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domenica 21 gennaio 2018

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 7 - Partenza dal Cile e arrivo in Perù


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN CILE E PERÙ

15-22 GENNAIO 2018


Giovedì 18 gennaio 2018
IQUIQUE-LIMA

14.00Pranzo con il Seguito Papale nella “Casa de retiros del Santuario Nuestra Señora de Lourdes” dei Padri Oblati
16.45Arrivo all’Aeroporto di Iquique
Cerimonia di congedo
17.05Partenza in aereo dall’Aeroporto di Iquique per Lima


Dopo la messa davanti a rappresentanze di popolazioni indigene all'aerodromo di Maquehue, a Temuco, papa Francesco si è trasferito in auto alla Casa "Madre de la Santa Cruz", retta dalle suore della Santa Croce, dove ha pranzato con alcuni rappresentanti dei popoli dell'Araucania. 
Al pranzo, oltre al vescovo di Temuco, mons. Hector Eduardo Vargas Bastidas, sono ammessi 11 abitanti dell'Araucania, tra cui otto membri del popolo Mapuche.
Il menù è italiano: la lista delle portate, accompagnate da pane toscano, comprende ragù di champignon, carpaccio di polipo con bruschette e grana padano, chele di granchio con sala golf, ossobuco cremolato con risotto allo zafferano e verdure saltate, panna cotta.


Dopo il pranzo, in programma alle ore 14 (18), Francesco è stato accolto dal rettore e da due sacerdoti della casa affidata ai padri Oblati e ha fatto il suo ingresso nella chiesa, dove ha offerto un omaggio floreale che gli è stato porto da tre bambini. Nella chiesa erano presenti 10 malati e due familiari delle vittime della repressione degli anni Settanta, che gli hanno consegnato una lettera. Alle 16.45 la cerimonia di congedo dal Cile, da cui alle 17.05 (21.05) l’aereo papale è partito da Iquique alla volta di Lima, per la seconda parte del 22° viaggio apostolico internazionale di Francesco in Perù, dove si tratterrà altri tre giorni.


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PERÙ

17.20Arrivo all’Aeroporto di Lima
Cerimonia di benvenuto

Partito da Iquique, in Cile, l’aereo papale è atterrato all’aeroporto di Lima alle 22.35 di giovedì, ora italiana.

Ad accogliere il Papa, ai piedi della scaletta, sono stati il presidente della Repubblica, Pablo Kuczynski, insieme alla consorte. Presenti autorità politiche e civili, monsignor Nicola Girasoli nunzio apostolico nel Paese, alcuni vescovi a partire dal cardinale arcivescovo di Lima, e dal presidente della Conferenza episcopale del Perù e tanti fedeli. Ad esprimere la gioia del popolo e della Chiesa locale la presenza anche dell’orchestra Sinfonia por el Perù, composta tra l’altro da ragazzi e bambini del quartiere periferico di Manchai, uno dei più poveri di Lima. Francesco dopo i saluti alle delegazioni, si è diretto alla sede della nunziatura che in questi giorni diventerà la sua casa.


Piccolo fuori programma per il Pontefice arrivato in Perù. Il Papa è voluto scendere dalla papamobile per assistere un'agente peruviana, caduta dal cavallo durante il passaggio del convoglio. La poliziotta è caduta vicino al mezzo, per cui Bergoglio ha chiesto di fermate il veicolo. Un'ambulanza ha poi portato via la donna e il Papa ha ripreso il suo cammino.

Arrivato in Nunziatura al Papa è stato offerto a sorpresa un microfono e lui ha salutato la gente, ringraziando per il suo calore.











Vedi anche i post precedenti:

Si ferma il digiuno di Biagio Conte, ma non il suo impegno "Grazie a voi, grazie per il vostro affetto, ho pregato per tutti ma adottate un povero"

Torniamo sulla storia di fratel Biagio Conte, il missionario laico che per giorni ha dormito sotto i portici del palazzo delle poste di Palermo per richiamare l’attenzione sui senzatetto e sui poveri della citta’. Fratel Biagio ha sospeso il suo sciopero della fame e ha rilanciato il suo appello.

Palermo. Biagio Conte interrompe il digiuno per i senza dimora


Biagio Conte ha interrotto il digiuno. Qualche giorno per riprendersi e partirà per un ritiro di preghiera in montagna per continuare il suo sforzo di sensibilizzazione nei confronti di chi soffre perché senza casa, senza lavoro né affetti. A sostenerlo c’è la Chiesa, ci sono i giovani.

Quando l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice giovedì sera ha preso il microfono in Cattedrale e ha proposto alle centinaia di giovani riuniti per ascoltare la sua riflessione sulla Parola di trasferirsi in massa sulla scalinata che per dieci giorni ha accolto il digiuno e la protesta di fra Biagio, i ragazzi non se lo sono fatti ripetere due volte. E in corteo silenzioso oltre 500 persone, tra cui alcuni giovani in carrozzina, si sono dirette alle Poste centrali di via Roma per un’invasione pacifica e un incontro con colui che, con il suo esempio, ha schiaffeggiato l’indifferenza verso chi muore per strada da solo, chi non ha una casa, chi non ha un lavoro. L’ultima sera nel suo 'santuario sotto le stelle' è stata particolarmente animata. Fino a notte inoltrata, dopo la preghiera e la 'lectio divina' guidata dall’arcivescovo di Palermo, giovani, sacerdoti, suore hanno fatto la fila per scambiare due parole con lui, per infondergli coraggio e ringraziarlo.

«Di questi cristiani c’è bisogno – aggiunge Lorefice –. Vogliamo ringraziare questa scelta di Biagio, dettata dalla profezia del cuore. Fratel Biagio ci sta ricordando che questa è la strada. A noi è chiesto di fare sul serio con quello che Gesù ci chiede: vi riconosceranno da come vi amerete». E ieri è tornato a trovarlo anche l’imam della moschea tunisina, Mustafà Abderrahmane, che ha portato la solidarietà della comunità musulmana, ringraziando Biagio «per l’aiuto che ci ha sempre dato».

Intanto, il fondatore della missione Speranza e Carità è tornato a casa. Biagio ieri ha chiesto di pregare per coloro che nel mondo vivono emarginati nelle grandi città. Già dai primi giorni della prossima settimana vuole trasferirsi in montagna per un periodo di silenzio.
 (fonte: Avvenire)

Biagio Conte lascia il Palazzo delle Poste e torna in Missione

Provato e con i solchi sul volto, il missionario laico ha abbandonato il Palazzo delle Poste. Qualche giorno di riposo nella Missione e poi si chiuderà nel silenzio tra le montagne della città.

Si è alzato, ha camminato e si è accasciato tre volte con la croce di dieci giorni di digiuno sopra le spalle. Una via Crucis lunga quanto la scalinata grigia che separava la roulotte che lo avrebbe portato alla Missione di "Speranza e Carità", dal colonnato oltre cui per molte, troppe notti ha trovato un riparo di fortuna. Prima un momento di preghiera e la recita del rosario. Poi il missionario laico, nonostante le poche forze, ha salutato quel lastricato freddo da cui si è riparato con le sole coperte accumulate da gesti d'amore.

"Grazie", gli urla qualcuno tra gli applausi. "Sei un santo", sussurra sottovoce una donna. "Biagio, Biagio, fratello Biagio", dicono gioiosi alcuni bambini cui lui non fa mancare baci e carezze. "Grazie a voi, grazie per il vostro affetto, ho pregato per tutti ma adottate un povero", risponde Biagio Conte, quasi nascosto nel suo saio verde divenuto troppo grande e sorretto da chi lo ha accompagnato nel suo calvario. Accanto a lui anche Pasquale Scimeca, il regista che tra il 2014 e il 2015 ha prodotto il film "Biagio, controcorrente".

Si ferma, infatti, il suo digiuno ma non la sua protesta. Qualche giorno per riprendersi dalla fame e dal freddo che ha scelto per far arrivare a quanta più gente possibile il suo messaggio, tra coloro lo amano lungo gli spazi della Missione di Speranza e Carità di via Decollati. Poi il missionario si chiuderà nel silenzio e nella preghiera, tra le montagne della sua Palermo, come ama spesso dire.

E chissà quanti già da oggi, passando davanti all'edificio in cemento armato di via Roma, si volteranno a guardare se Biagio è ancora lì e ricorderanno il messaggio di quegli occhi profondi come il mare. E quanti riconosceranno in lui il primo degli ultimi che lo sostituirà tra il gelido colonnato di quel luogo così centrale ma lontano a molti.

Potrebbe interessarti: http://www.palermotoday.it/video/biagio-conte-lascia-poste-rientra-missione.html
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(fonte: PALERMOTODAY)
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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III domenica Tempo Ordinario / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – 18-25 gennaio 2018 - Quarto giorno

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 
– 18-25 gennaio 2018 - 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6)” è il tema di quest’anno. Per redigere il sussidio che accompagna il cammino, a cura della Società Biblica, sono state scelte le chiese dei Caraibi.

La Presentazione del fascicolo italiano porta le firme di monsignor Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.

“Siamo in un mondo difficile – vi si legge – , dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi”.

Il testo del sussidio è disponibile sul sito dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

Quarto giorno


Speranza e guarigione
Isaia 9, 1-6 Diventerà sempre più potente e assicurerà una pace continua
Salmo 34 [33], 1-15 Cerchi la pace e ne segua la via!
Apocalisse 7, 13-17 Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi
Giovanni 14, 25-27 Vi lascio la pace


Nella regione caraibica, la violenza è un problema cui le chiese devono rispondere. Vi è un allarmante numero di omicidi, molti dei quali provengono da abusi di violenza domestica, guerra tra bande e altre forme di criminalità. Vi è anche un crescente tasso di autolesionismo e suicidio in alcune parti della regione.

Commento

Il regno che Dio ha promesso, il regno che Gesù ha proclamato e reso manifesto nel suo ministero, è un regno di giustizia, pace e gioia nello Spirito. Che cosa significa ciò per persone intrappolate nell’oscurità della violenza? Nella visione del profeta una luce ha brillato su coloro che vivevano in una terra di profonda oscurità. Ma in quale modo i cristiani possono portare la luce di Gesù a coloro che vivono nella violenza domestica e delle bande? Quale senso di speranza possono offrire i cristiani? È una triste realtà che la divisione tra i cristiani sia una contro-testimonianza che svilisce l’annuncio della speranza.

Tuttavia, a ciò si oppone la ricerca di pace e di riconciliazione tra le diverse chiese e confessioni. Quando i cristiani si impegnano per l’unità in un mondo di conflitti, offrono all’umanità un segno di riconciliazione. I cristiani che rifiutano di entrare nella logica del privilegio e dello status, che rifiutano di svilire gli altri e le loro comunità, offrono testimonianza della pace del regno di Dio, in cui l’Agnello conduce i santi “alle sorgenti dell’acqua che dà vita”.

Questa è la pace di cui il mondo ha bisogno e che porta guarigione e conforto a quanti sono colpiti dalla violenza.

Preghiera

O Dio di ogni speranza e conforto,
la tua resurrezione ha sconfitto la violenza della croce.
Fa’ che noi, quale tuo popolo,
possiamo essere un segno visibile
che la violenza del mondo non prevarrà.
Ti preghiamo nel nome del Signore risorto.
Amen.

Inno The Right Hand of God (La mano di Dio)

La mano di Dio
si mostra sulla terra;
essa addita la strada,
perché erta è la via
e facilmente ci perdiamo,
ma siamo guidati dalla mano di Dio.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 8/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Mc 1,14-20


<< Il tempo (kairòs) è compiuto >>, il momento propizio per la storia dell'uomo, il tempo che ha una importanza decisiva per la sua salvezza: Il Regno di Dio è presente, qui e ora, nella persona e nel vissuto di Gesù. Egli è venuto per quanti attendono il riscatto del mondo dal male, per coloro che hanno orecchie aperte per saper ascoltare, occhi spalancati per riuscire a scorgere la mano del Padre nell'opera del suo Figlio, un cuore puro e accogliente per fargli posto e portarlo poi ai fratelli. 
<< Credere non è un atto intellettuale (conoscere a memoria tutte le verità di Fede) e neppure un impegno moralistico. E' aderire totalmente al Regno, che ci si manifesta in Gesù e solo lui seguire >>(cit.). Convertirsi allora è di vitale importanza, cambiare stile di vita, il nostro modo di abitare le relazioni e il mondo, il nostro modo di pensare, è una questione di vita o di morte. Concretamente si tratta di rispondere ad una chiamata e seguire la strada già tracciata da Gesù compiendo le sue stesse scelte, verso un cammino sovente sconosciuto e oscuro - come quello di Abramo - << perché diverso da tutto ciò che ci è noto >>, un cammino che certo non è quello dell'uomo, ma quello di Dio tra gli uomini. La chiamata è sempre inattesa, ci sorprende, ci coglie impreparati mentre siamo immersi nella vita di tutti i giorni, ci strappa, e spesso dolorosamente, dal nostro mondo, dai nostri interessi, per inviarci a pescare "altro". Credere allora è scegliere di seguire il Signore Gesù, andare dietro a lui che, camminando sempre dinanzi a noi, ci indica la strada. E' una decisione radicale che spacca la nostra povera esistenza e ci invita a lasciare il nostro mondo per il Regno, la grande promessa.


sabato 20 gennaio 2018

"E una notizia percorse la Galilea: un altro mondo è possibile" di p. Ermes Ronchi - III Domenica - Tempo ordinario Anno B

E una notizia percorse la Galilea: un altro mondo è possibile


Commento
III Domenica - Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1 Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

In poche righe, un incalzare di avvenimenti: Giovanni arrestato, Gesù che ne prende il testimone, la Parola che non si lascia imprigionare, ancora Gesù che cammina e strade, lago, barche; le prime parole e i primi discepoli. Siamo al momento fresco, sorgivo del Vangelo.
Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio. La prima caratteristica che Marco riferisce è quella di un uomo raggiunto da una forza che lo obbliga a partire, a lasciare casa, famiglia, clan, paese, tutto. Il primo atto registrato dal Vangelo è l'itineranza di Gesù, la sua viandanza. E per casa la strada. 
Proprio su questo andare e ancora andare, si innesta la seconda caratteristica: camminava e proclamava il Vangelo di Dio: Dio come una bella notizia. 
Non era ovvio per niente. Non tutta la Bibbia è Vangelo, non tutta è bella e gioiosa notizia, alle volte è minaccia e giudizio, spesso è precetto e ingiunzione, ma ora la caratteristica nuova del rabbi itinerante è proprio il Vangelo: una parola che conforta la vita, Dio che libera e fa fiorire.
Gesù passa e dietro di lui resta una scia di pollini di primavera, un'eco in cui vibra il sapore bello e buono della gioia: è possibile la felicità, un'altra storia, un mondo altro sono possibili. E quell'uomo sembra conoscerne il segreto. 
La bella notizia che inizia a correre per la Galilea è raccontata così: il regno di Dio (il mondo come Dio lo sogna) è vicino. Perché Dio si è avvicinato, ci ha raggiunto, è qui. Ma quale Dio? Gesù ne mostra il volto, da subito, con il suo primo agire: libera, guarisce, purifica, perdona, toglie barriere, ridona pienezza di relazione a tutti, anche a quelli marchiati dall'esclusione. Un Dio esperto in nascite, in vita.
Per accoglierlo, suggerisce Gesù, convertitevi e credete nel Vangelo. La conversione non come un'esigenza morale, ma un accorgersi che si è sbagliato strada, che la felicità è altrove. Convertitevi allora, giratevi verso la luce, come un girasole che si rimette ad ogni alba sui sentieri del sole, perché la luce è già qui. 
Credete nel Vangelo, non semplicemente al Vangelo. Buttatevici dentro, con una fiducia che non darete più a nient'altro e a nessun altro. 
Camminando lungo il mare di Galilea, Gesù vide… Cammina senza fretta e senza ansia; cammina sulla riva, in quel luogo intermedio tra terra e acqua, che sa di partenze e di approdi, e chiama quattro pescatori ad andare con lui. Vi farò diventare pescatori di uomini, vi farò pescatori di umanità, cercatori di tutto ciò che di più umano, bello, grande, luminoso ogni figlio di Dio porta nel cuore. Lo tirerete fuori dall'oscurità, come tesoro dissepolto dal campo, come neonato dalle acque materne. 


Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – 18-25 gennaio 2018 - Terzo giorno

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 
– 18-25 gennaio 2018 - 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6)” è il tema di quest’anno. Per redigere il sussidio che accompagna il cammino, a cura della Società Biblica, sono state scelte le chiese dei Caraibi.

La Presentazione del fascicolo italiano porta le firme di monsignor Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.

“Siamo in un mondo difficile – vi si legge – , dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi”.

Il testo del sussidio è disponibile sul sito dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

Terzo giorno

Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo
Esodo 3, 4-10 Dio libera gli oppressi
Salmo 24 [23], 1-6 Signore noi siamo coloro che cercano il tuo volto
1 Corinzi 6, 9-20 Rendete quindi gloria a Dio col vostro stesso corpo
Matteo 18, 1-7 Guai a quelli che provocano scandali


Molte chiese nei Caraibi condividono la preoccupazione per la realtà della pornografia, soprattutto via internet. La pornografia ha conseguenze distruttive per la dignità umana, particolarmente per gli adolescenti e i giovani. Come la schiavitù, distrugge gli esseri umani nell’intimo, intrappola chi ne sviluppa dipendenza e danneggia le relazioni d’amore integrale.

Commento

Il Libro dell’Esodo mostra l’amore di Dio verso il popolo nelle strettezze umane. Il rivelarsi di Dio a Mosè nel roveto ardente è una potente dichiarazione della sua volontà di liberare il suo popolo. Dio ha visto la loro miseria, ha ascoltato il loro grido e viene a salvarli. Dio ascolta anche ora il grido di coloro che sono soggetti a schiavitù oggi e vuole liberarli. Mentre la sessualità è un dono di Dio per le relazioni umane e un’espressione di intimità, il suo cattivo uso attraverso la pornografia, rende schiavi e svilisce sia coloro che la producono che coloro che la consumano. Dio non è insensibile alla sofferenza degli sfruttati, e allo stesso modo i cristiani sono chiamati a farsene carico.

L’apostolo Paolo scrive che siamo chiamati a dare gloria a Dio nel nostro corpo, che significa che ogni aspetto della nostra vita, comprese le nostre relazioni, possono e devono essere un’offerta gradita a Dio. I cristiani devono lavorare insieme per una società che elevi la dignità umana e che non ponga alcun ostacolo davanti ai piccoli di Dio, ma piuttosto li renda capaci di vivere in quella libertà che Dio vuole per loro.

Preghiera

Per la tua grazia celeste o Dio,
ricostituisci la nostra mente e il nostro corpo,
crea in noi un cuore puro e una mente limpida
affinché possiamo dare lode al tuo nome.
Fa’ che le chiese possano raggiungere l’unità nel proposito
di santificazione del tuo popolo, 
attraverso Gesù Cristo
Che vive e regna con te
nell’unità dello Spirito Santo,
nei secoli dei secoli.
Amen.

Inno The Right Hand of God (La mano di Dio)

La mano di Dio
risana la terra;
essa guarisce i corpi, le menti e i cuori feriti.
Con tocco potente e indicibile amore
siamo guariti
dalla mano di Dio.



Liliana Segre nell'80° anniversario delle leggi razziali nominata Senatore a vita




Un testimone diretto dell'Olocausto è il primo senatore a vita nominato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Così l'88enne Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz insieme ad altri 25 bambini italiani su 776 deportati, entra a Palazzo Madama "per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale", per aver fatto della sua immensa ferita una occasione di pace. Diventa il sesto senatore a vita proprio nell'anno in cui ricorre l'80esimo anniversario delle leggi razziali. Un segnale chiaro da parte del Colle, si ragiona in ambienti parlamentari, sulla assoluta impossibilità di negoziare valori fondanti come l'antisemitismo, l'antirazzismo e l'antifascismo, contro la violenza e il negazionismo.

"Da senatrice ci indicherà il valore della memoria" rimarca il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E sono in molti a dire che il Capo dello Stato ha interpretato con questa scelta il sentimento della Nazione. "Un fulmine a ciel sereno" la telefonata di Mattarella che annunciava la nomina, racconta Liliana Segre: "mi ha colto completamente di sorpresa". Parla di un "onore" e una "responsabilità". Ammette di non aver "mai fatto politica attiva", rivela di essere "una persona comune, una nonna" e comunica di sentirsi un "araldo", "una persona che racconta ciò di cui è stata testimone". Chiarisce subito quale sarà il suo impegno in Senato, che poi è quello che persegue da una vita: "tramandare la memoria", "in linea con i valori della nostra Costituzione", portare "voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell'oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani, - spiega - appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che nel 1938 subirono l'umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano; che furono espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società dei cittadini di serie A". 

Un paletto però lo mette subito: non rinuncerà a raccontare ai giovani l'orrore della Shoah. "L'ho sempre fatto, non dimenticando e non perdonando, ma senza odio e spirito di vendetta. Sono una donna di pace, una donna libera: la prima libertà è quella dall'odio". ...


Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento, per «aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale». Il decreto è stato controfirmato dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Sarà il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, a provvedere alla consegna al presidente del Senato, Pietro Grasso, del decreto di nomina. Mattarella ha informato telefonicamente la neo senatrice della nomina.



Il Magistero di Liliana
di Moni Ovadia

Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a soli tredici anni e mezzo e sopravvissuta all’inferno del famigerato lager nazista da cui uscì a 15, è stata una dei grandi testimoni della Shoà: il 19 gennaio 2018 il Presidente Sergio Mattarella, l’ha nominata Senatrice della Repubblica a vita.

Conosco bene Liliana, la considero un’amica e penso che anche lei mi consideri tale.

Ho conosciuto anche l’amore della sua vita intera, diventato suo marito, Alfredo Belli Paci, si incontrarono giovanissimi e si innamorarono per sempre. Belli Paci fu un Ufficiale dell’Esercito del nostro paese, uno di quei soldati che salvarono l’onore dell’Italia rifiutando di aderire alla barbarie nazifascista di Salò. Era un bell’uomo, sopra il metro e ottanta, che ti toccava profondamente per il garbo e la grazia con cui si esprimeva.

Quando uscì dall’internamento pesava 32 chili ma quando parlava di Liliana e del suo calvario, si schermiva per sminuire le proprie sofferenze rispetto a quelle patite dalla moglie.

Liliana è una donna straordinaria, forte, schietta, coraggiosa.

Mi è capitato alcune volte di accompagnarla nel suo magistero di rendere testimonianza nelle scuole, in particolare in occasione delle Giornate della Memoria.

In queste circostanze – l’hanno ascoltata fino a settemila studenti per volta – Liliana racconta la sua storia con un eloquio nitido, fermo e inciso, la sua terrificante esperienza e lo sforzo di sostenere la grande emozione che ho percepito – perché seduto accanto a lei -, non ha intaccato mai il cammino di una parola che doveva toccare i cuori ma anche le menti.

Liliana dichiara sempre il suo obiettivo, minimale ma vitale, far sorgere da quella moltitudine di giovani almeno tre «candele della Memoria».

Per candele della Memoria intende luci dell’anima e della mente che raccolgano da lei il testimone per dare presente e futuro al dovere di ricordare e assumersi l’impegno etico di suscitare altre «candele» per le generazioni future, di generazione in generazione.

Il culmine del suo racconto, è la parte che riguarda il primo momento della liberazione. Approssimandosi le forze dell’Armata Rossa al lager di Auschwitz, i carnefici dettero avvio alle marce della morte. Facevano camminare gli internati ancora in grado di farlo di lager in lager, con l’intento di sfinirli e di farli morire durante le marce forzate.

Ma a un certo punto si udirono crepitare le mitragliatrici sovietiche a poche centinaia di metri, e i super uomini nazisti, presi dal panico, si misero in mutande e gettarono divise e armi lontano da sé. Il più terrorizzato, racconta Liliana, fu lo spietato ufficiale delle SS che dirigeva l’ultimo campo; aveva così paura, il superuomo, che lasciò cadere la sua pistola.

Liliana la raccolse, avrebbe potuto ammazzarlo come un cane, aveva visto mille volte sparare a bruciapelo alla testa di un internato, ma dopo qualche istante la gettò pensando: «Meglio altre cento volte vittima che una sola volta carnefice. Da quel momento sono stata libera».
«Meglio altre cento volte vittima che una sola volta carnefice»Liliana Segre

Ho visto sui giovanissimi volti scendere lacrime copiose in silenzio.

Molto si potrebbe dire su questa figura di donna eccezionale, ma oggi è meglio soffermarsi almeno su un significato reale e simbolico della presenza a vita di Liliana Segre nel Senato, l’impegno dell’intero parlamento e delle istituzioni, a espungere da ogni aspetto della vita pubblica ogni cellula di fascismo e di nazismo in tutte le sue forme, nostalgiche, vecchie, nuove, nuovissime.

Non ci sono fascismi diversi, ce n’è uno solo ed è peste nera.

(fonte: Il manifesto)


Le "baby gang" un fenomeno che ci riguarda?


Tantissimi. Giovanissimi. E stanchi. Stanchi della violenza e dei soprusi. Ci sono 2mila ragazzi per le vie di Scampia, in direzione Chiaiano, contro le baby gang. Ancora una mobilitazione di studenti, mamme e associazione per dire no alla violenza, dopo l'ennesima aggressione avvenuta a Napoli. ...



Aggrediscono i senza tetto, picchiano e malmenano altri ragazzini per strada, imbrattano e rompono le macchine. A Napoli come a Torino è incubo baby-gang. Le vittime sono persone indifese o emarginate, come nel caso del clochard, oppure ragazzini di 14/16 anni. Gli aggressori? Giovanissimi, tutti minorenni. Un’ Arancia Meccanica che fa male, molto male. Marco Minniti, ministro degli Interni, ha convocato un vertice per la sicurezza per capire come arginare il fenomeno: «Colpiscono a caso, come i terroristi», ha detto, promettendo misure straordinarie a Napoli, dove il fenomeno è particolarmente accentuato.

Come spiegare quello che sta accadendo ai nostri figli? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Pellai, medico, scrittore e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

Con Barbara Tamborini – con cui fa coppia anche nella vita, sono genitori di 4 figli – ha appena pubblicato Il metodo famiglia felice (DeAgostini, pp, 250, 15 euro), un vademecum per potenziare l’autostima di tutti, genitori e figli. Perché è da lì che si deve partire per prevenire il disagio.

La violenza cieca di cui siamo tutti testimoni in questi giorni non arriva per caso: è figlia di una mala educación. Far finta che non ci riguardi è una scorciatoia che non porta a nulla.

Parliamone in famiglia, parliamone così...



Baby gang: don Incoronato (diocesi Napoli), 
“servono adulti credibili, ascolto, cura e attenzione”
di Gigliola Alfaro


Hanno sfilato, in migliaia, mercoledì 17 gennaio nella periferia di Napoli per dire no alle violenze delle baby gang. Il corteo è giunto fino alla stazione della metropolitana Chiaiano, dove la settimana scorsa un ragazzo di quindici anni, Gaetano, è stato pestato da una baby gang. Gli episodi di violenza urbana che vede per protagonisti giovanissimi sono all’ordine del giorno tanto che il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha annunciato l’invio a Napoli di 100 unità destinate al controllo delle zone della movida. A don Pasquale Incoronato, responsabile del Servizio di pastorale giovanile della diocesi di Napoli, parroco della chiesa di Santa Maria del Pilar a Ercolano e impegnato, da vent’anni, con i minori a rischio con la Locanda di Emmaus, chiediamo un parere sulle baby gang.

Don Pasquale, come giudica il fenomeno?

Lo stare insieme rende forti questi ragazzi che esprimono attraverso la rabbia e soprattutto la violenza il loro disagio.
Sembrano dire “io ci sono”, ma in una modalità che fa solo del male. Questo purtroppo perché i nostri ragazzi sono abituati a comunicare e farsi sentire solo in questa maniera sbagliata, che va corretta, ma che, a mio avviso, rileva una mancanza di affetto, di attenzione. Al Sud e in Italia, in generale, c’è una “parolaccia”, quasi una “bestemmia”: emergenza. C’è l’emergenza rifiuti, l’emergenza lavoro, l’emergenza criminalità, ora l’emergenza baby gang. Su questa parola si creano situazioni transitorie, ma non si pensa a una progettualità. La progettualità, invece, ha bisogno di persone appassionate, che ci credono e vogliono mettersi insieme per il bene di questi giovani.
Troppa fretta, troppo nervosismo, una vita che scorre tra un impegno e l’altro ci fa dimenticare di curare i nostri ragazzi, che non sono il nostro futuro, ma il nostro oggi.

Il problema, allora, è nella mancanza di figure di riferimento?

Come diceva il teologo Bonhoeffer, bisogna essere nelle situazioni, resistere. Papa Francesco utilizza termini come abitare, accompagnare, ma questo porta fatica nella relazione, mentre l’adulto non c’è più, abita altri luoghi, dimensioni. Purtroppo, preferiamo le masse. Mancando il rapporto “a tu per tu” viene meno la capacità di stare dentro le relazioni. È un fatto culturale. Avviene anche nella politica: si parla del sesso degli angeli, non di quello che è la vita concreta con i suoi problemi. Dobbiamo trovare il coraggio di esserci anche quando non abbiamo subito frutti. Noi vorremmo tutto e subito anche nelle relazioni, ma non deve essere così.

Mancano, dunque, figure di adulti credibili.

Figure appassionate e gioiose. Oggi le persone sono annoiate, non sono più interessate a spendersi.

È cronaca di quasi tutti i giorni qualche episodio di violenza messo in atto da ragazzini. Ci sono realtà maggiormente a rischio?

La baby gang sono la punta dell’iceberg di un malessere generale giovanile. È un fenomeno che non nasce adesso, ma che peggiora sempre più. Il disagio non riguarda solo la nostra realtà, ma tutte le metropoli. Gli adulti trasferiscono già ai bambini le proprie frustrazioni e questo genera violenza in tutti gli ambienti sociali. L’assenza della figura dell’adulto è trasversale. La fragilità della cura e la mancanza del rapporto “a tu per tu” riguardano tutti. Nel mio oratorio, nella messa alla prova, ho avuto più figli di professionisti che di delinquenti.

Oltre a relazioni autentiche, è importante fare rete tra le diverse agenzie educative?

Come agenzie educative o ci rimettiamo seriamente tutti insieme o rischiamo di consegnare i ragazzi solo alla violenza, al fatto che il più forte è quello che vale veramente. Perciò, servono relazioni, ma anche sinergie, che possono essere efficaci solo se mettiamo al centro i giovani.

Dobbiamo ascoltare i giovani.

Se non si passa a un ascolto reale e concreto, facciamo solo chiacchiere. Ma i giovani così non ci ascoltano più, non sono interessati. Dunque, istituzioni, comune, scuola, parrocchie e associazioni insieme per creare tavoli di coordinamento permanenti non per parlare dei giovani, ma per dare parola ai giovani su quello che loro vogliono dire a noi adulti. Bisogna ripartire insieme con i giovani.

E nella Chiesa qual è il rapporto con i giovani?

La Chiesa e i valori di vita che la Chiesa propone, un tempo, erano in qualche modo degli ammortizzatori sociali, soprattutto al Sud. Il mio vecchio parroco diceva: “Se un ragazzo passa nelle nostre realtà e ascolta: ‘Non uccidere, non molestare, non bestemmiare’ e gli diamo questo come un valore, potrà anche non venire a messa tutte le domeniche, ma almeno si sarà confrontato con una dimensione antropologica con dei valori positivi”. Oggi facciamo fatica a intercettare giovani e adulti. Come dice Papa Francesco, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Quindi, deve cambiare anche il nostro portare Cristo agli altri, trovando metodi e una comunicazione diversa, basata sull’affetto, sullo stupore, sugli stili di vita, sulla testimonianza, sull’esserci. Se certe modalità educative sono ormai sorpassate, bisogna trovare nuovi modi per affascinare i ragazzi dentro questa proposta, semplicemente antropologica all’inizio. Gesù ha una proposta su come vivere l’unica vita che si ha. I giovani sono molto sensibili verso i temi dell’attenzione all’altro, del perdono, dell’accettazione del diverso, ma se noi proponiamo solo regole e norme, un linguaggio lontano da quello giovanile, li perdiamo. E sono necessarie persone che veramente credono in questa missione.

A ottobre ci sarà il Sinodo sui giovani. Ci sono iniziative in campo a Napoli?

La pastorale giovanile di Napoli sta andando nei territori per ascoltare i ragazzi. Anche il card. Crescenzio Sepe avrà degli incontri dopo che parroci e decani avranno ascoltato i giovani su quattro nuclei tematici: il rapporto con la religione; cosa significa la vocazione; esperienze personali positive o negative; il web. Abbiamo creato una commissione che tiene insieme tutte le realtà che si occupano di pastorale giovanile in diocesi per ascoltare davvero la voce dei giovani.
Si è avviata una sinergia tra gli uffici di curia per avvicinare la realtà complessa napoletana, che va da Villaricca fino a Torre Annunziata, passando per i Quartieri Spagnoli e Scampia.
Il primo incontro con il cardinale sarà il 19 gennaio. Durante questi appuntamenti in alcune zone, come a Scampia, partiremo proprio dai problemi del disagio giovanile, della cura educativa, della marginalità.
(fonte: SIR)

Napoli si ribella alle gravi violenze dei giorni scorsi. Oggi duemila persone hanno sfilato in corteo per ribadire il proprio no all'indifferenza. E il sindaco De Magistris difende l'intera comunità. Simili fatti accadono in tutto il paese. La testimonianza dell'olimpionico Maddaloni, che da sempre accoglie nella sua palestra giovani provenienti da realtà difficili.

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venerdì 19 gennaio 2018

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – 18-25 gennaio 2018 - Secondo giorno

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 
– 18-25 gennaio 2018 - 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6)” è il tema di quest’anno. Per redigere il sussidio che accompagna il cammino, a cura della Società Biblica, sono state scelte le chiese dei Caraibi.

La Presentazione del fascicolo italiano porta le firme di monsignor Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale.

“Siamo in un mondo difficile – vi si legge – , dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi”.

Il testo del sussidio è disponibile sul sito dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

Secondo giorno


Non più uno schiavo, ma un caro fratello

Genesi 1, 26-28 Facciamo l’uomo: […] sia la nostra immagine
Salmo 10 [9], 1-10 Perché, Signore, te ne resti lontano?
Filemone 1-23 Ora non accoglierlo più come uno schiavo. Egli è molto più che uno schiavo: è per te un caro fratello
Luca 10, 25-37 La parabola del buon samaritano


Il traffico di esseri umani è una delle moderne forme di schiavitù in cui le vittime sono forzate o indotte con l’inganno nello sfruttamento sessuale, nel lavoro minorile e nel traffico di organi per il profitto degli sfruttatori. È un’industria globale, multimilionaria e costituisce un dramma crescente anche nella regione caraibica. Le Chiese riformate dei Caraibi si sono unite al Council for World Mission e al Caribbean and North American Council for Mission, allo scopo di educare le comunità cristiane a porre fine alla piaga del traffico di esseri umani. 

Commento

Una delle prime verità che impariamo su Dio dalla Bibbia ebraica e cristiana è che Egli ha creato l’umanità a sua immagine. Questa profonda e splendida verità, tuttavia, nel corso della storia, è stata spesso offuscata o negata. Nell’impero romano, ad esempio, la dignità degli schiavi era negata. Il messaggio del vangelo in proposito è completamente diverso. Gesù ha sfidato le norme sociali che sminuivano la dignità umana dei Samaritani, presentando il samaritano quale “prossimo” dell’uomo che percorreva la strada verso Gerico – un prossimo da amare secondo la legge. E Paolo, con determinazione e schiettezza, in Cristo, si riferisce ad Onesimo quale “una volta schiavo” e ora “caro fratello”, trasgredendo le norme della sua società e affermando l’umanità di Onesimo.

L’amore cristiano deve sempre essere un amore coraggioso che osa superare le barriere, riconoscendo negli altri una dignità uguale alla propria. Come l’apostolo Paolo, i cristiani “con la forza che viene da Cristo” devono elevare un’unica voce nel riconoscere chiaramente che le persone vittime del traffico di esseri umani sono loro prossimo e loro amati fratelli e sorelle, e pertanto devono lavorare insieme per porre fine alle moderne forme di schiavitù. 

Preghiera

O Dio ricco di grazia,
renditi vicino a coloro che sono vittime del traffico di esseri umani
assicurando loro che Tu vedi la loro triste condizione e ascolti il loro grido.
Possa la tua Chiesa essere unita nella compassione e nel coraggio di operare
per il giorno in cui nessuno sarà più sfruttato
e tutti potranno essere liberi di vivere una vita di dignità e di pace.
Ti preghiamo nel nome del Dio Trino
Che può fare immensamente di più di quanto possiamo chiedere o immaginare.
Amen.

Inno The Right Hand of God (La mano di Dio)

La mano di Dio
sostiene la terra;
essa solleva chi cade, uno per uno.
Ciascuno è conosciuto per nome
e salvato dalla vergogna
perché la mano di Dio si è alzata.


VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 6 - Santa Messa nell’Aeroporto di Maquehue "La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo 'no alla violenza che distrugge'. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità. Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità."

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN CILE E PERÙ

15-22 GENNAIO 2018


Mercoledì 17 gennaio 2018
SANTIAGO-TEMUCO
8.00Partenza in aereo dall’Aeroporto di Santiago per Temuco
10.30Santa Messa nell’Aeroporto di Maquehue


L'aereo con a bordo papa Francesco è atterrato a Temuco, capitale della regione dell'Araucanìa, 700 chilometri a sud di Santiago del Cile. Terra di indios, l'Araucanìa ospita da sempre una folta comunità di mapuche, abitanti originari in rotta con il governo per l'esproprio delle terre sulle quali vivono. Qui ai primi del Novecento hanno vissuto due premi Nobel: Gabriela Mistral e Pablo Neruda. La città fu fondata dall'esercito cileno nel 1881 come forte contro gli indios.

Il Papa si è poi trasferito dall'aeroporto di Maquehue per celebrare la Messa con circa 400mila fedeli e incontrare alcune rappresentanze delle popolazioni originarie dell'Araucanìa.

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SANTA MESSA PER IL PROGRESSO DEI POPOLI

Aeroporto di Maquehue (Temuco)







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OMELIA DEL SANTO PADRE


«Mari, Mari» (buongiorno)

«Küme tünngün ta niemün» «La pace sia con voi» (Lc 24,36).

Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare questa bella parte del nostro continente, l’Araucanía: terra benedetta dal Creatore con la fertilità dei immensi campi verdi, foreste colme di imponenti araucarie – il quinto elogio fatto da Gabriela Mistral a questa terra cilena –, i suoi maestosi vulcani innevati, i suoi laghi e fiumi pieni di vita. Questo paesaggio ci eleva a Dio ed è facile vedere la sua mano in ogni creatura. Molte generazioni di uomini e donne hanno amato e amano questo suolo con gelosa gratitudine. E voglio soffermarmi e salutare in modo speciale i membri del popolo Mapuche, così come gli altri popoli indigeni che vivono in queste terre australi: Rapanui (Isola di Pasqua), Aymara, Quechua e Atacama, e molti altri.

Questa terra, se la guardiamo con gli occhi dei turisti, ci lascerà estasiati, però dopo continueremo la nostra strada come prima, ricordandoci dei bei paesaggi che abbiamo visto; se invece ci avviciniamo al suolo lo sentiremo cantare: «Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere».

In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’Eucaristia. E lo facciamo in questo aerodromo di Maqueue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. E ricordando queste cose, rimaniamo un istante in silenzio, pensando a tanto dolore e a tanta ingiustizia. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare.

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù prega il Padre che «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). In un’ora cruciale della sua vita si ferma a chiedere l’unità. Il suo cuore sa che una delle peggiori minacce che colpisce e colpirà il suo popolo e tutta l’umanità sarà la divisione e lo scontro, la sopraffazione degli uni sugli altri. Quante lacrime versate! Oggi vogliamo fare nostra questa preghiera di Gesù, vogliamo entrare con Lui in questo orto di dolore, anche con i nostri dolori, per chiedere al Padre con Gesù: che anche noi siamo una cosa sola. Non permettere che ci vinca lo scontro o la divisione.

Questa unità, implorata da Gesù, è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli. E bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e “inquinare dalla radice” questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita ad essere autentici protagonisti della storia. Quali sono queste tentazioni? Una è quella dei falsi sinonimi.

1. I falsi sinonimi

Una delle principali tentazioni da affrontare è quella di confondere unità con uniformità. Gesù non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice. La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre. Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri. L’unità domandata e offerta da Gesù riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta. L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori e culture inferiori. Un bel chamal (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo ad ogni cosa e ad ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente. L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei “laboratori” dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei vari paesaggi. Non è un’arte da scrivania l'unità, né fatta solo di documenti, è un’arte dell’ascolto e del riconoscimento. In questo è radicata la sua bellezza e anche la sua resistenza al passare del tempo e delle intemperie che dovrà affrontare.

L’unità di cui i nostri popoli hanno bisogno richiede che ci ascoltiamo, ma soprattutto che ci riconosciamo, il che non significa solo «ricevere informazioni sugli altri [...] ma raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi». Questo ci introduce sulla via della solidarietà come modo di tessere l’unità, come modo di costruire la storia; quella solidarietà che ci porta a dire: abbiamo bisogno gli uni degli altri nelle nostre differenze affinché questa terra continui a essere bella. È l’unica arma che abbiamo contro la “deforestazione” della speranza. Ecco perché chiediamo: Signore, rendici artigiani di unità.

Un'altra tentazione può venire dalla considerazione di quali sono le armi dell'unità.

2. Le armi dell’unità

L’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo. Ci sono due forme di violenza che più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli. In primo luogo, dobbiamo essere attenti all’elaborazione di accordi “belli” che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per “cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano”. Anche questa è violenza. Perché? Perché frustra la speranza.

In secondo luogo, è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce come unico risultato maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo “no alla violenza che distrugge”, in nessuna delle sue due forme.

Questi atteggiamenti sono come lava di vulcano che tutto distrugge, tutto brucia, lasciando dietro di sé solo sterilità e desolazione. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità. Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità.

Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra (Gen 2,7), siamo chiamati al buon vivere (Küme Mongen), come ci ricorda la saggezza ancestrale del popolo Mapuche. Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare! Küme Monge, un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato. Perciò, fratelli, per i figli di questa terra, per i figli dei loro figli, diciamo con Gesù al Padre: che anche noi siamo una cosa sola: Signore, rendici artigiani di unità.

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