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martedì 22 maggio 2018

«A Pentecoste ha avuto inizio la storia della santità cristiana, perché lo Spirito Santo è la fonte della santità, che non è privilegio di pochi, ma vocazione di tutti...» Papa Francesco Regina Coeli 20/05/2018 e Annuncio del Concistoro per la nomina di nuovi Cardinali - (testo, video e cenni biografici dei nuovi Cardinali)

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

REGINA COELI

Piazza San Pietro
Domenica, 20 maggio 2018



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’odierna festa di Pentecoste culmina il tempo pasquale, centrato sulla morte e risurrezione di Gesù. Questa solennità ci fa ricordare e rivivere l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli e gli altri discepoli, riuniti in preghiera con la Vergine Maria nel Cenacolo (cfr At 2,1-11). In quel giorno ha avuto inizio la storia della santità cristiana, perché lo Spirito Santo è la fonte della santità, che non è privilegio di pochi, ma vocazione di tutti.

Per il Battesimo, infatti, siamo tutti chiamati a partecipare alla stessa vita divina di Cristo e, con la Confermazione, a diventare suoi testimoni nel mondo. «Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (Cost. dogm. Lumen gentium, 9).

Già per mezzo degli antichi profeti il Signore aveva annunciato al popolo questo suo disegno. Ezechiele: «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. […] Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (36,27-28). Il profeta Gioele: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie. […] Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito. […] Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (3,1-2.5). E tutte queste profezie si realizzano in Gesù Cristo, «mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito» (Messale Romano, Prefazio dopo l’Ascensione). E oggi è la festa dell’effusione dello Spirito.

Da quel giorno di Pentecoste, e sino alla fine dei tempi, questa santità, la cui pienezza è Cristo, viene donata a tutti coloro che si aprono all’azione dello Spirito Santo e si sforzano di esserle docili. E’ lo Spirito che fa sperimentare una gioia piena. Lo Spirito Santo, venendo in noi, sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza e stimola e favorisce la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo. È quanto ci dice San Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Tutto questo fa lo Spirito in noi. Per questo oggi festeggiamo questa ricchezza che il Padre ci dona.

Chiediamo alla Vergine Maria di ottenere anche oggi alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, una rinnovata giovinezza che ci doni la gioia di vivere e testimoniare il Vangelo e «infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio» (Gaudete et exsultate, 177). 


Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

la Pentecoste ci porta col cuore a Gerusalemme. Ieri sera sono stato spiritualmente unito alla veglia di preghiera per la pace che ha avuto luogo in quella Città, santa per ebrei, cristiani e musulmani. E oggi continuiamo a invocare lo Spirito Santo perché susciti volontà e gesti di dialogo e di riconciliazione in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente.

Desidero dedicare un particolare ricordo all’amato Venezuela. Chiedo che lo Spirito Santo dia a tutto il popolo venezuelano – tutto, governanti, popolo – la saggezza per incontrare la strada della pace e dell’unità. Anche prego per i detenuti che sono morti ieri.

L’evento di Pentecoste segna l’origine della missione universale della Chiesa. Per questo oggi viene pubblicato il Messaggio per la prossima Giornata Missionaria Mondiale. E mi piace anche ricordare che ieri si sono compiuti 175 anni dalla nascita dell’Opera dell’Infanzia Missionaria, che vede i bambini protagonisti della missione, con la preghiera e i piccoli gesti quotidiani d’amore e di servizio. Ringrazio e incoraggio tutti i bambini che partecipano a diffondere il Vangelo nel mondo. Grazie!

Rivolgo il mio cordiale saluto a voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, agli alunni del Colegio Irabia-Izaga di Pamplona, al gruppo del Colégio São Tomás di Lisbona e ai fedeli di Neuss (Germania).

Saluto la Schola cantorum di Vallo della Lucania, i fedeli di Agnone e quelli di San Valentino in Abruzzo Citeriore, i ragazzi della Cresima di San Cataldo, la Cooperativa sociale “Giovani Amici” di Terrassa Padovana e l’Istituto Scolastico “Caterina di Santa Rosa” di Roma, che festeggia i suoi 150 anni. 


ANNUNCIO DEL CONCISTORO PER LA NOMINA DI NUOVI CARDINALI


Cari fratelli e sorelle,

Sono lieto di annunciare che il 29 giugno, terrò un Concistoro per la nomina di 14 nuovi Cardinali. La loro provenienza esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra. L’inserimento dei nuovi Cardinali nella diocesi di Roma, inoltre, manifesta l’inscindibile legame tra la sede di Pietro e le Chiese particolari diffuse nel mondo.


Ecco i nomi dei nuovi Cardinali:

1. Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako – Patriarca di Babilonia dei Caldei.

2. S.E. Mons. Luis Ladaria – Prefetto de la Congregazione per la Dottrina della Fede.

3. S.E. Mons. Angelo De Donatis – Vicario Generale di Roma.

4. S.E. Mons. Giovanni Angelo Becciu – Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e Delegato Speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta.

5. S.E. Mons. Konrad Krajewski – Elemosiniere Apostolico.

6. S.E. Mons. Joseph Coutts – Arcivescovo di Karachi.

7. S.E. Mons. António dos Santos Marto – Vescovo Leiria-Fátima.

8. S.E. Mons. Pedro Barreto – Arcivescovo di Huancayo.

9. S.E. Mons. Desiré Tsarahazana – Arcivescovo di Toamasina.

10. S.E. Mons. Giuseppe Petrocchi – Arcivescovo de L’Aquila.

11. S.E. Mons. Thomas Aquinas Manyo – Arcivescovo di Osaka.

Insieme ad essi unirò ai membri del Collegio Cardinalizio: un Arcivescovo, un Vescovo ed un Religioso che si sono distinti per il loro servizio a la Chiesa:

12. S.E. Mons. Sergio Obeso Rivera – Arcivescovo Emerito di Xalapa.

13. S.E. Mons. Toribio Ticona Porco – Prelato Emerito di Corocoro.

14. R.P. Aquilino Bocos Merino – Claretiano.

Preghiamo per i nuovi Cardinali, affinché, confermando la loro adesione a Cristo, Sommo Sacerdote misericordioso e fedele (cfr Eb 2,17), mi aiutino nel mio ministero di Vescovo di Roma per il bene di tutto il Santo Popolo fedele di Dio.

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Per saperne di più leggi anche:


ABITARE LE PAROLE / Pazienza. Calma attesa di un futuro migliore. di mons. Nunzio Galantino

ABITARE LE PAROLE / 
Pazienza.
 Calma attesa 
di un futuro migliore.
di mons. Nunzio Galantino,
segretario generale della 
Conferenza Episcopale Italiana


«La pazienza è ciò che nell’uomo più somiglia al procedimento che la natura usa nelle sue creazioni» (H. de Balzac). Il verbo latino patior (subire, sopportare) e il greco pathein portano a vedere nella “pazienza” la capacità umana di “portare il peso” di un’avversità o di eventi che suscitano spontanea ribellione. Pazienza è quindi calma faticosa, costanza duratura e determinazione ininterrotta. Tutte azioni di segno contrario rispetto alla reazione.

Così intesa, la “pazienza” non è il non fare nulla, in attesa che gli eventi, il tempo o, parafrasando Balzac, la natura facciano il proprio corso. “Pazienza” non è l’altro nome di ignavia, pigrizia, inerzia o fatalismo. A differenza della “pazienza”, queste non contribuiscono a disegnare scenari positivi. Sono solo alibi deresponsabilizzanti. Al contrario, «La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza, ogni foglia di gelso diventa seta» (Confucio). Paziente è l’atteggiamento interiore di chi, percorrendo la propria strada, fatica e accetta la propria condizione con animo sereno, aspettando il momento più opportuno per agire e interagire. Certo, i ritmi e le coordinate culturali prevalenti nel nostro tempo, rendono sempre meno facile adottare l’atteggiamento paziente che «la natura usa nelle sue creazioni». Il tempo dell’attesa, normalmente difficile, sembra talvolta addirittura impossibile da sopportare. Si finisce così per dimenticare che nulla accade subito e fuori dal tempo, a cominciare dalla nostra nascita. Purtroppo nella vita ricalchiamo spesso la dannosa ingenuità di chi – pretendendo di aiutare il filo d’erba destinato, col tempo, a crescere per divenire stelo e poi spiga di grano – lo tira in su… sradicandolo.

La pazienza, atteggiamento interiore e virtù, va vissuta ed esercitata prima di tutto nei confronti di se stessi per non lasciarsi demolire e fiaccare dalle inevitabili difficoltà che accompagnano le nostre giornate. C’è una sorta di positiva reciprocità: chi è paziente con se stesso saprà esserlo anche con gli altri. Chi è intollerante con gli altri è in genere impaziente e intollerante con se stesso. Senza che questo possa essere esibito come scusante né tantomeno come atteggiamento positivo Per esempio, dicendo: è vero, sono impaziente con gli altri, ma lo sono prima di tutto con me stesso. Male! e… in entrambi i casi! Perché sempre «Perdere la pazienza significa perdere la battaglia» (M. Gandhi). Certo, per essere vissuta in maniera positiva e operosa, la pazienza deve essere sostenuta dalla capacità di guardare oltre e dalla promessa di un futuro migliore. Senza di queste, la pazienza paralizza e si trasforma in rassegnazione e in sterile attendismo. L’antidoto è un lungo lavoro interiore che richiede tempo perché io possa leggere e rileggere gli eventi, silenzio per saper ascoltare e discernere le contraddizioni, serenità per cogliere spazi e segnali di crescita. Consapevole che «Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza, mi ha dato il frutto della felicità» (K. Gibran)

lunedì 21 maggio 2018

«Lasciamo che lo Spirito Santo ci fecondi, a noi e alla Chiesa, per diventare noi anche madri degli altri, con atteggiamenti di tenerezza, di mitezza, di umiltà. Sicuri che questa è la strada di Maria» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
21 maggio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
La Chiesa è donna e madre”




A Santa Marta, il 21 maggio, Papa Francesco ha celebrato per la prima volta la messa nella memoria della beata Vergine Maria madre della Chiesa: da quest’anno infatti la ricorrenza nel calendario romano generale si celebra il lunedì dopo Pentecoste, come disposto dal Pontefice con il decreto Ecclesia mater della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (11 febbraio 2018), proprio per «favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana».

«Nel Vangeli ogni volta che si parla di Maria si parla della “madre di Gesù”» ha fatto subito notare Francesco nell’omelia, riferendosi al passo evangelico di Giovanni (19,25-34). E se «anche nell’Annunciazione non si dice la parola “madre”, il contesto è di maternità: la madre di Gesù» ha affermato il Papa, sottolineando che «questo atteggiamento di madre accompagna il suo operato durante tutta la vita di Gesù: è madre». Tanto che, ha proseguito, «alla fine Gesù la dà come madre ai suoi, nella persona di Giovanni: “Io me ne vado, ma questa è vostra madre”». Ecco, dunque, «la maternalità di Maria».

«Le parole della Madonna sono parole di madre» ha spiegato il Papa. E lo sono «tutte: dopo quelle, all’inizio, di disponibilità alla volontà di Dio e di lode a Dio nel Magnificat, tutte le parole della Madonna sono parole di madre». Lei è sempre «con il Figlio, anche negli atteggiamenti: accompagna il Figlio, segue il Figlio». E ancora «prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì”». Maria «è madre dall’inizio, dal momento in cui appare nei Vangeli, da quel momento dell’Annunciazione fino alla fine, lei è madre». Di lei «non si dice “la signora” o “la vedova di Giuseppe”» — e in realtà «potevano dirlo» — ma sempre Maria «è madre».

«I padri della Chiesa hanno capito bene questo — ha affermato il Pontefice — e hanno capito anche che la maternalità di Maria non finisce in lei; va oltre». Sempre i padri «dicono che Maria è madre, la Chiesa è madre e la tua anima è madre: c’è del femminile nella Chiesa, che è maternale». Perciò, ha spiegato Francesco, «la Chiesa è femminile perché è “chiesa”, “sposa”: è femminile ed è madre, dà alla luce». È, dunque «sposa e madre», ma «i padri vanno oltre e dicono: “Anche la tua anima è sposa di Cristo e madre”».

«In questo atteggiamento che viene da Maria che è madre della Chiesa — ha fatto presente il Papa — possiamo capire questa dimensione femminile della Chiesa: quando non c’è, la Chiesa perde la vera identità e diventa un’associazione di beneficienza o una squadra di calcio o qualsiasi cosa, ma non la Chiesa».

«La Chiesa è “donna” — ha rilanciato Francesco — e quando noi pensiamo al ruolo della donna nella Chiesa dobbiamo risalire fino a questa fonte: Maria, madre». E «la Chiesa è “donna” perché è madre, perché è capace di “partorire figli”: la sua anima è femminile perché è madre, è capace di partorire atteggiamenti di fecondità».

«La maternità di Maria è una cosa grande» ha insistito il Pontefice. Dio infatti «ha voluto nascere da donna per insegnarci questa strada». Di più, «Dio si è innamorato del suo popolo come uno sposo con la sposa: questo si dice nell’antico Testamento. Ed è «un mistero grande». Come conseguenza, ha proseguito Francesco, «noi possiamo pensare» che «se la Chiesa è madre, le donne dovranno avere funzioni nella Chiesa: sì, è vero, dovranno avere funzioni, tante funzioni che fanno, grazie a Dio sono di più le funzioni che le donne hanno nella Chiesa».

Ma «questo non è la cosa più significativa» ha messo in guardia il Papa, perché «l’importante è che la Chiesa sia donna, che abbia questo atteggiamento di sposa e di madre». Con la consapevolezza che «quando dimentichiamo questo, è una Chiesa maschile senza questa dimensione, e tristemente diventa una Chiesa di zitelli, che vivono in questo isolamento, incapaci di amore, incapaci di fecondità». Dunque, ha affermato il Pontefice, «senza la donna la Chiesa non va avanti, perché lei è donna, e questo atteggiamento di donna le viene da Maria, perché Gesù ha voluto così».

Francesco, a questo proposito, ha anche voluto indicare «il gesto, direi l’atteggiamento, che distingue maggiormente la Chiesa come donna, la virtù che la distingue di più come donna». E ha suggerito di riconoscerlo nel «gesto di Maria alla nascita di Gesù: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia”». Un’immagine in cui si riscontra «proprio la tenerezza di ogni mamma con suo figlio: curarlo con tenerezza, perché non si ferisca, perché stia ben coperto ». E «la tenerezza» perciò è anche «l’atteggiamento della Chiesa che si sente donna e si sente madre».

«San Paolo — l’abbiamo ascoltato ieri, anche nel breviario l’abbiamo pregato — ci ricorda le virtù dello Spirito e ci parla della mitezza, dell’umiltà, di queste virtù cosiddette “passive”» ha affermato il Papa, facendo notare che invece «sono le virtù forti, le virtù delle mamme». Ecco che, ha aggiunto, «una Chiesa che è madre va sulla strada della tenerezza; sa il linguaggio di tanta saggezza delle carezze, del silenzio, dello sguardo che sa di compassione, che sa di silenzio». E «anche un’anima, una persona che vive questa appartenenza alla Chiesa, sapendo che anche è madre deve andare sulla stessa strada: una persona mite, tenera, sorridente, piena di amore».

«Maria, madre; la Chiesa, madre; la nostra anima, madre» ha ripetuto Francesco, invitando a pensare «a questa ricchezza grande della Chiesa e nostra; e lasciamo che lo Spirito Santo ci fecondi, a noi e alla Chiesa, per diventare noi anche madri degli altri, con atteggiamenti di tenerezza, di mitezza, di umiltà. Sicuri che questa è la strada di Maria». E, in conclusione, il Papa ha fatto notare anche come sia «curioso il linguaggio di Maria nei Vangeli: quando parla al Figlio, è per dirgli delle cose di cui hanno bisogno gli altri; e quando parla agli altri, è per dire loro: “fate tutto quello che lui vi dirà”».
(fonte: L'Osservatore Romano)


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Lunedì dopo Pentecoste da quest'anno memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa» - Riflessioni di p. Gian Matteo Roggio e Cristiana Dobner

Lunedì dopo Pentecoste. Maria «Madre della Chiesa», la prima festa liturgica

Papa Francesco ha fatto inserire da quest’anno nel Calendario Romano la memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa», accolta anche in quello ambrosiano

Papa Francesco davanti a un'icona in San Pietro
Una memoria liturgica che celebra la «maternità di Maria nei confronti della Chiesa» ma che richiama anche «un dono e un segno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo» e che ci fa scoprire grazie a questo «Maria come educatrice di ogni credente» in grado di svelarci il «“segreto” di Cristo». È la prima impressione con cui il mariologo padre Gian Matteo Roggio, appartenente alla Congregazione dei missionari di Nostra Signora de La Salette, spiega la scelta «innovativa e unica» di papa Francesco e della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di inserire da quest’anno nel Calendario Romano la memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa» da celebrarsi ogni anno nel lunedì dopo Pentecoste.

Il decreto del dicastero vaticano è stato firmato l’11 febbraio scorso dal cardinale prefetto Robert Sarah e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, ma è stato reso pubblico nel marzo scorso. L’indicazione del Papa è stata accolta anche nel Calendario Ambrosiano con la stessa data e, mentre l’arcidiocesi di Milano sta avviando la pratica per la recognitio della Sede Apostolica, l’arcivescovo Mario Delpini chiede agli ambrosiani di celebrare già la ricorrenza.

La memoria liturgica è legata alla solennità che si festeggia questa domenica, ossia quella in cui si fa memoria della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel Cenacolo, avvenuta cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo. «Non è un caso che lo Spirito ha chiamato Maria – è la riflessione del teologo e docente alla Facoltà Teologica Marianum di Roma – a costruire con forza la Chiesa della Pentecoste attraverso la sua singolare testimonianza di donna che ha saputo stare presso la Croce e da lì ha attinto il “segreto” più profondo dell’identità di quel Figlio avuto per opera del medesimo Spirito, ora risuscitato dai morti. Questa sua singolare testimonianza fa parte dell’annuncio apostolico e non se ne può fare a meno: è permanente e appartiene alle fondamenta stessa della Chiesa. Ed è per questo che il popolo di Dio, riconoscendo il debito che ha nei confronti di questa donna, la onora e la accoglie come “Madre”».

Un titolo quello della Vergine «Madre della Chiesa» che ci riporta a quella definizione pronunciata nel 1964 proprio dal predecessore di papa Bergoglio sulla Cattedra di Pietro, il prossimo santo Paolo VI (sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre) a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II. «Quando Montini a nome di tutto il popolo di Dio, volle che Maria fosse onorata e accolta come “Madre della Chiesa”, egli aveva davanti a sé la Costituzione dogmatica sulla Chiesa approntata dal Concilio Vaticano II, la Lumen gentium – è l’argomentazione del sacerdote classe 1967 ed esperto di apparizioni mariane –. In essa il capitolo VIII è dedicato alla Madre di Dio, perché non si possono separare Maria e la Chiesa.

L’una e l’altra sono indissolubilmente legate per via della fede nel Cristo: è questa comune fede che dà unità alla loro vocazione, alla loro testimonianza e al loro servizio. Essa altro non è se l’abitare e il rimanere nel “segreto” del Cristo, colui che ha fatto della Risurrezione dai morti la misura del perdono e della riconciliazione che provengono dal Padre delle misericordie». E annota a questo proposito: «Con la sua scelta, Paolo VI volle dire fermamente che la dottrina conciliare era radicata nella più genuina tradizione apostolica; e che la stessa tradizione apostolica non smette mai di guardare a Maria. Non perché sia Maria a generare la Chiesa: la Chiesa nasce dallo Spirito ed è lo Spirito che ci rende fratelli e sorelle del Cristo, coeredi della sua Croce e Risurrezione».

Una scelta dunque da vivere e custodire come un filo rosso di continuità con il magistero montiniano. «Oggi 54 anni dopo, papa Francesco – osserva il teologo – ribadisce così due esigenze che il Vaticano II è il riferimento normativo della Chiesa del III millennio e che il popolo di Dio onora e accoglie Maria come “Madre” nella misura in cui fa trasparire stabilmente, nei suoi volti e nelle sue opere, ovunque si trovi e viva, la “rivoluzione della tenerezza” di cui lei è singolare beneficiaria, testimone ed educatrice». Una memoria liturgica, secondo il missionario salettino, che permetterà così di scoprire, incontrare, amare e onorare la «maternità di Maria come un segno provocante di questa autenticità spirituale di cui la Chiesa ha sempre bisogno per essere se stessa».


Maria Madre della Chiesa è matrice feconda per tutti i popoli
di Cristiana Dobner

Nel grembo di Maria, in questo kairos incandescente, nasce una novità che i Padri della Chiesa hanno saputo intercettare e amare: per Agostino “Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa”; per Leone Magno “la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo” quindi “Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa”. Siamo tutti a Gerusalemme con lei nell’attesa, vigilanti e trepidi per quella novità che ci viene donata ma che potremo riconoscere solo in Lei, Madre della Chiesa appunto. Ancora una volta ai piedi della Croce, solo per noi, per ciascuno di noi. Se la invochiamo con questo titolo possiamo raccogliere quel Soffio che dal Cenacolo ha trapassato i secoli ed innumerevoli coscienze, vivere quel momento iniziale di e a Gerusalemme e radicarlo qui e ora, dovunque ci troviamo, con la consapevolezza di incarnare quanto il Signore Gesù voleva.


I passi antichi e lontani e quelli più moderni e vicini a noi che hanno portato all’istituzione della festa liturgica dal titolo “Maria Madre della Chiesa”, sono ben noti, rimane da comprenderne, per meglio aderire e fare proprio l’invito ad una celebrazione eucaristica che ormai sta per entrare nel nostro anno liturgico, la ragione profonda.
Le invocazioni a Maria Madre di Gesù sono innumerevoli e sempre relative all’esperienza del singolo credente oppure di qualche gruppo che ha sperimentato la protezione della Vergine in qualche difficile frangente dell’esistenza.

Perché dovremmo insignire o meglio lodare ed invocare la Vergine Maria proprio con il titolo di Madre della Chiesa?

Papa Paolo VI è stato esplicito:
Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, che la chiamano Madre amantissima

Così si chiudeva la terza Sessione del Vaticano II, ma così si apriva una nuova stagione per chi guardava alla Chiesa e nel suo grembo voleva vivere.
Paolo VI non voleva in questo modo legarsi ad un evento storico determinato, circoscritto. Sottesa alla sua, semplice e nitida, affermazione stava un’asserzione radicale che, oggi, a maggior ragione, dopo i passi compiuti nelle relazioni ecumeniche, questo titolo scuote profondamente la coscienza cristiana e si apre ad una dimensione universale e che attraversa i secoli.
Gli apostoli e Maria sono riuniti tutti nel Cenacolo. Potrebbe sembrare la consueta riunione di famiglia, capace di mettere al bando i dissidi perché urge un qualche cosa che, pur sfuggendolo, incombe o sovrasta su tutto il gruppo.
Un dato però, ben presente per due volte, negli Atti degli Apostoli mentre viene descritto questo momento, sposta l’attenzione e qualifica il gruppo stesso: “con una mente sola”. Il cuore quindi non era diviso, non vi giocavano pulsioni oppure ottiche personali, tutti convergevano all’unisono, mentre sostavano in preghiera.

Maria era con loro.

“Attendevano” specifica il testo. Chi? Che cosa?
Questo è il momento del kairos, cioè di quel punto storico cronologico che muta e trasforma il suo stesso essere temporale in un punto in cui, con sana prepotenza, irrompe lo Spirito e lo rende gravido del mistero di Dio e trasparente alla Sua accoglienza. Un punto rovente, incandescente.
Sta per nascere quella realtà, dono di Dio, che conosciamo con il nome di Chiesa.
Una realtà che, vista da un lato assomiglia ad un gruppo umano che condivida intenti e servizi e dall’altro mostra un volto che fa traslucere il Volto del Salvatore.
Maria non solo è presente, non solo condivide e quindi rientra nel gruppo di quelli che vibrano nell’attesa “con una mente sola”, Maria è lì, ancora una volta, pronta ad accollarsi un carico non indifferente che richiede tutta la sua vigilanza e la sua dedizione. Verrebbe da pensare: Non ha fatto abbastanza? Non ha sofferto abbastanza? Lasciamola in pace, prenda fiato.

Lo Spirito invece la rende nuovamente matrice feconda, lei Vergine, per tutti i secoli a venire, per tutti i popoli e per chiunque in questa moltitudine immensa rivolga a Lei lo sguardo e voglia che la propria mente possa lasciarsi penetrare dal mistero della comunione con tutte le altre menti.
Ci troviamo dinanzi a quel piccolo nucleo primitivo, alla Chiesa di Gerusalemme, che sta per germinare ed inserirsi come seme vitale in quel vorticoso scorrere di anni e di secoli che formeranno la storia della Chiesa.
Nel grembo di Maria, in questo kairos incandescente, nasce una novità che i Padri della Chiesa hanno saputo intercettare e amare: per Agostino “Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa”; per Leone Magno “la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo” quindi “Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa”.
Siamo tutti a Gerusalemme con lei nell’attesa, vigilanti e trepidi per quella novità che ci viene donata ma che potremo riconoscere solo in Lei, Madre della Chiesa appunto.
Ancora una volta ai piedi della Croce, solo per noi, per ciascuno di noi.
Se la invochiamo con questo titolo possiamo raccogliere quel Soffio che dal Cenacolo ha trapassato i secoli ed innumerevoli coscienze, vivere quel momento iniziale di e a Gerusalemme e radicarlo qui e ora, dovunque ci troviamo, con la consapevolezza di incarnare quanto il Signore Gesù voleva.
(fonte: Sir)

L'importanza del pane di Enzo Bianchi

L'importanza del pane
di Enzo Bianchi



“La storia dell’umanità inizia con il pane”, diceva Pitagora, perché il pane è prodotto della natura e della cultura.
Il pane è una realtà precisa, effettiva, ma anche un simbolo, un sistema di segni concreti che permette di stabilire una sapienza pratica. Il pane è alimento che ci nutre e ci trasmette vita, è alimento solido che si impone ai nostri sensi. Pensiamo al profumo del pane appena sfornato che un tempo al mattino presto si sentiva nelle vie dei paesi, passando accanto al fornaio: il profumo precede il pane stesso, raggiunge il nostro olfatto e fin dal mattino trasmette un sentimento di vita. Ma anche la vista è coinvolta: le infinite forme del pane, dovute alla fantasia e alla tradizione locali, fanno sì che il pane diventi una presenza, si imponga e chieda rispetto.

Nelle generazioni passate, che conoscevano la fame di pane e sovente non osavano sperare di mangiare se non pane, vi era addirittura una sorta di venerazione nei confronti di questo straordinario alimento che al tatto si spezza con un frantumarsi di briciole, segno della sua brevità e, nel contempo, invito a discernerlo anche con l’udito. Ma la massima epifania del pane ai nostri sensi si ha quando esso viene gustato, masticato, mangiato e così diventa noi stessi, perché noi assimiliamo ciò che mangiano. Il pane accompagna gli altri cibi – non a caso detti companatico – dall’inizio alla fine del pasto, è solitamente gradito a tutti, alimento ricchissimo dal punto di vista dietetico.

Se questa è la sostanza del pane, non meno ricca è la sua simbologia. Il pane è in primo luogo “pane del bisogno”, segno che senza il nutrimento non possiamo vivere. Per questo diciamo che “senza pane si muore”, parliamo di lavoro come “guadagnarsi il pane”, evochiamo il “pane delle lacrime” o speriamo in un “pane di vita”.

Il pane è il cibo quotidiano per eccellenza, è “pane nostro” perché normalmente lo si condivide, almeno in famiglia, in comunità. Non a caso i cristiani ogni giorno invocano “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, chiamandolo “nostro” perché assolutamente da condividere, cibo capace di creare e narrare una comunione. Il pane o è “nostro”, condiviso oppure cessa di essere pane e Dio stesso non può essere confessato come “Padre nostro”. Infatti, senza questa condivisione, si perpetuerà una verità antica che le attuali migrazioni confermano tragicamente: quando il pane non va verso i poveri, sono i poveri ad andare verso il pane. 

(Pubblicato su: La Repubblica 16/05/2018)

domenica 20 maggio 2018

"Lo Spirito Santo è la forza divina che cambia il mondo... non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore" Messa di Pentecoste Omelia di Papa Francesco (foto, testo e video)

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

Basilica Vaticana
Domenica, 20 maggio 2018


Alle ore 10 di questa mattina, Domenica di Pentecoste, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa nella Basilica Vaticana. Hanno concelebrato Cardinali, Vescovi e Sacerdoti. 




Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la lettura del Vangelo, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito.
Nella prima Lettura della liturgia di oggi, la venuta dello Spirito Santo a Pentecoste è paragonata a «un vento che si abbatte impetuoso» (At 2,2). Che cosa ci dice questa immagine? Il vento impetuoso fa pensare a una forza grande, ma non fine a se stessa: è una forza che cambia la realtà. Il vento infatti porta cambiamento: correnti calde quando fa freddo, fresche quando fa caldo, pioggia quand’è secco... così fa. Anche lo Spirito Santo, a ben altro livello, fa così: Egli è la forza divina che cambia, che cambia il mondo. La Sequenza ce l’ha ricordato: lo Spirito è «nella fatica, riposo; nel pianto, conforto»; e così lo supplichiamo: «Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina». Egli entra nelle situazioni e le trasforma; cambia i cuori e cambia le vicende.

Cambia i cuori. Gesù aveva detto ai suoi Apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo […] e di me sarete testimoni» (At 1,8). E avvenne proprio così: quei discepoli, prima paurosi, rintanati a porte chiuse anche dopo la risurrezione del Maestro, vengono trasformati dallo Spirito e, come annuncia Gesù nel Vangelo odierno, “gli danno testimonianza” (cfr Gv 15,27). Da titubanti diventano coraggiosi e, partendo da Gerusalemme, si spingono ai confini del mondo. Timorosi quando Gesù era tra loro, sono audaci senza di Lui, perché lo Spirito ha cambiato i loro cuori.

Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza. Ecco il cambiamento del cuore. Tanti promettono stagioni di cambiamento, nuovi inizi, rinnovamenti portentosi, ma l’esperienza insegna che nessun tentativo terreno di cambiare le cose soddisfa pienamente il cuore dell’uomo. Il cambiamento dello Spirito è diverso: non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore; non ci libera di colpo dai problemi, ma ci libera dentro per affrontarli; non ci dà tutto subito, ma ci fa camminare fiduciosi, senza farci mai stancare della vita. Lo Spirito mantiene giovane il cuore – quella rinnovata giovinezza. La giovinezza, nonostante tutti i tentativi di prolungarla, prima o poi passa; è lo Spirito, invece, che previene l’unico invecchiamento malsano, quello interiore. Come fa? Rinnovando il cuore, trasformandolo da peccatore in perdonato. Questo è il grande cambiamento: da colpevoli ci rende giusti e così tutto cambia, perché da schiavi del peccato diventiamo liberi, da servi figli, da scartati preziosi, da delusi speranzosi. Così lo Spirito Santo fa rinascere la gioia, così fa fiorire nel cuore la pace.

Oggi, dunque, impariamo che cosa fare quando abbiamo bisogno di un cambiamento vero. Chi di noi non ne ha bisogno? Soprattutto quando siamo a terra, quando fatichiamo sotto il peso della vita, quando le nostre debolezze ci opprimono, quando andare avanti è difficile e amare sembra impossibile. Allora ci servirebbe un “ricostituente” forte: è Lui, la forza di Dio. È Lui che, come professiamo nel “Credo”, «dà la vita». Quanto ci farebbe bene assumere ogni giorno questo ricostituente di vita! Dire, al risveglio: “Vieni, Spirito Santo, vieni nel mio cuore, vieni nella mia giornata”.

Lo Spirito, dopo i cuori, cambia le vicende. Come il vento soffia ovunque, così Egli raggiunge anche le situazioni più impensate. Negli Atti degli Apostoli – che è un libro tutto da scoprire, dove lo Spirito è protagonista – assistiamo a un dinamismo continuo, ricco di sorprese. Quando i discepoli non se l’aspettano, lo Spirito li invia ai pagani. Apre vie nuove, come nell’episodio del diacono Filippo. Lo Spirito lo sospinge su una strada deserta, da Gerusalemme a Gaza – come suona doloroso, oggi, questo nome! Lo Spirito cambi i cuori e le vicende e porti pace nella Terra santa –. Su quella strada Filippo predica al funzionario etiope e lo battezza; poi lo Spirito lo porta ad Azoto, poi a Cesarea: sempre in nuove situazioni, perché diffonda la novità di Dio. C’è poi Paolo, che «costretto dallo Spirito» (At 20,22) viaggia fino agli estremi confini, portando il Vangelo a popolazioni che non aveva mai visto. Quando c’è lo Spirito succede sempre qualcosa, quando Egli soffia non c’è mai bonaccia, mai.

Quando la vita delle nostre comunità attraversa periodi di “fiacca”, dove si preferisce la quiete domestica alla novità di Dio, è un brutto segno. Vuol dire che si cerca riparo dal vento dello Spirito. Quando si vive per l’autoconservazione e non si va ai lontani, non è un bel segno. Lo Spirito soffia, ma noi ammainiamo le vele. Eppure tante volte l’abbiamo visto operare meraviglie. Spesso, proprio nei periodi più bui, lo Spirito ha suscitato la santità più luminosa! Perché Egli è l’anima della Chiesa, sempre la rianima di speranza, la colma di gioia, la feconda di novità, le dona germogli di vita. Come quando, in una famiglia, nasce un bambino: scombina gli orari, fa perdere il sonno, ma porta una gioia che rinnova la vita, spingendola in avanti, dilatandola nell’amore. Ecco, lo Spirito porta un “sapore di infanzia” nella Chiesa. Opera continue rinascite. Ravviva l’amore degli inizi. Lo Spirito ricorda alla Chiesa che, nonostante i suoi secoli di storia, è sempre una ventenne, la giovane Sposa di cui il Signore è perdutamente innamorato. Non stanchiamoci allora di invitare lo Spirito nei nostri ambienti, di invocarlo prima delle nostre attività: “Vieni, Spirito Santo!”.

Egli porterà la sua forza di cambiamento, una forza unica che è, per così dire, al tempo stesso centripeta e centrifuga. È centripeta, cioè spinge verso il centro, perché agisce nell’intimo del cuore. Porta unità nella frammentarietà, pace nelle afflizioni, fortezza nelle tentazioni. Lo ricorda Paolo nella seconda Lettura, scrivendo che il frutto dello Spirito è gioia, pace, fedeltà, dominio di sé (cfr Gal 5,22). Lo Spirito dona intimità con Dio, la forza interiore per andare avanti. Ma nello stesso tempo Egli è forza centrifuga, spinge cioè verso l’esterno. Colui che porta al centro è lo stesso che manda in periferia, verso ogni periferia umana; Colui che ci rivela Dio ci spinge verso i fratelli. Invia, rende testimoni e per questo infonde – scrive ancora Paolo – amore, benevolenza, bontà, mitezza. Solo nello Spirito Consolatore diciamo parole di vita e incoraggiamo veramente gli altri. Chi vive secondo lo Spirito sta in questa tensione spirituale: si trova proteso insieme verso Dio e verso il mondo.

Chiediamogli di essere così. Spirito Santo, vento impetuoso di Dio, soffia su di noi. Soffia nei nostri cuori e facci respirare la tenerezza del Padre. Soffia sulla Chiesa e spingila fino agli estremi confini perché, portata da te, non porti nient’altro che te. Soffia sul mondo il tepore delicato della pace e il fresco ristoro della speranza. Vieni, Spirito Santo, cambiaci dentro e rinnova la faccia della terra. Amen.

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Domenica di Pentecoste / B




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 25/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo:  
Gv 15,26-27; 16,12-15 




Dopo il cantico della Vite, quella vera (1-17), che abbiamo letto la V Domenica di Pasqua, l'evangelista ci mette di fronte alle conseguenze che scaturiranno dalla sequela di Gesù. A fronte della dolcezza del frutto della vite che è l'amore vicendevole, il mondo risponderà con l'odio e la persecuzione, mettendo a morte quanti credono in Gesù, e tutto ciò ritenendo di fare la volontà di Dio, di rendere culto al suo Nome (16,2). Ma Gesù ci assicura che non ci lascia da soli, non ci abbandona in balia del male, che il Padre invierà a noi un Paràclito, un Difensore, un Intercessore (in ebr. Menahém), un avvocato che assumerà la nostra difesa e ci aiuterà ad eliminare ogni causa di sofferenza. Lo Spirito della Verità/Fedeltà (Ruah 'Emet), la Forza Santa e santificatrice di Dio che ci costituisce figli rendendoci capaci, come Gesù, di servire i fratelli spezzando la nostra vita per loro. Lo Spirito Santo, la Vita di Dio, ci  <<introdurrà alla Verità/Fedeltà tutta intera>> , ci darà cioè la forza di rimanere fedeli, come Gesù, al progetto d'amore del Padre sulla storia umana. Senza il suo Soffio Santo saremo sempre incapaci di portarne il peso.


sabato 19 maggio 2018

"Quel vento di libertà che scuote i nostri schemi" di p. Ermes Ronchi - Domenica di Pentecoste Anno B

Quel vento di libertà che scuote i nostri schemi

Commento
Domenica di Pentecoste – Anno B

Letture:  Atti 2,1-11; Salmo 103; Galati 5,16-25; Giovanni 15,26-27; 16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d'oro» (G. Vannucci).
Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d'improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite.
Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l'invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza.

Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l'opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l'abbiamo noi, che ha l'umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.


Lo scandalo pedofilia - LA RESA DEI VESCOVI CILENI di Alberto Melloni e Servizi TV2000

 Il vescovo Luis Fernando Ramos Perez
Lo scandalo pedofilia
LA RESA DEI VESCOVI CILENI 
di Alberto Melloni

Un gesto clamoroso 
che segna una tappa drammatica
nella vicenda che ha visto denunziare
 crimini e omertà
(Pubblicato su "La Repubblica del 19.05.2018)


L' episcopato cileno ha preso una decisione senza precedenti: l' intera conferenza dei vescovi ha consegnato ieri a papa Francesco le proprie dimissioni. Un gesto clamoroso di auto- decapitazione di una chiesa, che segna una tappa drammatica nella vicenda che ha visto denunziare i crimini dei pedofili preti e l' omertà dei vescovi.
Esplosa un quarto di secolo fa, la crisi dei pedofili in talare ha visto cadere a fatica i tentativi di minimizzare la cosa o di ridurla a casi confinabili alla procedura penale canonica. È venuta poi la stagione della "vergogna" e della "tolleranza zero", affidata alla voce ferma e alle capacità di empatia del papa: il che ha aiutato a scoperchiare un male, anche a rischio di dare ansa a denigrazioni, che ha colpito diocesi, ordini, movimenti. Solo in un caso, nel 2010, Ratzinger si scostò da questa linea scrivendo una lettera alla chiesa di Irlanda che aveva come tema la pedofilia. Fedele alla sua teologia, Benedetto XVI aveva indicato nella presunta cedevolezza della chiesa irlandese davanti alla secolarizzazione una delle ragioni di tanto vasta e inconfessata tragedia. Un atto di accusa collettivo giustamente duro, ma che puntava l' indice contro un episcopato che non si era nominato da solo, contro una chiesa che non aveva mai domandato l' indipendenza da Roma.
Recentemente la vicenda di un vescovo cileno ha riportato in discussione non solo il comportamento di singoli religiosi, ma di un' intera chiesa nazionale. Dove le violenze sessuali perpetrate da un religioso molto amato da preti e presuli - padre Fernando Karadima - erano state denunciate all' autorità ecclesiastica, che non aveva creduto alle vittime. Per le coperture e le sordità, era stato sostituito l' arcivescovo di Santiago; e Karadima fu condannato dalla giustizia canonica all' ergastolo canonico perpetuo.
Nel frattempo l' ombra si allungava sui suoi più intimi collaboratori: di uno di questi, monsignor Juan Barros - fatto vescovo da Giovanni Paolo II e trasferito da Francesco a Osorio nel 2015 - sono state chieste le dimissioni dalle vittime del prete-santone, che hanno accusato Barros di aver saputo o di aver assistito agli stupri. Francesco, convinto della sua innocenza, ha respinto le dimissioni offertegli da Barros e ha domandato di fornirgli "le prove". Una richiesta che aveva sconvolto i sopravvissuti, che sanno benissimo che lo stupratore scommette sempre sulla certezza che nessuno crederà alla vittima.
Bacchettato dal cardinale O' Malley, resosi conto dell' errore, Francesco ha chiesto il perdono delle vittime, ha ascoltato gli esiti di un' inchiesta guidata da monsignor Scicluna, ha convocato i vescovi del Cile per un incontro singolare, a metà fra il processo e il ritiro, al termine del quale ha posto il nodo ecclesiologico della questione in una densa lettera piena di citazioni.
Non è una chiesa più "rigida" o più "severa" o più "disciplinata" quella che può evitare i delitti che hanno devastato persone e comunità: ma, sostiene Francesco, solo una " chiesa profetica" capace di rifiutare le "spiritualità narcisiste", di liberarsi dalla autoreferenzialità chiesastica e di cercare la compagnia dei poveri.
Le dimissioni collettive sono state la risposta dei vescovi. Un gesto mai visto. Un autodafé con il quale un episcopato intero compie sì un atto di sottomissione al vangelo così come Francesco lo ha personalmente predicato, ma in parte anche un atto di sfida: perché potrebbe postulare una riconferma altrettanto massiva, salva la sanzione di coloro che fossero platealmente compromessi coi delitti.
A Francesco il compito di decidere. Anzi discernere; la cosa che un gesuita fa più spesso in vita sua; un atto mai infallibile, mai sterile.

Alberto Melloni, ordinario di storia del cristianesimo, è segretario della fondazione per le scienze religiose; ha diretto il Meridiano di don Milani e i tomi su Benedetto XV e su Martin Lutero del Mulino.
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Leggi anche:
I vescovi cileni si dimettono in blocco: “Siamo nelle mani del Papa”


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Servizio TV2000 - Le dimissioni dei vescovi



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Servizio TV2000 - La ricostruzione dei fatti

Missione è dare voce all’amore fedele di Dio... ma solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo. Papa Francesco al Cammino Neocatecumenale


Missione è dare voce all’amore fedele di Dio, è annunciare che il Signore ci vuole bene 
e che non si stancherà mai di me, di te, di noi e di questo nostro mondo... 
ma solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi
 e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo.
Papa Francesco 
incontro internazionale in occasione del 
50° anniversario dell'inizio 
del CAMMINO NEOCATECUMENALE
(Testo e video)




Il 5 maggio 2018 a Tor Vergata (Roma) si è celebrato giubileo del Cammino Neocatecumenale, iniziato già la sera del giorno precedente, quando circa 150 mila persone provenienti da 134 nazioni dei cinque continenti si sono riversati durante la notte nel campus dell’università per il grande evento con Papa Francesco. Kiko Argüello, l’iniziatore dell’itinerario neocatecumenale, ha fatto cenno alle origini (per conoscere la storia del Cammino vai: 
http://camminoneocatecumenale.it/it/homepage/)

e con una punta di commozione ricordando Carmen, per una vita sua compagna di missione, scomparsa nel luglio 2016 dopo una lunga malattia. Erano presenti anche  padre Mario Pezzi e Maria Ascensiòn Romero sul palco rosso dove campeggiava una copia gigante dell’icona del “Giudizio Universale” e dove erano seduti una novantina tra vescovi, cardinali e capi Dicastero: Ouellet, O’Malley, Schönborn, Toppo, Rylko, Filoni, Osoro, Fisichella, giusto per citarne alcuni
Papa Francesco è stato accolto da un canto alla Madonna e da uno scroscio di applausi proseguito lungo tutto il giro in papamobile, durante il quale si è fermato a salutare in particolare i bambini delle 34 famiglie che ha poi inviato per la missio ad gentes in zone di Europa, Africa e Medio Oriente dove, ha sottolineato Kiko, «non c’è alcuna presenza cristiana».



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono felice di incontrarvi e dire con voi: grazie! Grazie a Dio, e anche a voi, soprattutto a quanti hanno fatto un lungo viaggio per essere qui. Grazie per il “sì” che avete detto, per aver accolto la chiamata del Signore a vivere il Vangelo e ad evangelizzare. E un grande grazie va anche a chi ha iniziato il Cammino neocatecumenale cinquant’anni fa.

Cinquanta è un numero importante nella Scrittura: al cinquantesimo giorno lo Spirito del Risorto discese sugli Apostoli e manifestò al mondo la Chiesa. Prima ancora, Dio aveva benedetto il cinquantesimo anno: «Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo» (Lv25,11). Un anno santo, nel quale il popolo eletto avrebbe toccato con mano realtà nuove, come la liberazione e il ritorno a casa degli oppressi: «Proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti – aveva detto il Signore –. […] Ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (v. 10). Ecco, dopo cinquant’anni di Cammino sarebbe bello che ciascuno di voi dicesse: “Grazie, Signore, perché mi hai davvero liberato; perché nella Chiesa ho trovato la mia famiglia; perché nel tuo Battesimo le cose vecchie sono passate e gusto una vita nuova (cfr 2 Cor 5,17); perché attraverso il Cammino mi hai indicato il sentiero per scoprire il tuo amore tenero di Padre”.
Cari fratelli e sorelle, alla fine canterete il “Te Deum di ringraziamento per l’amore e la fedeltà di Dio”. È molto bello questo: ringraziare Dio per il suo amore e per la sua fedeltà. Spesso lo ringraziamo per i suoi doni, per quello che ci dà, ed è bene farlo. Ma è ancora meglio ringraziarlo per quello che è, perché è il Dio fedele nell’amore. La sua bontà non dipende da noi. Qualsiasi cosa facciamo, Dio continua ad amarci fedelmente. Questa è la fonte della nostra fiducia, la grande consolazione della vita. Allora coraggio, non contristatevi mai! E quando le nubi dei problemi sembrano addensarsi pesantemente sulle vostre giornate, ricordatevi che l’amore fedele di Dio splende sempre, come sole che non tramonta. Fate memoria del suo bene, più forte di ogni male, e il dolce ricordo dell’amore di Dio vi aiuterà in ogni angustia.
Manca ancora un grazie importante: a quanti state per andare in missione. Sento di dirvi qualcosa dal cuore proprio sulla missione, sull’evangelizzazione, che è la priorità della Chiesa oggi. Perché missione è dare voce all’amore fedele di Dio, è annunciare che il Signore ci vuole bene e che non si stancherà mai di me, di te, di noi e di questo nostro mondo, del quale forse noi ci stanchiamo. Missione è donare ciò che abbiamo ricevuto. Missione è compiere il mandato di Gesù che abbiamo ascoltato e su cui vorrei soffermarmi con voi: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).

Andate. La missione chiede di partire. Ma nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo. È più facile rimanere a casa, circondati da chi ci vuol bene, ma non è la via di Gesù. Egli invia: “Andate”. Non usa mezze misure. Non autorizza trasferte ridotte o viaggi rimborsati, ma dice ai suoi discepoli, a tutti i suoi discepoli una parola sola: “Andate!”. Andate: una chiamata forte che risuona in ogni anfratto della vita cristiana; un invito chiaro a essere sempre in uscita, pellegrini nel mondo alla ricerca del fratello che ancora non conosce la gioia dell’amore di Dio.

Ma come si fa per andare? Bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa. La Bibbia lo insegna: quando Dio liberò il popolo eletto, lo fece andare nel deserto col solo bagaglio della fiducia in Lui. E fattosi uomo, camminò Egli stesso in povertà, senza avere dove posare il capo (cfr Lc 9,58). Lo stesso stile domanda ai suoi. Per andare bisogna essere leggeri. Per annunciare bisogna rinunciare. Solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore. Solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo. E chi, per suo amore, impara a rinunciare alle cose che passano, abbraccia questo grande tesoro: la libertà. Non resta più imbrigliato nei propri attaccamenti, che sempre reclamano qualcosa di più ma non danno mai la pace, e sente che il cuore si dilata, senza inquietudini, disponibile per Dio e per i fratelli.
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