici e all’ospedale, e anche la chiesa aveva la possibilità di farsi “traghettatrice” tra questo mondo e il Regno. Vi erano preti in numero sufficiente ...

Dopo la morte, il seppellimento: lo si sa ancora fare oppure si chiamano gli addetti specializzati a compiere azioni che addirittura ci ripugnano, tanto ormai abbiamo rimosso e negato la morte? Il morto va lavato, prima dell’irrigidimento cadaverico, va rivestito in modo che risplenda la sua dignità, va composto in una postura che gli dia onore e lo renda il più possibile eloquente, come è stato in vita. Anche in questo noi umani ci distinguiamo dagli animali, che non seppelliscono i loro morti. I riti che abbiamo elaborato hanno un profondo significato per noi che restiamo e per le generazioni dopo di noi, che dovranno anch’esse imparare a morire e a seppellire i morti. Purtroppo oggi molte morti sono anonime, i parenti stessi non sanno né vogliono più fare il lutto, né affrontare ciò che è necessario per seppellire i loro cari. Tutto è demandato alle imprese di pompe funebri, affinché dispongano loro ciò che noi non sappiamo fare, privandoci di esperienze che sarebbero utili e fonte di insegnamento, nonché di relazioni sociali. Così anche i nostri morti non sono più il nostro prossimo e il rapporto con loro è lasciato in mano ad altri…

Al contrario, non posso dimenticare che, quando ero piccolo, dopo aver accompagnato il morto in chiesa e poi al cimitero, tornati a casa si celebrava con un pranzo la comunione che il morto aveva vissuto con tutti quelli che erano a tavola insieme. Il pasto era preparato non dalla famiglia del defunto, che non ne aveva il tempo, ma dagli amici, che contribuivano ciascuno con una portata. Che comunione umana, che celebrazione, che ringraziamento! La morte era un’occasione di rinnovamento degli affetti e della comunione: a tavola si ricordava il morto, narrando gli uni agli altri l’affetto che si era vissuto con lui, a volte anche tutti insieme, come suoi amici.

Tornando all’oggi, va detto che, oltre alle imprese funebri, le altre azioni verso il morto sono delegate alla chiesa oppure, sempre più, ad agenzie incaricate di apprestare camere ardenti, di predisporre musiche, di organizzare un rito che preveda interventi e parole di parenti o amici, non secondo una forma che scaturisca dalla vita (come nei riti religiosi tradizionali), ma secondo un copione mutuato da film o fiction…

Va riconosciuto che, tra tutte le azioni di misericordia corporale, la sepoltura dei morti è quella di cui meno ci si preoccupa; anzi, oggi è diventata quasi impossibile da viversi con consapevolezza e sentimenti umani. La compassione, la misericordia anche verso i morti appartengono a quelle “leggi non scritte e non mutabili” che emergono, o dovrebbero emergere, dal cuore di ogni persona e che richiedono per chi muore un luogo, il cimitero, in cui si dorme e si riposa; in cui, per la fede cristiana, c’è il segno di una vita che non può andare perduta e che al di là della morte riceve una nuova forma, quella della vita eterna. Dal modo di seppellire i morti si misura il livello di umanizzazione di una società o di una generazione umana, come affermava già Pericle. E quando così non avviene, ecco apparire le fosse comuni delle stragi e dei genocidi, le tombe violate dal fanatismo razzista, i corpi abbandonati perché non c’è più umanità. Sì, il modo in cui si muore e in cui si seppelliscono i morti dicono la qualità umana di una società e anche la qualità della fede nella resurrezione della carne.

Infine, non si dimentichi che anche questa azione di misericordia corporale causa un grande bene a chi la compie: lo porta a riflettere sull’interrogativo della morte, su ciò che la morte è come enigma/mistero per ciascuno; a misurare il proprio limite; a discernere ciò che è essenziale alla vita; a riflettere su cosa sono gli altri per noi; a misurare se il nostro amore dura finché l’altro ci è utile oppure se resta anche quando l’altro non c’è più. La fede cristiana ci rivela che, con il battesimo, siamo stati con-morti con Cristo e siamo stati con-sepolti con lui, per rinascere con lui nella resurrezione (cf.Rm 6,3-5; Col 2,12). Siamo dunque stati con-sepolti con Cristo, e praticare questa azione verso gli altri è dire “amen” al nostro cammino insieme a Gesù verso il Padre, Dio.

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mercoledì 24 agosto 2016

“Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto” (1 Re, 19)

“Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto” (1 Re, 19)
di Luigino Bruni

Quel campanile della chiesa di Amatrice che segna le 3.36, è un’immagine forte per dire che cosa è accaduto questa notte.

Quel minuto è stato l’ultimo minuto per le tante vittime, sarà un minuto ricordato per sempre perché inciso nella carne e nel cuore dei loro famigliari, e sarà ricordato dal nostro Paese, la cui storia recente è anche una serie di orologi fermati per sempre dalla violenza degli uomini o da quella della terra.

Anch’io lo ricorderò per sempre, perché questo urlo della terra ha raggiunto anche la casa dei miei genitori di Roccafluvione, a una ventina di km da Arquata del Tronto, dove mi trovavo per visitarli.

Una lunga notte di paura, di dolore, di pensieri per Amatrice, Arquata, Accumuli, paesi della mia infanzia, vicino ai paesi dei miei nonni, borghi dove nelle estati accompagnavo mio padre che lì lavorava come venditore ambulante di polli.

E poi ancora pensieri, pensieri che non facciamo mai, perché si possono fare solo nelle notti tremende.

Pensavo che quel tempo misurato fino alle 3.36 dall’orologio del campanile, che era lì bloccato, morto, era solo una dimensione del tempo, quella che i greci chiamavano kronos, ma che era solo la superficie, il suolo del tempo.

Nel mondo c’è il nostro tempo gestito, addomesticato, costruito, usato per vivere.

Ma al di sotto c’è un altro tempo: è il tempo della terra. Questo tempo non-umano, a volte dis-umano, comanda il tempo degli uomini, delle mamme, dei bambini.

E pensavo che non siamo noi i padroni di questo tempo altro, più profondo, abissale, primitivo, che non segue il nostro passo, a volte è contro i passi di chi gli cammina sopra.

E quando queste notti tremende avvertiamo quel tempo diverso sul quale noi camminiamo e costruiamo la nostra casa, nasce tutta nuova la certezza di essere “erba del campo”, bagnata e nutrita dal cielo, ma anche inghiottita dalla terra.

La terra, quella vera e non quella romantica e ingenua delle ideologie, è assieme madre e matrigna.

L’humus genera l’homo ma lo fa anche tornare polvere, a volte bene e nel momento propizio, ma altre volte male, troppo presto, con troppo dolore.

L’umanesimo biblico lo sa molto bene, e per questo ha lottato molto contro i culti pagani dei popoli vicini che volevano fare della terra e della natura una divinità: la forza della terra ha sempre affascinato gli uomini che hanno cercato di comprarla con magia e sacrifici.

E così, mentre cercavo, invano, di riprendere sonno, pensavo ai libri tremendi di Giobbe e di Qohelet, che si capiscono forse durante queste notti. Quei libri ci dicono che nessun Dio, nemmeno quello vero, può controllare la terra, perché anche Lui, una volta che entra nella storia umana, è vittima della misteriosa libertà della sua creazione.

Neanche Dio può spiegarci perché i bambini muoiono schiacciati dalle antiche pietre dei nostri paesi, e non può spiegarcelo perché non lo sa, perché se lo sapesse sarebbe un idolo mostruoso.

Dio, che oggi guarda la terra delle tre A (Arquata, Accumuli, Amatrice), può solo farsi le stesse nostre domande: può gridare, tacere, piangere insieme a noi.

E magari ricordarci con le parole della Bibbia che tutto è vanità delle vanità: tutto è vapore, soffio, vento, nebbia, spreco, nulla, effimero.

Vanità in ebraico si scrive hebel, la stessa parola di Abele, il fratello ucciso da Caino. Tutto è vanità, tutto è un infinito Abele: il mondo è pieno di vittime.

Questo lo possiamo sapere. Lo sappiamo, lo dimentichiamo troppo spesso. Queste notti e questi giorni tremendi ce lo fanno ricordare.
(fonte: Città Nuova)


Terremoto: Cei dispone l’immediato stanziamento di 1 milione di euro. Colletta nazionale il 18 settembre



In conseguenza al sisma che questa mattina ha colpito il centro Italia, la Presidenza della Cei dispone l’immediato stanziamento di 1 milione di euro dai fondi dell’otto per mille per far fronte alle prime urgenze e ai bisogni essenziali. Ne dà notizia l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei: “La Chiesa che è in Italia si raccoglie in preghiera per tutte le vittime ed esprime fraterna vicinanza alle popolazioni coinvolte in questo drammatico evento. Le diocesi, la rete delle parrocchie, degli istituti religiosi e delle aggregazioni laicali sono invitate ad alleviare le difficili condizioni in cui le persone sono costrette a vivere”. A tale scopo, la Presidenza della Cei indice una colletta nazionale, da tenersi in tutte le Chiese italiane il 18 settembre 2016, in concomitanza con il 26° Congresso eucaristico nazionale, come frutto della carità che da esso deriva e di partecipazione di tutti ai bisogni concreti delle popolazioni colpite.

Le offerte raccolte dovranno essere inviate con sollecitudine a Caritas Italiana, Via Aurelia 796 – 00165 Roma, utilizzando il conto corrente postale n. 347013 o mediante bonifico bancario su Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113 specificando nella causale “Colletta terremoto centro Italia”. 

Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui:

– on line (sul sito www.caritas.it)

– Banca Prossima, piazza della Libertà 13, Roma – Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474

– Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013

– UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

Dopo la tragedia che ha colpito nella notte il Centro Italia, quella di Papa Francesco non poteva essere un’udienza come tutte le altre. Infatti, il Santo Padre, visibilmente commosso, ha deciso di sospendere la catechesi che aveva preparato, ed ha invitato tutti a recitare con lui una parte del Santo Rosario per le vittime e per tutti coloro che sono stati colpiti dal terremoto. 

Guarda un estratto video dell'intervento di Papa Francesco

di seguito il testo integrale...

“Avevo preparato la catechesi di oggi, come per tutti i mercoledì di questo anno della misericordia, sull'argomento della vicinanza di Gesù, ma dinanzi alla notizia del terremoto che ha colpito il centro d'Italia devastando intere zone e lasciando morti e feriti, non posso non esprimere il mio grande dolore e la mia vicinanza a tutte le persone presenti nei luoghi colpiti dalle scosse, a tutte le persone che hanno perso i loro cari e a quelle che ancora si sentono scosse dalla paura e dal terrore.
Sentire il sindaco di Amatrice dire "il paese non c'è più" e sapere che tra i morti ci sono anche i bambini mi commuove davvero tanto.
E per questo voglio assicurare a tutte queste persone nei pressi di Accumoli e Amatrice o altrove nella diocesi di Rieti, di Ascoli Piceno e le altre, in tutto il Lazio, nell'Umbria e nelle Marche, la preghiera e dirgli di essere sicure della carezza e dell'abbraccio di tutta la Chiesa che in questo momento desidera stringervi con il suo amore materno, anche del nostro abbraccio qui in piazza.
Nel ringraziare tutti i volontari e gli operatori della protezione civile che stanno soccorrendo queste popolazioni VI CHIEDO DI UNIRVI A ME NELLA PREGHIERA affinché il Signore Gesù, che si è sempre commosso dinanzi al dolore umano, consoli questi cuori addolorati e doni loro la pace per intercessione della Beata Vergine Maria.
LASCIAMOCI COMMUOVERE CON GESÙ !!!
Dunque rimandiamo alla prossima settimana la catechesi di questo mercoledì e VI INVITO A RECITARE CON ME PER QUESTI NOSTRI FRATELLI E SORELLE UNA PARTE DEL SANTO ROSARIO."





"Tutti a reclamare voci chiare e forti dell'Islam contro i terroristi e poi quando ci sono nessuno se le fila" di Luis Badilla

Verità e falsità (Alfred Stevens)
In tre giorni la stampa internazionale seppure in modo circoscritto ha dato un certo rilievo a tre prese di posizione musulmane, prestigiose e autorevoli, che sulla scia di quanto aveva detto Papa Francesco rientrando dalla GMG di Cracovia - "Credo che non sia giusto identificare l’islam con la violenza. Questo non è giusto e non è vero!" - chiariscono compiutamente il composito e articolato pensiero del mondo islamico sul rapporto tra violenze e religioni. Sono dichiarazioni solenni, emesse da posizioni altissime e non trascurabili, che condannano severamente, con parole chiare, trasparenti e univoche l'uso delle religioni, e del nome di Dio, per giustificare comportamenti e azioni violente, spesso barbaramente criminali.
Stiamo pensando alla lettera indirizzata al Santo Padre da parte del Grand Ayatollah iraniano Makarem Shirazi di Qom, al discorso del Re del Marocco Mohamed VI e all’intervento presso il Meeting di Rimini del Gran Muftì di Croazia Aziz Hasanovic
Queste riflessioni, coraggiose e necessarie, tempestive e ricche di spunti per addentrarsi nella questione dal punto di vista di un Islam autentico e non fondamentalista, in sostanza sono state ignorate dalla cosiddetta "grande stampa", inclusi - cosa ancora più tristemente sorprendente! - dai media cattolici (con qualche eccezione), in particolare da quelli che raggiungono una platea di lettori più ampia. 
Ha ragione il Direttore dei Servizi informativi di Tv2000, Lucio Brunelli, il cui telegiornale ha proposto sulla questione, ieri sera, un servizio di ottima fattura giornalistica (di Pierluigi Vito), quando in un suo tweet ha fatto quest'annotazione: "Tutti a reclamare voci chiare e forti dell'Islam contro i terroristi e poi quando ci sono nessuno se le fila". 
Proprio così, come osserva il Direttore Brunelli.
Si tratta di un silenzio almeno curioso se non addirittura colpevole.
Perché?
Per distrazione e pigrizia estiva?
Per ignoranza dell'inglese e del francese (lingue in cui sono state pubblicate i dispacci originali)?
Oppure perché sono notizie e contenuti scomodi che non quadrano con certe ideologie e dotte analisi, prefabbricate nella cosmogonia dei propri fantasmi, amplificate da settimane per dire che l'Islam, in toto e sempre, è violento e sanguinario e che Francesco sbaglia?
Dove stavano in questi giorni i "jihadisti cattolici" e anche atei? In spiaggia, sotto l'ombrellone, con una bella fetta di cocomero fra le mani, preparando la guerra santa? 
Si vede che in alcuni casi si preferisce possedere una propria verità al posto di cercarla. E’ più facile e più comodo.
In queste ore ci siamo ricordati del matematico e semiologo Charles Sanders Peirce che diceva ai suoi allievi: "Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe."
(fonte del testo: Il Sismografo 23/08/2016)

Guarda il servizio di Pier Luigi Vito per Tv2000
Di fronte alle atrocità commesse dall'Isis sono da registrare in queste ore due significative reazioni proprio dall'interno del mondo islamico: hanno fatto sentire la loro voce il re del Marocco ma anche con una lettera inviata a Papa Francesco il grande ayatollah Makarem Shirazi, guida spirituale di Qom, città santa del mondo sciita.
Guarda il video


Guarda anche il video dell'incontro  QUALE ISLAM IN EUROPA? presso il Meeting di Rimini con l'intervento del Gran Muftì di Croazia Aziz Hasanovic.



martedì 23 agosto 2016

C’è foto e foto...


C’è foto e foto

La foto del bambino di Aleppo ferito, seduto sull’ambulanza, era su tutti i giornali. L’hanno definita foto ’simbolo’ della guerra, di quello che sta succedendo in Siria. Come se non si sapesse cosa sia la guerra e cosa produce! I grandi mezzi di informazione hanno sempre bisogno di immagini forti, che provochino emozioni, e poi si sa le emozioni passano…
Restano invece gli affari della guerra, i grandi interessi e alcune riflessioni che, delicatamente, irridono alla pace e rendono più accettabile la guerra.
Così oggi oggi, 22 agosto, ci sarà un’altra immagine simbolo, quella sulla nave Garibaldi con Renzi, Merkel e Hollande. Sì, proprio sulla portaerei Garibaldi. Non servono molti commenti, la scelta non è certo casuale.
Il bambino ferito ad Aleppo… poverino. Ma quando c’è da vendere armi e investire nella guerra, la fotografia si cambia.
Su un grande quotidiano come il Corriere della Sera, Antonio Polito lo scorso 17 novembre scriveva:“Quelle idee appassite: essere pacifisti in un mondo così bellicoso. Il pacifismo resta una nobile opzione morale, ma non è più una risposta realistica di fronte a chi ci dichiara guerra, o a chi ci chiede, come il socialista Hollande, di aiutarlo in guerra. … Essere pacifisti in un mondo così bellicoso, mentre sono in corso una cinquantina di conflitti e mentre le vittime di molti di quei conflitti sbarcano ogni giorno sulle nostre spiagge, non è una opzione politica. Quando la guerra era un metodo di risoluzione delle controversie internazionali, l’abbiamo ripudiata. Ma che facciamo se diventa una necessità di autodifesa, se abbiamo bisogno come oggi di qualcuno che contempli l’uso, proporzionato e legittimo quanto si vuole, della forza militare contro chi arma gli uomini-bomba? ” E’ solo uno dei tanti esempi, non me ne voglia il Corriere. Si potrebbero citare anche molti corrispondenti di guerra che quando parlano di bombardamenti usano la parola ‘martellare’, fa meno impressione e non fa venire in mente la foto del bambino di Aleppo o gli Ospedali ripetutamente colpiti.
Sarebbe bello se qualche giornale oggi, magari lo stesso Corriere della Sera, dedicasse un pò di spazio per documentare quante armi questi tre ‘signori e signora’ hanno venduto a Paesi sostenitori dell’Isis, come l’Arabia Saudita ad esempio. Da Cagliari sono partite tonnellate di armi per Riyad e ci sono anche le foto, volendo, ma non sono abbastanza ‘simboliche’.(www.disarmo.org).
L’emozione per la foto di un bambino sarà presto cancellata e arriverà la foto ‘simbolo’ dalla portaerei Garibaldi. Il messaggio è chiaro, al popolo e alla grande lobby delle armi. Finmeccanica ha piazzato al Kuwait 28 Eurofighter Typhoon, ‘il più avanzato aereo da difesa multiruolo di nuova generazione disponibile sul mercato’. Finmeccanica, come capocommessa, può contare su una quota pari a poco meno del 50% di un valore del contratto tra 7 e 8 miliardi, quindi tra i 3 e i 4 miliardi.
Che dire ancora?
Forse conviene chiudere con le parole di papa Francesco: “Mentre il popolo soffre, incredibili quantità di denaro vengono spese per fornire le armi ai combattenti. E alcuni dei paesi fornitori di queste armi, sono anche fra quelli che parlano di pace. Come si può credere a chi con la mano destra ti accarezza e con la sinistra ti colpisce?” (5 luglio 2016).

22 agosto 2016
Renato Sacco,
Coordinatore Nazionale di Pax Christi: 348-3035658 * drenato@tin.it

Guarda il nostro post:

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXI Domenica del Tempo Ordinario (C) - 21.08.2016

Omelia p. Gregorio Battaglia

- XXI Domenica del Tempo Ordinario  (C) -
21.08.2016


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Per Gesù questo cammino che va verso Gerusalemme vorrebbe essere la cifra, il senso di tutto il suo impegno perché camminare verso Gerusalemme è ritornare alla casa del Padre. Noi dovremmo avere la capacità di cogliere in questo riferimento a Gerusalemme lo spazio, il luogo dove siamo tutti riconvocati per incontrare la tenerezza e il volto del Padre. Da quel Padre ci siamo un po' allontanati, la nostra storia umana è storia di allontanamento; da Adamo ed Eva in poi, basta sfogliare i libri di storia, sono libri di guerra, di violenza, di odio, di massacri, di distruzione, è la storia nostra, storia di allontanamento, e Gesù invece è impegnato a trascinare tutti noi verso questo luogo dove Dio ci ha dato appuntamento: è la sua casa, è il suo grembo, è la sua intimità, è il suo mistero... 
Cosa vuol dire camminare con Gesù verso la casa del Padre? ... per Gesù non c'è altro interesse che fare la volontà del Padre, quel Padre che ha un unico interesse: raccogliere tutti i figli, tutte le sue creature... nessuna esclusa; nessuno deve sentirsi perduto, nessuno deve sentirsi inutile... 


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Europa, terrorismo, fiducia - Le paure da superare di Bruno Forte

Europa, terrorismo, fiducia

Le paure da superare
di Bruno Forte,

Arcivescovo di Chieti-Vasto 





“Il panico rischia di trasmettersi all’intero Paese. Occorre una reazione dura e ferma. Ma bisogna anche essere chiari: purtroppo non si possono escludere altri episodi del genere. Dobbiamo mantenere il sangue freddo altrimenti l’intera Germania va in tilt”. Sono parole forti quelle usate dal direttore del settimanale “Die Zeit”, Giovanni di Lorenzo, in riferimento al possibile impatto dei recenti atti terroristici avvenuti in Germania. E, tuttavia, sono parole di rigoroso realismo, che descrivono la possibile ricaduta sull’opinione pubblica tedesca - e analogamente su quella di altri Paesi europei - degli eventi drammatici che hanno insanguinato la Francia, il Belgio e la Germania negli ultimi mesi. Al di là della reazione immediata di sconvolgimento e di condanna della barbarie messa in atto da fanatici in nome di una ideologia folle, che ha voluto servirsi strumentalmente della religione, il giudizio del Giornalista italo-tedesco rileva il rischio più grande che possa correre la vecchia Europa di fronte alla violenza per molti aspetti inattesa che la va segnando: il diffondersi di un senso di timore panico, di una paura generalizzata e indistinta, capace di spingere a identificazioni semplicistiche del nemico da temere e di generare sentimenti di rigetto indiscriminato. Diventa perciò quanto mai utile e urgente riflettere su questa paura collettiva, che per quanto giustificata da motivazioni apparentemente inoppugnabili, va vagliata col principio formulato dal grande matematico Renato Caccioppoli, come l’ha riportato di recente Luciano De Crescenzo nel ricordo di una lezione universitaria dell'originalissimo Professore, cui aveva assistito incantato nella Napoli del dopoguerra: "Quando qualcosa ti fa paura, prendine le misure: ti accorgerai che in fondo è una cosa molto piccola". In che senso può applicarsi questo principio agli eventi che stanno producendo diffuse reazioni di panico? Rispondere a questa domanda esige di soffermarsi su alcuni aspetti del timore, che si va insinuando nella coscienza degli abitanti della comune “casa europea”. La prima causa che facilita il diffondersi della paura è che l’Europa continua a essere molto lontana dalla realizzazione dell’ambizioso progetto di costituire la “casa comune” di tutti gli Europei: senza cedere a valutazioni pessimiste, non è difficile osservare che la frammentazione e la folla delle solitudini restano tratti comuni della maggior parte delle società avanzate del Vecchio Continente. Fatta l’Europa economica, è ancora estremamente lento e faticoso il processo per fare gli Europei: gli interessi privati e localistici emergono, imponendosi quasi dappertutto. Manca un’anima comune, un’identità condivisa, riconoscibile e da tutti riconosciuta, che permetta di alimentare sogni e progetti di vasto respiro per il bene comune. L’Unione mercantile è certo un passo importante, ma da sola non basta e non potrà mai bastare a creare un’Europa forte nel contesto dei popoli, capace di incidere in esso a partire dal bagaglio di valori che hanno fatto grandi molti Paesi europei, quali l’affermazione e il rispetto dei diritti della persona, o i principi di solidarietà e di responsabilità, che hanno promosso nella più parte di essi un avanzato “stato sociale”, oggi purtroppo in declino. A questa mancanza d’identità condivisa e alla crisi dei sistemi di “welfare” corrisponde un’evidente debolezza politica: unita almeno nominalmente sul fronte economico, l’Europa non lo è nella conduzione di un programma politico unitario di vasto respiro, che non c’è e non può esserci per la mancanza di un’autorità politica unitaria. All’Europa mancano un governo e una “governance” veramente autorevoli, non sopperiti dalle pur lodevoli istituzioni dell’Unione europea, impotenti nei confronti delle avidità dei poteri locali, interessati ad avere dalla “casa comune” il massimo dei vantaggi possibili al minimo dei costi. Fino a che non esisterà un’effettiva autorità politica europea, espressa democraticamente dai cittadini dell’intero Continente e riconosciuta da tutti, l’Europa continuerà ad avanzare in ordine sparso, e la paura e la fragilità non arretreranno nei cittadini dell’Unione. Giungere a un simile traguardo non sarà facile, anzitutto perché il prevalere degli interessi egoistici e di un orientamento culturale segnato dal consumismo e dall’ideologia privatistica più spinta non favoriranno certo la rinuncia a singoli vantaggi da parte di nessuno in vista di un bene comune più grande, realizzato a favore di tutti e in primo luogo dei più deboli e svantaggiati. Al tempo stesso, l’Unione non deve soffocare le legittime diversità. L’Europa unita ha bisogno di un grande sogno comune rispettoso delle varie identità, come quello che ispirò i suoi padri fondatori della statura di un De Gasperi, di un Adenauer o di uno Schuman. È l’appello che più volte Papa Francesco ha rivolto al Vecchio Continente, invitandolo a uscire da logiche di chiusura e di interessi egoistici. La risposta a un simile appello non potrà prodursi senza un coinvolgimento ampio delle coscienze: la sfida per il futuro è in tal senso quella dell’educazione, della formazione del cittadino europeo che riconosca, alimenti e tuteli il sogno della “casa comune”. Le fonti cui attingere non mancano a questo compito, se si pensa alle grandi anime che hanno pervaso la storia d’Europa, la greco-latina, l’ebraico-cristiana e quella anglo-sassone. La domanda che s’impone è allora se ci saranno o no politici ed educatori disposti a mettersi fino in fondo in gioco perché la sfida sia raccolta. Dalla risposta a quest’interrogativo dipenderanno il futuro dell’Europa e la libertà dalla paura, che altrimenti rischierà di frenarne lo slancio e paralizzarne la crescita. In questo tempo di vacanze, in cui più spazio può essere dato alla riflessione su quanto supera gli stretti orizzonti del quotidiano, sarebbe un guadagno per tutti meditare su questa sfida e fare scelte davanti ad essa, che siano ispirate alla volontà lucida e coraggiosa di servire il bene comune, richiamando alla mente la verità espressa in maniera icastica dalla prima lettera di Giovanni: “L’amore scaccia la paura” (1 Gv 4, 18). L’Europa ha bisogno di donne e uomini che vincano la paura scegliendo di agire con amore disinteressato e creativo per il bene di tutti.

(Pubblicato su Il Sole 24 Ore, Domenica 14 Agosto 2016)

lunedì 22 agosto 2016

"La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni."Papa Francesco Angelus 21/08/2016 (testo e video)


21 agosto 2016 



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica ci esorta a meditare sul tema della salvezza. L’evangelista Luca racconta che Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e durante il percorso viene avvicinato da un tale che gli pone questa domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (Lc 13,23). Gesù non dà una risposta diretta, ma sposta il dibattito su un altro piano, con un linguaggio suggestivo, che all’inizio forse i discepoli non capiscono: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v.24). Con l’immagine della porta, Egli vuol far capire ai suoi ascoltatori che non è questione di numero – quanti si salveranno - , non importa sapere quanti, ma è importante che tutti sappiano quale è il cammino che conduce alla salvezza.

Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo.

Gesù oggi ci rivolge, ancora una volta, un pressante invito ad andare da Lui, a varcare la porta della vita piena, riconciliata e felice. Egli aspetta ciascuno di noi, qualunque peccato abbiamo commesso, per abbracciarci, per offrirci il suo perdono. Lui solo può trasformare il nostro cuore, Lui solo può dare senso pieno alla nostra esistenza, donandoci la gioia vera. Entrando per la porta di Gesù, la porta della fede e del Vangelo, noi potremo uscire dagli atteggiamenti mondani, dalle cattive abitudini, dagli egoismi e dalle chiusure. Quando c’è il contatto con l’amore e la misericordia di Dio, c’è il cambiamento autentico. E la nostra vita è illuminata dalla luce dello Spirito Santo: una luce inestinguibile!

Vorrei farvi una proposta. Pensiamo adesso, in silenzio, per un attimo alle cose che abbiamo dentro di noi e che ci impediscono di attraversare la porta: il mio orgoglio, la mia superbia, i miei peccati. E poi, pensiamo all’altra porta, quella spalancata dalla misericordia di Dio che dall’altra parte ci aspetta per dare il perdono.

Il Signore ci offre tante occasioni per salvarci ed entrare attraverso la porta della salvezza. Questa porta è l’occasione che non va sprecata: non dobbiamo fare discorsi accademici sulla salvezza, come quel tale che si è rivolto a Gesù, ma dobbiamo cogliere le occasioni di salvezza. Perché a un certo momento «il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta» (v.25), come ci ha ricordato il Vangelo. Ma se Dio è buono e ci ama, perché chiuderà la porta a un certo punto? Perché la nostra vita non è un videogioco o una telenovela; la nostra vita è seria e l’obiettivo da raggiungere è importante: la salvezza eterna.

Alla Vergine Maria, Porta del Cielo, chiediamo di aiutarci a cogliere le occasioni che il Signore ci offre per varcare la porta della fede ed entrare così in una strada larga: è la strada della salvezza capace di accogliere tutti coloro che si lasciano coinvolgere dall’amore. È l’amore che salva, l’amore che già sulla terra è fonte di beatitudine di quanti, nella mitezza, nella pazienza e nella giustizia, si dimenticano di sé e si donano agli altri, specialmente ai più deboli.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

mi ha raggiunto la triste notizia dell’attentato sanguinario che ieri ha colpito la cara Turchia. Preghiamo per le vittime, per i morti e i feriti e chiediamo il dono della pace per tutti.

Ave o Maria, …

Saluto cordialmente tutti i pellegrini romani e quelli provenienti da vari Paesi, in particolare i fedeli di Kalisz (Polonia), Gondomar (Portogallo); vorrei anche salutare in maniera particolare i nuovi seminaristi del Pontificio Collegio Nord Americano. Benvenuti a Roma!

Saluto l’Associazione Santissimo Redentore di Manfredonia, i motociclisti del Polesine, i fedeli di Delianuova e quelli di Verona che sono giunti in pellegrinaggio a piedi. Saluto i giovani di Padulle, venuti per un servizio alla mensa della Caritas di Roma.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 21 agosto 2016

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) - XXI Domenica T.O. - / C




Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 38/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere
giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Lc 13,22-30




Convertirsi non significa diventare più bravi ma prendere coscienza della nostra miseria per aprirci alla misericordia del Padre, passare dall'auto-giustificazione per i nostri meriti all'accoglienza della gratuità della sua Grazia. L'amore del Padre, infatti, non è attratto dai nostri meriti, se mai possiamo vantarne, ma dai nostri bisogni.  "Per la Sacra Scrittura, infatti, all'uomo è impossibile salvarsi: tutti veniamo salvati per l'amore gratuito del Padre. "Salvare", perciò, è un verbo che noi possiamo coniugare solo al passivo" (cit.). La salvezza allora è un dono gratuito del Padre nel Figlio, per questo Gesù è sempre in viaggio, per cercare ogni frammento di umanità perduta e poterla presentare al Padre. Ma la salvezza è anche una lotta che comporta la grande fatica della nostra accoglienza ed il suo prezzo è la nostra stessa vita. Bisogna allora operare come se ogni cosa dipendesse da noi, nella consapevolezza che invece tutto dipende da Dio, come dice S.Ignazio di Loyola, La salvezza ha dunque una sola porta e questa porta è Gesù, servo umile dei fratelli. Ma per attraversare questa porta è necessario essere 'magri', sgonfiati dall'idropisia del nostro super io, accogliendo di vivere della sua grazia e della sua misericordia. Nessuno, infatti, ha la forza di salvare sé stesso, perché uno solo è l'uomo forte, che tutti ci salva: Gesù !  "Per questo la conversione più grande è riconoscere di essere peccatori: stare all'inferno senza disperare "(Silvano del Monte Athos)

sabato 20 agosto 2016

"La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo" di p. Ermes Ronchi - XXI Domenica Tempo Ordinario - anno C

La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo
di p. Ermes Ronchi
Commento
XXI Domenica Tempo Ordinario (Anno C)


Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». 

Due immagini potenti: una porta stretta e davanti ad essa una folla che si accalca e preme per entrare. Poi, con un cambio improvviso di prospettiva, la seconda immagine ci porta oltre quella soglia stretta, immersi in un'atmosfera di festa, in una calca multicolore e multietnica: verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa...

La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell'aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che “stretto” significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete... La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l'avete fatto a me... E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com'è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell'ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell'ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell'impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo “salvarsi” che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio.

Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei “buoni”. Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all'Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio.
Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil).

La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l'idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi. 


Voce ai capolavori – Chi è San Matteo per Caravaggio (VIDEO)

Chi è San Matteo 
per Caravaggio 
(VIDEO)


Voce ai capolavori. Un documentario sull'arte che intende far conoscere agli spettatori, anche i meno esperti, cosa volevano esprimere i grandi artisti con le loro opere più famose. Ecco la prima puntata, trasmessa su TV2000 il 27 giugno 2016, dedicata a Caravaggio e all’opera “La conversione di San Matteo”.




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