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martedì 17 ottobre 2017

Nella «terra di mezzo». Tra disincanto e trascendenza di Giuseppe Savagnone

Nella «terra di mezzo». 
Tra disincanto e trascendenza 

di Giuseppe Savagnone






Fino a cinquant’anni fa i sociologi erano unanimi nel ritenere che stesse per avverarsi la previsione di Nietzsche – «Dio è morto» – e che la secolarizzazione, col suo progresso irreversibile, avrebbe sempre più confinato il soprannaturale ai margini della vita sociale, almeno nelle società evolute, fino alla sua totale estinzione per “morte naturale”. Da questo punto di vista si parlava, tra studiosi, di un futuro “senza sorprese”. Il progresso della scienza e della tecnica – si pensava – avrebbe sostituito all’antica visione del mondo, fondata sull’intervento di fattori imperscrutabili, irriducibili alle spiegazioni umane, quella di un universo retto da rigorose leggi fisiche e biologiche, dove non c’è posto per il mistero e tutto ciò che accade si può ridurre a semplici processi naturali. Era questa l’idea che si stava imponendo perfino tra i teologi. Uno dei più importanti, Rudolf Bultmann, scriveva a questo proposito: «Non ci si può servire della luce elettrica e della radio (…) e nello stesso tempo credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli propostoci dal Nuovo Testamento».

La logica del mercato capitalistico, inoltre, avrebbe sempre più imposto un nuovo quadro valoriale, fondato sul primato del profitto, in cui al posto dei riti religiosi si sarebbero celebrati quelli del consumismo, non meno assorbenti e totalizzanti. Piuttosto che cercare un’aleatoria beatitudine celeste, le persone avrebbero sempre più puntato sulla soddisfazione di aspirazioni assai più concrete, di ordine materiale, basate sul successo e sul denaro. La fede sarebbe diventata sempre più irrilevante nel determinare il corso della storia e i motivi di conflitto sarebbero stati costituiti da interessi tangibili, legati all’economia e alla lotta per il potere.

Quanto ai problemi esistenziali degli individui, cominciava a delinearsi, già cinquant’anni fa, lo svuotarsi dei confessionali e il corrispondente riempirsi degli studi di psicologi e psicoanalisti. La gente cercava da loro, ormai, la pace interiore che prima chiedeva ai preti. Non certo facendosi perdonare peccati inesistenti, ma imparando col loro aiuto a convivere con dei problemi psicologici di natura esclusivamente mentale e superando i complessi di colpa che li tormentavano.

Oggi siamo in grado di dire che queste previsioni coglievano effettivamente alcuni aspetti dei processi in corso, di cui noi oggi vediamo la realizzazione, ma nel complesso si sono rivelate false. Nella società odierna il progresso della secolarizzazione c’è stato veramente, ma, invece di sradicare definitivamente il bisogno di trascendenza, l’ha reso per certi versi più struggente. Il mondo della fredda razionalità scientifica e tecnologica, col suo efficientismo, non basta agli uomini e alle donne del nostro tempo, che se ne sentono soffocati e cercano disperatamente evasioni che appaghino il loro bisogno di gratuità e di infinito.

Così anche gli enormi passi avanti della medicina non hanno impedito il ritorno in forze di maghi e guaritori, al punto che il fenomeno della magia, ritenuto ormai residuale nelle società evolute, ha avuto proprio in esse un impressionante revival. Il dilatarsi delle possibilità di appagare i propri bisogni ha dato luogo alla frustrante percezione collettiva di essere schiavi di una nuova religione senza trascendenza, quella del consumismo. La psicoanalisi, che si presentava come una via di liberazione, è stata a sua volta accusata di essere dogmatica e di determinare dipendenze altrettanto gravi di quelle del passato. I destini della storia sono stati sempre più condizionati da fattori culturali di cui la religione è un elemento imprescindibile, al punto da giustificare la nota tesi del politologo Huntington secondo cui il futuro del pianeta si sarebbe giocato in un grande «scontro di civiltà», quella cristiana e quella islamica.

Se si guarda poi alle convinzioni personali, è vero che ci sono – almeno nel mondo occidentale – meno credenti, ma forse ci sono anche meno non credenti. Diceva il cardinale Martini che nell’intimo di ogni credente c’è un non credente che alimenta il suo dubbio. Aggiungerei che anche nell’intimo del non credente c’è il seme di una oscura, indeterminata fede nella trascendenza.

Un acuto sociologo, Alessandro Castegnaro, che ho avuto recentemente il piacere di conoscere personalmente, sostiene che oggi è inappropriato parlare di “atei” o di “credenti” come di statiche categorie contrapposte. Utilizzando una suggestiva terminologia tratta da Tolkien, egli preferisce parlare di una «terra di mezzo», dove tutti gli schemi rigidi appaiono inadeguati a descrivere la realtà, perché essa è così fluida che fede e incredulità sono sempre inestricabilmente mescolate non solo nella società, ma nelle stesse persone, in un processo dinamico, di cui loro stesse non possono prevedere con sicurezza l’esito.

Un esempio particolarmente significativo di questo stato di indeterminatezza può essere offerto da questa bella pagina di un noto psicoanalista, Massimo Recalcati, che si definisce “non credente”: «È giusto insegnare ai nostri figli a pregare, se Dio è morto? Mi pongo questo problema come padre, prima che come psicoanalista (…). Un mio caro collega non sopporta di sentirmi fare questi discorsi. E’ convinto che la psicoanalisi sia un abbandono senza ritorno di ogni forma di preghiera (…). Anche io, come il mio amico, non so pregare, sebbene mi sia stato insegnato con cura da mia madre. La preghiera rivolta a Dio appartiene al tempo dell’esistenza di Dio. Eppure ho deciso, con il consenso di mia moglie, di insegnare ai miei figli che è ancora possibile pregare perché la preghiera preserva il luogo dell’Altro come irriducibile a quello dell’io. Per pregare – questo ho trasmesso ai miei figli – bisogna inginocchiarsi e ringraziare. Di fronte a chi? A quale Altro? Non so rispondere e non voglio rispondere a questa domanda». Quello che conta, sottolinea, è che «preserviamo lo spazio del mistero, dell’impossibile, del non tutto, del confronto con l’inammissibilità dell’Altro».

Forse, nella «terra di mezzo», non è Dio ad essere morto, ma gli idoli che spesso erano stati in passato proposti – anche dalle Chiese – come suoi sostituti (il vitello d’oro!). E, se è vero che ancora la ricerca di Lui passa spesso attraverso altri idoli – la magia, i fanatismi religiosi – , è vero anche che cresce nelle persone la percezione che l’ansia di trascendenza non è una invenzione dei preti, ma si radica nel più profondo della nostra umanità, al punto che, per uccidere Dio, si dovrebbe uccidere l’uomo. E questo nessuno può veramente volerlo.

(Fonte: Rubrica "I  Chiaroscuri" 28.09.2017)

La UE paga il prezzo dei suoi errori di Franco Cardini

La UE paga il prezzo
 dei suoi errori

di Franco Cardini






Quello dell' affermazione dell' estrema destra in Austria non è per nulla un fulmine a ciel sereno: anzi, è da molti punti di vista una «novità annunziata», se non un' evenienza scontata. Inutile meravigliarsi; grottesco il preoccuparsi oltre un certo segno; ridicolo il correre all' impazzata alla ricerca nevrotica dei «responsabili» o chiedersi «dov' è che abbiamo sbagliato». Fanno ridere quelli e sono tanti: date un' occhiata ai soliti bloggers che al riguardo resuscitano il fantasma delle elezioni tedesche del '33 o fanno finemente osservare che in fondo l' Austria è il paese di Adolf Hitler (lo è anche di Mozart e di Beethoven: e allora?).
I polacchi dedicano sfilate e pubbliche recite di rosario al pericolo islamico, in Italia quattro ragazzacci fanno qualche saluto fascista e provocano progetti di legge insensati che rubano tempo a un parlamento che dovrebbe essere in più serie faccende affaccendato.
Tutto ciò vuol dire che siamo in un momento di estrema confusione e di serio disorientamento. Cosa volete aspettarvi, allora, da un mondo sconvolto dai vaneggiamenti di un avventuriero malauguratamente pervenuto a occupare (si spera il meno a lungo possibile) la Casa Bianca? I problemi connessi con la crisi che in questo momento sta sconvolgendo un Islam travolto dalla lotta tra sunniti e sciiti e percorso dal soffio della tentazione terroristica, con la congiuntura che continua a negare il lavoro a gran parte degli europei e soprattutto degli italiani (per quanto gli indici delle fonti ufficiali ci assicurino della ripresa in atto), con l' ondata di ferocia almeno in apparenza ingiustificata che scuote il mondo e moltiplica i più atroci e insensati delitti, convergono nell'obbligarci a una diagnosi impietosa sullo stato di salute di buona parte dell' umanità; mentre un' altra buona parte di essa è in cammino dal sud diseredato verso il nord nel quale non abita più il benessere, bussa alle nostre porte, chiede di entrare e riceve risposte schizofreniche e contraddittorie.
In tale contesto può succedere di tutto: il riemergere di antichi miti e di antichi mostri, l' affiorare delle aspirazioni a «piccole patrie» nelle quali rifugiarsi contro l' arroganza di sistemi politici invecchiati e inefficienti, i sogni d' impossibili chiusure e quelli di non meno impossibili utopìe. Succede di tutto, quando il crescere della disinformazione e la crisi della coscienza civile provocano l' abbandono dei concreti orizzonti politici quelli che riguardano «l' arte del possibile». Il brexit inglese, l' impennata del sovranismo e del neomicronazionalismo in vari paesi del nostro continente, la crisi catalana, pur con caratteri differenti e in un certo senso opposti, sono tutti sintomi, anzitutto, di un fatto emergente: la fine diffusa e generalizzata della fiducia di quel progetto unitario europeo che, nato come fatto eminentemente economico-finanziario, si è rivelato più che un bluff un vero e proprio inganno. Da anni eravamo in attesa che si compisse un miracolo ch' era pure nei voti di molti e che sembrava inscritto nell' ordine naturale delle cose: il progresso dal livello economico-finanziario dell' Unione Europea verso l' obiettivo di un' autentica unità politica, non importa poi molto se d' ordine federativo o confederativo. Ma l' Unione Europea era un organismo fatto di governi e di burocrazie: di Stati, forse, non di popoli e di nazioni. Anche dinanzi al pericolo terroristico e ai problemi posti dalla migrazione ci aspettavamo una risposta concreta e unitaria. C' ingannavamo.
Pensate come l' Unione Europea ha risposto alla crisi greca, ponete mente a come essa ha di fatto al di là delle belle promesse e delle ferme assicurazioni lasciati soli anche noi italiani. Insomma, pensate quello che vi pare se gente alla quale troppo frettolosamente qualcuno ha affibbiato l' etichetta di «neonazista» pretende come ha già fatto in Polonia, in Ungheria, e ora sta facendo in Austria - di chiudersi su se stessa, di rispondere con la politica del riccio (o con quella dello struzzo?) a problemi a anche a pericoli incombenti e che riguardano tutti. Ma chiedetevi che cosa fino ad oggi hanno fatto i seri moderati, i politici concreti e sperimentati, i saggi detentori del potere in Occidente, per risolvere i problemi attuali. Domandatevi se essi hanno mai risposto alle vere emergenze del mondo contemporaneo con strumenti che non fossero l' inadeguatezza, l' incompetenza, addirittura la disonestà: perdendo con ciò la fiducia dei governati che, mentre si dibattono prigionieri di autentiche difficoltà, vedono le loro classi dirigenti giocare con le alchimie dell' ingegneria elettoralistica vòlta a salvare le loro poltrone e i loro stipendi. Badate, l' Italia in questo gioco al massacro della fiducia può anche essere all' avanguardia: ma il trend è quasi comune: se la May piange Macron non ride, Rajoy ha poco da ridere e la Merkel farebbe meglio a preoccuparsi più di quanto non faccia. Un bel giochetto di prestigio, quello delle élites liberal-moderate europee. Da otre un secolo, esse usano assolversi in modo sistematico da ogni traccia di addebito che li riguardi. Evidentemente Dio è con loro e lorsignori hanno la verità in tasca. Le cose sono andate male? Fino al 1945, è stata tutta e solo colpa di Hitler; poi di Stalin e di quei mascalzoni dei comunisti; infine dei fanatici fondamentalismi islamici. Loro no: loro sono sempre innocenti, sono sempre dalla parte del giusto e del vero. 
Se oggi il mondo è in mano a un pugno di lobbies che procedono sicure verso una concentrazione dei poteri e delle ricchezze (e dunque verso un generale impoverimento delle moltitudini del mondo), se sono sempre più numerosi i ragazzi costretti a tentar l' avventura d' una sistemazione all' estero o scoraggiati al punto da darsi alla droga, al suicidio o magri all' ingaggio nei ranghi dei foreign fighters terroristici, la colpa non è mai di lorsignori. E se gli elettori, stanchi, li abbandonano per darsi ai populismi e magari ai «neonazisti», la colpa è degli elettori che sbagliano, non di chi propone loro scelte fumose e inefficaci atte solo a ribadire il suo potere. Questo c' insegna il «caso» austriaco. E non sarà né l' ultima, né al più dura delle lezioni che ci vedremo impartire. Avanti quindi: continuate pure col giochetto delle leaderships, delle «primarie» e delle «coalizioni»: continuate pure ad eludere i problemi che contano
(Fonte: Il Mattino del 16.10.2017)

"Accogliere significa ridimensionare il proprio io" Papa Francesco per i per i quattrocento anni del vostro carisma della Famiglia Vincenziana

Accogliere significa ridimensionare il proprio io
Il cristiano accogliente è un vero uomo e donna di Chiesa,
perché la Chiesa è Madre e 
una madre accoglie la vita e la accompagna
Papa Francesco


Udienza alla Famiglia Vincenziana 

per i 400 anni dalla fondazione del Carisma

14.10.2017



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

grazie per la vostra calorosa accoglienza, e grazie al Superiore Generale per aver introdotto questo nostro incontro.

Vi saluto e insieme con voi ringrazio il Signore per i quattrocento anni del vostro carisma. San Vincenzo ha generato uno slancio di carità che dura nei secoli: uno slancio che è uscito dal suo cuore. Per questo oggi abbiamo qui la reliquia: il cuore di San Vincenzo. Oggi vorrei incoraggiarvi a proseguire questo cammino, proponendovi tre semplici verbi che credo molto importanti per lo spirito vincenziano, ma anche per la vita cristiana in generale: adorare, accogliere, andare.

Adorare. Sono innumerevoli gli inviti di San Vincenzo a coltivare la vita interiore e a dedicarsi alla preghiera che purifica e apre il cuore. Per lui la preghiera è essenziale. È la bussola di ogni giorno, è come un manuale di vita, è – scriveva – il «grande libro del predicatore»: solo pregando si attinge da Dio l’amore da riversare sul mondo; solo pregando si toccano i cuori della gente quando si annuncia il Vangelo (cfr Lettera ad A. Durand, 1658). Ma per San Vincenzo la preghiera non è soltanto un dovere e tanto meno un insieme di formule. La preghiera è fermarsi davanti a Dio per stare con Lui, dedicarsi semplicemente a Lui. È questa la preghiera più pura, quella che fa spazio al Signore e alla sua lode, e a nient’altro: l’adorazione.

Una volta scoperta, l’adorazione diventa irrinunciabile, perché è pura intimità col Signore, che dà pace e gioia, e scioglie gli affanni della vita. Perciò, a qualcuno che era sotto particolare pressione, San Vincenzo consigliava anche di stare in preghiera «senza tensione, gettandosi in Dio con semplici sguardi, senza cercare di avere la sua presenza con sforzi sensibili, ma abbandonandosi a Lui» (Lettera a G. Pesnelle, 1659).

Ecco l’adorazione: mettersi davanti al Signore, con rispetto, con calma e nel silenzio, dando a Lui il primo posto, abbandonandosi fiduciosi. Per poi chiedergli che il suo Spirito venga a noi e lasciare che le nostre cose vadano a Lui. Così anche le persone bisognose, i problemi urgenti, le situazioni pesanti e difficili rientrano nell’adorazione, tanto che San Vincenzo chiedeva di «adorare in Dio» persino le ragioni che si faticano a comprendere e accettare (cfr Lettera a F. Get, 1659). Chi adora, chi frequenta la sorgente viva dell’amore non può che rimanerne, per così dire, “contaminato”. E comincia a comportarsi con gli altri come il Signore fa con Lui: diventa più misericordioso, più comprensivo, più disponibile, supera le proprie rigidità e si apre agli altri.

E giungiamo così al secondo verbo: accogliere. Quando sentiamo questa parola, viene subito da pensare a qualcosa da fare. Ma in realtà accogliere è una disposizione più profonda: non richiede solo di far posto a qualcuno, ma di essere persone accoglienti, disponibili, abituate a darsi agli altri. Come Dio per noi, così noi per gli altri. Accogliere significa ridimensionare il proprio io, raddrizzare il modo di pensare, comprendere che la vita non è la mia proprietà privata e che il tempo non mi appartiene. È un lento distacco da tutto ciò che è mio: il mio tempo, il mio riposo, i miei diritti, i miei programmi, la mia agenda. Chi accoglie rinuncia all’io e fa entrare nella vita il tu e il noi.

Il cristiano accogliente è un vero uomo e donna di Chiesa, perché la Chiesa è Madre e una madre accoglie la vita e la accompagna. E come un figlio assomiglia alla madre, portandone i tratti, così il cristiano porta questi tratti della Chiesa. Allora è un figlio veramente fedele della Chiesa chi è accogliente, chi senza lamentarsi crea concordia e comunione e con generosità semina pace, anche se non viene ricambiato. San Vincenzo ci aiuti a valorizzare questo “DNA” ecclesiale dell’accoglienza, della disponibilità, della comunione, perché nella nostra vita «scompaiano ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef4,31).

L’ultimo verbo è andare. L’amore è dinamico, esce da sé. Chi ama non sta in poltrona a guardare, aspettando l’avvento di un mondo migliore, ma con entusiasmo e semplicità si alza e va. San Vincenzo lo ha detto bene: «La nostra vocazione è dunque di andare, non in una parrocchia e neppure soltanto in una diocesi, ma per tutta la terra. E a far che? Ad infiammare il cuore degli uomini, facendo quello che fece il Figlio di Dio, Lui che è venuto a portare il fuoco nel mondo per infiammarlo del suo amore» (Conferenza del 30 maggio 1659). Questa vocazione è sempre valida per tutti. Pone a ciascuno delle domande: “io vado incontro agli altri, come vuole il Signore? Porto dove vado questo fuoco della carità o resto chiuso a scaldarmi davanti al mio caminetto?”.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio perché siete in movimento per le strade del mondo, come San Vincenzo vi chiederebbe anche oggi. Vi auguro di non fermarvi, ma di continuare ad attingere ogni giorno dall’adorazione l’amore di Dio e di diffonderlo nel mondo attraverso il buon contagio della carità, della disponibilità, della concordia. Benedico tutti voi e i poveri che incontrate. E vi chiedo, per favore, la carità di non dimenticarvi di pregare per me.

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lunedì 16 ottobre 2017

Papa Francesco alla Fao nella Giornata mondiale dell’Alimentazione: «è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore?»

«... mi pongo – e vi pongo – questa domanda: è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? ...»



Lunedì 16 ottobre alle 8.45 Papa Francesco si è recato in visita alla sede della Fao a Roma in occasione della celebrazione della Giornata mondiale dell’Alimentazione, quest’anno dedicata al tema: "Cambiare il futuro della migrazione. Investire nella sicurezza alimentare e nello sviluppo rurale".


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Le parole di Papa Francesco alla Fao, 
una limpida testimonianza di perseveranza
di Damiano Serpi

Ascoltare le parole del discorso che il Santo Padre ha tenuto oggi davanti alla Fao, in occasione della Giornata mondiale della alimentazione, mi hanno fatto venire in mente una sola parola : perseveranza. Nulla di ciò che ha detto Papa Francesco era inedito rispetto al passato, proprio nulla. Non c’è stato alcun colpo di teatro o l’enunciazione di qualcosa di nuovo che potesse suscitare nuovi titoloni nei giornali se non la certosina costanza nel parlare di equità, di giustizia, di dignità umana e di rispetto del Creato. Ai più questa sembrerà una non notizia o qualcosa di esclusivamente ripetitivo tanto da poter restarne annoiati, delusi o diventare disattenti. Abituati come siamo a cibarci sempre più di notizie sensazionali e clamorose, potevamo essere portati a ritenere il discorso del Papa un semplice riassunto di ciò che ha più volte avuto modo di affermare con convinzione nelle sue tante omelie, discorsi ufficiali e encicliche. Una sorta di relazione di sintesi da esternare con compiutezza davanti ai diplomatici di una tra le più importanti agenzie Onu che si occupa di alimentazione e agricoltura. Quasi un appuntamento di routine annuale dove ascoltare le parole del Papa è doveroso quanto scontato per chi rappresenta le tante nazioni di questo pianeta Terra. Invece oggi c’era qualcosa di diverso che andava oltre le semplici parole di quel compiuto testo letto con grande capacità di trasporto. C’era la perseveranza costruttiva di chi non vuole né può arrendersi a quel “tanto non possiamo cambiare nulle e nulla cambierà” che offusca le decisioni di tanti e diventa l’alibi perfetto per chi vuole che nulla cambi per davvero. 
Papa Francesco, davanti alle molte difficoltà e complicanze che si moltiplicano colpevolmente anche, e soprattutto, a livello internazionale sulle problematiche mondiali più scottanti, non ha perso minimamente la speranza, la voglia di lottare e va avanti con insistenza in quel cammino che la Chiesa è sicura possa aiutare tutta l’umanità a superare ogni ostacolo. Non importa se altri hanno scelto strade diverse, se qualcuno ha deciso di fare marcia indietro o se qualcun altro vuole imporre una propria visione egoistica nel trattare i problemi comuni di tutti. Mentre si ascoltavano le parole del Papa sulle tante questioni ancora oggi aperte sembrava di poter sentire in sottofondo quel richiamo ad essere “protagonisti del proprio vivere quotidiano e non semplici spettatori seduti sulla propria poltrona di casa” che spesso la complessità dei problemi del mondo ci spinge ad evitare per semplice calcolo egoistico.
Le parole del Papa, sempre ricamate da quel genuino buon senso che i tanti improvvisati paladini del senso comune vogliono calpestare e schiacciare nel può buio angolo della nostra anima, vanno oltre l’enunciazione di semplici slogan o di principi universali a cui tutti dovremmo comunque aspirare e dare testimonianza nel nostro agire quotidiano. Quelle frasi sono quel collante di cui l’umanità tutta, sia che creda in Dio o che non si ponga questo problema, ha un disperato bisogno per uscire dall’apatia e dalla rassegnazione che sembrano voler dominare tutto. 
Il mondo, non quello sferico che gira attorno al sole ma quello fatto di uomini e donne con dei sentimenti e delle aspirazioni, sta pagando il prezzo più alto per una sfiducia generalizzata che, al posto di un sentimento di amore fraterno, genera sempre più cieche paure e sospinge a quell’isolamento calcolato ritenuto ultimo baluardo utile per non perdere le ricchezze materiali e gli agi che ci sembrano non solo una nostra proprietà inviolabile ma qualcosa di irrinunciabile da difendere ad ogni costo . In questo periodo più che nel passato l’uomo cerca di basare la sua felicità sul solo presente più prossimo e, incurante delle lezioni della storia, ha paura di investire o scommettere sul futuro perché convinto da oscure cassandre che così facendo rischia di perdere anche ciò di cui dispone nell’immediato.
È così per ogni cosa. Per l’ambiente che oggi si vuole sfruttare fino a renderlo completamente depauperato, per l’immigrazione che si respinge perché si teme possa privarci della apparente solidità economica attuale, per i trattati internazionali che si vogliono rimettere in discussione solo perché non portano risultati al presente che possiamo economizzare meglio e subito. L’uomo, nella sua realtà storica, è sempre stato proiettato più sul futuro che sul presente, anche nei tempi più bui e oscuri. Questo perché, spesso, il non avere nulla porta l’uomo a sognare, ad impegnarsi, a lavorare perché si migliori sempre più la propria condizione di vita e quella degli altri che ti accompagnano nella vita come comunità, popolo, nazione. Tuttavia oggi l’umanità è stata come infettata da un potente virus che, da un lato, ci spinge ad avere paura di tutto ciò che ipotizziamo potrebbe renderci meno felici e, dall’altro, ci vuole schiacciare solo verso il presente raccontandoci che “tanto nulla potremmo cambiare”. E come davanti ad ogni veleno che può ucciderci ci serve un potente antidoto capace di ridarci quella vitalità che stiamo perdendo poco a poco.
All’uomo è sempre piaciuto volare alto, a volte anche troppo. L’uomo non è un essere vivente creato per essere e restare solitario o per isolarsi dentro 4 mura invalicabili. Quando l’uomo ha seguito idee e filosofie di questo tipo l’umanità ha dovuto soffrire i suoi periodi peggiori. Basta leggere un qualsiasi sussidiario di storia per rendersene conto. Ciò nonostante oggi l’uomo ha paura di volgere lo sguardo anche solo oltre il proprio naso. Un po’ come Adamo ed Eva, che si sentirono nudi solo dopo aver mangiato del frutto proibito, oggi l’uomo ha quella grande paura, generata dalla vergogna, di dover ammettere di aver ipotecato troppo il futuro degli altri e crede di poter evitare ogni rimedio concentrandosi sul mantenere ciò che ha usurpato agli altri.
Nessuno, uomo o donna, può oggi contestare le parole del Papa sul bisogno di equità, sull’esigenza di difendere il Creato, sulla necessità di ridare dignità ad ogni essere umano. Non è questo in discussione. Ciò che manca veramente è la perseveranza nel crederci e nel lavorare perché questo avvenga nel concreto delle nostre vite e nella società degli Stati. Solo la perseveranza può liberarci dai falsi alibi che usiamo ogni giorno per scaricare su altri qualsiasi responsabilità su comportamenti che anche noi siamo complici nel perpetuare come singoli o come comunità. Ecco perché il discorso di oggi di Papa Francesco, pur non aggiungendo nulla a ciò che già sapevamo, è, per tutti noi, una lezione di vita importante che ci rende testimonianza concreta di ciò che la Chiesa, come comunità, ci chiede di fare. 
D'altronde tutto sta racchiuso nel dono che il Papa ha voluto portare alla Fao a ricordo della sua visita. Una scultura raffigurante Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell’ottobre 2015. Forse molti di noi si erano già dimenticati del nome, delle immagini e della storia di quel bambino siriano. D'altronde cosa era per noi se uno dei tanti bambini che, a suo rischio e pericolo, aveva seguito i suoi genitori in fuga da una delle tante guerre disseminate nel globo ? Invece il Papa e la Chiesa non si sono dimenticati di quel bambino di soli tre anni che ha perso la vita solo perché costretto a rischiarla per inseguire una speranza di vita migliore che, non dimentichiamoci mai, altri uomini gli avevano precluso (e non solo combattendosi ma vendendo armi su armi per ricavarne soldi su soldi). Se il Papa si è ricordato si lui oggi in un consesso così importante allora possiamo farlo anche noi nelle decisioni, tutte quelle piccole decisioni di ogni giorno, che sommate fanno il futuro del mondo e dell’umanità. Ma occorre perseveranza e non solo l’emozione di un momento transitorio.
(fonte: Il Sismografo)


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Giornata mondiale dell'alimentazione 2017 - IL CIBO NON È SOLO MERCE di Franco Gesualdi

IL CIBO NON È SOLO MERCE 

di Franco Gesualdi 










Nella scala dei bisogni, mangiare e bere sono al secondo posto, subito dopo il respirare. Senza cibo non si cresce, non si impara, non si lavora. Si è larve umane. Secondo la Fao, più di 800 milioni di persone sono in condizione di fame cronica, ossia assumono meno di 1.800 calorie al giorno. Ma se allarghiamo la visuale anche a chi soffre per altre forme di carenza alimentare, scopriamo che i sottoalimentati sono oltre 2 miliardi, quasi un terzo della popolazione mondiale. Colpa della insufficiente produzione di cibo? Non proprio a giudicare dai 2 miliardi di individui sovrappeso, 650 milioni dei quali decisamente obesi.
Chi mangia troppo, chi troppo poco: schizofrenia di un sistema agricolo che ormai non produce più cibo per la vita di tutti, ma soprattutto merci per l' arricchimento di pochi.
E non certo dei contadini a diretto contatto con la terra, ma di chi occupa ben altre posizioni. Se esaminiamo la filiera agricola scopriamo che il settore è strutturato a sandwich.
Sopra ci sono le imprese che forniscono gli ingredienti per l' agricoltura: sementi, fertilizzanti, pesticidi. Sotto le imprese che fanno incetta di prodotti agricoli da rivendere alle industrie alimentari e ai supermercati. Nel mezzo gli agricoltori che finalmente seminano e raccolgono. È l''economia dell' estrazione' dove le imprese di sopra e di sotto sono quelle che fanno i soldi con strategie contrapposte: le prime imponendo alti prezzi sui prodotti che vendono, le seconde imponendo bassi prezzi sui prodotti che acquistano. Potere della loro posizione dominante considerato che una manciata di multinazionali, fra cui Bayer, Monsanto, Syngenta, DuPont, controlla il mercato degli ingredienti, mentre un' altra manciata, fra cui Cargill, Bunge, Adm, Dreyfus, controlla i mercati di sbocco di cereali, soia, cacao.
Nella logica dei soldi, cosa produrre, come e per chi, non ha importanza. L' importante è vendere sempre di più creando un divario sempre più ampio fra spese e ricavi. In fondo il nocciolo del capitalismo è tutto qui. Così l' agricoltura è stata trasformata in un gigantesco tritacarne dentro il quale la terra è un semplice substrato da inondare di chimica per ottenere la germinazione e la crescita forzata delle piante, le sementi un' accozzaglia di molecole da modificare in base ai calcoli di migliore resa finanziaria, i lavoratori braccia da sfruttare, i consumatori anatre da ingozzare in base alla loro capacità di acquisto: a digiuno chi non ha soldi da spendere, all' ingrasso tutti gli altri. E i risultati si vedono non solo sul piano sociale, ma anche su quello ambientale, due ambiti inseparabili come ci ricorda papa Francesco, che ci invita ad affrontare congiuntamente le due tematiche nella prospettiva dell''ecologia integrale'.
Secondo le Nazioni Unite, l' agricoltura industriale provoca ogni anno la perdita di 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile e non è un caso se in perfetto stile coloniale si è rimessa in moto la corsa all' accaparramento di terre da parte delle grandi imprese dell' agroindustria d' occidente e d' oriente. Stiamo parlando del landgrabbing, alla lettera 'furto di terre', che coinvolge principalmente l' Africa, il grande continente eternamente saccheggiato. E mentre i nostri mercati sono inondati di fiori, fagiolini e ogni altra primizia fuori stagione, in Paesi come Etiopia, Kenya, Camerun, migliaia di contadini sono espulsi dalle loro terre e ricacciati fra le fila degli affamati.
La chiave per uscire da questa situazione è al tempo stesso nelle mani dei cittadini-consumatori e dei governi. Dei cittadini perché possono condizionare il mercato tramite il 'voto col portafoglio' (che i lettori di 'Avvenire' conoscono bene) e nuove abitudini alimentari. Comprando prodotti a km zero, richiedendo prodotti biologici e di stagione, aderendo ai gruppi di acquisto solidale, possiamo rafforzare le piccole aziende locali che operano all' insegna della responsabilità sociale e ambientale.
Riducendo il consumo di carne possiamo indebolire un sistema agricolo perverso che ha dato vita a una pletora di animali per assorbire una pletora di cereali prodotta da una pletora di chimica. Non senza danni per l' intero ecosistema, considerato che l' allevamento animale contribuisce al 14% dell' intera produzione di anidride carbonica in eccesso.
La soluzione è anche nelle mani dei Governi e dei Parlamenti perché possono, anzi debbono, intervenire per impedire che le imprese ci trascinino in avventure tecnologiche dagli esiti ignoti per la natura e gli esseri umani. Devono intervenire per interrompere i processi di concentrazione proprietaria che permettono a pochi colossi di determinare le sorti alimentari dell' intera umanità. Ma soprattutto devono smetterla con l' atteggiamento pilatesco di tipo neoliberista che demanda al mercato ogni decisione anche sulla forma che deve assumere la filiera agricola e alimentare. I Governi devono tornare ad assumersi la responsabilità di ruolo guida del sistema agricolo e dell' intera economia. Devono tornare a utilizzare gli strumenti della fiscalità, della produzione legislativa, della spesa di bilancio, per spingere il sistema produttivo verso la piena inclusione lavorativa, la salute pubblica, la sostenibilità ambientale, l' equità, la dignità umana. Devono farlo prima che sia troppo tardi. Dovrebbero ricordarselo i ministri dell' agricoltura del G7, facendo seguire passi concreti alle dichiarazioni di intenti.
(Fonte: Avvenire - 14.10.2017)



 LE DECISIONI DEL G7 DEL'AGRICOLTURA
SOLO DICHIARAZIONI DI INTENTI 

Approvazione della dichiarazione di intenti di tutti i partecipanti al G7 dell'Agricoltura che si è tenuto a Bergamo.  "Cinque le priorità individuate. La principale è difendere i redditi dei produttori agricoli, soprattutto piccoli, dai disastri climatici, con mandato alla Fao per studiare azioni e individuare una definizione comune di eventi catastrofici che oggi manca". 
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La cena dei poveri - Accogliere è il compito di ogni cristiano di Enzo Bianchi

La cena dei poveri  
Accogliere 
è il compito di ogni
 cristiano 
di Enzo Bianchi


Quando, con l’affermarsi della cristianità dopo il regno di Costantino, si cominciò a organizzare la carità, creando associazioni e luoghi in cui ospitare le persone senza casa, un grande padre della Chiesa, per il quale i poveri erano veramente sacramento di Cristo, gridò in una sua predica: «Non create questi xenodochèia (“case per gli stranieri”)! Infatti, assegnando l’opera dell’ospitalità a istituzioni particolari, i cristiani perderanno l’abitudine di riservare un letto nella propria casa e di tenere il pane pronto per i poveri: le case dei cristiani cesseranno così di essere case cristiane!» (Giovanni Crisostomo, citato in Ivan Illich, Il pervertimento del cristianesimo, Macerata, Quodlibet, 2008, pp. 23-24). Ben presto questo processo si impose, dando frutti copiosi di carità nel passato come nell’oggi, e tuttavia questa esortazione di Giovanni Crisostomo dovrebbe perlomeno interrogarci o farci sperare nel giorno in cui ogni famiglia cristiana sarà capace di dare accoglienza e di far sedere alla propria tavola i poveri e gli stranieri, senza demandare troppo facilmente questa diaconia alle istituzioni create dalla Chiesa.

L’acuto Ivan Illich, vero maestro di cristianesimo evangelico, negli anni post conciliari con i suoi scritti sempre attuali, visionari e profetici chiese più volte di interrogarsi su ogni possibile pervertimento del vangelo, ma il suo messaggio, poco ascoltato allora, attualmente è caduto nel dimenticatoio. Ma mi sembra doveroso, proprio per la verità del vangelo, interrogarci su tale questione oggi, mentre si agitano polemiche per il pranzo con i poveri nella basilica di San Petronio al quale ha preso parte Papa Francesco a Bologna.

Devo essere sincero: da anni, a diversi presbiteri che mi manifestano il loro progetto di apprestare in chiesa un banchetto per i poveri, ho sempre detto che sarebbe meglio che i pastori proponessero ai fedeli, che partecipano all’eucaristia domenicale, di vivere e compiere loro stessi il gesto della carità nelle loro case, invitando un povero, alcuni poveri, migranti, ultimi o bisognosi alla loro tavola, soprattutto in occasione delle feste celebrate in famiglia. Certo, con la loro presenza i presbiteri affiancherebbero le famiglie nella preparazione e nell’accoglienza, individuando le persone da invitare e coordinando questa rete di ospitalità “diffusa”. Questa è la nostra posizione, che cerchiamo anche di mettere in pratica nella nostra comunità.

Ma se per me, se per noi monaci, questa prassi si impone, occorre subito dire che gridare alla profanazione di una chiesa piena di poveri che condividono il pasto è veramente sbagliato.
Il sacramento del pane e del vino è strettamente legato al sacramento del bisognoso, e nell’eucaristia non c’è solo il corpo del Signore sull’altare ma anche le sue membra che sono soprattutto sofferenti, poveri, affamati, oppressi. Nella Chiesa nata dalla Pentecoste, insieme alla frazione del pane avveniva anche la condivisione dei beni materiali, e se l’apostolo Paolo censura la comunità di Corinto accusandola di «non celebrare la cena del Signore» (cfr. 1Corinzi 11, 20), ciò non è dovuto certamente a mancanza di fede eucaristica o alla presenza di peccatori in seno alla comunità ma al fatto che l’eucaristia veniva pervertita per il mancato riconoscimento del corpo di Cristo nei poveri. Dunque, vi è più profanazione là dove non si dà da mangiare a un affamato che dove si dà da mangiare ai poveri in una chiesa.

Quanto alle testimonianze storiche, occorre essere cauti e leggere con intelligenza le fonti. Abbiamo attestazioni certe e chiare di una cena o di un pranzo a cui partecipano i poveri in una chiesa adibita al culto? È vero, infatti, che sappiamo della celebrazione eucaristica seguita da una cena nelle case (le agapi fraterne), prima della libertà di culto successiva alla pax costantiniana, ma cosa ci dicono i padri in merito alla questione che ci interessa?

Giovanni Crisostomo testimonia che nella chiesa i fedeli riuniti, dopo aver ascoltato la parola di Dio, prendevano tutti parte ai santi misteri. Alla fine dell’assemblea, invece di tornare subito a casa, invitavano i poveri e, seduti tutti insieme alla medesima tavola, apparecchiata nella chiesa, mangiavano insieme gli stessi cibi. Così la tavola comune, la santità del luogo e la carità fraterna diventavano per ciascuno fonte inesauribile di gioia e di virtù (cfr. In dictum Pauli: «Oportet haereses esse», pg 51, 257). Papa Gregorio Magno ha aperto le porte della chiesa per far mangiare i poveri, certo in una situazione di grande difficoltà per la città di Roma. E Paolino da Nola testimonia che nella basilica di San Pietro «fu radunata una moltitudine di poveri, i signori delle nostre anime..., una moltitudine di gente misera che fluiva a sciami in grandi schiere fino in fondo all’amplissima basilica del glorioso Pietro». E poco oltre aggiunge: «Vedo questi poveri riuniti, divisi ordinatamente per tavoli e saziati subito di cibo abbondante, così che ho davanti agli occhi l’abbondanza della benedizione evangelica e l’immagine di quella folla che Cristo stesso, vero pane e pesce di acqua viva, ha saziato con cinque pani e due pesci» (Lettere 13, 11, csel 29, pp. 92-93).

A prescindere da queste rare testimonianze, i padri ci hanno lasciato l’eredità di una visione dei poveri che per tanto tempo la Chiesa non ha certo messo in risalto. Ma oggi che è giunta «l’ora dei poveri» — secondo l’espressione di Giovanni XXIII— la Chiesa, e in particolare Papa Francesco, grida profeticamente il vangelo come bella notizia che ha come primi destinatari i poveri, i quali non solo sono evangelizzati ma possono evangelizzarci. Resta però vero che i pranzi dei poveri in chiesa nella storia sono avvenuti raramente e in situazioni critiche e che presto la Chiesa è dovuta intervenire per vietarli a causa del disordine o della mancanza di discernimento del corpo del Signore. Solo presso i monasteri del deserto abbiamo notizie della celebrazione eucaristica in giorno di sabato e di domenica, seguita da un pasto comune nella chiesa. Si può però anche attestare che nelle Chiese ortodosse, in alcune occasioni, alla fine della liturgia eucaristica ancora oggi si mangia insieme in chiesa: certo, non si tratta di un vero e proprio pasto, con una tavola imbandita, ma si condivide mangiando festosamente qualcosa insieme. E tra gli ortodossi nessuno pensa che si tratti di una profanazione!

In ogni caso il sinodo di Laodicea (metà del iv secolo) legifera, al canone 26: «Nelle chiese parrocchiali e nelle altre chiese non bisogna celebrare quelle che vengono definite agapi né mangiare o imbandire un banchetto nella casa di Dio» e lo stesso faranno ancora il III concilio di Cartagine (397) e il concilio in Trullo (692); l’episcopato africano aveva chiesto che né vescovi né chierici organizzassero banchetti in chiesa, salvo il caso in cui lo si facesse per dar da mangiare a persone di passaggio, non potendo provvedere altrimenti alla loro ospitalità (canone 30, ccsl 149, p. 334, ll. 184-187). Ciò significa perlomeno che tra il iv e il VII secolo la prassi di questi pasti in chiesa è continuata… Solo il disordine e i possibili danni alla comprensione eucaristica del corpo di Cristo hanno indotto a tralasciare ciò che era diventato non più opportuno, non più secondo la tàxis, l’ordine liturgico, ma non si parli di profanazione!

L’intenzione dell’arcivescovo di Bologna e l’assenso dato dal Papa a questa iniziativa vanno letti con occhio buono, non con occhio malvagio (cfr. Matteo 20, 15; Marco 7, 22). Si trattava infatti di manifestare che la Chiesa oggi rivive l’invito di Gesù a privilegiare i poveri; che la Chiesa oggi sa toccare il corpo di Cristo nella carne dei poveri e dei bisognosi; che la Chiesa oggi lascia che alla sua tavola si siedano peccatori, malati, deboli, piccoli... Non dimentichiamo che i profeti hanno severamente richiamato i credenti a non cadere nella schizofrenia tra servizio, culto reso a Dio e servizio reso ai fratelli, perché — come si legge nella Prima lettera di Giovanni — «chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4, 20). Forse, un simile gesto di accoglienza degli ultimi fra le mura di una chiesa potrà “inquietare” le nostre coscienze assopite, di quella salutare inquietudine che nasce da ogni segno profetico; sembra esserci qui perfetta continuità di spirito con quanto la Didascalia degli apostoli, nel III secolo, prescriveva ai vescovi in materia di accoglienza dei poveri all’interno dell’assemblea liturgica: «Se dovesse entrare (in chiesa) un povero, sia esso uomo o donna, di quel luogo o di un’altra comunità, soprattutto se è anziano e non c’è posto per lui, allora tu, o vescovo, con tutto il tuo cuore dovrai provvedere che si trovi un posto per lui, anche qualora tu dovessi sederti per terra» (ii, 58,6, ed. Funk i, pp. 168, 170).

Alla fine della vita, nel giorno del giudizio, saremo giudicati non su presunte profanazioni sacrali, inventate dagli uomini, ma su gesti e omissioni verso i fratelli e le sorelle nel bisogno, perché il corpo di ciascuno di loro è più santo del tempio di Gerusalemme e di ogni altro tempio o chiesa. Meglio che il popolo del Signore Gesù Cristo comprenda che la Chiesa è la casa dei poveri, che l’eucaristia è la cena dei poveri, che condividere il cibo è la beatitudine dei poveri, piuttosto che avere una Chiesa preoccupata ossessivamente del culto ma incapace di discernere la presenza dei poveri come sacramento di Cristo
(Fonte: L'Osservatore Romano del 13 ottobre 2017)

domenica 15 ottobre 2017

La vita cristiana, una storia d’amore con Dio, dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito...- Omelia e Angelus del 15 ottobre 2017

La vita cristiana, una storia d’amore con Dio
dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa
e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito
Papa Francesco

Omelia
SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
ANDREA DE SOVERAL,
AMBROGIO FRANCESCO FERRO, 
MATTEO MOREIRA E XXVII COMPAGNI;
CRISTOFORO, ANTONIO E GIOVANNI;
 FAUSTINO MÍGUEZ; ANGELO DA ACRI
15 ottobre 2017



La parabola che abbiamo ascoltato ci parla del Regno di Dio come di una festa di nozze (cfr Mt 22,1-14). Protagonista è il figlio del re, lo sposo, nel quale è facile intravedere Gesù. Nella parabola, però, non si parla mai della sposa, ma dei molti invitati, desiderati e attesi: sono loro a vestire l’abito nuziale. Quegli invitati siamo noi, tutti noi, perché con ognuno di noi il Signore desidera “celebrare le nozze”. Le nozze inaugurano la comunione di tutta la vita: è quanto Dio desidera con ciascuno di noi. Il nostro rapporto con Lui, allora, non può essere solo quello dei sudditi devoti col re, dei servi fedeli col padrone o degli scolari diligenti col maestro, ma è anzitutto quello della sposa amata con lo sposo. In altre parole, il Signore ci desidera, ci cerca e ci invita, e non si accontenta che noi adempiamo i buoni doveri e osserviamo le sue leggi, ma vuole con noi una vera e propria comunione di vita, un rapporto fatto di dialogo, fiducia e perdono.

Questa è la vita cristiana, una storia d’amore con Dio, dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito: nessuno è privilegiato rispetto agli altri, ma ciascuno è privilegiato davanti a Dio. Da questo amore gratuito, tenero e privilegiato nasce e rinasce sempre la vita cristiana. Possiamo chiederci se, almeno una volta al giorno, confessiamo al Signore il nostro amore per Lui; se ci ricordiamo, fra tante parole, di dirgli ogni giorno: “Ti amo Signore. Tu sei la mia vita”. Perché, se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché. Invece il Dio della vita attende una risposta di vita, il Signore dell’amore aspetta una risposta d’amore. Rivolgendosi a una Chiesa, nel Libro dell’Apocalisse, Egli fa un rimprovero preciso: «Hai abbandonato il tuo primo amore» (2,4). Ecco il pericolo: una vita cristiana di routine, dove ci si accontenta della “normalità”, senza slancio, senza entusiasmo, e con la memoria corta. Ravviviamo invece la memoria del primo amore: siamo gli amati, gli invitati a nozze, e la nostra vita è un dono, perché ogni giorno è la magnifica opportunità di rispondere all’invito.

Ma il Vangelo ci mette in guardia: l’invito però può essere rifiutato. Molti invitati hanno detto no, perché erano presi dai loro interessi: «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari», dice il testo (Mt 22,5). Una parola ritorna: proprio; è la chiave per capire il motivo del rifiuto. Gli invitati, infatti, non pensavano che le nozze fossero tristi o noiose, ma semplicemente «non se ne curarono»: erano distolti dai loro interessi, preferivano avere qualcosa piuttosto che mettersi in gioco, come l’amore richiede. Ecco come si prendono le distanze dall’amore, non per cattiveria, ma perché si preferisce il proprio: le sicurezze, l’auto-affermazione, le comodità... Allora ci si sdraia sulle poltrone dei guadagni, dei piaceri, di qualche hobby che fa stare un po’ allegri, ma così si invecchia presto e male, perché si invecchia dentro: quando il cuore non si dilata, si chiude, invecchia. E quando tutto dipende dall’io – da quello che mi va, da quello che mi serve, da quello che voglio – si diventa pure rigidi e cattivi, si reagisce in malo modo per nulla, come gli invitati del Vangelo, che arrivarono a insultare e perfino uccidere (cfr v. 6) quanti portavano l’invito, soltanto perché li scomodavano.

Allora il Vangelo ci chiede da che parte stare: dalla parte dell’io o dalla parte di Dio? Perché Dio è il contrario dell’egoismo, dell’autoreferenzialità. Egli – ci dice il Vangelo –, davanti ai continui rifiuti che riceve, davanti alle chiusure nei riguardi dei suoi inviti, va avanti, non rimanda la festa. Non si rassegna, ma continua a invitare. Di fronte ai “no”, non sbatte la porta, ma include ancora di più. Dio, di fronte alle ingiustizie subite, risponde con un amore più grande. Noi, quando siamo feriti da torti e rifiuti, spesso coviamo insoddisfazione e rancore. Dio, mentre soffre per i nostri “no”, continua invece a rilanciare, va avanti a preparare il bene anche per chi fa il male. Perché così è l’amore, fa l’amore; perché solo così si vince il male. Oggi questo Dio, che non perde mai la speranza, ci coinvolge a fare come Lui, a vivere secondo l’amore vero, a superare la rassegnazione e i capricci del nostro io permaloso e pigro.

C’è un ultimo aspetto che il Vangelo sottolinea: l’abito degli invitati, che è indispensabile. Non basta infatti rispondere una volta all’invito, dire “sì” e basta, ma occorre vestire l’abito, occorre l’abitudine a vivere l’amore ogni giorno. Perché non si può dire: “Signore, Signore” senza vivere e mettere in pratica la volontà di Dio (cfr Mt 7,21). Abbiamo bisogno di rivestirci ogni giorno del suo amore, di rinnovare ogni giorno la scelta di Dio. I Santi canonizzati oggi, i tanti Martiri soprattutto, indicano questa via. Essi non hanno detto “sì” all’amore a parole e per un po’, ma con la vita e fino alla fine. Il loro abito quotidiano è stato l’amore di Gesù, quell’amore folle che ci ha amati fino alla fine, che ha lasciato il suo perdono e la sua veste a chi lo crocifiggeva. Anche noi abbiamo ricevuto nel Battesimo la veste bianca, l’abito nuziale per Dio. Chiediamo a Lui, per l’intercessione di questi nostri fratelli e sorelle santi, la grazia di scegliere e indossare ogni giorno quest’abito e di mantenerlo pulito. Come fare? Anzitutto, andando a ricevere senza paura il perdono del Signore: è il passo decisivo per entrare nella sala delle nozze a celebrare la festa dell’amore con Lui

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ANGELUS


Cari fratelli e sorelle,

al termine di questa celebrazione, saluto cordialmente tutti voi, che da vari Paesi siete venuti per rendere omaggio ai nuovi Santi. Un deferente pensiero va in modo particolare alle Delegazioni ufficiali di Brasile, Francia, Italia, Messico, Ordine di Malta e Spagna. L’esempio e l’intercessione di questi luminosi testimoni del Vangelo ci accompagnino nel nostro cammino e ci aiutino a promuovere sempre rapporti fraterni e solidali, per il bene della Chiesa e della società.

Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. I nuovi Santi intercedano per questo evento ecclesiale, affinché, nel rispetto della bellezza del creato, tutti i popoli della terra lodino Dio, Signore dell’universo, e da Lui illuminati percorrano cammini di giustizia e di pace.

Ricordo anche che dopodomani ricorrerà la Giornata del rifiuto della miseria. La miseria non è una fatalità: ha delle cause che vanno riconosciute e rimosse, per onorare la dignità di tanti fratelli e sorelle, sull’esempio dei santi.

E ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria.

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Angelus


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CELEBRAZIONE INTEGRALE





Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVIII domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)




"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.48/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino

Vangelo: 
Mt 22,1-14 











Questa parabola è uno sviluppo di quella della Domenica precedente e serve a rammentarci che quanto compiuto da Israele può compierlo purtroppo anche la Chiesa. "E' un richiamo alla responsabilità: fare parte del popolo di Dio, non era, non è, e non sarà mai un talismano di salvezza"(cit.). Non basta dire: "Abbiamo Abramo per padre" o gridare: "Signore, Signore !" per avere la salvezza. E' necessario riconoscersi peccatori omicidi come i nostri padri, prendere coscienza di essere come il fico sterile, ricoperti di belle foglie ma incapaci di produrre frutto. Avere risposto alla chiamata non ci introduce automaticamente nella salvezza.
Salvati sono coloro che scelgono di rispondere in piena libertà alla chiamata non a parole, ma con i fatti e nella verità. La vesta nuziale è quella di chi, sapendosi infinitamente perdonato, a sua volta sempre perdona, la veste di coloro che scoprono di essere amati ed amano gli altri e l'Altro con lo stesso, identico amore. E' quella del Figlio obbediente al progetto del Padre fino alla morte per amore; la veste nuziale che ci viene consegnata sotto la croce (27,35), ci riveste di Lui e ci permette di prendere parte, senza vergogna, al banchetto della vita

sabato 14 ottobre 2017

"Neanche Dio può stare solo. ...Lui non cerca uomini perfetti ... ma in cammino" di p. Ermes Ronchi - XXVIII domenica Tempo Ordinario – Anno A

"Neanche Dio può stare solo. ...
Lui non cerca uomini perfetti ... 
ma in cammino".


Commento
XXVIII domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture: Isaia 25,6-10; Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22, 1-10


In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».
C'è, nella città, una grande festa: si sposa il figlio del re, l'erede al trono, eppure nessuno sembra interessato; nessuna almeno delle persone importanti, quelli che possiedono terreni, buoi e botteghe. È la fotografia del fallimento del re. Che però non si arrende al primo rifiuto, e rilancia l'invito. Come mai di nuovo nessuno risponde e la festa promessa finisce nel sangue e nel fuoco? È la storia di Gesù, di Israele, di Gerusalemme...
Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 
Per la terza volta i servi ricevono il compito di uscire, chiesa in uscita, a cercare per i crocicchi, dietro le siepi, nelle periferie, uomini e donne di nessuna importanza, basta che abbiano fame di vita e di festa. Se i cuori e le case si chiudono, il Signore, che non è mai a corto di sorprese, apre incontri altrove. Neanche Dio può stare solo. L'ordine del re è illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. L'invito potrebbe sembrare casuale, invece esprime la precisa volontà di raggiungere tutti, nessuno escluso. 
Dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: fateli entrare tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi e poi i buoni, senza mezze misure, senza bilancino, senza quote da distribuire... 
Il Vangelo mostra che Lui non cerca uomini perfetti, non esige creature immacolate, ma vuole uomini e donne incamminati, anche col fiatone, anche claudicanti, ma in cammino. È così è il paradiso. Pieno di santi? No, pieno di peccatori perdonati, di gente come noi. Di vite zoppicanti. Il re invita tutti, ma non a fare qualcosa per lui, ma a lasciargli fare delle cose per loro: che lo lascino essere Dio! 
Il re entrò nella sala... Noi pensiamo Dio lontano, separato, sul suo trono di gloria, e invece è dentro la sala della vita, in questa sala del mondo, è qui con noi, uno cui sta a cuore la gioia degli uomini, e se ne prende cura; è qui, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime, insediato al centro dell'esistenza, nel cuore della vita, non ai margini di essa.
E si accorge che un invitato non indossa l'abito delle nozze. Tutti si sono cambiati d'abito, lui no; tutti anche i più poveri, non so come, l'hanno trovato, lui no; lui è come se fosse rimasto ancora fuori dalla sala. È entrato, ma non credeva a una festa. Non ha capito che si fa festa in cielo per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che torna, per ogni mendicante d'amore. Non crede che Dio mostri il suo volto di padre nei racconti di un Rabbi che amava banchetti aperti per tutti

Omelia p. Aurelio Antista (VIDEO) - XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A) - 08/10/2017


Omelia p. Aurelio Antista

- XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A) -
08/10/2017



Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Noi sappiamo distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto … dobbiamo lasciarci modellare da Gesù, dalla logica di Gesù, dal modo come Lui ha vissuto in questo mondo, da come si è relazionato con Dio e con gli uomini del suo tempo, perché ispiri i nostri pensieri, il nostro agire, il nostro stile di vita …
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Fraternità e sororità in Cristo Per scuotere la “polvere imperiale” nella Chiesa d’oggi di Egidio Palumbo

Fraternità e sororità in Cristo 
Per scuotere la “polvere imperiale” nella Chiesa d’oggi 
di Egidio Palumbo



Riflessione pubblicata su “HOREB” 
tracce di spiritualità a cura dei Carmelitani 
anno XXVI - 2017 - n. 2 – 
“ La riforma della Chiesa, oggi” 





Ad uno sguardo attento alla fisionomia istituzionale della Chiesa del nostro tempo emerge il dato incontrovertibile di un intenso lavoro di riforma che, a partire dal concilio Vaticano II, è stato messo in atto. Non si può negare che molta di quella “polvere imperiale” che si era depositata, a partire da Costantino, sul trono di san Pietro – come ebbe a dire papa Giovanni XXIII1 – è stata in parte raccolta e spazzata via; e dico in parte, perché il lavoro di riforma della Chiesa è sempre un “cantiere aperto”, una riforma continua chiesta innanzitutto da Cristo (cf. Unitatis redintegratio, n. 6), poiché, come ci ricorda Lumen gentium, n. 8, «la Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento». 
A mio avviso, uno degli aspetti fondamentali che tocca nel vivo la riforma della Chiesa oggi e che la riconduce alla sostanza dell’evangelo, riguarda il suo essere fraternità e sororità in Cristo: una Chiesa di fratelli e di sorelle in Cristo, dove la fraternità e la sororità costituiscono il suo essere e la sua dimensione profonda, e nel contempo qualificano lo stile delle relazioni fra i soggetti ecclesiali e tra questi e la famiglia umana. È un aspetto della Chiesa che dovrebbe meritare più attenzione, se si vuole continuare a scuotere la “polvere imperiale” ancora presente nella Chiesa del nostro tempo.
Cristo Gesù nostro fratello 
Bisogna innanzitutto rilevare che il Nuovo Testamento, oltre a confessare Gesù Figlio di Dio e Signore, gli riconosce anche l’identità di nostro fratello. È questo un aspetto dell’identità di Gesù che va evidenziato dal punto di vista teologico e ricollocato a fondamento della Chiesa, se è vero che la Chiesa è una comunità di fratelli e sorelle in Cristo e che sin dagli inizi i cristiani, a motivo della loro appartenenza a Cristo, si chiamavano tra loro fratelli e sorelle. È un dato innegabile: Gesù ha vissuto in mezzo a noi come fratello. Egli, assumendo la nostra “carne” (cf. Gv 1,14), ovvero la nostra umanità debole e fragile, non si è vergognato di chiamarci fratelli (cf. Eb 2,11), perché non si considera un “privilegiato” o una specie di “guru” o un “gerarca”, bensì uno di noi, un nostro compagno di viaggio, uno che ha imparato dall’esistenza quotidiana la fatica del vivere in maniera autentica il senso dell’umano (cf. Eb 5,8; Tt 2,12) e per questo conosce – per esperienza e per quel particolare dono del discernimento che gli viene da Dio – «quello che c’è nell’uomo» (Gv 3,25). E anche quando Gesù si pone in relazione filiale con Dio, Padre suo e nostro, per aprirsi alla fatica quotidiana del discernimento e del compimento della sua volontà, non esita a dire che «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50): induce così ad andare oltre i legami parentali e a valorizzare le forme di relazioni di fraternità e di sororità fondate sulla fede. Ma quello che sorprende della vicenda di Gesù è che pur nella condizione di Risorto egli non smette di considerare i discepoli come suoi fratelli – quelli stessi che l’hanno abbandonato nell’ora della cattura; perciò alle donne, accorse al sepolcro/Luogo del Memoriale e diventate prime annunciatrici della Risurrezione, il Risorto dice: «Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno» (Mt 28,10); e alla Maddalena: «Va’ dai miei fratelli e dì loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» (Gv 20,17). È come se dicesse: “Anche nella condizione di Risorto io, il Signore, sono presente in mezzo a voi come fratello”, anzi, ci ricorda l’apostolo Paolo, come «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
«Voi siete tutti fratelli»
...

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Ho fiducia nel Signore di Enzo Bianchi

Ho fiducia nel Signore
di Enzo Bianchi


Rubrica "La bisaccia del mendicante"
Jesus - Ottobre 2017



Sempre di più, lo confesso e non me ne vergogno, mi interrogo sulla fede, sulla mia fede e sulla fede dei cristiani. Che cos’è la fede? Secondo tutta la rivelazione ebraico-cristiana credere è mettere il piede sul sicuro, restare saldi, aderire a… Questa fede può nascere solo dall’ascolto (cf. Rm 10,17) di una parola di Dio che giunge al cuore umano e, nella forza dello Spirito santo, porta a rispondere: “Io aderisco, credo, ho fiducia nel Signore”. Affinché sia possibile accogliere questo dono di Dio, occorre solo avere un cuore aperto, esercitato alla fiducia negli altri, nella vita, nel futuro, un cuore non indurito dal callo della sfiducia.

Sì, la fede può innestarsi sulla fiducia umana! Proprio per questo nei vangeli troviamo delle affermazioni di Gesù che ci stupiscono e suonano paradossali. Si pensi a quando Gesù afferma apertamente di aver trovato più fede in un centurione pagano che in Israele (cf. Mt 8,10; Lc 7,9), il popolo dei credenti nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; o alle sue parole rivolte alla donna cananea, siro-fenicia: “Donna, grande è la tua fede!” (Mt 15,28). Per questo mi domando: qual è la mia fede? Sono disposto a fare un esame della mia fede, come chiede l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “Esaminate voi stessi, se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?”? La mia fede è “poca fede” (oligopistía: Mt 17,20)?, o e addirittura “mancanza di fede” (apistía: Mc 6,6; Mt 13,58), rendendomi così appartenente alla “generazione incredula” (Mc 9,19; Mt 17,17)? Se anche gli Undici restano increduli dopo aver incontrato Gesù risorto da morte, non sarò anch’io incredulo perché duro di cuore (cf. Mc 16,14)?

Quale discepolo di Gesù devo interrogarmi e non restare tranquillo, come se la fede fosse un dato acquisito una volta per sempre. Il cammino della fede si rivela in realtà faticoso, difficile, pieno di tentazioni, ed è per questo che la fede va custodita, esercitata e soprattutto costantemente rinnovata perché non venga meno. Affinché la nostra fede resti viva, occorre non solo vigilanza ma anche preghiera, invocazione al Signore perché ci renda saldi nelle avversità e nelle tentazioni. Ognuno di noi deve sentire rivolte anche a sé le parole di Gesù: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno” (Lc 22,32).

Paolo parla chiaramente della battaglia della fede, anzi della “buona battaglia della fede” (1Tm 6,12). Occorre combattere per la fede, ma non contro nemici esterni, come sovente si è insegnato, bensì contro il nemico che ci abita, che dimora nelle nostre profondità e si ribella al credere, all’avere fiducia nel Signore! Sono anziano e credo di poter avere una certa esperienza che mi fa indicare la battaglia della fede come la battaglia più dura, fino alla morte, quando ancora sarà grande la tentazione di non credere alla vita eterna, alla morte come esodo verso le braccia di Gesù Cristo. Molti non sanno che è più difficile credere che non credere, che è più difficile continuare a vivere alla luce della fede che non alla luce di ciò che si vede e si impone (cf. 2Cor 5,7)… I credenti, per “credere”, devono lottare molto di più di quanto non facciano gli atei per non credere: l’uomo, infatti, è facilmente religioso ma difficilmente credente.

Chissà, dunque, se mi sarà concesso di dire, con Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7). Sembra poco, eppure è l’unica cosa per cui l’Apostolo ringrazia il Signore alla fine della sua vita. In questa attesa mi consola la morte di Teresa di Lisieux, la quale, nella notte della fede pur lottando contro la tentazione dell’incredulità, interrompe il dialogo con la madre superiora che le è accanto per pronunciare queste ultime parole: “Guardando il crocifisso, disse: ‘Oh, quanto ti amo! Mio Dio, ti amo!’”. Sì, quando si eclissa la luce della fede per Teresina si accende la fiaccola della carità, perché a volte la fede sa esprimersi solo con l’amore!