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giovedì 19 gennaio 2017

In quale modo ognuno di noi vive la gioia?


LA COSPIRAZIONE DI DIO

di José Tolentino Mendonça


In quale modo ognuno di noi vive la gioia? 
È, questa, una domanda fondamentale anche per la fede. 
Come vivo, io, la gioia? 
A volte ci muoviamo intristiti, su una sorta di terra di nessuno, rabbuiati, con il peso di mille crepuscoli nello sguardo, schiacciati da una solitudine che sembra non poter essere redenta da nessuno. 
Che ne è della nostra gioia? Dov'è questa gioia che Dio continuamente riversa dentro di noi? 
È un vangelo necessario, ma difficile, quello della gioia. Sentiamo che essa ci sfugge. La intuiamo precaria, incompleta, improbabile, imperfetta. E spesso non si trova là dove noi la cerchiamo. Ora, poiché la gioia è un dono, è anche una conquista. Essendo un'esperienza di pura grazia, è al tempo stesso un'incombenza, in cui siamo chiamati a investire sforzo e impegno. 
In alcuni, rari momenti, è come se, dentro di noi e attorno, tutto si coniugasse perché brilli nitida una trasparenza, si amplifichi una luce e tutto profumi come un fiore. 
Ma la normalità non è questa. 
Se riduciamo la gioia unicamente a questo stato di grazia, solo sporadicamente assaporeremo il calice della gioia. È davvero bello il movimento quasi grafico delle parole di Gesù nel Vangelo: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). 
Dio cospira per la nostra gioia.
(fonte: Avvenire)


CANONICA A "LUCI ROSSE" - Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, soprattutto al nostro interno. A questo educhiamo ed è questo che crediamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.

CANONICA A "LUCI ROSSE"
La vicenda dell'ex parroco della comunità di San Lazzaro, a Padova, indagato per violenza privata e favoreggiamento della prostituzione.

Orge in canonica,  giochi erotici, video hard amatoriali che riprenderebbero gli incontri a luci rosse all’ombra del campanile, un’amante violentata e costretta a prostituirsi con altri uomini. Insomma, un’inconfessabile, turpe doppia vita, a due passi dalla sacrestia, nella comunità di San Lazzaro a Padova ...
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Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, 
soprattutto al nostro interno. 
A questo educhiamo ed è questo che crediamo e
che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.
Claudio Cipolla, vescovo di Padova

Il vescovo scrive 
alle comunità cristiane 
della Chiesa di Padova

19 gennaio 2017

Sento il bisogno di farmi presente in questo momento di sofferenza della nostra Diocesi, sofferenza per me, per i preti, i diaconi, le persone consacrate, ma anche per tutte le nostre comunità. Immagino quanto siano provate, confuse, scandalizzate da vicende collegabili con la nostra Chiesa. Non è la prima volta che viene messa a prova la fede di tanti di noi.

Anche a me stesso ricordo che ogni Cristiano, ogni credente resta un uomo, che ogni giorno deve rinnovare, proprio per la sua fragilità di creatura, la sua alleanza con il Signore e la sua comunione con lui e con la comunità. Il male esiste anche nelle chiese come nei singoli credenti. Spero che queste esperienze non facciano ritenere inutile il nostro impegno per il bene, per la purezza, per l’onestà e per tutte le altre virtù umane che noi cristiani riteniamo necessarie per raccontare la nostra fede. Non cambiamo la strada indicata dal Vangelo e insieme continuiamo a lottare per il bene, nonostante tutto!

Anzi, sento ancora più urgente e necessario crescere nella Fede proprio a causa di queste “pesanti situazioni”, sento ancora più forte la chiamata a costruire la mia vita su Gesù e il suo Vangelo come su una roccia, l’unica sicura e so che sempre più tenacemente devo aggrapparmi a Lui, anche quando i miei compagni, quelli su cui contavo, tradiscono l’impegno preso insieme. Ne abbiamo attraversate altre di situazioni gravi e ogni volta sappiamo che dobbiamo tornare all’origine della nostra fede per trovare forza. Sappiamo anche che Dio sarà sempre fedele.

Adesso sono nella circostanza di dover cercare forza spirituale non solo per me stesso, ma anche per i miei fratelli nel presbiterato e nel diaconato e so che con loro siamo chiamati a sostenere voi carissimi fratelli e sorelle, voi che giustamente vi aspettate sostegno e aiuto dal nostro servizio. Altro non possiamo fare che inginocchiarci insieme e invocare aiuto e misericordia dal Signore. Sempre di più. Sapendo che nessuno è arrivato alla meta e che vive nel continuo pericolo di passare da santificatore a tentatore, da servo del bene a servo del male.

Vi ho raggiunto per chiedere una preghiera più intensa per la nostra Chiesa, per i suoi preti e diaconi, per le nostre famiglie, e anche per me: che il Signore ci soccorra e ci doni la sua pace.

Mi hanno fatto bene in queste settimane le preghiere, la vicinanza e la solidarietà di tanti fratelli e sorelle, soprattutto di tanti amici preti e vescovi. Mentre i nostri giornali si gloriano di aver bucato lo schermo a livello internazionale, io mi vergogno – non solo come uomo di Chiesa – perché abbiamo guadagnato solamente la commiserazione di molti, l’ironia e la beffa di molti altri. Non tutti stanno capendo che è una ferita dolorosa per la nostra Chiesa e per la nostra società padovana.

Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare. In questo campo anche se penalmente non ci fosse rilevanza, canonicamente, cioè secondo le regole che come Chiesa ci siamo dati, siamo in dovere di prendere provvedimenti disciplinari perché non possiamo accettare fraintendimenti.

Ma non dobbiamo dimenticare che la nostra Chiesa splende per storie e persone sante, sia nel passato sia nel presente. Non merita di essere ridotta solo a tutti gli errori e peccati commessi nella sua recente storia, come se si trattasse di una storia di malefatte, né è giusto presentarla così ai nostri giovani, ai nostri ospiti, alle nostre famiglie. Io sono arrivato da poco qui ma di fronte alla mia Chiesa patavina so di dovermi togliere i calzari… perché è terra santa! Questo male, che fa tanto rumore, non mi impedisce di ricordare e di vedere i tanti preti e diaconi che hanno sacrificato la vita nella coerenza, con umiltà e fedeltà, il bene che tanti uomini e donne stanno vivendo nella discrezione e fuori dai riflettori, a Padova, in Italia, all’estero… la nostra è terra santa! In essa vive il Signore! Chiedo rispetto, in questo momento di dolore, per il bene che ha compiuto, per l’amore manifesto per ammalati, anziani, portatori di handicap, poveri… per le opere di giustizia, di carità, di cultura ed educative per le quali si è sempre spesa, come oggi.

Anche noi, Chiesa di Padova, vogliamo onestà e coerenza, soprattutto al nostro interno. A questo educhiamo ed è questo che crediamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze, da sempre.

Sia benedetto quindi anche chi ci aiuta a togliere il male anche quando si infiltra così prepotentemente tra noi
+ Claudio Cipolla, vescovo di Padova

"Il peccato «organizzato» diventa menzogna.
 Chiediamo perdono"
don Maurizio Patriciello

...Noi preti italiani, col volto rosso dalla vergogna, chiediamo perdono alla sua parrocchia, a chi ha creduto in lui, alle persone trascinate in questa storia penosissima e surreale. Siamo addolorati oltre ogni dire. Ma che cosa può essere mai accaduto? Il cuore dell’uomo è un guazzabuglio, un abisso, un mistero. È proprio vero. E quando Dio, il solo capace di riempirlo e consolarlo, viene accantonato, trascurato, può precipitare nel buio più profondo.

Questi peccati, pensati, voluti, organizzati non possono rimanere in piedi da soli. Necessitano di essere sostenuti da apposite stampelle. Hanno bisogno della complicità della menzogna, del denaro, del cinismo, di altri uomini e donne. E si scende sempre più giù, sempre più giù. Fino a perdere il ben dell’ intelletto.

« Quando Dio non può far di noi degli umili fa di noi degli umiliati» scriveva Julien Green. Ed è così. Oggi l’ ex prete dice di essere un uomo distrutto. Ci credo. Chi avrebbe dovuto risanare i cuori addolorati si è ritrovato ad affliggerli di più. Chi doveva ravvivare la fiamma smorta l’ ha spenta del tutto. A tutti coloro che si sentono smarriti per la condotta dell’ex parroco, chiediamo perdono.

Davvero. Lo facciamo con le lacrime agli occhi e l’ angoscia nel cuore. Al Signore chiediamo la grazia che nessuno, a causa di questa storia, smarrisca la fede. « È inevitabile che avvengono scandali » disse Gesù. Ma aggiunse: « Ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo» Preghiamo. Preghiamo perché non accada più che nella Chiesa santa di Dio, giovani che non furono chiamati al sacerdozio riescano a ingannare i confratelli e i superiori e ritrovarsi a profanare i Sacramenti e il popolo che Dio si è acquistato col sangue della croce."
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Chiediamo perdono


“CAMMINIAMO, FAMIGLIE, CONTINUIAMO A CAMMINARE!” ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2017 del Vicariato di Barcellona P.G.

“CAMMINIAMO, FAMIGLIE, 
CONTINUIAMO A CAMMINARE!”
(Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 325)



ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 

Anno 2017

promosso dal 
VICARIATO DI “SAN SEBASTIANO” 
BARCELLONA P.G. (ME)






I LUNEDÌ  DAL 23 GENNAIO  AL 6 MARZO 
SALONE PARROCCHIALE BASILICA S. SEBASTIANO - 
BARCELLONA P.G. h. 19.30-21.00 


"Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Quello che ci viene promesso è sempre di più. Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa. " (Papa Francesco)

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- la locandina  (pdf)


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - LETTURE BIBLICHE E COMMENTO SECONDO GIORNO


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
18-25 gennaio 2017 

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione 
(2 Cor 5,14-20)

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA



II GIORNO

Vivere non più per se stessi (2 Cor 5, 15)
Michea 6, 6-8Il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene
Salmo 25 [24], 1-5Fammi conoscere le tue vie, Signore mio salvatore
1 Giovanni 4, 19-21Noi amiamo Dio, perché Egli per primo ci ha mostrato il suo amore
Matteo 16, 24-26Chi è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà

Commento


Mediante la morte e resurrezione di Gesù Cristo, siamo stati liberati dalla necessità di crearci da soli il nostro significato e dal vivere confidando soltanto sulle nostre forze. Viviamo, invece, nella potenza vivificatrice di Cristo, che è vissuto, morto e risorto per noi. Quando “perdiamo” la nostra vita per amor suo, la guadagniamo.
I profeti hanno dovuto costantemente affrontare la questione del modo giusto di vivere davanti a Dio. Il profeta Michea trovò una risposta chiara a questa domanda: “praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio”. L’autore del Salmo 25 sa che noi non possiamo fare questo da soli, e chiede a Dio guida e forza.
Negli ultimi anni, l’isolamento sociale e la crescente solitudine sono diventate questioni di primaria importanza in Germania, come in molti altri contesti sociali contemporanei. I cristiani sono chiamati a sviluppare nuove forme di vita comunitarie in cui condividere il senso del vivere con gli altri e ad alimentare la collaborazione intergenerazionale. L’invito del vangelo a vivere non per noi stessi ma per Cristo è anche un invito a raggiungere gli altri e ad infrangere le barriere dell’isolamento.


Domande per la riflessione personale
  • In quale modo la nostra cultura ci sollecita a vivere solo per noi stessi piuttosto che per gli altri?
  • In quali modi possiamo vivere per gli altri, nel nostro quotidiano?
  • Quali sono le implicazioni ecumeniche dell’invito a non vivere più solo per noi stessi?

Preghiera

O Dio nostro Padre,
in Gesù Cristo ci hai liberati per una vita che va oltre noi stessi.
Guidaci con il tuo Spirito
e aiutaci ad orientare le nostre vite come sorelle e fratelli in Cristo,
che ha vissuto, sofferto, è morto e risorto per noi,
e che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.                  




LA LIBERTÀ, FINALMENTE: DIARIO DI UN ERGASTOLANO


Per 25 anni ha vissuto dietro le sbarre. Il toccante racconto della prima volta fuori dal carcere, in semilibertà, per andare a fare il volontario in una casa d'accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII


Cosa prova un “uomo-ombra”, dopo un quarto di secolo passato dietro le sbarre, nel rivedere il mondo? Che gusto ha la libertà per chi non ne ricordava più il sapore? Come si vive “fuori”, dopo decenni da recluso “dentro”? Come ri-scorre il tempo, dopo che s’era fermato al “fine pena mai”?

Dopo 25 anni di carcere, il Tribunale di Sorveglianza ha concesso all’ergastolano Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà. Ora, durante il giorno, presterà la sua opera di volontario presso una struttura della comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, al servizio di persone portatrici d’handicap. E alla sera rientrerà in cella. Ecco la sua commossa testimonianza nella pagina del diario che racconta le prime ore da “semilibero”.

Una pagina che provoca ancora una volta la domanda: la pena dell’ergastolo, quella che papa Francesco definisce la “pena di morte mascherata”, ha un senso?

*****

«Mi trovo nel “reparto semiliberi” del carcere di Perugia in attesa che mi preparino il programma di trattamento. Poi inizierò ad uscire al mattino e rientrerò in carcere alla sera. Sono stato assegnato in cella con un compagno che è in regime di articolo 21 O.P. (lavoro esterno).

La stanza è confortevole. Ci sono le sbarre, ma non assomiglia proprio alle celle dove sono stato rinchiuso finora, per un quarto di secolo. La struttura è fuori dal muro di cinta e dalla finestra vedo in lontananza passare le macchine, scorgo gli alberi e i prati. I miei occhi guardano in tutte le direzioni e non mi stanco mai di guardare il nuovo mondo che mi circonda. Ce l’ho fatta. Sono libero, almeno fino a questa sera.

Fuori dal carcere alzo la testa. Un vento freddo mi accarezza il viso. Il cuore mi batte all’impazzata e la testa mi scoppia di felicità. Assaporo l’odore della libertà, almeno fino a questa sera.

È sera. Sono di nuovo dentro, ma il mio cuore è rimasto fuori. Spero di ritrovarlo domani mattina quando uscirò per una nuova giornata. Sto imparando di nuovo a vivere. Sono riuscito a entrare in un bar, a ordinare un caffè e a pagare, tutto da solo. Dentro il locale mi sembrava di avere tutti gli occhi addosso, specialmente quando giravo il cucchiaino nella tazzina, forse perché l’ho girato troppo a lungo. Ma mi piaceva il rumore che faceva.

È incredibile come sia cambiato il mondo che ho lasciato 26 anni fa. Le persone camminano parlando o muovendo il dito a testa bassa concentrate sui loro telefonini. Per fortuna i bambini non sono cambiati e i loro sorrisi mi ricordano che sono tornato nel mondo dei vivi. Non mi sembra ancora vero che da alcuni giorni posso uscire al mattino e rientrare alla sera; mi sto dando dello scemo che per un quarto di secolo ho vissuto convinto che nella vita non avrei avuto più speranza.

Quando esco dal carcere è ancora buio ed è bellissimo vedere nascere la prima luce del giorno senza sbarre e muri di cinta intorno. Mi sento in paradiso e, alla sera, quando con il buio rientro in carcere, l’inferno mi fa meno paura. Oggi mi sono fatto una lunga passeggiata tra gli alberi. È bellissimo camminare senza fare avanti e indietro dopo pochi passi e non trovare nessun muro davanti o dietro di me.

Gli spazi aperti mi fanno girare la testa, forse perché sono stato circondato da quattro mura per troppi anni. E il mondo mi sembra troppo grande per i miei occhi e probabilmente anche per il mio cuore. Al mattino quando esco dal carcere, e prima di rientrare alla sera, parlo o mando dei messaggini ai miei nipotini. Penso con tristezza ai miei compagni in carcere che hanno una sola telefonata a settimana della durata di dieci minuti. Non capirò mai perché il carcere, oltre alla libertà, ti vuole togliere anche l’amore delle persone a cui vuoi bene.

Ho deciso di continuare a scrivere questo diario anche da semilibero perché voglio che i “buoni” continuino a sapere cosa pensano, cosa sognano e come sopravvivono i prigionieri. E spero che alcuni di loro mettano in discussione le loro certezze.

Oggi pensavo a quanti reati si evirerebbero dando delle opportunità di riscatto ai prigionieri, ma purtroppo rieducare i detenuti non interessa quasi a nessuno. Sì, è vero, qualcuno forse commetterebbe ancora altro male, ma sono sicuro che in molti diventerebbero persone migliori.

Oggi riflettevo che, dopo un quarto di secolo scontato in carcere, conosco tutto delle nostre Patrie Galere, ma ben poco del mondo di fuori. Giorno dopo giorno mi sto accorgendo che non è facile ritornare a vivere, mi sento come un profugo in un paese straniero, perché mi mandano da un ufficio all’altro solo per avere una carta d’identità o una semplice tessera sanitaria. Le giornate fuori però volano, mentre in carcere invece non passavano mai. In un batter d’occhio, arriva sempre l’ora che devo rientrare in carcere. Per fortuna alla sera sono così stanco di emozioni e di felicità che mi addormento subito, con il sorriso sulle labbra. Mi sembra di vivere due vite diverse, una di giorno e l’altra di notte. E ogni mattina, quando esco dal carcere, sento il profumo dolce della libertà, mentre alla sera sento l’odore aspro dell’Assassino dei Sogni.

Oggi, mentre osservavo il verde degli alberi e l’azzurro del cielo, pensavo che è stata dura in tutti questi anni rimanere vivi con una pena che non finisce mai. Eppure ce l’ho fatta. Sì, è vero, ho dovuto pagare un caro prezzo, ma adesso mi sento l’uomo più felice dell’universo.

Il mio “Diavolo Custode” mi rimprovera spesso che quando sono a casa, ma anche fuori, faccio continuamente tre passi avanti e tre indietro. E mi urla che non sono più chiuso nella mia cella. Ha ragione, ma non è facile dimenticare le vecchie abitudini. Forse il mio cuore è rimasto ancora prigioniero dell’Assassino dei Sogni, ma sono sicuro che presto riuscirò a liberare anche lui.

Oggi, per la prima volta, sono uscito dal carcere senza nessuno che mi attendesse fuori. Era ancora buio. C’era un freddo polare. Nessuna faccia amica. Per un attimo ho avuto un po’ di paura. Poi mi sono fatto coraggio. Sono andato alla fermata del pullman. Prima delle sette ho preso la corriera che mi ha portato alla stazione di Perugia. Ho fatto fatica a mettere nel verso giusto il biglietto della corsa dentro la macchinetta. E stavo andando nel panico perché mi sembrava che tutti osservassero me. Alla fine per fortuna ce l’ho fatta. Ho tirato un sospiro di sollievo. Poi ho preso l’altro pullman per Foligno. E alla fine sono arrivato alla Casa Famiglia di Bevagna della Comunità Papa Giovanni XXIII, orgoglioso di avere fatto il primo viaggio da solo dopo 26 anni di carcere.

Nella Casa Famiglia, dove faccio volontariato, ci sono alcuni bambini disabili e quando mi occupo di loro penso che questo sia il modo migliore per continuare a scontare la pena, per rimediare un po’ al male fatto, facendo del bene. I sorrisi di questi bambini fanno emergere in me il senso di colpa e mi fanno pensare a quanto nella mia vita sono stato cattivo. Oggi ho fatto una passeggiata a Bevagna con Paolo, un ragazzo non vedente di 13 anni. L’ho preso per mano, come facevo una vita fa con i miei figli, e siamo andati in giro per il piccolo paese. La cosa incredibile è che ad un certo punto io mi sono perso ed è stato lui che mi ha indicato la strada per ritornare alla macchina. Paolo è un ragazzo incredibile, di una intelligenza straordinaria e anche se non ha la vista, ha tutti gli altri sensi più sviluppati dei miei.

E sto pensando che forse dopo tutti questi anni trascorsi in carcere sono più cieco io di lui».

Carmelo Musumeci Gennaio 2017


mercoledì 18 gennaio 2017

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - II Domenica del Tempo Ordinario - 15/01/2017


Omelia p. Gregorio Battaglia

- II Domenica del Tempo Ordinario -
15/01/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



Abbiamo da poco concluso le feste natalizie e il Tempo di Natale ci riporta sempre ad una verità che costituisce davvero la bella notizia per noi: Dio ha preso dimora in mezzo a noi, in Gesù Dio si è fatto vicino a noi e così Dio è non soltanto Colui che è già venuto, è Colui che viene. Ed è una verità che siamo invitati a riscoprire quotidianamente. Il Signore viene, non è assente, non è distante, non è lontano, anzi si è impastato con la nostra natura umana; la nostra natura gli appartiene, è sua...
Per Lui vivere è amare, questo è il nostro Dio che viene e così fa giustizia e così ci introduce nella bellezza della vita. 
Il Signore ci dia la possibilità, la capacità, l'intelligenza di comprendere Lui, di conoscerlo meglio... perché sappiamo che con Lui ed in Lui la nostra vita può essere cambiata, ricreata... e forse diventeremo capaci di qualche gesto più umano... di chiedere scusa, dire grazie... poter dire Signore sei davvero Tu la mia salvezza...


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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - LETTURE BIBLICHE E COMMENTO PRIMO GIORNO


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
18-25 gennaio 2017 

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione 
(2 Cor 5,14-20)

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

I GIORNO

Uno solo morì per tutti (2 Cor 5, 14)
Isaia 53, 4-12Ha dato la vita come un sacrificio per gli altri
Salmo 118 [117], 1.14-29Il Signore non mi ha lasciato morire
1 Giovanni 2, 1-2Cristo è morto per tutti
Giovanni 15, 13-17Dare la vita per i propri amici

Commento


Quando Paolo si convertì a Cristo, pervenne ad una radicale nuova consapevolezza: una persona era morta per tutte. Gesù non era morto soltanto per il suo popolo, non soltanto per quanti avevano simpatizzato con il suo insegnamento.  Egli era morto per tutte le genti, passate presenti e future. Fedeli al vangelo, molti cristiani, nel corso dei secoli, hanno dato la loro vita per i loro amici. Uno di questi è stato Massimiliano Maria Kolbe, che fu imprigionato nel campo di concentramento di Auschwitz e che morì, nel 1941, per aver voluto offrire la propria vita perché fosse salvato un suo compagno di prigionia.
Dal momento che Gesù è morto per tutti, tutti sono morti con lui (cfr. 2 Cor 5, 14). Nel morire con Cristo, il nostro vecchio stile di vita viene relegato al passato e noi entriamo in una nuova forma di esistenza: abbondanza di vita – una vita in cui possiamo sperimentare conforto, fiducia e perdono anche nell’oggi – una vita che continua ad avere significato anche dopo la morte. Questa nuova vita è la vita in Dio. 
Avendo compreso questo, Paolo sentì l’obbligo di predicare la lieta novella della riconciliazione con Dio. Le chiese cristiane condividono il medesimo mandato di proclamare il messaggio del vangelo. Dobbiamo chiederci come possiamo proclamare questo evangelo di riconciliazione alla luce delle nostre divisioni.

Domande per la riflessione personale
  • Che cosa significa che Gesù è morto per tutti noi?
  • Il pastore protestante tedesco Dietrich Bonhoeffer scrisse: “Io sono fratello di un’altra persona mediante quello che Gesù Cristo ha fatto per me: l’altra persona è diventata fratello per me mediante ciò che Dio ha fatto per lui”. In quale modo queste parole risuonano nel mio modo di vedere gli altri?
  • Quali ne sono le conseguenze per il dialogo ecumenico e interreligioso? 
Preghiera

O Dio nostro Padre,
in Gesù ci hai donato colui che è morto per tutti.
Egli visse la nostra vita e morì la nostra morte.
Tu accettasti il suo sacrificio e lo facesti risorgere ad una nuova vita con te.
Concedi che noi, che siamo morti con lui,
siamo resi uno dallo Spirito Santo
e viviamo nell’abbondanza della tua divina presenza
ora e per sempre. Amen.

Vedi anche:
Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - Introduzione -


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 18-25 gennaio 2017 - Introduzione -



Settimana di preghiera 
per l'unità dei cristiani

18-25 gennaio 2017


“L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione”: è il motto biblico - ispirato al capitolo 5 della Seconda Lettera ai Corinzi – che ci viene proposto per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2017. Una scelta quanto mai felice, visto che quest’anno ricorre il quinto Centenario della Riforma protestante, avviata da Martin Lutero con l’affissione delle 95 tesi sulle indulgenze, avvenuta il 31 ottobre 1517 a Wittenberg, in Germania. E non è un caso che il materiale per la preghiera sia stato preparato quest’anno proprio dalle Chiese cristiane tedesche, attraverso la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Germania (Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen, ACK), l’organismo ecumenico in cui sono rappresentate tutte le tradizioni cristiane.

Nell’Introduzione teologico – pastorale al tema di quest’anno, stilata dal Gruppo locale tedesco insieme alla Commissione internazionale, si sottolinea che al comitato preparatorio è apparso subito chiaro che i materiali per la Settimana avrebbero dovuto avere due accenti: da un lato, la “celebrazione dell’amore e della grazia di Dio”, in particolare mettendo in rilievo quella “giustificazione per sola grazia” che è stata ed è al centro della teologia delle Chiese della Riforma.

Dall’altro, un accento “penitenziale”, nel riconoscimento delle profonde divisioni di cui ha sofferto la Chiesa in seguito all’evento del 1517, offrendo al tempo stesso l’opportunità di fare ulteriori passi verso la riconciliazione. L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani scrive: “Per mezzo di Cristo abbiamo anche avuto accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale rimaniamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (Rm 5, 2) e san Giovanni Crisostomo commenta: “Nota come Paolo precisa sempre tutti e due gli aspetti, ciò che viene da Cristo e ciò che viene da noi. Solo che da Cristo ci vengono molte e svariate cose: è morto per noi, ci ha riconciliati, ci ha dato accesso e ci ha comunicato un’ineffabile grazia; per parte nostra invece ci mettiamo solo la fede.” (Omelie sulla Lettera ai Romani - 9,2-3).

Il fatto che i cristiani possano ricordare insieme, oggi, un evento del passato che ha diviso i cristiani in occidente con un senso di speranza e ponendo l’accento su Gesù Cristo e la sua opera di riconciliazione è un “notevole risultato”, come sottolinea l’Introduzione teologico – pastorale, raggiunto grazie a cinquant’anni di dialogo ecumenico. Anche le chiese tedesche, dopo un dibattito ampio – e “talvolta difficile” – hanno abbracciato questa prospettiva, quella di una commemorazione ecumenica che sia una celebrazione di Cristo (Christusfest), come evidenzia il tema della Settimana.

È importante sottolineare che, così come nell’espressione “l’amore di Cristo” si tratta non del nostro amore per Cristo, ma dell’amore che Cristo ha avuto e ha per noi, che si è manifestato nella sua morte per tutti, la riconciliazione verso cui siamo spinti è in primo luogo quella che Dio ci offre in Cristo: “Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo” (v. 19) e ha fatto di noi gli “ambasciatori” di questa riconciliazione, il cui incarico è quello di supplicare “da parte di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. La riconciliazione, insomma, prima di essere lo sforzo umano di credenti che cercano di superare le divisioni che esistono fra loro, è un dono di Dio. Proprio vent’anni fa (23-29 giugno 1997) si teneva a Graz, in Austria, la seconda Assemblea ecumenica europea sul tema “Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova”. Nel messaggio finale dell’Assemblea le chiese europee affermavano: “Vogliamo vivere il dono di Dio della riconciliazione … Se saremo guidati da questo dono nella vita quotidiana, quotidiana, nella vita delle nostre chiese e nella vita del nostro continente, potremo promuovere l’unità della chiesa e dell’umanità”.

Nella misura in cui ci lasciamo riconciliare con Dio in Cristo potremo dunque non solo compiere passi importanti di riconciliazione tra le chiese divise, ma diventare testimoni della riconciliazione in un mondo che, si legge ancora nell’Introduzione alla Settimana di preghiera, “ha bisogno di ministri di riconciliazione, che abbattano le barriere, costruiscano ponti, facciano la pace e aprano le porte a nuovi stili di vita nel nome di colui che ci ha riconciliati con Dio, Gesù Cristo”. Come esempi concreti di questo “ministero di riconciliazione”, le Chiese tedesche ricordano l’ospitalità offerta a tanti rifugiati provenienti dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Eritrea e da altri paesi; si può anche ricordare quanto operato da Papa Francesco e dal Patriarca ecumenico Bartolomeo per aiutare le persone che sono forzate a vivere nelle “periferie esistenziali” della società a causa di situazioni di ingiustizia e di violenza. Anche in Italia siamo grati al Signore per il progetto ecumenico dei “corridoi umanitari”, inaugurato nel 2016 grazie agli sforzi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, della Comunità di Sant’Egidio e della Tavola valdese, e che entro la fine del 2017 porterà in Italia, in tutta sicurezza, mille richiedenti asilo individuati tra soggetti particolarmente vulnerabili. Che questa Settimana di preghiera sia l’occasione per pregare per questo e altri progetti ecumenici in cui sono coinvolti protestanti, cattolici e ortodossi, e per l’avanzamento della comune testimonianza dei cristiani alla riconciliazione che Dio ci ha donato in Cristo.

Chiesa Cattolica
✠ Ambrogio Spreafico
Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino
Presidente, Commissione Episcopale per l'Ecumenismo e il Dialogo della CEI

Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Pastore Luca Maria Negro
Presidente

Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e di Malta ed Esarcato per l'Europa Meridionale
✠ Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d'Italia e Malta
ed Esarca per l'Europa Meridionale
(Patriarcato Ecumenico)



Il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2017 

Quando il Comitato organizzativo nazionale tedesco si riunì nell‘autunno del 2014, risultò subito chiaro che il materiale per la Settimana di preghiera 2017 doveva avere due punti focali: da una parte doveva esserci una celebrazione dell‘amore e della grazia di Dio, la ―giustificazione dell‘umanità solo per grazia‖, che rifletteva l‘istanza cruciale delle chiese marcate dalla Riforma di Martin Lutero. Dall‘altra parte il materiale doveva anche riconoscere il dolore della conseguente profonda divisione che ha segnato le chiese, chiamando per nome le colpe, e prospettando opportunità per offrire passi di riconciliazione. È stata, infine, l‘esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium (La gioia del vangelo) che ha suggerito il tema per quest‘anno con la citazione, al paragrafo n.9, ―L‘amore di Cristo ci spinge‖. Con questo versetto (2 Cor 5, 14), preso nel contesto dell‘intero quinto capitolo della Seconda Lettera ai Corinzi, il Comitato tedesco ha formulato il tema della Settimana di preghiera del 2017.

Il testo biblico: 2 Corinzi 5,14-20

Il testo biblico enfatizza che la riconciliazione è un dono che viene da Dio, inteso per l‘intera creazione. ―Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo: perdona agli uomini i loro peccati e ha affidato a noi l‘annunzio della riconciliazione‖ (v.19). Quale risultato dell‘azione di Dio, la persona, che è stata riconciliata in Cristo, è chiamata a sua volta a proclamare questa riconciliazione in parole e opere: ―L‘amore di Cristo ci spinge‖. ―Quindi, noi siamo ambasciatori inviati da Cristo, ed è come se Dio stesso esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo da parte di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio‖ (v.20). Il testo sottolinea che questa riconciliazione non è senza sacrificio. Gesù ha dato la sua vita; è morto per tutti. Gli ambasciatori di riconciliazione, similmente, sono chiamati, nel suo nome, a dare la loro vita. Essi non vivono più per loro stessi; essi vivono per Colui che è morto per loro.

Gli otto giorni e la celebrazione ecumenica

Il testo 2 Corinzi 5,14-20, struttura la riflessione degli otto giorni, che sviluppa alcuni degli spunti teologici dei singoli versetti, come segue: 

Primo Giorno: Uno morì per tutti 
Secondo Giorno: Vivere non più per se stessi 
Terzo Giorno: Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo 
Quarto Giorno: Le cose vecchie sono passate 
Quinto Giorno: Tutto è diventato nuovo 
Sesto Giorno: Dio ha riconciliato il mondo con sé 
Settimo Giorno: L‘annunzio della riconciliazione 
Ottavo Giorno: Riconciliàti con Dio 

Nella liturgia ecumenica si celebra il fatto che Dio, in Cristo, ha riconciliato il mondo con sé. Questo evento da celebrare deve anche includere una nostra confessione di peccato prima di ascoltare la Parola proclamata e attingere alla sorgente senza fine del perdono di Dio. Solo successivamente saremo in grado di testimoniare al mondo che la riconciliazione è possibile. 

Chiamati alla testimonianza

L‘amore di Cristo ci sollecita a pregare, ma anche ad andare oltre la nostra preghiera per l‘unità dei cristiani. Le comunità e le chiese hanno bisogno del dono della riconciliazione di Dio quale sorgente di vita. Ma, soprattutto, esse ne hanno bisogno per poter dare la loro comune testimonianza al mondo: ―Fa' che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch‘essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato (Gv 17, 21). Il mondo necessita di ambasciatori di riconciliazione, che facciano cadere barriere, costruiscano ponti, stabiliscano la pace, e aprano la porta a nuovi stili di vita, nel nome dell‘Unico che ci ha riconciliati in Dio, Gesù Cristo. Il suo Santo Spirito conduce al cammino verso la riconciliazione nel suo nome. Dal momento che questo testo è stato scritto nel 2015, molte persone e molte chiese in Germania erano impegnate nel mettere in pratica la riconciliazione offrendo ospitalità ai numerosi rifugiati provenienti dalla Siria, dall‘Afghanistan, dall‘Eritrea, così come da paesi dei Balcani occidentali, in cerca di protezione e di una nuova vita. Il sostegno pratico e le efficaci azioni contro l‘odio verso gli stranieri hanno costituito una chiara testimonianza di riconciliazione per la popolazione tedesca. Quali ministre di riconciliazione le chiese tedesche hanno attivamente assistito i rifugiati trovando loro nuove case, e nello stesso tempo cercando di migliorare le condizioni di vita nei paesi che essi avevano dovuto lasciare. Agire concretamente per aiutarli è necessario tanto quanto pregare insieme per la riconciliazione e la pace, per dare un po‘ di speranza e di consolazione a quanti cercano di fuggire dalla loro terribile situazione. 
La sorgente della riconciliazione in Dio, donata gratuitamente, possa scorrere durante la Settimana di preghiera di quest‘anno, cosicché molte persone trovino la pace, e si ricostituiscano legami; possano i popoli e le chiese sentirsi spinti dall‘amore di Dio a vivere una vita riconciliata e a rompere le barriere che ci separano. 


«Siate coraggiosi!» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
17 gennaio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Divieto di parcheggio”

Il cristiano, consapevole che «Dio non delude», deve sempre avere «orizzonti aperti» alla speranza. Anche di fronte alle avversità non deve rimanere «parcheggiato» o «pigro», senza la «voglia di andare avanti». Contiene un deciso invito al «coraggio» la meditazione svolta da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta martedì 17 gennaio. Lo spunto è giunto dalla prima lettura della liturgia del giorno, nella quale l’autore della Lettera agli Ebrei (6, 10-20) ammonisce appunto «di essere coraggiosi». Tant’è, ha detto il Pontefice, che «se noi volessimo scrivere un titolo a questo passo dovremmo dire: “Siate coraggiosi”».

Quindi il coraggio. Del quale nella Scrittura si dice: «Che ciascuno di voi dimostri lo zelo — cioè, ha detto il Papa, “il coraggio per andare avanti” — e questo zelo vi porterà al compimento fino alla fine». Del resto, ha spiegato Francesco, coraggio «è una parola che piace tanto a san Paolo». Così, ad esempio, quando l’apostolo riflette sull’atteggiamento del cristiano nei confronti della vita «ci parla dell’allenamento che fanno nello stadio, nella palestra, quelli che vogliono vincere», e spiega che ci vuole «coraggio, andare avanti senza vergogna». Perché, ha aggiunto il Pontefice, «vita coraggiosa è quella del cristiano».

Ma l’apostolo delle genti scrive anche un’altra cosa: «perché non diventiate pigri». Si sofferma, cioè, anche sull’atteggiamento «contrario: la pigrizia, non avere coraggio». E il Papa ha tradotto il concetto con un’immagine concreta presa dalla vita quotidiana: «vivere nel frigo, così, perché tutto rimanga così». Il riferimento è ai «cristiani pigri, i cristiani che non hanno la voglia di andare avanti, i cristiani che non lottano per fare le cose che cambiano, le cose nuove, le cose che ci farebbero bene a tutti, se queste cose cambiassero».

Sono, ha aggiunto utilizzando un’altra immagine efficace, «i cristiani parcheggiati», quelli che «hanno trovato nella Chiesa un bel parcheggio. E quando dico cristiani dico laici, preti, vescovi... Tutti». E, purtroppo, «ce ne sono di cristiani parcheggiati! Per loro la Chiesa è un parcheggio che custodisce la vita e vanno avanti con tutte le assicurazioni possibili».

«Questi cristiani fermi» hanno ricordato al Papa «una cosa che da bambino dicevano a noi i nonni: “Stai attento che l’acqua ferma, quella che non scorre, è la prima a corrompersi”». E costoro, «che non lottano», che «vivono nella sicurezza che loro pensano la religione dia loro», finiscono proprio così. Al contrario, l’invito dell’apostolo e del Pontefice è: «siate coraggiosi!». E per questo, si legge nel passo biblico, «abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza», che ci rende «cristiani coraggiosi e non pigri».

Ha spiegato il Papa: «un cristiano pigro non ha speranza, è chiuso lì, ha tutti i vantaggi, non deve lottare, è in pensione». Ora, se è vero che «dopo tanti anni di lavoro andare in pensione è giusto, è bello pure», è anche vero che «passare tutta la tua vita in pensione è brutto». E «i cristiani pigri sono così. Perché? Perché non hanno speranza».

Ecco allora il messaggio proposto dalla liturgia: «la speranza, quella speranza che non delude, che va oltre». Si legge infatti che essa è «un’ancora sicura e salda per la nostra vita». Dunque «la speranza è l’ancora: l’abbiamo buttata e noi siamo aggrappati alla corda». Ma non per restare fermi: «La speranza è lottare, aggrappato alla corda, per arrivare là». E «nella lotta di tutti i giorni» la speranza «è una virtù di orizzonti, non di chiusura». Forse, ha aggiunto Francesco, la speranza «è la virtù che meno si capisce ma è la più forte» perché ci consente di vivere «sempre guardando avanti con coraggio».

Qualcuno — ha detto a questo punto il Papa — potrebbe obbiettare: «Sì, padre, ma ci sono momenti brutti, dove tutto sembra buio, cosa devo fare?». La risposta è: «Aggrappati alla corda e sopporta». Dobbiamo infatti essere consapevoli che «a nessuno di noi viene regalata la vita, dobbiamo lottare per avere la vita o sopportare». Non a caso, ha sottolineato il Pontefice, “coraggio” e “sopportare” sono due parole «che Paolo usa tanto tanto nelle sue lettere».

I cristiani devono essere «coraggiosi», avere il «coraggio per andare avanti». È vero — ha aggiunto Francesco — «i cristiani tante volte sbagliano; ma chi ti ha promesso che nella tua vita tu non sbaglierai mai? Tutti sbagliamo. Sbaglia quello che va avanti, quello che cammina, quello che sta fermo sembra non sbagliare». Perciò oltre al coraggio serve la capacità di sopportare: «nel momento in cui non si può camminare perché tutto è buio, tutto è chiuso, sopportare». Si tratta di quella costanza attraverso la quale, è scritto, si diventa «eredi delle promesse». È la «costanza nei momenti brutti».

Per questo il Pontefice ha invitato tutti a fare un esame di coscienza e a chiedersi: «Sono un cristiano parcheggiato, pigro o un cristiano coraggioso? Sono un cristiano che voglio tutte le sicurezze o sono un cristiano che rischia? Sono un cristiano chiuso o un cristiano di orizzonti, di speranza?». E ancora: «Come va la mia speranza? Il mio cuore è ancorato nell’orizzonte, io sono aggrappato alla corda e ci credo anche nei momenti brutti? E nei momenti brutti sono capace di sopportare perché so che Dio non delude, so che la speranza non delude?».

Si tratta, in definitiva, di una domanda più profonda, e cioè: «Come sono io? Come è la mia vita di fede? È una vita di orizzonti, di speranza, di coraggio, di andare avanti, o una vita tiepida che neppure sa sopportare i momenti brutti?».

La preghiera al Signore, ha concluso il Papa riprendendo l’orazione liturgica della colletta del giorno, è che «ci dia la grazia di superare i nostri egoismi perché i cristiani parcheggiati, i cristiani fermi, sono egoisti. Guardano soltanto se stessi, non sanno alzare la testa a guardare lui».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 17 gennaio 2017

Papa Francesco visita la parrocchia Santa Maria a Setteville, nel comune di Guidonia: testimoniare Gesù, senza chiacchiere (seconda parte)






Omelia durante la Celebrazione Eucaristica



Il Vangelo ci presenta Giovanni [il Battista] nel momento in cui dà testimonianza di Gesù. Vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è Colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”» (Gv 1,29-30). Questo è il Messia. Dà testimonianza. E alcuni discepoli, sentendo questa testimonianza – discepoli di Giovanni – seguirono Gesù; andarono dietro a Lui e sono rimasti contenti: «Abbiamo trovato il Messia!» (Gv 1,41). Hanno sentito la presenza di Gesù. Ma perché hanno incontrato Gesù? Perché c’è stato un testimone, perché c’è stato un uomo che ha dato testimonianza di Gesù.
Così succede nella nostra vita. Ci sono tanti cristiani che professano che Gesù è Dio; ci sono tanti preti che professano che Gesù è Dio, tanti vescovi… Ma tutti danno testimonianza di Gesù? O essere cristiano è come… un modo di vivere come un altro, come essere tifoso di una squadra? “Ma sì, sono cristiano…”. O come avere una filosofia: “Io osservo questi comandamenti, sono cristiano, devo fare questo…”. Essere cristiano, prima di tutto, è dare testimonianza di Gesù. La prima cosa. E questo è quello che hanno fatto gli Apostoli: gli Apostoli hanno dato testimonianza di Gesù, e per questo il cristianesimo si è diffuso in tutto il mondo. Testimonianza e martirio: la stessa cosa. Si dà testimonianza nel piccolo, e alcuni arrivano al grande, a dare la vita nel martirio, come gli Apostoli. Ma gli Apostoli non avevano fatto un corso per diventare testimoni di Gesù; non avevano studiato, non sono andati all’università. Avevano sentito lo Spirito dentro e hanno seguito l’ispirazione dello Spirito Santo; sono stati fedeli a questo. Ma erano peccatori, tutti! I Dodici erano peccatori. “No, Padre, Giuda soltanto!”. No, poveraccio… Noi non sappiamo cosa è accaduto dopo la sua morte, perché la misericordia di Dio c’è anche in quel momento. Ma tutti erano peccatori, tutti. Invidiosi, avevano gelosia tra loro: “No, io devo occupare il primo posto e tu il secondo”; e due di loro parlano alla mamma perché vada a parlare a Gesù che dia il primo posto ai loro figli… Erano così, con tutti i peccati. Erano anche traditori, perché quando Gesù è stato catturato, tutti sono scappati, pieni di paura; si sono nascosti: avevano paura. E Pietro, che sapeva di essere il capo, sentì il bisogno di avvicinarsi un po’ per vedere cosa accadeva; e quando la domestica del sacerdote disse: “Ma anche tu eri…”, disse: “No, no, no!”. Rinnegò Gesù, tradì Gesù. Pietro! Il primo Papa. Tradì Gesù. E questi sono i testimoni! Sì, perché erano testimoni della salvezza che Gesù porta, e tutti, per questa salvezza si sono convertiti, si sono lasciati salvare. E’ bello quando, sulla riva del lago, Gesù fa quel miracolo [la pesca miracolosa] e Pietro dice: «Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore» (Lc 5,8). Essere testimone non significa essere santo, ma essere un povero uomo, una povera donna che dice: “Sì, sono peccatore, ma Gesù è il Signore e io do testimonianza di Lui, e io cerco di fare il bene tutti i giorni, di correggere la mia vita, di andare per la giusta strada”.

Soltanto io vorrei lasciarvi un messaggio. Questo lo capiamo tutti, quello che ho detto: testimoni peccatori. Ma, leggendo il Vangelo, io non trovo un [certo tipo di] peccato negli Apostoli. Alcuni violenti c’erano, che volevano incendiare un villaggio che non li aveva accolti… Avevano tanti peccati: traditori, codardi… Ma non ne trovo uno [particolare]: non erano chiacchieroni, non parlavano male degli altri, non parlavano male uno dell’altro. In questo erano bravi. Non si “spennavano”. Io penso alle nostre comunità: quante volte, questo peccato, di “togliersi la pelle l’uno all’altro”, di sparlare, di credersi superiore all’altro e parlare male di nascosto! Questo, nel Vangelo, loro non l’hanno fatto. Hanno fatto cose brutte, hanno tradito il Signore, ma questo no. Anche in una parrocchia, in una comunità dove si sa… questo ha truffato, questo ha fatto quella cosa…, ma poi si confessa, si converte… Siamo tutti peccatori. Ma una comunità dove ci sono le chiacchierone e i chiacchieroni, è una comunità che è incapace di dare testimonianza.

Io dirò soltanto questo: volete una parrocchia perfetta? Niente chiacchiere. Niente. Se tu hai qualcosa contro uno, vai a dirglielo in faccia, o dillo al parroco; ma non fra voi. Questo è il segno che lo Spirito Santo è in una parrocchia. Gli altri peccati, tutti li abbiamo. C’è una collezione di peccati: uno prende questo, uno prende quell’altro, ma tutti siamo peccatori. Ma quello che distrugge, come il tarlo, una comunità sono le chiacchiere, dietro le spalle.

Io vorrei che in questo giorno della mia visita questa comunità facesse il proposito di non chiacchierare. E quando ti viene voglia di dire una chiacchiera, morditi la lingua: si gonfierà, ma vi farà tanto bene, perché nel Vangelo questi testimoni di Gesù – peccatori: anche hanno tradito il Signore! – mai hanno chiacchierato uno dell’altro. E questo è bello. Una parrocchia dove non ci sono le chiacchiere è una parrocchia perfetta, è una parrocchia di peccatori, sì, ma di testimoni. E questa è la testimonianza che davano i primi cristiani: “Come si amano, come si amano!”. Amarsi almeno in questo. Incominciate con questo. Il Signore vi dia questo regalo, questa grazia: mai, mai sparlare uno dell’altro. Grazie.


Guarda il video integrale della celebrazione eucaristica



Saluto finale sul piazzale antistante la parrocchia

Avete preso tanto freddo! Un pochettino…
Grazie tante, e vi chiedo di pregare per me, pregare perché la parrocchia vada avanti, il quartiere vada avanti, per gli ammalati, perché guariscano, per i bambini, perché crescano sani, e pregare per tutti: gli uni per gli altri. E questo fa che la Chiesa sia buona, anche che il quartiere sia un quartiere di pace. Quando la gente prega uno per l’altro, vengono cose buone: non costa niente, ma fa tanto bene.
E adesso, prima di andarmene, vorrei darvi la benedizione. Preghiamo la Madonna, prima: Ave o Maria, …
[Benedizione]

Pregate per me, non dimenticatevi! Grazie. Buona serata.







IL PECCATO DEL MONDO: L'INGIUSTIZIA - Rapporto Oxfam, i primi 8 miliardari hanno gli stessi beni di metà degli abitanti del pianeta



IL PECCATO DEL MONDO: L'INGIUSTIZIA
Rapporto Oxfam, i primi 8 miliardari hanno gli stessi beni 
di metà degli abitanti del pianeta
Firma e aderisci alla campagna 
“Un’economia umana per il 99%”.


L’attuale sistema economico finanziario favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di un manipolo di nababbi ai danni dei più poveri (in maggioranza donne). E l’Italia non fa eccezione se, stando ai dati del 2016, l’1% più facoltoso della popolazione ha nelle mani il 25% della ricchezza nazionale netta. 
Otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Lo rivela il nuovo rapporto di Oxfam, diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, che analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando. Lo scorso anno erano 62. Appello ai governi a cambiare le politiche


Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. “È necessario un profondo ripensamento – secondo Oxfam – dell’attuale sistema economico che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.



Il contrario di un’economia umana 
di Tonio Dell'olio 

I dati resi noti da Oxfam sulla distribuzione della ricchezza nel mondo e nel nostro Paese, rischiano di apparire aride statistiche, numeri senz’anima, se non fosse che proprio quelle cifre urlano il peccato del mondo, l’ingiustizia, ovvero l’obiettivo di molti (o di pochi?) di puntare esclusivamente al profitto non facendosi scrupolo di utilizzare le vie della corruzione e dell’evasione fiscale. Il rapporto rende noto che le otto persone più ricche del pianeta possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. In Italia in sette possiedono quanto il 30% della popolazione. Di qui tutte le altre considerazioni sui danni prodotti dall’accumulazione della ricchezza che, non investita nella creazione di lavoro né ridistribuita se non nella quota parte agli azionisti, va a concimare la crescita del capitale stesso. I mezzi attraverso i quali avviene tutto questo sono esposti e dimostrati dal rapporto con rigore scientifico: elusione fiscale, clientelismo, investimenti nei paradisi fiscali, sofisticati sistemi di corruzione e sostegno alla politica compiacente, riduzione dei diritti e delle garanzie dei lavoratori. Nello stesso rapporto, gli esperti di Oxfam indicano otto mosse indispensabili per invertire questa tendenza e riuscire a creare un’economia umana. Adesso queste richieste diventano una campagna denominata proprio “Un’economia umana per il 99%”.
(Fonte: Mosaico dei Giorni)


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Servizio TV2000

Per leggere:
il documento 



La sintesi del rapporto in cinque punti
  • Dal 2015, l’1 per cento della popolazione possiede la maggior parte della ricchezza mondiale.
  • Al momento otto uomini possiedono il corrispettivo della ricchezza del 50 per cento della popolazione mondiale. Ecco gli otto miliardari: Bill Gates (75 miliardi di dollari), Amancio Ortega (67 miliardi di dollari), Warren Buffett (60,8 miliardi di dollari), Carlos Slim Helu (50 miliardi di dollari), Jeff Bezos (45,2 miliardi di dollari), Mark Zuckerberg (44,6 miliardi di dollari), Larry Ellison (43,6 miliardi di dollari), Michael Bloomberg (40 miliardi di dollari).
  • L’amministratore delegato di una delle cento aziende più grandi quotate in borsa a Londra guadagna in un anno quanto diecimila lavoratori di una fabbrica tessile del Bangladesh.
  • Una ricerca dell’economista Thomas Piketty mostra che negli ultimi trent’anni la crescita dei salari del 50 per cento della popolazione mondiale è stata pari a zero, mentre quella dell’1 per cento della popolazione mondiale è aumentata del 300 per cento.
  • In Vietnam l’uomo più ricco guadagna in un giorno di più di quello che la persona più povera guadagna in dieci anni

OXFAM: Un futuro equo, per tutti 

La disuguaglianza economica è sempre più estrema. Nel mondo, 8 persone detengono oggi la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ovvero della metà più povera della popolazione mondiale. L’1% degli abitanti del nostro pianeta ha una ricchezza superiore a quella del restante 99%.

 In Italia, l’1% più ricco possiede 415 volte la ricchezza del 20% più povero. Allo stesso tempo diventano sempre più drammatiche le conseguenze degli squilibri di reddito: oltre 1 milione e 600 mila famiglie italiane vivono sotto la soglia di povertà assoluta.

In tutto il mondo e a livello locale, la disuguaglianza minaccia di cancellare i progressi compiuti nella lotta alla povertà. Tutto questo non è né casuale né inevitabile: è la drammatica conseguenza di un modello economico che porta benefici soltanto a una minoranza ricca e potente, a discapito del benessere di ciascuno di noi.

Eppure un'alternativa esiste. Siamo la generazione che può porre fine alla povertà, se i nostri governi ci ascolteranno e si impegneranno concretamente ad adottare politiche per ridurre il divario crescente tra una sempre più esigua élite di super-ricchi e una sempre più ampia moltitudine di poveri. Insieme, possiamo promuovere un modello economico che funzioni per il bene di tutti, un modello in cui il livello di sviluppo di un paese non sia definito solo dal suo PIL, ma da molte più variabili che contribuiscono al benessere dei cittadini.

Questa non è un’utopia. La nostra visione di un’economia più umana, equa e sostenibile è un’alternativa possibile e attuabile da subito. Basta volerla. 



La campagna“Un’economia umana per il 99%”

Chiediamo Governo e a tutte le forze politiche del nostro paese di porre le basi di un’economia umana.
Un futuro equo, per tutti: agisci contro la disuguaglianza,sfida l'ingiustizia!

Firma il manifesto: 





Si può si faccia. 
Fermare le crescenti diseguaglianze
di Leonardo Becchetti


"... Ciò che accende di più l’indignazione è constatare che il progresso scientifico e medico ci mette a disposizione meccanismi in grado potenzialmente di assicurare benessere sostenibile a tutti, e noi li usiamo malissimo. Lo scandalo dunque non è nei limiti della macchina, ma in quelli del pilota. Non dobbiamo distruggere la macchina, ma guidarla in modo diverso. Per corredare la metafora con qualche altro dato il Fondo monetario internazionale ci ricorda che il Pil mondiale cresce mediamente al 3,7% l’anno. Se la crescita della torta fosse equamente distribuita e se i redditi di ciascun abitante del pianeta potessero crescere al 3,7% l’anno ne avremmo per tacitare qualunque "populismo". Ed esistono le tecnologie per ridurre progressivamente l’impatto ambientale della nuova ricchezza prodotta, per assicurare quel tasso di decarbonizzazione necessario per tenere la temperatura del pianeta sotto i limiti necessari.

E invece le drammatiche diseguaglianze che osserviamo, sempre più visibili, sempre meno occultabili nel mondo della comunicazione globale dove i confronti sono immediati, sono un veleno che inquina la vita sociale e mette a rischio la tenuta delle istituzioni e della stessa democrazia. 
...
Il mondo raccontatoci da Oxfam è terreno più che mai fertile per la filantropia. Con diseguaglianze così vistose i super-ricchi possono far bella figura e accreditarsi come benefattori sociali destinando qualcosina all’assistenza degli ultimi. Nazionalismo e filantropia diventano così gli specchi per le allodole con cui si distoglie l’attenzione dal problema perché. Oltre che di gratuità e di volontariato – chiave della generatività e "ricchezza" della vita personale di ognuno – abbiamo bisogno di molta più giustizia sociale.

Per risolvere il problema non c’è da inventare nulla, non bisogna scoprire nessun nuovo vaccino, le ricette sono già tutte pronte. Ci vuole soltanto più sensibilità sociale e politica, alimentata da un’informazione migliore e non deformata dalle bufale e dai travisamenti che oggi chiamiamo «post-verità». In primo luogo, suggerisce giustamente Oxfam, società civili, governi nazionali e istituzioni internazionali mai come in questa epoca devono urgentemente sostenere la battaglia contro l’elusione e i paradisi fiscali. Per questo far pagare le tasse alle grandi imprese globali della Rete è sempre più urgente. La responsabilità fiscale deve poi diventare, assieme a quella sociale e ambientale, una dimensione sempre più importante sulla quale valutare le imprese e i cittadini devono imparare a usare il maggiore potere che hanno che consiste nel premiare con le loro scelte di consumo e di risparmio le aziende leader nella sostenibilità sociale, ambientale e fiscale.Esercitando una pressione dal basso che pesa, e può immediatamente correggere i comportamenti delle imprese.
...
Dobbiamo diventare più scaltri e capire nel nostro carrello quanta dignità del lavoro, quanta salute e sostenibilità ambientale, quanta responsabilità fiscale abbiamo acquistato. Per scoprire magari che, senza pagare un euro in più, avremmo potuto dare un segnale molto importante alle imprese trasformando la loro scelta di responsabilità in variabile competitiva. Perché il mercato senza i nostri consumi e risparmi non va avanti. Un mondo più giusto nel quale i cittadini imparano veramente a fare i loro interessi dando forza allo sforzo delle buone istituzioni per disinnescare l’inquinamento sociale delle diseguaglianze è a portata di mano se lo vogliamo. Se non riusciremo a cogliere l’occasione la responsabilità sarà anche nostra, e non potremo prendercela con nessuno.

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