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sabato 18 novembre 2017

"Un Dio che ci chiama a non rimanere mai immobili" di p. Ermes Ronchi - XXXIII domenica Tempo Ordinario – Anno A

Un Dio che ci chiama a non rimanere mai immobili


Commento
XXXIII domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. [...] 

Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli e dei talenti. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l'estate feconda di frutti.
Come sovente nelle parabole, un padrone, che è Dio, consegna qualcosa, affida un compito, ed esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà. Una sola regola fondamentale, quella data ad Adamo: coltiva e custodisci, ama e moltiplica la vita.
La parabola dei talenti è l'esortazione pressante ad avere più paura di restare inerti e immobili, come il terzo servo, che di sbagliare (Evangelii gaudium 49); la paura ci rende perdenti nella vita: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per il timore di finire sconfitti!
La pedagogia del Vangelo ci accompagna invece a compiere tre passi fondamentali per l'umana crescita: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la madre di tutte le paure, cioè la paura di Dio.
Se leggiamo con attenzione il seguito della parabola, scopriamo che ci viene rivelato che Dio non è esattore delle tasse, un contabile che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi.
Dice infatti: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma in più viene moltiplicato. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita è esattamente la bella notizia. Questa spirale d'amore che si espande è l'energia segreta di tutto ciò che vive, e che ha la sua sorgente nel cuore buono di Dio. Tutto ci è dato come addizione di vita.
Nessuna tirannia, nessun capitalismo della quantità: infatti colui che consegna dieci talenti non è più bravo di quello che ne riporta quattro. Non c'è una cifra ideale da raggiungere: c'è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
Dietro l'immagine dei talenti non ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, le mie capacità. C'è madre terra, e tutte le creature messe sulla mia strada sono un dono del cielo per me. Ognuno è talento di Dio per gli altri.
Magnifica suona la nuova formula del matrimonio: «Io accolgo te, come mio talento, come il regalo più bello che Dio mi ha fatto». Lo può dire lo sposo alla sposa, l'amico all'amico: Sei tu il mio talento! E il mio impegno sarà prendermi cura di te, aiutarti a fiorire nel tempo e nell'eterno.
«L'essenza dell'amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l'altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare» (R.M. Rilke)


“Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso - Recensione di Aldo Pintor

“Il bisogno di pensare” 
di Vito Mancuso

Recensione di Aldo Pintor


Nonostante talvolta il suo autore non susciti sempre soverchia simpatia l'ultimo libro di Vito Mancuso “Il bisogno di pensare” (Garzanti, p. 192, € 16) risulta utilissimo per poter affrontare la vita con discernimento. Ossia per acquisire la capacità di valutare le situazioni che durante l'esistenza si presentano e a scegliere come comportarci in base a quanto percepiamo sia col cuore che col ragionamento. E talvolta ci rendiamo conto che l'azione che si deve far scaturire è quella del ringraziamento. 

Sicuramente da questa lettura si riceverà l'impressione di come la necessità di pensare agevoli non solo la spiritualità ma anche in concreto la vita quotidiana. 

Vito Mancuso filosofo e teologo spesso in controtendenza almeno per quanto riguarda l'ambito cattolico di cui si possono leggere le opinioni sulle pagine del quotidiano La Repubblica si propone con questa sua ultima fatica di far pensare e ragionare i lettori senza però mai staccare il pensiero razionale dalla passione. Insomma il nostro autore non separa mai il cervello dal cuore. Apparentemente questa ultima sua opera è un libro che parla di filosofia ma in realtà leggendolo scopriamo che sono pagine che ci pongono interrogativi profondi sul senso della vita e ci invitano a trovare il nostro posto, quello che spetta solo a noi, nella grande storia dell'umanità. 

Invitando a fidarsi solo di chi “dice quello che pensa e pensa quello che dice”, l'autore anche in questo libro fa ricorso alla sua vasta cultura circa la storia del pensiero umano. Cosa non comune ne l libro vi sono diversi excursus culturali che comprendono anche il sapere scientifico. Tutto questo bagaglio culturale viene rapportato a ciò che ci fa pienamente uomini overossia razionismo desideri passioni emozioni paure sentimenti e perfino dubbi. Tutte queste caratteristiche di cui sono fatte le nostre vite umane Mancuso le pone in relazione con gli altri nostri compagni di umanità e con tutti quegli eventi di cui sono costituite le nostre esistenze. L'autore riporta una frase a lui molto cara di uno dei suoi maestri il Cardinale di Milano Carlo Maria Martini frase che fu fatta propria anche da uno dei maestri del pensiero laico d'Italia Norberto Bobbio anche egli citato nel libro “La differenza rilevante non passa tra i credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti”. 

Non potevano ovviamente mancare in questo libro pagine dedicate alla fede e alla vita eterna e questi argomenti vengono presentati come risposta affermativa alla vita e mai sono posti in modo angoscioso. Poi nell'ultimo capitolo di questo libro, quello intitolato “verso un pensiero che si fa vita” il tono filosofico si attenua e anche per il lettore digiuno di filosofia verrà spiegato con un linguaggio più quotidiano come diventare persone pensanti in modo semplice ma mai banale. 

Infine nell'appendice ci sono indicati i termini con cui si indica il verbo pensare nelle varie lingue. 

Finito il libro devo dire che viene voglia di rileggerlo per ripercorrere con Vito Mancuso la millenaria storia umana e le scoperte scientifiche cui l'uomo è giunto per trovare anche noi un posto in questo grandioso panorama (leggendo più volte mi è venuto in mente una frase del grande mistico italiano del 900 Giovanni Vannucci: “ognuno di noi è un messaggio che Dio manda al mondo e che dopo di noi non manderà più”). La capacità di pensare e discernere è tra le caratteristiche che ci fanno umani e questo come dice proprio Mancuso ci spinge a trovare “l'energia per camminare in equilibrio sul sottile filo della vita”. 

Questo libro ci fa sentire parte del grande cammino dell'umanità e inseriti nell'immensità del cosmo (come ho già detto non sono rari i riferimenti alle scienze, utilissimi) così guardando la volta stellata ci interroghiamo su cosa ognuno di noi ha da comunicare sia ai fratelli in umanità che alle creature non umane che con noi hanno una parte in questa grande immensità.



Don Lorenzo Milani: profilo biografico a cura di Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

Don Lorenzo Milani: 
profilo biografico 
a cura di Gregorio Battaglia, 
carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)



Relazione tenuta il 25 ottobre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


Il nome completo di Don Milani è: Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti. Il secondo cognome è legato al privilegio che ricevette il bisnonno paterno di poter trasmettere ai suoi nipoti, figli dell’unica figlia, il suo cognome. E tutto questo come riconoscimento da parte del Regno di Italia dei suoi innegabili meriti scientifici come filologo.
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decise di impiantare in parrocchia una scuola serale aperta a tutti i giovani lavoratori senza discriminazioni politiche o partitiche. Con questa scuola e non soltanto con essa egli si tirò addosso l’aperta ostilità di alcuni parrocchiani, ma soprattutto quella dei parroci vicini. A creare il massimo dell’attrito tra lui e i suoi confratelli e poi con la stessa Curia fiorentina fu l’atteggiamento da lui tenuto nelle elezioni comunali del 1958. Don Lorenzo venne ripreso per aver preso troppo alla lettera le direttive diocesane, che prescrivevano di far votare quei candidati che sapevano difendere i diritti di Dio, della Chiesa e della Famiglia cristiana. Nella lista dove era presente il partito democristiano l’esponente di spicco era un noto massone, per cui Don Lorenzo sconsigliò di votare per quella lista. In quell’occasione per non alimentare inutili polemiche preferì allontanarsi dal territorio con la scusa di un impegno in Germania.

Priore di Barbiana
Alla morte dell’anziano parroco di San Donato don Lorenzo, invece di subentrargli nell’incarico, venne spedito a Barbiana nel comune di Vicchio del Mugello. Si trattava di una parrocchia che stava per essere accorpata con un’altra, ma che fu tenuta in vita per farne l’esilio di Don Milani.

Ben consapevole che quella decisione era in realtà un esilio, egli accettò in spirito di obbedienza la nuova assegnazione. Per meglio significare lo stato d’animo che lo muoveva in quel momento egli si fece accompagnare da un amico sacerdote dal sindaco di Vicchio per poter comprare la tomba per la sua sepoltura. Egli intendeva legarsi a quella piccola realtà di montagna non come uno di passaggio, ma come uno di loro. La sua attività pastorale fu quella certamente di assicurare i sacramenti a quella porzione di Popolo di Dio, ma si caratterizzò principalmente per il suo impegno per la scuola, come strumento fondamentale per portare quella realtà a prendere coscienza della propria dignità e della propria capacità di parola.
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GUARDA IL VIDEO
Relazione integrale 





Guarda anche il post già pubblicato sul precedente Mercoledì della Spiritualità: 



L’"Appello a resistere (katécon)" PER UN MONDO NON GENOCIDA PATRIA DI TUTTI PATRIA DEI POVERI

L’"Appello a resistere (katécon)"
PER UN MONDO 
NON GENOCIDA
 PATRIA DI TUTTI 
PATRIA DEI POVERI




Appello promosso da “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”
Katécon è la parola biblica usata da Paolo per evocare la resistenza alle forze della distruzione e l’argine che frena lo scatenarsi dell’inequità. Oggi l’alternativa all’eclisse della ragione e allo scempio del diritto sta nella politica e ancor prima nella coscienza e nella volontà dei popoli. Due impegni prioritari: disarmo nucleare e ius migrandi. Prima ancora della sua presentazione al pubblico ha già 250 firme l’appello a resistere all’“inequità” per stabilire una società di tutti a cominciare dai poveri, senza più politiche di genocidio. Tra i primi firmatari quattro Premi Nobel per la pace (tre donne), un ex console noto come lo “Schindler argentino”, un cardinale che presiede ai testi legislativi della Santa Sede, un filosofo della democrazia e dell’eguaglianza come Luigi Ferrajoli, don Ciotti presidente di Libera, uno psichiatra francese, un regista argentino, il sindaco di Palermo, Moni Ovadia, teologi, giornalisti e altre personalità internazionali. Quello che segue è il testo in italiano. Chi vuole aggiungersi ai firmatari può scrivere “aderisco al katécon” o simili, aggiungendo se possibile Paese e qualifica, all’indirizzo info@chiesadituttichiesadeipoveri.it 


Il testo dell'appello
Alla fine della seconda guerra mondiale i popoli giudicarono la civiltà che li aveva portati a quella crisi, e si resero conto di come essa fosse avanzata nel tempo rendendosi più volte colpevole di razzismi aggressioni e genocidi. Nel 1948 essi adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, termine con cui si intendeva non solo lo sterminio di un intero popolo, ma tutti gli atti volti “a distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale. Pertanto essi decisero di passare a una civiltà di popoli eguali senza più genocidio.

Oggi però si ragiona, si decide e si governa come se quella scelta non ci fosse stata. Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti significa infatti ammettere come ipotesi il genocidio di uno o più popoli o di tutti i popoli; pretendere di rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come “danno collaterale”, è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè genocida, poiché attenta alla vita di popolazioni intere, mettendole fuori mercato; continuare a incendiare il clima e a devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio. Queste pratiche, oltre che malvagie, sono contro ragione; infatti nessuna di esse va a buon fine, mentre scelte opposte sarebbero ben più efficaci e vantaggiose, possibili e politicamente capaci di consenso.

Riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di conservare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché il rifiuto di accogliere e integrare migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo ma lo stesso sangue.

Una tale situazione sembra evocare e rendere di attualità quello che agli albori del cristianesimo l’apostolo Paolo descriveva come “il mistero dell’anomia”, cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. In quella stessa intuizione delle origini cristiane si annunciava però anche un “katécon”, una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione[1] e impedito il trionfo della fine, aprendo la strada alla risoluzione della crisi.

Comunque si interpreti questa antica parola, noi avanziamo l’urgenza che dai popoli si esprima una tale resistenza, si eserciti questo freno, come già avvenne nel Novecento quando il movimento della pace in tutto il mondo, interponendosi in modo non violento tra i missili nucleari da un lato e l’umanità votata allo sterminio dall’altro, riuscì a ottenere il ritiro della minaccia e a scongiurare la guerra atomica.

Due impegni prioritari

Due appaiono oggi gli impegni prioritari di questo resistere agendo[2]:

1 . Lottare perché le Potenze nucleari simultaneamente firmino e attuino il Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, cui già aderisce la maggior parte delle Nazioni;

2 . Lottare perché sia riconosciuto e attuato con politiche graduali e programmate il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita. Lo ius migrandi, uno dei primi “diritti naturali” proclamati dalla modernità, sarebbe il volano di un profondo rinnovamento economico e sociale, e il più incisivo artefice della nuova identità di una società mondializzata con una umanità finalmente unita e custode della Terra che le è data per madre.

Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.

16 ottobre 2017

[1] “E ora sapete ciò che lo trattiene (katécon)”, 2 Tess. 2, 7-8.

[2] “Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo”, D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, 1969, Milano, p. 235.


Chi vuole aggiungersi ai firmatari può scrivere “aderisco al katécon” o simili, aggiungendo se possibile Paese e qualifica, all’indirizzo info@chiesadituttichiesadeipoveri.it oppure nei “comments” al seguente post:
http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/per-un-mondo-non-genocida-patria-di-tutti-patria-dei-poveri-2/

venerdì 17 novembre 2017

«Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà ... e lì sarà l’incontro col Signore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
17 novembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Pensare la morte”



«Pensare alla nostra morte non è una brutta fantasia»; anzi, vivere bene ogni giorno come se fosse «l’ultimo», e non come se questa vita fosse «una normalità» che dura per sempre, potrà aiutare a trovarsi davvero pronti quando il Signore chiamerà. È un invito a riconoscere serenamente la verità essenziale della nostra esistenza quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì mattina, 17 novembre, a Santa Marta.

«In queste due ultime settimane dell’anno liturgico — ha subito fatto presente — la Chiesa nelle letture, nella messa, ci fa riflettere sulla fine». Da una parte, certo, «la fine del mondo, perché il mondo crollerà, sarà trasformato» e ci sarà «la venuta di Gesù, alla fine». Ma, dall’altra parte, la Chiesa parla anche della «fine di ognuno di noi, perché ognuno di noi, morirà: la Chiesa, come madre, maestra, vuole che ognuno di noi pensi alla propria morte».

«A me attira l’attenzione — ha confidato il Pontefice, facendo riferimento al brano evangelico di Luca (17, 26-37) — quello che dice Gesù in questo passo che abbiamo letto». In particolare la sua risposta «quando domandano come sarà sarà la fine del mondo». Ma intanto, ha rilanciato il Papa seguendo le parole del Signore, «pensiamo a come sarà la mia fine». Nel Vangelo Gesù usa le espressioni «come avvenne anche nei giorni di Noè» e «come avvenne anche nei giorni di Lot». Per dire, ha spiegato, che gli uomini «in quel tempo mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca». E, ancora, «come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano».

Ecco però, ha proseguito il Papa, che arriva «il giorno che il Signore fa piovere fuoco e zolfo dal cielo». Insomma, «c’è la normalità, la vita è normale — ha fatto notare Francesco — e noi siamo abituati a questa normalità: mi alzo alle sei, mi alzo alle sette, faccio questo, faccio questo lavoro, vado a trovare questo domani, domenica è festa, faccio questo». E «così siamo abituati a vivere una normalità di vita e pensiamo che questo sarà sempre così». Ma lo sarà, ha aggiunto il Pontefice, «fino al giorno che Noè salì sull’arca, fino al giorno che il Signore ha fatto cadere fuoco e zolfo dal cielo».

Perché sicuramente «verrà un giorno in cui il Signore dirà a ognuno di noi: “vieni”», ha ricordato il Pontefice. E «la chiamata per alcuni sarà repentina, per altri sarà dopo una malattia, in un incidente: non sappiamo». Ma «la chiamata ci sarà e sarà una sorpresa: non l’ultima sorpresa di Dio, dopo di questa ce ne sarà un’altra — la sorpresa dell’eternità — ma sarà la sorpresa di Dio per ognuno di noi».

A proposito della fine, ha proseguito, «Gesù ha una frase, l’abbiamo letta ieri nella messa: sarà “come la folgore che guizzando brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno”, il giorno che busserà alla nostra vita».

«Noi siamo abituati a questa normalità della vita — ha proseguito Francesco — e pensiamo che sarà sempre così». Però «il Signore, e la Chiesa, ci dice in questi giorni: fermati un po’, fermati, non sempre sarà così, un giorno non sarà così, un giorno tu sarai tolto e quello che è accanto a te sarà lasciato».

«Signore, quando sarà il giorno in cui sarò tolto?»: proprio «questa — ha suggerito il Papa — è la domanda che la Chiesa invita a farci oggi e ci dice: fermati un po’ e pensa alla tua morte». Ecco il significato della frase citata da Francesco, posta all’ingresso «in un cimitero, al nord di Italia: “Pellegrino, tu che passi, pensa dai tuoi passi, l’ultimo passo”». Perché «ci sarà un ultimo» passo.

«Questo vivere la normalità della vita come fosse una cosa eterna, un’eternità — ha spiegato il Papa — si vede anche nelle veglie funebri, nelle cerimonie, nelle onorificenze funebri: tante volte le persone che davvero sono coinvolte con quella persona morta, per la quale preghiamo, sono poche».

E così «una veglia funebre si è trasformata normalmente in un fatto sociale: “Dove vai oggi?” — “Oggi devo andare a fare questo, questo, questo, poi al cimitero perché c’è la cerimonia”». Diventa così «un fatto in più e lì incontriamo gli amici, parliamo: il morto è lì ma noi parliamo: normale». Così «anche quel momento trascendente, per il modo di camminare della vita abituale, diventa un fatto sociale». E «questo — ha confidato ancora Francesco — io l’ho visto nella mia patria: in alcune veglie funebri c’è un servizio di ricevimento, si mangia, si beve, il morto è lì: ma noi qui facciamo un po’, non dico “festa”, ma parliamo, mondanamente; è una riunione in più, per non pensare».

«Oggi — ha affermato il Pontefice — la Chiesa, il Signore, con quella bontà che ha, dice a ognuno di noi: fermati, fermati, non tutti i giorni saranno così; non abituarti come questa fosse l’eternità; ci sarà un giorno che tu sarai tolto, l’altro rimarrà, tu sarai tolto». Insomma, così «è andare col Signore, pensare che la nostra vita avrà fine, e questo fa bene perché lo possiamo pensare all’inizio del lavoro: oggi forse sarà l’ultimo giorno, non so, ma farò bene il lavoro». E «farò» bene anche «nei rapporti a casa, con i miei, con la famiglia: andare bene, forse sarà l’ultimo giorno, non so». Lo stesso dobbiamo pensarlo, ha proseguito Francesco, «anche quando andiamo a fare una visita medica: questa sarà una in più o sarà l’inizio delle ultime visite?».

«Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà», ha insistito il Pontefice, spiegando: «Se è brutta o non brutta dipende da me, come io la penso, ma ci sarà e lì sarà l’incontro col Signore: questo sarà il bello della morte, sarà l’incontro col Signore, sarà lui a venire incontro, sarà lui a dire “vieni, vieni, benedetto da mio Padre, vieni con me”». A nulla serve dire: «Ma, Signore, aspetta che devo sistemare questo, questo». Perché tanto «non si può sistemare niente: quel giorno chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa non scenda: dove stai ti prenderanno, ti prenderanno, tu lascerai tutto».

Però «avremo il Signore, questa è la bellezza dell’incontro», ha rassicurato il Papa. «L’altro giorno — ha aggiunto — ho trovato un sacerdote, più o meno sessantacinquenne: non si sentiva bene, è andato dal dottore», il quale «dopo la visita» gli «ha detto: “Guardi, lei ha questo, questa è una cosa brutta, ma forse stiamo in tempo di fermarla, faremo questo; se non si ferma faremo quest’altro e se non si ferma incominceremo a camminare e io la accompagnerò fino alla fine”». Perciò, ha commentato Francesco, «bravo quel medico! Con quanta dolcezza ha detto la verità: anche noi accompagniamoci in questa strada, andiamo insieme, lavoriamo, facciamo del bene e tutto, ma sempre guardando là».

«Oggi facciamo questo» ha concluso il Papa, perché «ci farà bene a tutti fermarsi un po’ e pensare il giorno nel quale il Signore verrà a trovarmi, verrà a prendermi per andare da lui».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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Che cosa resta della mafia di Giuseppe Savagnone



Che cosa resta della mafia
di Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.


La morte di Totò Riina, il “capo dei capi” della mafia siciliana, riporta di attualità una riflessione su questo fenomeno storico, o, meglio, su ciò che rimane di esso. Non che la mafia siciliana sia ormai estinta. Ma il dilagare del fenomeno dei “pentiti” e l’arresto di boss come Riina e Provenzano, hanno dato dei colpi significativi a Cosa Nostra, intaccandone il prestigio e, soprattutto, disgregandone la compattezza. In passato la mafia era un religione. Non solo e non tanto per i simboli di cui si serviva, spesso tratti dall’armamentario della religiosità popolare, ma per la dedizione totale di sé che era richiesta agli “uomini d’onore” al capo di turno, incarnazione del dio-potere. Nella società post-moderna, questa “spiritualità” perversa sembra – al pari di tutte le altre forme di religiosità – fortemente indebolita e questo favorisce processi di contaminazione di Cosa Nostra con altri tipi di criminalità, meno caratterizzati.

Si potrebbe credere, a questo punto, che i problemi della Sicilia siano risolti o, per lo meno, fortemente ridimensionati. Purtroppo non è così. In realtà, il declino – speriamo definitivo, e comunque in questo momento innegabile – di Cosa Nostra non ha coinciso con la fine della mafia. Perché quest’ultima è sempre stata, prima ancora che un’organizzazione criminale, una mentalità, una cultura, uno stile relazionale, di cui la criminalità vera e propria – quella della lupara e poi degli esplosivi – ha rappresentato l’espressione “militare”, più vistosamente violenta e incompatibile con la civile convivenza, senza però esaurirne le potenzialità negative.

Gli uomini come Riina hanno attirato su di sé l’attenzione quasi esclusiva dei media e dell’opinione pubblica, secondo le logiche di una società fortemente mediatica che ha bisogno di “mostri” da “sbattere in prima pagina”. E non c’è dubbio che di mostri si è trattato, perché hanno ucciso a sangue freddo altri esseri umani, anche bambini innocenti, per la loro corsa sfrenata al potere. Ma se si cercano le ragioni del sottosviluppo della Sicilia e del suo sempre più evidente declino, non si può concentrare l’attenzione esclusivamente sui mostri. 
Se è vero che la mafia non è solo quella che spara o prepara le stragi, ma un costume perverso, la cui essenza consiste nel misconoscere in modo assoluto le esigenze del bene comune, è intorno a noi – forse dentro di noi – che dobbiamo guardare, qui in Sicilia.

È ai nostri governanti – quelli che noi ci siamo scelti – , nel corso della storia sciagurata dell’autonomia regionale siciliana e che l’hanno utilizzata spudoratamente, con l’arroganza tipica del mafioso, per servire i loro interessi e quelli dei loro “clienti”. Stabilendo loro stessi le regole – l’autonomia lo permetteva! – e operando dunque perfettamente secondo le regole. La legalità innanzi tutto! Quando chiesero a Cuffaro come mai avesse assunto per chiamata diretta il ventitreesimo addetto stampa della presidenza della regione, rispose stupito che era la legge (fatta dall’Ars, l’assemblea regionale siciliana) che lo prevedeva. Ed è una legge (sempre regionale) che consente oggi, ai 54 membri non rieletti, di andarsene con un “premio” di fine mandato di 37.500 euro a testa. Senza parlare dei vitalizi. «Vitalizi d’oro ai deputati siciliani. Reversibilità in eterno ai familiari», era il titolo di un servizio giornalistico di pochi mesi fa. «Sono le regole dell’Ars» commentava mestamente un quotidiano siciliano in questi giorni.

Sono solo degli esempi. Se ne potrebbero citare innumerevoli altri, come la norma che attribuiva un assegno straordinario, per tutti i mesi dell’anno, ai lavoratori incaricati di spalare la neve nel lungo e rigidissimo inverno siciliano… Fu un giornalista del «Corriere della Sera» a denunziare il paradosso. Qui da noi nessuno l’aveva notato.

Dei tentativi di correggere questi stili, per la verità, da parte di alcuni ci sono stati. Era stato elaborato e proposto, per l’Assemblea regionale ,un Codice Etico. Sembrava anzi sul punto di essere approvato. Poi… «Fronte trasversale all’Ars: il codice etico viene affondato», titolava il «Giornale di Sicilia» del 4 novembre 2016.


Sì, la mafia non è solo quella del rito col sangue sparso sull’immaginetta sacra, quella delle cosche e degli uomini d’onore. E non è neppure solo quella dei politici. C’è quella degli amministratori che usano il loro potere per bloccare – per indifferenza, per inettitudine, in certi casi perché aspettano il “pizzo” – pratiche relative ad esercizi commerciali o ad altre normalissime attività che incrementerebbero il bene comune. I mesi passano e il cittadino aspetta e cerca in tutti i modi di capire che cosa sta succedendo. Ma gli uffici tacciono. Quando alla fine rilasciano la sospirata licenza o danno comunque la risposta, a volte è già tardi. A meno che non si abbia un amico che conosce un altro amico…

E poi c’è la mafia quotidiana dei semplici cittadini, di quelli che lasciano la macchina in seconda fila, bloccando la tua, e che se tu protesti ti si rivolgono sarcasticamente e con una punta di minaccia: «Mi’, comu sta faciennu…»; la mafia di quelli che gettano sistematicamente l’immondizia all’angolo del tuo palazzo (altro che differenziata…), senza che si veda mai l’ombra di un vigile, tanto per ricordare che il Comune avrebbe il compito di controllare il territorio…; la mafia degli assenteisti che sbrigano le loro faccende invece di lavorare nei propri uffici al servizio della gente.

Così si continua a vivere in Sicilia nel tempo del declino della mafia di Riina e di Provenzano. E i frutti si vedono. Un sistema sanitario a pezzi, anche se ha gli stessi soldi di quelli del Veneto e della Lombardia; un’Università spesso a gestione familistica e da cui gli studenti sono costretti a fuggire (a quella di Palermo mancava solo un rettore che rimane al suo posto solo per rassegnazione, perché non l’hanno voluto altrove!); una rete urbana di trasporti che è la parodia di quelle delle regioni civili…

Quel che resta della mafia, alla morte di Riina, è ancora troppo simile alla mafia per essere sopportabile. Bisogna dare un svolta, o la Sicilia affonderà del tutto. Non sono un fan di Musumeci, ma dicono che sia una persona onesta e capace: aiutiamolo a fare qualcosa per cambiare questa politica. Ci sono funzionari validi e corretti: valorizziamoli, denunziando gli altri con coraggio. E poi ci siamo noi cittadini, alcuni dei quali vorrebbero vivere in modo civile: educhiamo i nostri figli, i nostri alunni, i nostri parrocchiani, a farlo in ogni gesto quotidiano. Perché non creare reti di cooperazione – puntando su alcune realtà associative che già esistono – per combattere questa mafia, così come si è combattuta quella della lupara?

Qualcuno obietterà che sono proposte ancora insufficienti. Ma se qualcuno ha idee migliori, le dica, per favore. È il momento.



Quando muore un boss di Tonio Dell'Olio e "La livella" di Totò


Quando muore un boss
di Tonio Dell'Olio


Totò Riina non era il male assoluto ma semplicemente un interprete che suonava su quello spartito. Per questo la sua morte non suscita pietà e forse nemmeno la chiede. Per quanto mi è dato di capire, varcata la soglia della vita, ad attenderlo c’erano le sue vittime. E non a vendicarsi, che tanto non avrebbe alcun senso, ma a fargli comprendere, con tutta evidenza, il male provocato, il dolore inflitto e l’inutilità tutta vana di quell’affannosa e spasmodica ricerca del denaro e del potere. 
Ecco cos’è la morte: la lettura della vita dalla parte dell’ordito, la visione del tappeto persiano della nostra esistenza dall’altra parte del disegno dove c’è incrocio di fili colorati apparentemente senza senso. 
La morte poi l’ha definita bene l’altro Totò, quello nobile, ed è una livella. 
E allora chissà se un boss in erba, un aspirante, un pretendente al titolo… non voglia cominciare a considerare quel film avventuroso dal suo finale e anche da quei 24 anni di carcere che hanno privato lui degli affetti e la famiglia, quella vera, della sua presenza. Ecco che quel boss potenziale possa fermarsi prima essendo ancora in tempo, forse ancor prima di cominciare. Chissà! 
E forse finalmente se non la vita, almeno la morte di un boss sarà servita a qualcosa. E a qualcuno.

(fonte: Mosaico dei giorni 17 novembre 2017)

Totò recita la sua poesia più famosa: 'a livella


"FINE-VITA" - Il pensiero di p. Alberto Maggi

Il messaggio di Papa Francesco ai partecipanti della World Medical Association sulla controversa questione del «fine vita» ha il merito di aver riacceso il dibattito sul fine-vita.
Le sue parole sagge e cariche come sempre di umanità hanno fatto chiarezza sul pensiero della Chiesa su una così delicata questione che ci interpella tutti.

Di seguito proponiamo l'opinione espressa sull'argomento da p. Alberto Maggi, sacerdote, teologo, biblista, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, in un'intervista pubblicata oggi su Repubblica e soprattutto in una relazione molto precisa e dettagliata tenuta in occasione del Congresso Regionale AIPO Marche il 12 novembre 2016.


Il sacerdote-teologo
“Così lasciai detto di staccarmi la spina”
intervista a Alberto Maggi a cura di Paolo Rodari 
pubblicata su Repubblica il 18 novembre 2017 

«Ero ricoverato in ospedale per dissezione aortica. Non sapevo bene che malattia fosse. Accesi l’iPad e lessi che dava alta possibilità di morte. Parlai coi medici prima dell’operazione chirurgica che di lì a poco dovevo subire. Fui chiaro: se fossi rimasto paraplegico volevo vivere, ma se fossi incorso in danni cerebrali permanenti, come era altamente probabile, no, dovevano lasciarmi morire. Parlai anche col mio confratello Ricardo e gli dissi di far sì che le mie volontà fossero in tutto e per tutto esaudite: “Per carità — gli dissi — se succede aiutami a staccare”». 

Così padre Alberto Maggi, sacerdote e teologo, fine biblista, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, che ha raccolto in un libro — “Chi non muore si rivede. Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita” — la sua esperienza a «un passo dalla morte». Non aveva paura di farla finita?

 «Assolutamente no. Dissi ai medici. Non preoccupatevi. Se muoio durante l’operazione è solo la mia parte biologica a deperire. La mia anima, invece, continuerà a vivere per sempre. Diedi disposizione anche per il funerale: dopo la Messa in convento nessuno avrebbe dovuto seguire la salma al cimitero. Il mio corpo piuttosto doveva essere consegnato alle pompe funebri mentre tutti i presenti sarebbero dovuti restare in convento a festeggiare non il povero Alberto, ma il “beato” Alberto. Ricordavo a tutti l’Apocalisse, il testo di Giovanni per il quale la morte è una beatitudine ». 

La vita non è sacra? 
«Questo è il punto: è sacra la vita o l’uomo? Se è sacra la vita si deve difendere a oltranza anche quando diviene accanimento; se, invece, è sacro l’uomo gli si deve riconoscere la sua dignità e in alcuni casi lo si può anche aiutare ad andarsene serenamente». 

Eppure, a volte, anche chi firma per farla finita, o dichiara pubblicamente le sue intenzioni in questo senso, poi si pente. 
«È vero. Infatti il paziente va sempre ascoltato perché non tutti quando si trovano a un passo dalla morte sono pronti ad andarsene. Non vedono la morte come un nuovo inizio, ma come una fine e hanno paura, vogliono restare. E anche questo loro sentire va rispettato. Ho in mente casi diversi. Ricordo in particolare un amico medico che ha avuto la Sla. Si trovava in coma. Sembrava non avesse possibilità di svegliarsi. O lo si lasciava morire sotto sedazione o gli si applicava una tracheostomia per permettergli di respirare. I familiari mi chiesero un parere. Dissi loro che senz’altro non avrebbe voluto la tracheostomia. Invece, incredibilmente, si svegliò e fu lui a chiederla ai medici. Andò avanti tra atroci sofferenze, una gamba amputata, una sacca per l’alimentazione. Lì capii che nulla è scontato su questo terreno e che il paziente va sempre ascoltato». 

Ricorda altri casi? 
«Un caso diverso fu quello di Max Fanelli, anch’egli colpito da Sla. Andai a trovarlo. Gli funzionava solamente un occhio col quale usava una macchinario per comunicare. L’occhio era appena incorso in un’infiammazione: “Tra poco non potrò più comunicare. Il mio corpo diverrà un sarcofago”, mi disse. Una cosa da impazzire. Si batté fino alla fine per una legge che non continuasse, per chi si trova in condizioni estreme, cure inutili». 

Le parole di Francesco di oggi cosa dicono? 
«Dicono della sua passione per l’umanità. Il Papa alla dottrina preferisce l’uomo. Non vuole portare gli uomini verso Dio, sennò ci sarebbe bisogno di leggi, di norme, quanto portare Dio verso gli uomini. E vuole farlo, appunto, non con una dottrina ma con una carezza, un linguaggio insomma che tutti possono capire. Una carezza la comprendono tutti, anche i cosiddetti lontani. Gesù è stato la tenerezza di Dio per i bastonati dell’umanità. Sapeva bene che anche coloro che erano abbandonati andavano accarezzati e in questo modo dava loro la possibilità di rinascere».

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SACRALITÀ DELLA VITA O DELL’UOMO?
relazione di Alberto Maggi
al Congresso Regionale AIPO Marche il 12 novembre 2016.
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Gesù e i malati
Al tempo di Gesù predomina la spiritualità farisaica, con la dottrina del merito e del castigo, e la malattia viene vista come espressione della punizione divina per il peccato...

Gesù non si occupa della dottrina, ma dell’uomo. Per questo non tratta della malattia ma si prende cura dei malati. Esclude in maniera categorica l’idea del castigo divino e soprattutto cambia il concetto del peccato: da offesa a Dio a offesa all’uomo (Mc 7,20-23)...

Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Lui non dà spiegazioni, agisce. Non teorizza, lui risana. Là dove c’è morte lui comunica vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio...

E la Legge?
... Tra l’osservanza della Legge divina e la salute e il benessere dell’uomo Gesù non ha mai avuto dubbi ha sempre scelto quest’ultima, suscitando le proteste dei capi religiosi ... Il bene dell’uomo è per Gesù più importante dell’ubbidienza alla legge divina, e per restituire vita agli infermi Gesù ha messo in pericolo la sua ...
L’insegnamento dei vangeli è che ogni qualvolta ci si trova davanti al conflitto tra l’osservanza della dottrina e il bene concreto dell’uomo è questo che va scelto.
Associati all’azione vivificante del Padre, Gesù non invia i discepoli a convertire i peccatori, ma, come lui, a curare e a guarire, ad alleviare le sofferenze dell’umanità ...
L’invito di Gesù continua nel tempo, ed è compito della comunità dei credenti la cura dei malati rispondendo all’appello di Gesù “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36), come ben comprese la comunità cristiana primitiva ...

Sacralità e mistero della vita
La sacralità della vita fu quindi elemento importante e centrale nella comunità cristiana, che da sempre la difende dal suo inizio alla sua fine. Questa consolidata e indiscussa verità, patrimonio della fede dei credenti, ha iniziato però a scricchiolare dal secolo scorso, quando lo straordinario progresso della medicina, della scienza unita alla tecnologia, ha fatto sì che tante malattie, considerate inevitabilmente mortali, non lo fossero più, restringendo sempre più gli ambiti della mortalità, ma ponendo un problema: fin dove la scienza medica può arrivare? Fin dove la tecnica si può spingere nel sostituire parti malate con elementi artificiali?
Il problema che oggi si pone è infatti se la persona abbia o no la possibilità di decidere fin dove il rispetto della sacralità e del mistero della vita lo può e deve mantenere vivo, anche se artificialmente, e dove la sua dignità gli permetta di decidere di non prolungare cure e tecniche che protraggono la vita biologica a scapito di profonde sofferenze per l’uomo interiore.
Pertanto il dilemma è:
se è sacra la vita, questa va difesa e prolungata a oltranza;
se è sacro l’individuo, costui ha il diritto di decidere una morte dignitosa.
La risposta a questo dilemma nessuno la può dare se non la stessa persona. Nessuna legge civile, nessuna dottrina religiosa, nessuna istituzione, si può sostituire all’individuo, alle sue convinzioni etiche e religiose.
La soluzione ideale è quella dove il conflitto viene superato e si riesce a far coincidere e fondere la sacralità della vita con quella dell’individuo. Ma la complessità della psiche umana, il mutarsi delle circostanze, può far sì che una scelta che era ben chiara e consapevole non lo sia più, che alla fine il desiderio di sopravvivenza sia più forte delle proprie convinzioni e decisioni, e che si preferisca l’incertezza di una vita mantenuta artificialmente alla certezza della morte.
Pertanto non resta che accompagnare la persona in ogni suo passo, anche se a volte contraddittorio, garantendo, qualunque sia la sua scelta, il supporto non solo altamente tecnologico, ma profondamente umano della struttura che si prende cura della sua persona nella malattia, nella sua vita, e nella sua fine.


Vedi i nostri post precedenti:


«La Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio» Papa Francesco Udienza Generale 15/11/2017 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 15 novembre 2017

Il Papa è arrivato in piazza San Pietro con un po’ di anticipo rispetto al solito, intorno alle 9.10. Ad accoglierlo, come sempre, una folla festante e colorata, soprattutto negli striscioni. “Por favor bendiga mi madre”, recita ad esempio uno striscione in spagnolo con scritta nera in campo bianco, su un semplice lenzuolo. Un altro striscione, retto da un gruppo di adolescenti, informa Francesco che i ragazzi hanno fatto 600 chilometri per poterlo raggiungere e partecipare all’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro. Oggi la jeep bianca ha la speciale copertura trasparente antipioggia, viste le previsioni fosche sulla Capitale. Sceso dalla papamobile, Francesco ha salutato un gruppo di famiglie in prima fila dietro le transenne, stringendo le mani soprattutto dei più piccoli, uno dei quali gli ha porto un peluche rosa, al centro anche di uno striscione appeso alla transenna.









La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.

Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore.

Il Libro della Genesi afferma che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale è Padre e Figlio e Spirito Santo, una relazione perfetta di amore che è unità. Da ciò possiamo comprendere che noi tutti siamo stati creati per entrare in una relazione perfetta di amore, in un continuo donarci e riceverci per poter trovare così la pienezza del nostro essere.

Quando Mosè, di fronte al roveto ardente, riceve la chiamata di Dio, gli chiede qual è il suo nome. E cosa risponde Dio? : «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa espressione, nel suo senso originario, esprime presenza e favore, e infatti subito dopo Dio aggiunge: «Il Signore, il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (v. 15). Così anche Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.

Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio - nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.

Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.

La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera – domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.

Nel Vangelo si parla di un certo Nicodemo (Gv 3,1-21), un uomo anziano, un’autorità in Israele, che va da Gesù per conoscerlo; e il Signore gli parla della necessità di “rinascere dall’alto” (cfr v. 3). Ma che cosa significa? Si può “rinascere”? Tornare ad avere il gusto, la gioia, la meraviglia della vita, è possibile, anche davanti a tante tragedie? Questa è una domanda fondamentale della nostra fede e questo è il desiderio di ogni vero credente: il desiderio di rinascere, la gioia di ricominciare. Noi abbiamo questo desiderio? Ognuno di noi ha voglia di rinascere sempre per incontrare il Signore? Avete questo desiderio voi? Infatti si può perderlo facilmente perché, a causa di tante attività, di tanti progetti da mettere in atto, alla fine ci rimane poco tempo e perdiamo di vista quello che è fondamentale: la nostra vita del cuore, la nostra vita spirituale, la nostra vita che è incontro con il Signore nella preghiera.

In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. «Gesù Cristo […] è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,2). Questo dono, fonte di vera consolazione – ma il Signore ci perdona sempre – questo, consola, è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

...
Rivolgo un pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la Memoria di Sant’Alberto Magno, Vescovo e Dottore della Chiesa. Cari giovani, rafforzate il vostro dialogo con Dio, ricercandolo con impegno in ogni vostra azione; cari ammalati, trovate conforto nella riflessione del mistero della croce del Signore Gesù, che continua ad illuminare la vita di ogni uomo; e voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante rapporto con Cristo, affinché il vostro amore sia sempre più un riflesso di quello di Dio.

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giovedì 16 novembre 2017

"FINE-VITA" - No all’accanimento terapeutico, ma l’Eutanasia è sempre illecita.Si possono sospendere le cure quando non sono proporzionali. Ma non bisogna mai abbandonare il malato.

"FINE-VITA" 
No all’accanimento terapeutico, ma l’Eutanasia è sempre illecita.
Si possono sospendere le cure quando non sono proporzionali. 
Ma non bisogna mai abbandonare il malato. 
Papa Francesco


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO 
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION" 
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo,
(16-17 novembre 2017)



Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita


Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal Vaticano, 7 novembre 2017

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Servizio TG2000