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lunedì 26 giugno 2017

DON LORENZO MILANI, CHI ERA COSTUI? LA STORIA IN 10 TAPPE


A cinquant'anni dalla morte, avvenuta il 26 giugno del 1967, raccontiamo in dieci punti la storia del priore di Barbiana.


«Trasparente e duro come il diamante, doveva subito ferirsi e ferire», delle definizioni di don Lorenzo Milani è forse la più sintetica ed efficace, non per caso appartiene a don Raffaele Bensi, padre spirituale di Lorenzo Milani dalla conversione alla morte, unico custode del segreto della sua fede. Ma a cinquant’anni dalla morte, ora che anche un Papa ha detto una parola definitiva su di lui, ancora dobbiamo chiederci – rubando il titolo al suo amico Giorgio Pecorini -: Don Milani, chi era costui? Proviamo a rispondere, poco più che in pillole, tenendo conto degli ultimi sviluppi.

1. UNA FAMIGLIA COLTA, AGNOSTICA E FACOLTOSA
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2. MISTERO DELLA FEDE E INDIGESTIONE DI CRISTO

È il 1941, Lorenzo sta studiando pittura e progetta di affrescare una cappella nella tenuta di famiglia a Monterspertoli. La sta esplorando quando, a un certo punto, scrive una lettera all’amico d’infanzia Oreste Del Buono: «Ho letto la Messa. Sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?». Potrebbe essere il primo segno di quello che sta cambiando dentro di lui. Anche se della genesi della sua fede si sa pochissimo, il poco che ha testimoniato don Raffaele Bensi, allora parroco di San Michelino a Firenze. Le lettere pubbliche del loro carteggio sono poche, alcune in Perché mi hai chiamato? (San Paolo). Per molto tempo si è ritenuto che fossero state tutte distrutte, ma gli storici non disperano ancora di poterle ritrovare.
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3. GLI ANNI DEL SEMINARIO
L’ingresso in seminario, nel 1943, segue di poco la conversione: pur ligissimo alle regole, anche lì Lorenzo si rivela uno studente impegnativo che non dà pace a docenti e superiori: fa domande complicate e scomode, obbedisce sempre ma non rinuncia mai ad esercitare il senso critico e non si accontenta di risposte che non siano anche profonde.

Per la famiglia la scelta di Lorenzo è un mistero: non la comprendono ma la rispettano perché capiscono che questa volta non è una bambinata.
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Il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa don Milani e celebra la prima Messa San Michelino.

4. SAN DONATO E LA SCUOLA POPOLARE


Dopo pochi mesi a Montespertoli, cappellano di don Bonanni, la prima “vera” destinazione del sacerdote don Milani è San Donato a Calenzano, un comune operaio in provincia di Firenze, a larghissima maggioranza comunista, dove viene mandato come cappellano dell’anziano don Pugi. È in quel contesto che nasce la scuola popolare: don Milani la fonda laica, perché nessuno se ne senta escluso a priori: capisce al volo che dal punto di vista pastorale costringere i giovani a scegliere tra il padre comunista e la scuola, sarebbe il modo di perderli senza neanche provare ad avvicinarli.

Sono gli anni delle grandi lacerazioni politiche attorno alle elezioni del 1948, della scomunica ai comunisti. Don Milani fa campagna elettorale per la Democrazia cristiana, anche se invita a tener conto nelle preferenze dei più attenti alla causa dei poveri. Ma, a contatto con la povertà e con lo sfruttamento, comincia a percepire nell’anima lo scarto tra le opportunità in cui è cresciuto e la miseria materiale e intellettuale in cui versa il popolo che gli è stato affidato e a maturare una profonda coscienza sociale. Fa scuola perché capisce che chi non ha la cultura minima per leggere un giornale o un contratto di lavoro non è in grado di difendersi dallo sfruttamento né di elaborare un pensiero critico. Si rende conto che senza la comprensione delle parole l’orizzonte della vita umana si riduce alla conquista di un piatto di minestra la sera e che anche l’ascolto della Parola rischia di diventare mera prosecuzione di riti, di cui non si comprende il significato.

Sono anche gli anni delle prime prese di posizioni pubbliche come la lettera aperta “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”. Pubblicata su Adesso il quindicinale fondato da don Primo Mazzolari, con cui scambia alcune lettere: parole essenziali e molto dirette che mettono a nudo – senza perifrasi - le contraddizioni di una Chiesa non sempre schierata con i poveri nei gesti quanto vorrebbe esserlo predicando.

Cominciano a maturare le convinzioni che sfoceranno in Esperienze pastorali. Cominciano qui le incomprensioni con la gerarchia che vede nelle idee di quel cappellano più un pericolo che un invito accorato al ritorno all’essenza spoglia del Vangelo di Cristo, così efficacemente sintetizzata nel 1950 nella lettera al giovane comunista Pipetta: «Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo: “Beati i... fame e sete”».

5. L'ESILIO SUL MONTE DEI GIOVI

ll Concilio Vaticano II è lontano, la Curia fiorentina “soffre” il pensiero sociale avanzato da quello che gli storici della Chiesa chiameranno “il chiostro di folli di Dio”, formatosi attorno al cardinale Elia Dalla Costa con La Pira, Balducci, Rosadoni, Barsotti, Fabbretti, Turoldo, Bensi.

La voce del giovane cappellano Milani tuona con una franchezza sconosciuta ai toni felpati della curia del tempo e il suo dialogo “con i lontani”, come si diceva allora, viene percepito come troppo aperto.

Pesano i simboli: la scuola laica che non esclude e il funerale di un giovane operaio, durante il quale in chiesa sono apparse bandiere rosse. ...

Quando il 12 settembre del 1954 muore il parroco di San Donato don Pugi non accade quello che le pecorelle di San Donato si attendono e cioè che don Milani venga confermato parroco al suo posto. Gli assegnano, invece, un’altra parrocchia, ma non è una delle tante. È Sant’Andrea di Barbiana, una pieve isolatissima sul monte dei Giovi in Mugello.

Barbiana non è un paesello: è una chiesetta, una povera canonica, qualche cipresso e un piccolo cimitero, sul cocuzzolo di una montagna a cinquecento metri d’altitudine: quaranta anime sparse per le case lontane. La parrocchia già destinata alla chiusura resta aperta per don Milani.
6. LA SCUOLA DI BARBIANA

Quando don Lorenzo Milani ci arriva, accompagnato dalla governante di San Donato Eda Pelagatti e dall’anziana madre di lei Giulia, il 6 dicembre del 1954, a Barbiana si sale a piedi, per una mulattiera. Quel giorno piove a dirotto: non c’è acqua corrente, né gas, né luce. Quando don Lorenzo ci arriva, Barbiana è la fine del mondo, ma scrive alla madre che non provino a distoglierlo da lì, a parlargli di un altro sradicamento dopo quello appena subito.

Il giorno dopo va in Comune a Vicchio e si compra una tomba al cimitero di Barbiana: don Milani ha 31 anni. 
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E capisce subito che i figli di quel popolo sparso, se il pomeriggio vanno nei campi o a badar pecore, son destinati a uscire prematuramente dalla scuola di Stato senza saper né leggere né scrivere, defraudati, se non nella forma nella sostanza, del loro diritto all’istruzione e dei loro diritti successivi: scartati già da piccoli, come direbbe oggi papa Francesco, costretti a delegare in tutto, incapaci di aver voce in capitolo come persone, come cittadini, come cristiani.

La scuola di Barbiana in casa del priore o sotto il pergolato comincia con un doposcuola, che prestissimo diventa avviamento professionale e, quando sarà il momento, nel 1963, corso di recupero per la media unificata, per cui sarà preziosissimo negli ultimi anni l’aiuto di Adele Corradi, una professoressa che si farà trasferire in una scuola pubblica della zona, per dare una mano a don Milani con continuità.

La scuola di Barbiana è aderente alla vita e a tempo pienissimo: tutto è occasione di apprendimento, la fanno da padrone le parole in tante lingue, grimaldello per capire il mondo e il Vangelo. Don Milani accoglie i più diseredati, quelli senza un’alternativa, rifiutati dalle scuole ufficiali, provenienti dalle case della zona o portati dagli amici, tra loro due fratelli orfani Michele e Francuccio Gesualdi, che gli crescono in casa come figli. L’esperimento educativo di Barbiana, che arriva a mandare i ragazzi da soli all’estero a studiare le lingue, Francuccio addirittura in Algeria, mantenendosi lavorando, attira l’interesse e la curiosità di molte persone che vanno lassù a vedere e vengono messe da don Milani a insegnare ciò che sanno ai suoi ragazzi invitati a far domande a togliersi la timidezza contadina.



7. IL CASO "ESPERIENZE PASTORALI"

Sono gli anni in cui maturano gli scritti di don Milani, Esperienze pastorali esce nel 1958, ha l’imprimatur, ma fa rumore: non è un trattato di scienze pastorali, è la sintesi, dell’esperienza vissuta da don Milani. Una riflessione sociologica, razionale e senza eufemismi – statistiche alla mano – sulle condizioni delle comunità a lui affidate, sul ruolo del parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale.

In quelle pagine don Milani prende le distanze dalle forme di intrattenimento in uso negli oratori e nelle parrocchie, indicando lo studio e non lo svago come strada maestra dell’apostolato. Lo fa con un modo di esprimersi diretto, insolito tra i sacerdoti, che risulta urticante a molti e in primis alla Curia fiorentina dell’epoca. Il libro viene ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant’Uffizio (per ragioni di opportunità, ma non con un decreto che ne metta in questione l’ortodossia).

Una recensione, firmata da padre Angelo Perego su La Civiltà cattolica, stronca pensantissimamente il libro e, per l’autorevolezza della fonte, segna in modo determinante la storia dell’incomprensione di don Lorenzo da parte della Chiesa, incluso il patriarca Angelo Roncalli futuro Giovanni XXIII. Un motivo di sofferenza senza tregua nella vita di don Milani, che esprime le sue idee con parole che riflettono insieme la sua toscanità e la radicalità del convertito, obbedendo però sempre a ogni minimo ordine dei superiori.

8. L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'

Al di fuori della Chiesa, più che Esperienze pastorali, è – nel 1965 - la Lettera ai Cappellani militari a porre don Milani al centro del dibattito pubblico: è il testo noto come L’obbedienza non è più una virtù. Si tratta di una risposta a una presa di posizione pubblica di alcuni Cappellani militari che tacciano di “viltà” gli obiettori di coscienza.

Don Milani e i suoi ragazzi, che sulla porta della loro scuola hanno il motto “I care”, “mi importa”, “mi faccio carico”, e che stanno riflettendo insieme sul primato della coscienza, sulla necessità dell’assunzione della responsabilità del singolo nella società, rispondono con la lettera aperta che fa un grande clamore: pongono - con rigore logico - il problema morale del cristiano davanti alle armi e alla guerra e all’ordine di sparare sui civili inermi.

L’obiezione di coscienza e il pacifismo non sono ancora un fatto acquisito per la Chiesa e nemmeno lo Stato ha ancora accettato come legale l’obiezione di coscienza al servizio militare: chi si sottrae alla leva obbligatoria finisce in carcere. A complicare a don Milani le cose con la Chiesa c’è il fatto che la lettera, spedita a tutti i giornali anche cattolici, viene pubblicata soltanto da Rinascita. Ma non tutti nel mondo cattolico hanno chiaro che non è stata una scelta del priore pubblicare su un giornale comunista. A complicargliele con lo Stato c’è la legge: Don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, subiscono insieme un processo per istigazione a delinquere. Mentre il dibattito sull’obiezione di coscienza esplode e divide.

Don Milani al processo non partecipa, non nomina un avvocato ma si lascia difendere dall’avvocato d’ufficio Alfonso Gatti. E’già molto malato, un linfoma di Hodgkin gli ha già decretato vita breve, si difende al processo con una memoria difensiva: nota come Lettera ai giudici. Il primo grado si conclude con l’assoluzione di entrambi.

9. LETTERA A UNA PROFESSORESSA

Un altro episodio, la bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle scuole magistrali, innesca l’ultimo scritto: Lettera a una professoressa, una spietata, provocatoria, disamina sulla scuola pubblica dell’obbligo di quegli anni, incapace di colmare, secondo Costituzione, gli svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di denari.

Possibile, si chiede don Milani, che il Padreterno faccia nascere gli asini e gli svogliati solo nelle case dei poveri? La lettera è scritta con l’innovativo metodo della scrittura collettiva insieme ai ragazzi e va alle stampe, con una corsa contro il tempo, nell’aprile del 1967: don Milani è alle ultime settimane di vita, continua a soffrire anche per l’incomprensione della Chiesa, che il suo vescovo non smette di manifestargli. Il testo di Lettera a una professoressa avrà vita propria dopo la morte del Priore: molto citato, poco letto, il più delle volte misconosciuto, diverrà nei mesi successivi icona della contestazione studentesca. Accanto agli entusiasmi non mancano strumentalizzazioni e fraintendimenti che, insieme ad altri successivi, spiegano l’accusa postuma a don Milani, ripetutamente tacciato, fino all’oggi, di essere stato – tramite la Lettera avulsa dal suo contesto - l’ispiratore dei guasti (veri o presunti) dell’istruzione contemporanea.

10. IL TESTAMENTO

Don Lorenzo Milani muore a 44 anni il 26 giugno del 1967 in via Masaccio a casa della madre dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, senza ricevere l’abbraccio del suo vescovo Ermenegildo Florit che non ha mai compreso l’urgenza evangelica sottesa ai suoi comportamenti. Il processo di appello condannerà Pavolini, mentre per don Milani la morte ha estinto il reato. Ai suoi ragazzi lascia un testamento che si conclude così: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo». Nel 2014 Papa Francesco rimuove il provvedimento emesso nel 1958 dal Sant’uffizio su Esperienze pastorali. Il 20 giugno 2017 Francesco è il primo papa della storia a pregare a Barbiana sulla tomba di don Lorenzo Milani e nelle parole pronunciate quel giorno accoglie, definitivamente, come «un bravo prete da cui prendere esempio», il Priore di Barbiana nell’alveo della Chiesa. Ora possiamo dire che don Milani aveva ragione, quando diceva: «Fra cinquant’anni mi capiranno. E’ andata così, alla lettera».


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Vedi anche:


Don Lorenzo Milani. Lettera a una professoressa, un «pugno» che resta attuale di Francesco Gesualdi

A 50 anni dalla morte di Don Lorenzo Milani. 
Lettera a una professoressa, un «pugno» che resta attuale
di Francesco Gesualdi


pubblicato su Avvenire
il 18 maggio 2017

Quando Lettera a una Professoressa uscì alle stampe a fine maggio 1967, don Lorenzo Milani, il Priore, come lo chiamavamo noi, stava ormai molto male e su consiglio di tutti si era trattenuto a Firenze presso la mamma. A turno noi ragazzi lo assistevamo di giorno e di notte, ma benché molto debole non trascurò niente affinché la Lettera si diffondesse. Non potendo scrivere di persona, aveva incaricato noi ragazzi di segnalare l’uscita del libro a una serie di amici fra cui giornalisti, insegnanti, sindacalisti. Un messaggio semplice, scritto per suo conto, su una cartolina. All’inizio, la stampa non si occupò molto di Lettera a una professoressa, ma il dibattito divampò un mese più tardi quando il Priore morì. Dovendo occuparsi di questo prete così straordinario, i giornalisti furono costretti a leggere la sua ultima opera scritta assieme ai suoi ragazzi e tutti reagirono come se avessero ricevuto un cazzotto allo stomaco. Chiunque la leggesse non poteva fare a meno di immedesimarsi nel Gianni scartato o nel Pierino figlio di papà e benché indirizzata a una professoressa, ognuno la sentiva come indirizzata a se stesso. Una lettera personale a cui ognuno reagiva con ira, amore, commozione, mai con indifferenza, a seconda della posizione sociale occupata e del percorso di riflessione effettuato in ambito politico e morale.

Nel cinquantesimo della pubblicazione, molti si chiedono se Lettera a una professoressa sia ancora di attualità. La domanda è lecita perché la società a cui la Lettera fa riferimento non c’è più, almeno nella nostra parte d’Europa. Era una società rurale, mentre quella di oggi non è neanche più industriale: è una società terziaria dominata dall’informatica, dalla comunicazione, dalle biotecnologie. Dunque da un punto di vista economico e tecnologico Lettera a una professoressa appartiene a un’altra era geologica. Ma da un punto di vista sociale e politico è ancora di estrema attualità perché il panorama è mutato di poco. Per certi versi è addirittura peggiorato. Fondamentalmente la Lettera è un atto di accusa contro l’atteggiamento selettivo della scuola, addirittura classista verso i poveri. Un’opposizione messa in atto attraverso il sistema dei voti, del tempo breve, delle bocciature. Forse oggi si boccia meno nell’arco della scuola dell’obbligo, ma la richiesta di Lettera a una professoressa non è semplicemente quella di tenere ogni ragazzo in pari con i propri compagni, bensì di garantire a ciascuno il sapere di cui ha bisogno per essere cittadino sovrano. Da questo punto di vista non possiamo dire di avere fatto molti passi avanti.

Anzi siamo andati indietro considerato che il taglio alle spese operato in nome del debito ha ridotto il numero di insegnanti e aumentato il numero di alunni per classe. Cosa può sperare di imparare il bambino senegalese o albanese col suo italiano stentato in una classe di 25 alunni? Come diceva padre Balducci, le Barbiane del mondo sono ancora molte e stanno anche dentro la nostra Europa. La novità è che non si trovano più nei campi, ma nelle periferie urbane fra le famiglie immigrate e disoccupate. I loro bambini continuano ad avere grandi difficoltà nello studio a causa delle condizioni abitative, della babele di lingue in cui sono inseriti, della mancanza di famiglie alle spalle in grado di seguirli. Finché la scuola non abbandonerà l’atteggiamento del tribunale che giudica e non entrerà invece in quello dell’ospedale che si prende cura delle creature più fragili, Lettera a una professoressa conserva tutta la propria ragion d’essere.

La battaglia contro la discriminazione è un caposaldo della Lettera, ma sarebbe un errore interpretarla solo come una difesa corporativa delle fasce più deboli. In realtà, è una battaglia più ampia per i diritti, altro tema di grande attualità. I diritti fanno parte della tradizione liberale, che però li confina all’ambito politico e giuridico. Locke, ad esempio, ne citava solo tre: libertà, proprietà, vita. Col crescere della pressione popolare il concetto di diritto si è esteso ad aspetti sociali ed economici come l’acqua, l’alloggio, la sanità e giustappunto l’istruzione. La grande affermazione è che tutti dobbiamo accedere a questi servizi, anche se non possiamo pagarli, perché attengono alla dignità umana. Di colpo, così, si è affermata la gratuità e si è imposta la comunità, la sola che fornisce servizi, non attraverso la compra-vendita, ma la solidarietà. Questa prospettiva, però, danneggia il mercato perché ogni servizio affidato alla comunità è un’occasione di guadagno in meno per il settore privato. Di qui l’offensiva neoliberista per convincerci che i bisogni, compresi quelli fondamentali, non si soddisfano per diritto, ma per merito. Come dire che solo i forti, i veloci, gli intelligenti, i ricchi possono soddisfare tutti i bisogni che vogliono, mentre gli altri devono rinunciare.

Di sicuro non è un caso se la scuola si sta orientando sempre di più verso la meritocrazia rendendo di estrema attualità Lettera a una professoressa che già 50 anni fa criticava i voti, le interrogazioni, le promozioni, le bocciature, come espressione del principio del merito contro quello del diritto. La Lettera afferma senza mezzi termini che la scuola deve essere organizzata per garantire a tutti il diritto al sapere. Ma per quale scopo? In linea con l’ideologia dominante la scuola propone come fine la carriera, ma poiché l’egoismo non fa parte dello spirito giovanile, la motivazione della carriera non attecchisce, e la scuola è costretta a usare lo spauracchio dei voti e delle bocciature per spronare i ragazzi a studiare. A Barbiana ci veniva proposto di studiare per tutt’altri motivi, primo fra tutti la dignità personale che significa essere sempre in grado di decidere noi cosa fare o non fare, se necessario andando contro corrente, perfino contro la legge quando è sbagliata. L’antitesi della dignità sono le mode, l’adeguamento al comportamento di tutti solo per stare nel branco. Per questo Lettera a una professoressa chiede alla scuola di difendere i ragazzi dalle mode, non mettendoli sotto una campana di vetro ma insegnando loro a pensare e a non fare mai niente prima di averlo passato al vaglio della propria testa. A Barbiana il Priore ci spronava costantemente a pensare e diventava furioso di fronte a chi non sapeva argomentare le proprie scelte.

A Barbiana ci veniva anche insegnato che «il problema degli altri è uguale al nostro», per cui «uscirne da soli è l’avarizia, uscirne insieme è la politica». Perciò Barbiana era una finestra costantemente aperta sul mondo tramite la lettura del giornale e l’incontro con le numerose persone che venivano a farci visita. Con un obiettivo: renderci cittadini sovrani. Ed è proprio questa la finalità che Lettera a una professoressa assegna alla scuola in perfetta sintonia con Piero Calamandrei che definiva la scuola «organo costituzionale». A significare che non può esistere democrazia senza una scuola che mette tutti in grado di capire la realtà, di esprimere la propria opinione e di capire quella altrui. Esattamente gli stessi contenuti rivendicati dalla Lettera che fa della lingua il fulcro di una scuola libera, democratica e popolare.

domenica 25 giugno 2017

L'umanità di Gesù è modello accessibile per una felicità che non pretende di trattenere ma si allena a donare. «Caro don, ma per te la felicità che cos'è?»

L'umanità di Gesù è modello accessibile per una felicità 
che non pretende di trattenere ma si allena a donare.
«Caro don, ma per te la felicità che cos'è?»
 domande di Margherita e Paolo  
don Enrico Parazzoli
 
Margherita, 21 anni, e Paolo, 24 anni, due giovani impegnati a vario titolo nell'ambito ecclesiale, hanno rivolto alcune domande a don Enrico Parazzoli, parroco della periferia di Milano e assistente regionale AGESCI Rover/Scolte (ragazzi tra i 16 e i 20 anni), impegnato per molti anni nella pastorale scolastica. (Testo pubblicato su Vino Nuovo il 24 giugno 2017)
Margherita, 21 anni, e Paolo, 24 anni, due giovani impegnati a vario titolo nell'ambito ecclesiale, hanno rivolto alcune domande a don Enrico Parazzoli, parroco della periferia di Milano e assistente regionale AGESCI Rover/Scolte (ragazzi tra i 16 e i 20 anni), impegnato per molti anni nella pastorale scolastica.

Le domande sono nate dal tema del mese: gioia, felicità e vocazione, con alcune declinazioni che i due giovani hanno poi voluto scegliere in base alle loro personali preferenze. Di seguito riportiamo il testo dell'intervista, ringraziando Paolo, Margherita e don Enrico.

La felicità è un concetto complicato da esprimere a parole: secondo lei un giovane, che vive in un mondo in cui la felicità viene proposta secondo innumerevoli e svariati modelli, come fa a capire di essere realmente felice?
Io credo che la felicità non sia un concetto, e non sia una pienezza definitiva. La felicità non ha nel mondo una stabilità che consenta di delimitarla e catturarla: è sempre presenza e attesa, esperienza e desiderio. Per questo la felicità è più simile a un esercizio, a un percorso, a un affinamento dell'animo. È conoscenza di sé, dell'altro, del mondo, e coraggio di osare. A volte ci sono felicità che non paiono tali, e poi ti accorgi che invece sei davvero te stesso, nella gioia; a volte ci sono felicità che sembrano appagarti, ma guardi bene e sono già sparite, e non basta cercarle ancora e ripeterle perché poi ti annoiano. La felicità è ricerca di un bene che non può essere solo mio, perché precipiterei in un egocentrismo devastante, e nemmeno uno scriteriato buttarsi via in esperimenti, relazioni, sensazioni, che mi privano di me stesso e mi consegnano a un'incertezza che mi distrugge e mi intristisce. La felicità ha bisogno di maestri e discepoli, che non parlino (soltanto) ma camminino insieme, esplorando l'animo proprio e accostandosi con rispetto a quello altrui, imparando cos'è dedizione e servizio, non temendo la fatica, apprendendo che l'immediatezza non è amica dell'autenticità e che la distanza, il tempo, come anche le ferite e i fallimenti, sono passaggi che ci permettono di entrare in sintonia con una percezione della felicità che non è tanto fatta di categorie, ma di animo limpido, pensieri non menzogneri, sguardi aperti, desiderio di verità e non solo bisogni.

Come può dire di aver vissuto la felicità nella sua vita?
Io ho cinquant'anni e sono prete da ventisei: credo di essere in una stagione in cui la felicità ha bisogno di più radice, e di maggiore pazienza. Ho vissuto felicità egoiste, o semplicemente funzionali solo al mio benessere, e fuggito talvolta la pazienza di coltivare gioie più serene e più durature. Ho sperimentato momenti di pienezza, relazioni vere, e insieme la tristezza di sentirmi bloccato, incapace, inadeguato, con la delusione e talvolta la rabbia che mi incupivano l'animo. Ho ricevuto molto, non in situazioni eccezionali ma nella quotidianità. Ho incontrato persone luminose, ho cercato di essere anch'io una persona vera, affidabile. Ho visto percorsi di vita avviarsi spediti, e sentieri interrompersi. Ho avuto in dono amore, e amicizia, e molta gratuità. Ho cercato di corrispondere, non sempre adeguatamente (per paura, pigrizia, stupidità). Ora credo che la felicità sia per me non un oggetto da possedere, ma un modo di rapportarmi alle cose, alle situazioni, alle persone: più positività, più accoglienza, meno pretese, meno rigidità. Mi consola la percezione che l'umanità di Gesù - che ho conosciuto nella giovinezza e continuamente mi interpella - è modello accessibile per una felicità che non pretende di trattenere ma si allena a donare. Spero che Dio mi doni ancora tempo per essere felice meno ingenuamente, con più saggezza.

Durante gli incontri di catechesi spesso ci dicono che solo capendo quale sia la nostra vocazione possiamo essere felici, secondo lei quali sono i criteri che ci permettono di individuare quella che è la nostra vera vocazione?
La vocazione - detto in termini un po' estremi - non ha un 'criterio', perché non è un contratto. Parte dalla percezione che la vita è chiamata ben prima della sua esistenza fisica. Dunque non esiste una 'vera vocazione' ma la ricerca umile, talvolta ardua, di una 'voce' che mi fa percepire l'esistenza non solo in termini fisiologici o razionali. Vocazione è percepirmi - nella prospettiva delle testimonianza che ci offrono la Bibbia e la vicenda umana di Gesù - generato da Qualcuno che non è un Essere Superiore, ma una persona (Padre e Madre) che mi ama, mi vuole, mi mette nel mondo chiedendomi di non accontentarmi del mondo, perché sono fatto per altri orizzonti e destini (sono 'suo figlio'). La 'vocazione' si genera mentre ti domandi chi sei, da dove vieni, per cosa sei al mondo, e intuisci una presenza che silenziosamente ti strappa alla solitudine, mettendoti in una relazione. Un po' come dire: come faccio a capire di essere innamorato, e di desiderare che la mia vita oltrepassi il suo egoismo per aprirsi senza paura all'esperienza dell'essere due? Solo osando, conoscendo me e l'altro/a, andando oltre il bisogno e la necessità, rispondendo a una logica che logica non è: io sono per te, tu sei per me, io e te siamo più della nostra somma.

Molti dei nostri coetanei non vedono la Chiesa come un luogo felice; come le situazioni parrocchiali possono essere un luogo di crescita e di relazione profonda, che permetta di interrogarsi sulla propria vocazione?
La Chiesa è un concetto astratto, finché non diventa persone e consuetudine, finché non ci consente la scoperta che Gesù ha voluto dietro a sé non tante singolarità occupate ad autoperfezionarsi, ma persone che - proprio nell'esperienza di camminare insieme, di fare comunità (non club o condominio), di dialogare e cercare insieme strade vere per vivere il vangelo, cioè una vita buona - sperimentano un modo 'altro' di vivere l'essere uomini e donne. E forse un giovane non deve aspettare che si creino 'situazioni parrocchiali' propizie, ma deve generarle, osando la profezia di proposte che sveglino la sonnolenza delle abitudini (non sbagliate per forza, ma spesso inadeguate) là dove abita e vive quotidianamente. L'essenziale è che sia lo Spirito Santo a soffiare, a suggerire, e non semplicemente l'estro personale: la Chiesa non nasce dalle regole, e nemmeno dalle paturnie o dalle fantasie, ma è generata dall'obbedienza a quello che solo Dio è capace di ispirare.

Come può l'oratorio ritornare ad essere il luogo in cui i giovani cerchino la felicità?
Non so se l'oratorio è mai stato il luogo dove un giovane doveva cercare la felicità, a meno che non si intenda la felicità della spensieratezza dei bimbi e dei ragazzi che giocano, con un bar fornito di caramelle... Senz'altro l'oratorio ha bisogno di essere riformato, non tanto a partire da criteri esteriori (più persone, più eventi, più modernità, più sport, più salamelle e patatine...) quanto da un principio essenziale: è palestra che consente di allenarsi alle virtù - cioè alle abilità buone - che servono per vivere da adulti. Non è (sempre) così, perché manca il coraggio di proporre cose vere, di usare il tempo per dedicarsi alle questioni essenziali (la cultura, la politica, i poveri, il futuro del mondo) come faceva Gesù con i suoi amici. Detto così parrebbe un progetto 'pallosissimo': la realtà è che se ti dedichi a cose vere aumenta anche la gioia di percepire che la strada ti si apre davanti... Forse la forma dell'oratorio è inadeguata, perché oggi occorrono segni diversi e parole inedite, ma senz'altro non è inadeguata l'intuizione di dedicare tempo, creatività e pazienza a generare chi domani sarà adulto. Non con un progetto costruito 'sopra' ma 'da terra'. 

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XII domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.32/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Mt 10,26-33




La pericope è fortemente contraddistinta dai tre imperativi: "Non temete !", segno evidente che Gesù sa bene che i suoi discepoli (e noi con loro) sono preda della paura, dopo che sono stati inviati in missione  "come pecore in mezzo ai lupi" (10,16). Il Signore è venuto a liberarci da ogni paura, ivi compresa la paura della morte, per mezzo della quale il divisore tiene in scacco l'umanità tutta la vita (Eb 2,15). Quello che appare velato, a causa del velo della croce e della morte, sarà Dio stesso a svelarlo (i verbi sono al passivo, il "passivo divino") manifestando il Volto amante del suo Figlio che ogni cosa illumina e salva. Il velamento non ci deve impaurire (siamo mortali), non dobbiamo lasciare che ci soffochi come in una rete di morte. "La manifestazione del Dio della Vita si presenta sotto il segno del suo contrario, perché contraddice ogni nostra contraddizione al Bello e al Buono"(cit.). Chi ha paura di morire ha già fallito ed è un fallito, perché ha buttato via insieme alla sua vita anche il suo tesoro più prezioso: il suo Spirito. "Il problema vero non è salvare il corpo, ma vivere in esso l'Amore filiale e fraterno, che è la Vita Eterna. Chi non vive così, è già morto !" (cit.)


sabato 24 giugno 2017

"Perché il Padre tiene il conto anche dei nostri capelli" di p. Ermes Ronchi - XII Domenica Tempo Ordinario – Anno A

Perché il Padre tiene il conto anche dei nostri capelli


Commento
XII Domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri. Ogni volta, di fronte a queste parole provo paura e commozione insieme: la paura di non capire un Dio che si perde dietro le più piccole creature: i passeri e i capelli del capo; la commozione di immagini che mi parlano dell'impensato di Dio, che fa per te ciò che nessuno ha fatto, ciò che nessuno farà: ti conta tutti i capelli in capo e ti prepara un nido nelle sue mani. Per dire che tu vali per Lui, che ha cura di te, di ogni fibra del corpo, di ogni cellula del cuore: innamorato di ogni tuo dettaglio.
Nemmeno un passero cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire, i bambini ad essere venduti a poco più di un soldo o gettati via appena spiccato il loro breve volo.
Ma allora, è Dio che fa cadere a terra? È Dio che infrange le ali dei corti voli che sono le nostre vite, che invia la morte ed essa viene? No. Abbiamo interpretato questo passo sull'eco di certi proverbi popolari come: non si muove foglia che Dio non voglia. Ma il Vangelo non dice questo, assicura invece che neppure un passero cadrà a terra senza che Dio ne sia coinvolto, che nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla sua presenza. Dio sarà lì.
Nulla accade senza il Padre, è la traduzione letterale, e non di certo senza che Dio lo voglia. Infatti molte cose, troppe accadono nel mondo contro il volere di Dio. Ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro la volontà del Padre, e tuttavia nulla avviene senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno muore senza che Lui non ne patisca l'agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche lui (Matteo 25), nessuno è crocifisso senza che Cristo non sia ancora crocifisso.
Quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo sulle terrazze, sul posto di lavoro, nella scuola, negli incontri di ogni giorno annunciate che Dio si prende cura di ognuno dei suoi figli, che nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
Temete piuttosto chi ha il potere di far perire l'anima, l'anima è vulnerabile, l'anima è una fiamma che può languire: muore di superficialità, di indifferenza, di disamore, di ipocrisia. Muore quando ti lasci corrompere, quando disanimi gli altri e togli loro coraggio, quando lavori a demolire, a calunniare, a deridere gli ideali, a diffondere la paura.
Per tre volte Gesù ci rassicura: Non abbiate paura (vv 26,28,31), voi valete! Che bello questo verbo! Per Dio, io valgo. Valgo di più, di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita.


"Come Don Mazzolari, anche Don Lorenzo Milani, per me è un santo!" intervista al card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei (VIDEO)

"Come Don Mazzolari, anche Don Lorenzo Milani, 
per me è un santo!" 

intervista al card. Gualtiero Bassetti,
Presidente della CEI
a cura di TV2000









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L'INCONTRO CON DON MILANI
Bassetti racconta come fosse ieri l’incontro avuto con don Milani, da seminarista quando partì in lambretta da Firenze con un suo amico del Seminario, di nascosto perché il rettore non gli avrebbe potuto dare il permesso. «Ma ci venne il desiderio di conoscere questo prete, che vedevamo sulle riviste ». Quell’incontro è rimasto fissato nella sua memoria: «A Barbiana don Milani ci venne incontro sulla strada: “Chi siete?” chiese. Eravamo in talare, ci riconobbe come due seminaristi. “Avete chiesto il permesso al rettore? – aggiunse –. “No”. “Ecco, si comincia male”, disse. “Fossi io il rettore vi butterei tutt’e due fuori dal Seminario, perché siete disobbedienti”. Questo era don Milani». Si è parlato molto del paradosso di questa “disobbedienza obbedientissima” del priore di Barbiana. Lei cosa ne pensa? «Se don Milani non fosse stato obbedientissimo, non avrebbe avuto senso la visita di papa Francesco a Barbiana, perché sarebbe stato uno dei tanti preti anticonformisti che si sono distinti con un carattere estremamente forte… Ma don Milani non è tutto questo. Don Milani è un prete fino in fondo, un uomo con una fedeltà assoluta alla Chiesa e alla sua coscienza».
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DON MILANI E' UN SANTO
Mazzolari e Milani, «preti autentici», modelli che possono essere riproposti anche alla Chiesa di oggi. Per don Mazzolari sta per aprirsi la causa di canonizzazione. Secondo lei è santo don Milani? «Don Lorenzo Milani è santo, per come l’ho conosciuto io, è un santo». «Del resto – aggiunge il cardinale Bassetti – chi è il santo? Non è quello che ha meno difetti di tutti o che moralmente ha il profilo più alto di tutti, questa non è la santità. Il santo per me è uno che è vaccinato di Spirito Santo. E lo rimane certo… anche con il suo caratteraccio, perché don Lorenzo a volte ha avuto dei modi di trattare quasi al limite. Ma possiamo dire è un santo, anche senza aureola riconosciuta canonicamente, perché tutto in lui nasceva dalla purezza del cuore e in questo modo insegnava e andava avanti nella ricerca della perfezione, confidando nella realtà dei sacramenti». La sua osservazione non stenterebbe certo a trovare consensi anche presso i suoi ex alunni e a quelli che sono stati accanto al priore di Barbiana, ma che forse non vorrebbero la sua canonizzazione. «Vuole un mio parere? Preferirei ora tenermi il mio Lorenzo con me, che per me è un grande santo, anche senza l’aureola. Non c’è bisogno che don Lorenzo faccia i miracoli, perché la sua vita è stata un miracolo».
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“Farsi piccoli, i grandi non ascoltano Dio perché pieni di sé” Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

 “Farsi piccoli, i grandi non ascoltano 
Dio perché pieni di sé” 
Papa Francesco 
S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta,
Vaticano
23 giugno 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.







«Ognuno di noi può dire “io sono uno scelto, un prescelto, una prescelta”», con la certezza di un Dio che «gioca forte» fino «a legarsi a noi» facendosi autoprigioniero «per amore» e avendo come criterio «la piccolezza». Perché se «Dio si è fatto piccolo, solo i piccoli possono ascoltarne la voce». È «il grande mistero» che Francesco ha rilanciato nella messa celebrata venerdì mattina, 23 giugno, a Santa Marta.
«Nella preghiera all’inizio della messa — ha fatto subito notare il Papa — abbiamo lodato Dio perché nel cuore di Gesù ci dà la grazia di celebrare con gioia i grandi misteri della nostra salvezza, del suo amore per noi: cioè celebrare la nostra fede; celebrare il fatto che noi crediamo che lui ci ama, lui si è immischiato con noi nel cammino della vita e ha dato suo Figlio, e la vita del suo Figlio, per il nostro amore». E poi, ha aggiunto, «sono due le parole che nella prima lettura — tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11) — attirano l’attenzione: scegliere e piccolezza».
«Scegliere» è la prima parola suggerita da Francesco. «Noi siamo stati scelti», ha spiegato, perché «non siamo stati noi a scegliere lui: lui ha scelto noi, il generoso è stato lui e ognuno di noi può dire: “io sono uno scelto, un prescelto, una prescelta”». Ma «questa scelta — ha affermato il Pontefice — va più oltre, perché Mosè dice: “Il Signore in questa scelta si è legato a voi”, come se si fosse fatto prigioniero, prigioniero di noi: si è legato alla nostra vita, non può staccarsi». Dio «ha giocato forte», ha insistito il Papa, «e rimane fedele in questo atteggiamento: siamo stati scelti per amore e questa è la nostra identità». Ecco perché non ha senso affermare: «Io ho scelto questa religione, ho scelto...». Invece «no, tu non hai scelto», ha chiarito Francesco. Perché «è lui che ha scelto te, ti ha chiamato e si è legato». E proprio «questa è la nostra fede: se noi non crediamo questo, non capiamo cosa sia il messaggio di Cristo, non capiamo il Vangelo».
«La seconda parola» proposta dal Papa «è piccolezza». Si legge nel passo biblico odierno: «Vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli: siete, infatti, il più piccolo di tutti i popoli». Ma lui «si è innamorato della nostra piccolezza e per questo ci ha scelti, e lui sceglie i piccoli: non i grandi, i piccoli». Di più, «lui si rivela ai piccoli: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «lui si rivela ai piccoli: se tu vuoi capire qualcosa del mistero di Gesù, abbassati: fatti piccolo, riconosci di essere nulla». Ma Dio «non solo sceglie e si rivela ai piccoli»; egli «chiama i piccoli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi: io vi darò il ristoro”». Si rivolge a coloro che sono «i più piccoli per le sofferenze, per la stanchezza». Ecco allora che Dio «sceglie i piccoli, si rivela ai piccoli e chiama i piccoli». Si potrebbe obiettare: «Ma i grandi non li chiama?». La risposta è chiara: «Il suo cuore è aperto, ma la voce i grandi non riescono a sentirla perché sono pieni di se stessi». Invece «per ascoltare la voce del Signore bisogna farsi piccoli».
Così, ha affermato il Papa, «arriviamo al mistero del cuore di Cristo», nel giorno in cui la Chiesa celebra appunto la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Qualcuno arriva a dire: «Ma il cuore di Cristo, sì, sta bene, è un’immaginetta per persone devote». Assolutamente «no», è la replica di Francesco: «il cuore di Cristo, il cuore trafitto di Cristo, il cuore della rivelazione, il cuore della nostra fede perché lui si è fatto piccolo, ha scelto questa via». Paolo usa queste espressioni in proposito: «Si abbassò, umiliò se stesso, annientò se stesso fino alla morte, morte di croce». E questa è proprio «una scelta verso la piccolezza perché la gloria di Dio possa essere manifesta». Così, ha spiegato, «il soldato con un colpo di lancia trafisse il fianco e ne uscì sangue e acqua: questo è il mistero di Cristo, e questo è quello che noi celebriamo oggi, questo cuore che ama, che sceglie, che è fedele, si lega con noi, si rivela ai piccoli, chiama i piccoli, si fa piccolo».
«Questa è la nostra fede» ha detto ancora Francesco. E «se noi non crediamo in questo mistero, siamo teisti: crediamo in Dio, sì; sì, anche in Gesù, sì! Gesù è Dio? Sì! Ma il mistero è questo, questa è la manifestazione, questa è la gloria di Dio». Dunque, ha proseguito, «fedeltà nello scegliere, nel legarsi, e piccolezza anche per se stesso: diventare piccolo, annientarsi». Perciò, ha affermato il Papa, «il problema della fede è il nocciolo della nostra vita: possiamo essere tanto tanto virtuosi, ma con niente o poca fede; dobbiamo incominciare da qui, dal mistero di Gesù Cristo che ci ha salvato con la sua fedeltà».
In conclusione, Francesco ha chiesto nella preghiera che «il Signore oggi ci conceda questa grazia di celebrare nel cuore di Gesù Cristo le grandi gesta, le grandi opere di salvezza, le grandi opere della redenzione».
(Fonte: L'Osservatore Romano)
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Servizio TV2000



venerdì 23 giugno 2017

«Siamo polvere che aspira al cielo... Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi. » Papa Francesco Udienza Generale 21/06/2017 (Foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 giugno 2017

“Come molti di voi sono un appassionato del football, ma nel Paese da cui provengo si gioca in modo molto diverso!”. È il saluto del Papa ai membri della National Football League (Nfi), ricevuti in udienza nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco ha citato “i tradizionali valori di lealtà e sportività che cercate di impersonare, sia sul campo di gioco che nella vostra stessa vita, nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità”. “Il mondo in cui viviamo, e specialmente i giovani – ha proseguito – hanno bisogno di modelli, di persone che ci mostrino come far emergere il meglio di noi stessi, per mettere a frutto i doni e i talenti donatici da Dio e, nel fare questo, indicare la via per un futuro migliore per le nostre società”. “Il lavoro di squadra, il gioco leale e il tendere al meglio sono valori – nel senso anche religioso del termine – che guidano il vostro impegno sul campo di gioco”, il tributo del Papa, secondo il quale “di questi valori c’è urgente bisogno anche fuori dal campo, in tutte le dimensioni della vita comunitaria”. “Sono i valori che aiutano a costruire una cultura dell’incontro, nella quale preveniamo e soccorriamo le necessità dei nostri fratelli e sorelle, e combattiamo l’esagerato individualismo, l’indifferenza e l’ingiustizia che ci impediscono di vivere come una sola famiglia umana”, ha assicurato Francesco: “Quanto ha bisogno il mondo di questa cultura dell’incontro!”.





Il Papa alle 9.15 era già in piazza San Pietro, pronto a salutare i 12mila fedeli che affollano la zona delimitata dal colonnato del Bernini nonostante il caldo torrido su Roma. Protagonisti, come di consueto, i bambini, che Francesco ha salutato “in tenuta estiva”, muniti cioè dei cappellini di rito per ripararsi dal sole. Tra i fedeli che hanno issato striscioni variopinti e bandiere, anche 500 carabinieri dell’unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare, che il Papa ha salutato al termine del percorso tra i settori della piazza, prima di compiere il tratto a piedi che lo separa dalla postazione al centro del sagrato. Tra i fedeli internazionali, da segnalare un gruppo di 50 studenti e personale provenienti dal Collegio San Francesco di Assisi di Hong Kong.




La Speranza cristiana - 27. I Santi, testimoni e compagni di Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi. Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi. Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio. La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.

I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.

Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse. Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.

Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.

E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.

Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.

È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.

Grazie!


Guarda il video della catechesi

Saluti:
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.

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In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, che la comunità internazionale ha celebrato ieri, lunedì scorso ho voluto incontrare una rappresentanza di rifugiati che sono ospitati dalle parrocchie e dagli istituti religiosi romani. Vorrei cogliere questa occasione della Giornata di ieri per esprimere il mio sincero apprezzamento per la campagna per la nuova legge migratoria: “Ero straniero - L’umanità che fa bene”, la quale gode del sostegno ufficiale di Caritas italiana, Fondazione Migrantes ed altre organizzazioni cattoliche.

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Venerdì prossimo ricorre la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giorno in cui la Chiesa sostiene con la preghiera e l’affetto tutti i sacerdoti. Cari giovani, attingete al Cuore di Gesù il nutrimento della vostra vita spirituale e la fonte della vostra speranza; cari ammalati, offrite la vostra sofferenza al Signore, perché effonda il suo amore nel cuore degli uomini; e voi, cari sposi novelli, partecipate all’Eucarestia, perché, nutriti di Cristo, siate famiglie cristiane toccate dall’amore di quel Cuore divino.
Guarda il video integrale


Il Corpus Domini di Papa Francesco: «L’Eucaristia è il memoriale dell’amore di Dio.» Omelia e processione Eucaristica (cronaca, foto, testo e video)

SANTA MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA
NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Giovanni in Laterano
Domenica, 18 giugno 2017

«Stasera, sul sagrato di San Giovanni in Laterano, celebrerò la Santa Messa, a cui seguirà la processione con il Santissimo Sacramento, fino a Santa Maria Maggiore. Invito tutti a partecipare, anche spiritualmente, penso in particolare alle comunità di clausura, alle persone malate e ai carcerati. In questo aiutano anche la radio e la televisione.»

Con queste parole il Santo Padre all'Angelus ha invitato tutti i fedeli alla celebrazione del pomeriggio.

Vedi il post: 

Prima della messa, per circa mezz’ora il Papa ha incontrato un gruppo di una ventina di rifugiati di diverse nazionalità insieme a monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana, nel palazzo della Canonica, attiguo alla Basilica lateranense.

L’Eucaristia è il "cibo umile" con cui il Signore imprime nel nostro cuore la certezza di essere amati, è memoriale vivo e non astratto del Suo amore, ed è il sacramento che iscrive nel nostro "DNA spirituale", l'aspirazione all’unità. Questa in sintesi la riflessione del Papa nella Solennità del Corpus Domini. Francesco ha pronunciato l'omelia dal sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano davanti a migliaia di fedeli. 
E l’Eucaristia, "sommo dono di Dio", è proprio al centro dell’omelia di Francesco, innanzitutto quale "sacramento della memoria", reale e tangibile, "della storia d’amore di Dio per noi". Il tema della memoria infatti, torna più volte nella liturgia del Corpus Domini, fa notare il Papa alle migliaia di fedeli raccolti davanti al sagrato di San Giovanni in Laterano.




 Il testo integrale dell'omelia di Papa Francesco

Nella solennità del Corpus Domini torna più volte il tema della memoria: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere […]. Non dimenticare il Signore, […] che nel deserto ti ha nutrito di manna» (cfrDt 8,2.14.16) – disse Mosè al popolo. «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24) – dirà Gesù a noi. «Ricordati di Gesù Cristo» (2 Tm 2,8), dirà Paolo al suo discepolo. Il «pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6,51) è il sacramento della memoria che ci ricorda, in modo reale e tangibile, la storia d’amore di Dio per noi.

Ricordati, dice oggi la Parola divina a ciascuno di noi. Dal ricordo delle gesta del Signore ha preso forza il cammino del popolo nel deserto; nel ricordo di quanto il Signore ha fatto per noi si fonda la nostra personale storia di salvezza. Ricordare è essenziale per la fede, come l’acqua per una pianta: come non può restare in vita e dare frutto una pianta senza acqua, così la fede se non si disseta alla memoria di quanto il Signore ha fatto per noi. «Ricordati di Gesù Cristo».

Ricordati. La memoria è importante, perché ci permette di rimanere nell’amore, di ri-cordare, cioè di portare nel cuore, di non dimenticare chi ci ama e chi siamo chiamati ad amare. Eppure questa facoltà unica, che il Signore ci ha dato, è oggi piuttosto indebolita. Nella frenesia in cui siamo immersi, tante persone e tanti fatti sembrano scivolarci addosso. Si gira pagina in fretta, voraci di novità ma poveri di ricordi. Così, bruciando i ricordi e vivendo all’istante, si rischia di restare in superficie, nel flusso delle cose che succedono, senza andare in profondità, senza quello spessore che ci ricorda chi siamo e dove andiamo. Allora la vita esteriore diventa frammentata, quella interiore inerte.

Ma la solennità di oggi ci ricorda che nella frammentazione della vita il Signore ci viene incontro con una fragilità amorevole, che è l’Eucaristia. Nel Pane di vita il Signore viene a visitarci facendosi cibo umile che con amore guarisce la nostra memoria, malata di frenesia. Perché l’Eucaristia è il memoriale dell’amore di Dio. Lì «si fa memoria della sua passione» (Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo, Antifona al Magnificat dei II Vespri), dell’amore di Dio per noi, che è la nostra forza, il sostegno del nostro camminare. Ecco perché ci fa tanto bene il memoriale eucaristico: non è una memoria astratta, fredda e nozionistica, ma la memoria vivente e consolante dell’amore di Dio. Memoria anamneticae mimetica. Nell’Eucaristia c’è tutto il gusto delle parole e dei gesti di Gesù, il sapore della sua Pasqua, la fragranza del suo Spirito. Ricevendola, si imprime nel nostro cuore la certezza di essere amati da Lui. E mentre dico questo, penso in particolare a voi, bambini e bambine che da poco avete ricevuto la Prima Comunione e siete qui presenti numerosi.

Così l’Eucaristia forma in noi una memoria grata, perché ci riconosciamo figli amati e sfamati dal Padre; una memoria libera, perché l’amore di Gesù, il suo perdono, risana le ferite del passato e pacifica il ricordo dei torti subiti e inflitti; una memoria paziente, perché nelle avversità sappiamo che lo Spirito di Gesù rimane in noi. L’Eucaristia ci incoraggia: anche nel cammino più accidentato non siamo soli, il Signore non si scorda di noi e ogni volta che andiamo da Lui ci ristora con amore.

L’Eucaristia ci ricorda anche che non siamo individui, ma un corpo. Come il popolo nel deserto raccoglieva la manna caduta dal cielo e la condivideva in famiglia (cfr Es 16), così Gesù, Pane del cielo, ci convoca per riceverlo, riceverlo insieme e condividerlo tra noi. L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio. Ce lo ha ricordato San Paolo: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,17). L’Eucaristia è il sacramento dell’unità. Chi la accoglie non può che essere artefice di unità, perché nasce in lui, nel suo “DNA spirituale”, la costruzione dell’unità. Questo Pane di unità ci guarisca dall’ambizione di prevalere sugli altri, dall’ingordigia di accaparrare per sé, dal fomentare dissensi e spargere critiche; susciti la gioia (lui dice: gloria) di amarci senza rivalità, invidie e chiacchiere maldicenti.

E ora, vivendo l’Eucaristia, adoriamo e ringraziamo il Signore per questo sommo dono: memoria viva del suo amore, che forma di noi un solo corpo e ci conduce all’unità.

Guarda il video dell'omelia


Al termine della Messa si è svolta la tradizionale Processione Eucaristica.
Il Papa invita il suo popolo a seguire Gesù Eucaristia. E’ l'immagine tradizionale della Festa del Corpus Domini nella capitale: Francesco la rinnova anche quest'anno, seppur posticipandola dal giovedì alla domenica, dando avvio alla lunga processione di diaconi, vescovi, cardinali, sacerdoti e fedeli che porta il Santissimo Sacramento, simbolicamente, a toccare il cuore della città, lungo via Merulana, tra le due grandi Basiliche di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore. Un atto di fede e di amore cadenzato da letture e canti che termina con la benedizione solenne impartita con il Santissimo Sacramento dal Pontefice, che ha utilizzato il pastorale in acciaio donatogli dagli operai dell'Ilva di Genova durante la visita dello scorso 27 maggio.

Guarda il video della processione del Corpu Domini

Guarda il video integrale


“I care”, come Don Milani curiamoci degli altri ma senza buonismi - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

“I care”, come Don Milani 
curiamoci degli altri 
ma senza buonismi
Papa Francesco 

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 giugno 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.




Appassionato, capace di discernere e di denunciare, soprattutto i mercenari: quelli cioè che, vedendo venire il lupo, abbandonano il gregge o che «per attirarsi l’ammirazione dei fedeli» lasciano fare con quel «buonismo dei compromessi che non va». È il ritratto del vero pastore tracciato dall’apostolo Paolo e riproposto da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 22 giugno.

Una riflessione scaturita dall’ascolto delle parole della prima lettura — tratta dalla seconda lettera ai Corinzi (11, 1-11) — che al Pontefice hanno fatto tornare alla mente quanto «il Signore ha detto nel capitolo decimo del vangelo di Giovanni: “Il Buon Pastore dà la sua vita per le sue pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore, vede venire il lupo e le abbandona”». Di conseguenza «Paolo è un pastore vero, non è mercenario. Un vero pastore». Ecco allora le «tre caratteristiche», i «tre tratti dello stile pastorale di Paolo, che è lo stile pastorale di un buon pastore», sottolineati dal Papa.

La prima riguarda «il pastore appassionato. Appassionato fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: “Io provo, infatti, per voi una specie di gelosia divina”». Un pastore dunque «geloso. Ma divinamente geloso». E dietro a questa definizione Francesco ha ritrovato un «passo del sesto capitolo del Deuteronomio, quando Mosé dice al popolo: “Il vostro Dio, che sta in mezzo a noi, è un Dio geloso”». Allo stesso modo la gelosia divina di Paolo» porta l’apostolo delle Genti «a questa pazzia, a questa stoltezza. È un uomo appassionato», il quale «ha quell’atteggiamento che può sembrare una pazzia. Zelante pastore. E questo è quel tratto che noi chiamiamo “lo zelo apostolico”: non si può essere un vero pastore senza questo fuoco dentro. Anche arrivando a qualche pazzia, qualche stoltezza». Questo, dunque, «è il primo tratto di Paolo come pastore».

Facendo poi riferimento alla seconda caratteristica, il Pontefice ha definito l’apostolo «un uomo che sa discernere, perché continua: “Temo, però, che come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo”». Dunque Paolo «sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama» ha ribadito con forza il Papa. «Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore, che cerca di allontanare dalla fedeltà, perché quella gelosia divina di Paolo era per portare il popolo a un unico sposo, per mantenere il popolo nella fedeltà al suo sposo». Del resto, ha commentato Francesco, «nella storia della salvezza, nella Scrittura tante volte troviamo l’allontanamento da Dio, le infedeltà al Signore, l’idolatria come se fossero un’infedeltà matrimoniale». Il riferimento è «a Ezechiele 16, per esempio, e tanti altri, ma lì c’è. E lui vuol portare all’unico sposo, che non vengano altri a sedurre il cuore del popolo. E con il discernimento lui aiuta: “State attenti a questo, state attenti, andate...”».

Dunque, riassumendo: «prima caratteristica del pastore, che sia appassionato, che abbia lo zelo, che sia zelante; seconda caratteristica, che sappia discernere: discernere dove ci sono i pericoli, dove ci sono le grazie... dove è la vera strada». E ciò vuol dire che il pastore vero «accompagna le pecore sempre: nei momenti belli e anche nei momenti brutti, anche nei momenti della seduzione», portandole «con la pazienza all’ovile».

Infine “la terza caratteristica” è «la capacità di denunciare. Un apostolo — ha avvertito il Papa — non può essere un ingenuo: “Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello... Facciamo una festa, tutti... tutto si può...”. Anche «perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare» con «quella concretezza» che gli permette di «dire: “questo no”, come i genitori dicono al bambino quando incomincia a gattonare e va alla presa elettrica a mettere le dita: “Questo no! È pericoloso!”». E in proposito Francesco ha confidato che gli «viene in mente tante volte quel tuca nen» (non toccare nulla) che i suoi genitori e nonni gli «dicevano in quei momenti dove c’era un pericolo». Insomma, ha osservato il Papa, «il buon pastore sa condannare, con nome e cognome, e per questo Paolo parla dei giudaizzanti e denuncia i giudaizzanti; parla degli gnostici e denuncia gli gnostici; parla degli idolatri e denuncia gli idolatri; parla dei mercenari e denuncia i mercenari».

Per ricapitolare il senso dell’omelia, da ultimo il Pontefice ha ricordato la visita compiuta il 20 giugno a Bozzolo e a Barbiana, dove hanno svolto il loro ministero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. «L’altro giorno, quando sono andato ai posti di quei due bravi pastori italiani — ha spiegato — a Barbiana ho visto che il parroco insegnava ai suoi ragazzi». E quel parroco, don Milani, «aveva un motto un po’ pericoloso, contrario a quello che si usava nel tempo: I care».

«Cosa significa?» si è chiesto Francesco. La risposta è stata che il priore di Barbiana «voleva dire “mi importa”», ovvero «insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era “non mi importa”, ma detto in altro linguaggio, che io non oso qui» ripetere (il riferimento del Papa è al «me ne frego» che fu tra i motti del regime fascista). E in tal modo don Milani «insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prenditi cura della tua vita, e “Questo no!”: saper denunciare quello che va contro la tua vita». Mentre, ha ammonito il Pontefice, «tante volte perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo: non va. E fa male. Quel buonismo dei compromessi, per attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare».

Ecco allora la conclusione riassuntiva di Francesco: «Lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce: seconda caratteristica. Un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica». Con l’invito a pregare «per tutti i pastori della Chiesa, perché san Paolo interceda davanti al Signore», affinché «tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce» per servirlo
(Fonte: L'Osservatore Romano)


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