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domenica 19 agosto 2018

Appello di Don Zerai: L’Italia della Costituzione faccia sentire la propria voce

Appello di Don Zerai:
L’Italia della Costituzione faccia sentire la propria voce

“L’Italia sta usando vite umane come strumento di pressione e contrattazione”. “Ancora una strage di braccianti africani vittime del caporalato in Italia” “Nell’Italia del 2018 la violenza razzista sta diventando routine”… Ecco, nelle ultime settimane l’Italia è stata al centro dell’attenzione della stampa internazionale quasi solo per questo genere di episodi. Esagerazioni o, peggio, una sorta di congiura contro il nostro Paese? Vale la pena fare alcune considerazioni

Migranti. L’Italia, in questi mesi, ha completato il programma di respingimento e di totale chiusura iniziato con il Processo di Khartoum firmato a Roma nel novembre 2014 (governo Renzi) e proseguito negli anni attraverso una serie di “patti attuativi” della esternalizzazione in Africa, il più a sud possibile, delle frontiere nazionali ed europee. Esternalizzazione che è l’essenza stessa della politica migratoria che si è deciso di attuare. Una tappa fondamentale è stato, in questo senso, il memorandum firmato tra Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017 (governo Gentiloni, ministro dell’interno Marco Minniti), che ha aperto la strada ai provvedimenti presi dall’attuale governo Conte, ministro dell’interno Matteo Salvini. In particolare:
Chiusura dei porti italiani alle navi delle Ong impegnate nelle operazioni di recupero e soccorso nel Mediterraneo: è l’ultimo atto della guerra contro le Ong iniziata dal governo precedente col ministro Minniti.
Chiusura o comunque blocco dei porti, con conseguenti lunghissime soste in mare, in condizioni spesso difficilissime, per tutte le navi che abbiano salvato e preso a bordo profughi e migranti intercettati nelle acque internazionali
Fornitura di altre 12 motovedette (dopo quelle consegnate nel 2017 dal ministro Minniti) alla Guardia Costiera di Tripoli, ignorando le pesantissime accuse che la investono da anni e completando così la delega totale alla Libia per lo svolgimento del “lavoro sporco” dei respingimenti
Nuovo impulso alle trattative (avviate da circa due anni) con il Governo di Tripoli e con il Niger per blindare il confine libico sahariano e “prevenire” l’arrivo di altri profughi diretti verso la sponda sud del Mediterraneo, prevedendo anche l’invio di un contingente di soldati italiani
Respingimenti di profughi in massa e contro la loro volontà, effettuati direttamente da navi italiane, in contrasto con il diritto internazionale, la Convenzione di Ginevra e la cosiddetta “legge del mare”, che prevedono di sbarcare i naufraghi “nel più vicino porto sicuro” (e la Libia non può certo definirsi tale) e di esaminare le richieste di asilo una per una, persona per persona, garantendo a ciascuno la più ampia tutela legale. Il caso è emerso con la nave Asso Ventotto ma si sospetta che ci siano almeno due altri episodi del genere.
Si tratta di provvedimenti che, per molti versi, segnano la “chiusura del cerchio”, in totale continuità con la politica dei governi precedenti. In più, rispetto al passato, si manifestano, anche ai massimi livelli della politica, atteggiamenti sprezzanti nei confronti dei disperati “in fuga per la vita” dal proprio paese e si registrano dichiarazioni violente, di sapore xenofobo e razzista.

Migranti salvati da una nave ONG

L’inferno libico. Questo nuovo muro eretto nel Mediterraneo condanna i migranti a restare intrappolati nell’inferno della Libia, chiusi a migliaia in centri di detenzione che la stessa magistratura italiana ha paragonato a lager nazisti, sia che si tratti delle “prigioni” dei trafficanti, sia che si tratti dei campi gestiti formalmente dalle milizie governative. Lo hanno evidenziato innumerevoli inchieste delle principali Ong internazionali e gli stessi rapporti dell’Unhcr, dell’Oim e della missione Onu in Libia. Anzi, l’Oim è stata la prima a denunciare, nel marzo 2017, che era pratica comune organizzare nella piazza di Sabha, nel Fezzan, una vera e propria asta degli schiavi con uomini prelevati nei lager dei trafficanti, come poi ha documentato, mesi dopo la Cnn, con un filmato terribile. Che questa sia la situazione in tutta la Libia è fin troppo noto. Ma la politica italiana finge di ignorarlo. Non è molto migliore la condizione dei migranti in realtà come il Sudan, il Sud Sudan, l’Egitto, il Ciad e, almeno in parte, lo stesso Niger, scelto come sede di un futuro grande hub di smistamento dei profughi/migranti bloccati prima di entrare in Libia, espulsi dalla Libia e dall’Algeria o respinti dall’Europa.

Migranti africani in Libia

Il lavoro schiavo. Al muro nel Mediterraneo o in Africa si aggiunge, sempre più alto, un “muro” anche in Italia. Un muro fatto di clandestinazione forzata o di fatto, emarginazione, sfruttamento, caporalato. Ne sono vittime, in pratica, tutti i migranti: quelli con un regolare permesso di soggiorno, quelli in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata e sono ospiti dei Cas, quelli che le attuali leggi in vigore hanno trasformato in “irregolari”. Tutti “fantasmi”: non persone senza diritti. Le recenti tragedie di Foggia – le vite di ben 16 braccianti africani spazzate via nel giro di appena tre giorni – sono soltanto la punta di un iceberg enorme: una frazione infinitesimale, per quanto drammatica, di un fenomeno che investe tutta l’Italia, dal nord al sud, dalla Puglia alla Campania, all’Agro Pontino e all’intero Lazio, alla Toscana, alla Pianura Padana, l’Emilia, la Romagna, il Piemonte, il Veneto, la Lombardia… In agricoltura ma non solo in agricoltura. C’entra spesso anche la criminalità organizzata, ma descrivere il problema unicamente come un capitolo dell’agromafia – come spesso si cerca di fare – è estremamente riduttivo. Il fenomeno è molto più ampio: coinvolge direttamente numerosissime aziende che fanno finta di non vedere e di non sentire. E sicuramente non parlano. Il fenomeno investe l’intero Paese ed appare ormai un vero e proprio sistema, funzionale ad una larga fetta dell’economia nazionale.
E’ qui il punto. Se non si affronta il problema in questi termini non ci sarà soluzione. E suoneranno falsi le promesse e gli impegni presi, a vari livelli, anche in occasione delle ultime tragedie. False persino le lacrime che si sono spese.

Il razzismo. Si moltiplicano gli episodi di intolleranza e razzismo. Sempre più spesso e in forme sempre più violente, incluso l’uso di armi da fuoco. Si è arrivati a sparare persino contro una bambina rom di appena un anno e sul web ci sono stati numerosissimi commenti di “giustificazione”: c’è perfino chi è arrivato a dire che comunque quella bambina crescerà e diventerà “una ladra come tutti i rom”. E c’è chi si è ispirato alle “ruspe” che l’attuale ministro degli interni ha più volte vantato come unica soluzione per risolvere il problema dei campi di rom e sinti. Quasi sempre, però, anche per gli episodi più gravi, si è parlato, alla fin fine, di “bravate” o addirittura di “goliardate”: quasi di scherzi un po’ “spinti”. Dando, di fatto, una giustificazione alla violenza. Lo stesso Governo, con alcuni dei suoi ministri più autorevoli si è affrettato a negare che esista un “problema razzismo”. “Il razzismo è solo nella propaganda di avversari e media”, hanno detto. Eppure l’escalation di episodi, gravi e meno gravi, che si è avuta dall’inizio dell’anno, con una impennata dopo le ultime elezioni, ha pochi precedenti.

Da tutto questo non può che emergere l’immagine di un’Italia sorda, chiusa e avvitata su se stessa, egoista, intollerante, xenofoba. Un’Italia che – come durante il fascismo – torna a concepire una società che divide, classifica, esclude, discrimina, perseguita e nella quale i diritti fondamentali dell’uomo perdono valore perché qualcuno conta più di qualcun altro e “viene prima”. Un’Italia dove si considera normale ed anzi desta consenso che un ministro possa dire: “Espelleremo tutti i rom stranieri. Gli italiani no: quelli purtroppo dobbiamo tenerceli proprio perché sono italiani”. Un’Italia che comincia ad essere guardata con preoccupazione, come si evince da vari servizi della stampa estera.
Certamente c’è anche un’altra Italia. Un’Italia aperta a tutti e che non dimentica le proprie antiche tradizioni Cristiane di solidarietà, confronto e amicizia. Un’Italia che rifiuta la macchina della “costruzione del diverso” e del diverso come “nemico”, che si è rimessa in moto. Un’Italia capace di ascoltare le ragioni dell’altro e disposta a mobilitarsi in difesa degli ultimi. Un’Italia, in definitiva, che si identifica con forza nei valori del Vangelo, di libertà, uguaglianza, giustizia sociale che sono il fondamento della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista e da uomini e donne di fede, di cui ricorre il settantesimo anniversario proprio quest’anno. Ma è un’Italia che finora è rimasta troppo spesso in disparte o non ha saputo muoversi compatta per arginare la pericolosa deriva che stiamo vivendo.

E’ tempo, allora, che tutti coloro che si riconoscono in questa Italia facciano sentire la propria voce. Tutti insieme. Stiamo vivendo una fase storica nella quale non si può restare “da parte” o, peggio, indifferenti: ci si deve schierare perché anche l’indifferenza rende complici. La posta in gioco è enorme. Certo, riguarda in via più diretta l’esistenza e il futuro dei disperati in fuga per la vita. Ma riguarda anche la tutela dei valori fondanti della nostra democrazia. Perdere questa battaglia o, peggio ancora, rassegnarsi e rinunciare a combatterla, significa minare il nostro stesso modo di “stare insieme”. E avviare l’Italia, ma forse anche l’Europa, verso un qualcosa che, al massimo, potrà essere una sorta di post democrazia.

Don Mussie Zerai

(fonte: Africa ExPress)



Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - Assunzione della Beata Vergine Maria - 15/08/2018

Omelia p. Gregorio Battaglia


Assunzione della Beata Vergine Maria - 

15/08/2018

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Dietro Gesù Maria impara a fare della sua vita un'offerta, un dono, ed è Colei che ai piedi della croce può ricevere dal Signore la responsabilità di ogni creatura. "Questo è tuo figlio!" non c'è creatura umana che Maria non impara a guardare come figlio e noi nella nostra devozione a Maria abbiamo scoperto che Lei è quella del manto, il manto di Maria che si allarga per tutti, c'è spazio per tutti, tutti, nessuno escluso, giovani, vecchi, neri, bianchi, africani, tutti, nessuno escluso...
La Chiesa ora la contempla come Colei che è pienamente trasfigurata nel Figlio, trasformata nel Figlio, come il Figlio è risorto e vivente così Maria partecipa di questa vittoria di Cristo sulla morte. Ci tiene a sottolineare la Chiesa che in anima e corpo Maria ormai partecipa della pienezza di vita del Cristo, del Figlio. E noi siamo invitati a guardare Maria e scoprire, come Lei, cosa significa camminare dietro a Gesù, cosa significa vivere da Cristiani, cosa significa prendere sul serio il nostro impegno di vita cristiana ...
Questo giorno di festa ci permette di alzare gli occhi e dire "verso dove vado? qual è la meta della mia esistenza?" e Maria ci indica che non c'è altro modo di dare un senso pieno alla nostra vita se non quello di lasciarci raccogliere, avvolgere dalla luce del Risorto e così il Risorto possa illuminare la nostra vita e darle quel senso bello, il senso di coloro che alla sua scuola imparano cosa significa la parola gratuità, perdono, misericordia, accoglienza ...

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CONTRO IL RAZZISMO RISVEGLIARE SENZA ULTERIORI INDUGI LE COSCIENZE di Antonio Sciortino



CONTRO IL RAZZISMO 
RISVEGLIARE 
SENZA ULTERIORI INDUGI 
LE COSCIENZE
di Antonio Sciortino





Quelle leggi hanno ottant’anni. Ma la storia sembra non aver insegnato nulla. Passata invano. S’è perduta la memoria di una delle più vergognose pagine della storia d’Italia. Pagina infame, scritta da Mussolini e controfirmata da Vittorio Emanuele III. Quel re sabaudo la cui salma, l’anno scorso, è tornata in Italia. E che gli eredi, con qualche nostalgico monarchico, volevano nel Pantheon di Roma. Assieme ai grandi della nazione. Porte sbarrate, giustamente, hanno invocato gli ebrei. E non i soli. A ricordo delle discriminazioni, rastrellamenti e deportazioni nei lager nazisti. Grazie alle “leggi per la difesa della razza”, varate il 5 settembre 1938. Poche, oggi, le voci che si levano per risvegliare le coscienze anestetizzate. E per mettere in guardia dal pericolo del razzismo. Di ritorno. Avvolto da una generale indifferenza. E avallato dal continuo sminuirne gesti e parole. Che sono e restano esecrabili. Come la “tutela della razza bianca” dall’arrivo degli immigrati. Non una frase infelice. O un semplice “lapsus”, in campagna elettorale, di chi ora governa la più importante regione d’Italia. Ma parole razziste e farneticanti. Meritevoli di una pesante squalifica. E di espulsione dalla scena politica. Che non è avvenuta. Anzi! «È concepibile, nel 2018», s’è chiesto il responsabile della comunità ebraica di Roma, «dover ribadire agli ignoranti che non esiste una razza bianca da difendere, a ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali?». Ma l’humus che alimenta tanta vergogna, purtroppo, è in crescita. E si carica di odio razziale. Incivile e sprezzante. Come quello degli ultras laziali. Non hanno avuto alcuna remora a invadere di volantini le tribune dei romanisti, con la foto di Anna Frank in maglietta giallorossa. Evocando la stessa fine della giovane ebrea, in un lager, ai loro acerrimi avversari sportivi. Una vera dissacrazione della memoria. A qualificarla mancano le parole. Tanto è squallida. Quasi subumana. Senza un briciolo di pietà. E di rispetto.
È la cultura del nulla. Dell’abbrutimento totale. Una regressione umana e civile, di cui preoccuparci. E tanto. Sotto la spinta di un vento autoritario e xenofobo che soffia per l’Europa, mietendo consensi in crescita. E che lambisce anche settori di Chiesa. Forse, ultratradizionalisti. Ma non solo. Quegli stessi che rimproverano a papa Francesco parole e gesti a favore degli immigrati. «Sta esagerando», «è troppo!», dicono. Quasi a mettere un limite al Vangelo. O a sconfessarne parole come «ero forestiero e mi avete accolto». Preoccupazione raccolta da monsignor Nunzio Galantino, a fronte di un’intimidazione, a Como, contro volontari che assistevano i migranti. «Non concordo con chi minimizza questa deriva», ha detto, «giustificando sempre tutto, compreso il razzismo. Dovremmo imparare a chiamare per nome le cose».
Deriva pericolosa. Scricchiola la democrazia, se i poteri dello Stato si confondono. O, peggio, si contrappongono. Eliminando quel giusto equilibrio, che garantisce tutti. Nel rispetto della Costituzione. Le politiche della paura generano pregiudizi. E se l’ignoranza è il collante, il futuro è davvero fosco. Ancor più tetro con una cattiva informazione, che intorbida le acque. Avvelenando i pozzi della verità. Gli sbarchi sono in calo dell’80 per cento, ma i giornali enfatizzano l’invasione. Gli omicidi diminuiscono, ma si invoca una legge più permissiva per il possesso di un’arma. “Via lo straniero, via i problemi degli italiani”, pensano in molti. Così, si chiudono i porti. Ma i problemi reali restano. Anzi, si aggravano per l’incompetenza. E 1′inconcludenza politica, che tanto attivismo fatica a nascondere. Anche se appaga umori generali. Preghiere e “digiuno di giustizia”, di preti e suore a Montecitorio, sono una giusta protesta. Forse, è solo l’inizio. Ma non basta a salvarci da questa “bancarotta di umanità”. È tempo di “disobbedienza civile”. Senza indugi.

(Fonte: “Vita Pastorale”  n. 8,  agosto-settembre 2018)


Vedi anche i post precedenti:


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 38/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Gv 6,51-58


Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio dell'uomo significa assimilarlo, aderire totalmente a lui, condividerne i sogni, il progetto di vita e amarlo fino a vivere di lui. La carne e il sangue simboleggiano l'umanità concreta fin nella sua fragilità e debolezza, limiti naturali che non sono affatto da disprezzare. 
«Caro Salutis Cardo - La carne è il Cardine della Salvezza» scrive Tertulliano, perché è attraverso la carne del Figlio dell'uomo che si è manifestata la Gloria e la Salvezza del Padre, mediante l'amore che ha effuso su tutti noi. Nella nostra povera umanità il Padre manifesta tutta la sua potenza, perché «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10) e  «perché nessuna carne possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,29)
Gesù allora ci esorta a mangiare anzi, a triturare, sminuzzare (in greco: Troghéin) la sua carne perché possa essere assimilata e così diventare nostra vita, carne della nostra carne. Solo nutrendoci di lui possiamo ottenere dal Padre di condividere la sua stessa vita, che significa amare così come siamo amati per diventare figli nel Figlio. E' il grande mistero dell'amore di Dio per l'uomo e dell'uomo per Dio: l'Amato diventa vita di chi lo ama. E' questa una relazione d'amore che va vissuta fino all'annullamento di sé, fino a scomparire per l'Amato, nell'Amato
E' l'esperienza fondamentale fatta da San Paolo e che gli fa proclamare: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).


sabato 18 agosto 2018

La metafora del ponte spezzato e l’Africa


Abbiamo tagliato i ponti col Mediterraneo. Mare nostro, diventato un muro, mare tradito. Con i respingimenti, i divieti di sbarco, le operazioni di dissuasione e i campi di detenzione/concentramento di migranti gestiti e finanziati senza scrupoli, il ponte si è spezzato. Ed è quanto è accaduto a Genova col ponte Morandi. I duecento metri di vuoto sono i metri di separazione tra i popoli. Il ponte tagliato sul torrente Polcevera è una metafora delle nostre separazioni. Non saranno le mere soluzioni tecniche a riabilitarlo e neppure la ricerca delle responsabilità penali. La tragedia di Genova, vista da Mauro Armanino, nato a Chiavari, diventato operaio metalmeccanico e sindacalista FLM a Casarza Ligure, e oggi missionario in Niger al servizio dei migranti

Il ponte di Eraclito. Magritte

La metafora del ponte spezzato e l’Africa
di Mauro Armanino*

Quando c’è un incidente, un incendio, una voragine sulla strada, un’inondazione che spazza via un quartiere, qui (a Niamey, ndr) la gente dice ‘Inch’Allah’. Era la volontà di Dio che tutto sa, può e governa. Una visione monista e fatalista che contiene la parte di verità che le si vuole affidare. Altrove nel mondo, invece, si creano commissioni, si fanno inchieste e si arriva infine ad un rapporto che evidenzia le responsabilità dell’accaduto. Legittimo e forse anche doveroso passo, soprattutto per ridurre le possibilità che quanto accaduto torni ad accadere, almeno nella stessa forma. A suo modo ognuno ha una parte di ragione: nella realtà c’è una parte di spiegabile e un’altra parte invece da interpretare.
Il dolore delle famiglie che hanno perduto in modo brutale i loro cari e le ferite di un’intera città sono quanto accumuna le letture che si faranno dell’accaduto. C’è la difficoltà ad accettare il perché di una morte arrivata sotto questa forma. Ogni morte, lo crediamo, è particolare. Le circostanze e il contesto ne definiscono il mistero e l’unicità. I fatti non parlano da soli e abbisognano di interpretazione. Ed è a questo punto che, pena il fermarsi allo sdegno o alle accuse, il ponte spezzato può presentarsi come una metafora della nostra società. Le prime reazioni ‘ufficiali’ all’avvenimento lo confermano. Si cercano altrove le cause senza tentare di leggere i ‘segni dei tempi’ che questo ponte spezzato può offrire. 
Siamo in un paese che ha spezzato i ponti all’interno e all’esterno di sè. All’interno anzitutto, contribuendo a dividere un Paese che non sa più bene cosa o chi tenga assieme. La divisione è confermata tra l’altro con le parole, vere sciabolate nel vuoto dell’anima, o le squallide ricuperazioni di parte. E poi con le scelte economiche e politiche che confermano l’accettazione di una sociètà che viaggia a diverse velocità e intensità. Divisioni interne che quelle esterne evidenziano. Lo smarrimento della memoria, profondamente innato col capitalismo e profetizzato, tra gli altri, da Pasolini, è da tempo una realtà. L’oblio dal dove si viene preclude il senso della destinazione del viaggio. Si è censurata l’esperienza del mondo contadino, operaio e soprattutto l’epopea delle migrazioni. Esterne anzitutto, coi milioni di connazionali partiti altrove a cercar fortuna e poi delle migrazioni interne, dal sud al nord della Penisola, dalla campagna alla città.


Abbiamo tagliato i ponti col Mediterraneo. Mare nostro, mare – muro, mare chiuso, mare armato e infine mare tradito. Con respingimenti, divieti di sbarco, operazioni di dissuasione tramite la guardia costiera libica e campi di detenzione/concentramento migranti gestiti e finanziati, il ponte si è spezzato. Ed è quanto è accaduto a Genova col ponte Morandi. I duecento metri di vuoto sono i metri di separazione tra i popoli, tra la Costituzione del Paese e la realtà vissuta, tra il tradimento delle esperienze di solidarietà e la chiusura ermetica allo straniero. Il ponte tagliato sul torrente Polcevera è una metafora delle nostre separazioni. Non saranno le mere soluzioni tecniche a riabilitarlo e neppure la ricerca delle responsabilità penali. Il ponte da ricostruire è quello delle coscienze e dei legami da ristabilire con la propria storia e con l’altro.


* Mauro Armanino è nato a Chiavari nel 1952. È stato operaio e sindacalista della FLM a Casarza Ligure. Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova, è stato cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina è andato in Liberia per sette anni, dove ha conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza, è rimasto nel centro storico di Genova coi migranti e come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri di origine africana. Ora è in Niger per un servizio ai migranti e nella formazione. Sono stati pubblicati alcuni suoi libri dalla EMI, l’editrice missionaria (Isabelle, 5 nomi per dire Liberia, La storia si fa coi piedi). Con l’editrice Gammarò di Sestri Levante è uscito il libro-tesi La storia perduta e ritrovata dei migranti, per Hermatena (Bologna) ha pubblicato La nave di sabbia. Migranti, pirati e cercatori nel Sahel, Nomi di vento, La città sommersa. Il mondo altro dei migranti… i minatori del mare.
(fonte: COMUNEINFO)


"La vita eterna è già qui, nella carne e nel sangue di Gesù" di p. Ermes Ronchi - XX Domenica – Tempo Ordinario Anno B

La vita eterna è già qui, nella carne e nel sangue di Gesù

Commento
XX Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Proverbi 9,1-6; Salmo 33; Efesini 5,15-20; Giovanni 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Un Vangelo di soli otto versetti, e Gesù a ripetere per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici e ascendenti, come una spirale; come un sasso che getti nell'acqua e vedi i cerchi delle onde che si allargano sempre più. Per otto volte, Gesù insiste sul perché mangiare la sua carne: per semplicemente vivere, per vivere davvero. Altro è vivere, altro è solo sopravvivere. È l'incalzante certezza da parte di Gesù di possedere il segreto che cambia la direzione, il senso, il sapore della vita.

Chi mangia la mia carne ha la vita eterna. Con il verbo al presente: “ha”, non “avrà”. La vita eterna è una vita libera e autentica, giusta, che si rialza e non si arrende, che fa cose che meritano di non morire. Una vita come quella di Gesù, capace di amare come nessuno. Sangue e carne è parola che indica la piena umanità di Gesù, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, i suoi abbracci, i piedi intrisi di nardo e la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E qui c'è una sorpresa, una cosa imprevedibile. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Dice, invece: prendete la mia umanità, il mio modo di abitare la terra e di vivere le relazioni come lievito delle vostre. Nutritevi del mio modo di essere umano, come un bimbo che è ancora nel grembo della madre si nutre del suo sangue.

Gesù non sta parlando del sacramento dell'Eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza: mangiate e bevete ogni goccia e ogni fibra di me. Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta lui. Si è fatto uomo per questo, perché l'uomo si faccia come Dio. Allora mangiare e bere Cristo significa prenderlo come misura, lievito, energia. Non “andare a fare la Comunione” ma “farci noi sacramento di comunione”. Allora il movimento fondamentale non è il nostro andare fino a lui, è invece Lui che viene fino a noi. Lui in cammino, Lui che percorre i cieli, Lui felice di vedermi arrivare, che mi dice: sono contento che tu sia qui. Io posso solo accoglierlo stupito. Prima che io dica: “ho fame”, ha detto: “Prendete e mangiate”, mi ha cercato, mi ha atteso e si dona.

Prendete, mangiate! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d'amore: “io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell'intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita”.


La tragedia di Genova e noi, padroni di niente di Marina Corradi - I funerali di stato l'omelia del cardinale Bagnasco e la preghiera dell'Imam


La prospettiva degli uomini. 
La tragedia di Genova e noi, padroni di niente
di Marina Corradi

«Oddio, oddio, oddio, Dio santo... ». La voce registrata in un video di un uomo che vedeva crollare davanti a sé il Ponte Morandi sale a ogni sillaba di tono, inorridita e incredula. Non è possibile – pare di sentire i pensieri dell’uomo – deve essere un incubo. Non può, un colosso di cemento armato e acciaio come quello, spezzarsi come un pezzo di gesso su una lavagna e lasciare due monconi sospesi sul vuoto, e, sotto, macerie immani, su cui i soccorritori si arrampicano, affannate febbrili formiche. Genova, l’apocalisse sull’autostrada, almeno ventisei morti alle undici e trentasette di una vigilia di Ferragosto.


A pochi giorni dalla terribile esplosione di un’autocisterna sulla A14, nei pressi di Bologna, dal divampare violentissimo e improvviso di fiamme che solo per una grazia non hanno mietuto molte vittime. L’apocalisse su strade familiari, che tante volte abbiamo percorso con il solo fastidio del traffico intenso, o della coda alla cassa all’autogrill; e non si tratta, poi, di attentati, ma di un attimo appena di distrazione di un autista, forse, a Bologna, o, a Genova, dell’incredibile cedimento di un pilastro di cemento armato che era lì, apparentemente indistruttibile, da decenni. Allora in noi che stiamo a guardare può sorgere interiormente un oscuro spavento. Perché ogni giorno progettiamo, disponiamo, parliamo come fossimo i sicuri padroni della nostra vita. Ma in un momento simili eventi – così vicini, così tragici – ci contraddicono duramente.

Forse in verità noi non ci apparteniamo. Come non ci appartengono i nostri figli, su cui vegliamo, che in ogni modo vorremmo proteggere. Nulla è nostro davvero. In questi giorni d’estate proprio quei figli sono in viaggio tra autostrade e ferrovie. Li salutano i genitori alla partenza, e quasi sempre c’è nel cuore delle madri un angolo segreto di trepidazione. I padri, che sono uomini, ne sorridono. Ma forse nella natura femminile c’è un’intuizione vera, nel saperci in fondo fragili e inermi – e garantiti, in realtà, di niente. Ritorneremo, fra pochi giorni, dalle vacanze.

E magari nel superare un’autocisterna carica di infiammabili una ruga sottile ci incresperà la fronte; e magari dall’alto di un viadotto vertiginoso sull’Appennino ci torneranno negli occhi le immagini di Genova, e noi a scacciarle, rapidi, ad alzare lesti il volume di una radio che discorre di rassicuranti banalità. Nella lingua che molti di noi sono abituati a parlare: vacanze, soldi, star, tv, pallone. Quasi non volendo sentire altro. L’incidente di Bologna, la strage di Genova sono come una lama aguzza nel nostro quieto vivere, proprio perché così prossime, domestiche, eppure imprevedibili.

Evocano il timore di un caso maligno che ci stia a spiare e faccia scattare la sua tagliola; mentre quel camion bianco sul Ponte Morandi si è fermato a trenta centimetri dal baratro, intatto, chissà perché. Riscoprirsi cristiani davanti alle immagini di Genova devastata – e al commovente spettacolo dei soccorritori tesi a cogliere ogni fiato di voce delle vittime dalle macerie – è anche fermarsi e ricordarsi che non siamo in un labirinto cieco, ma dentro un disegno, anche se spesso quel disegno ci risulta profondamente misterioso, o addirittura intollerabile. Riscoprirsi cristiani davanti a una sciagura come questa è anche far memoria ogni mattina che questa vita ci è stata data, non è nostra, e la renderemo. Una consapevolezza ferma e in pace che non sempre cancella, ma doma almeno la paura dell’imprevedibile, del Caso, delle Parche che secondo gli antichi capricciosamente traevano il filo della umana esistenza. Ricordo un’anziana albergatrice sarda – ormai quasi solo i vecchi sanno parlare in un certo modo – che al mio saluto, a settembre: «Arrivederci all’anno prossimo», rispose con un sorriso mite: «Se Dio vuole, ci rivedremo». Se Dio vuole. Occorre fidarsi di un Dio che ci conosce, uno per uno. E non dar retta a chi invece ci millanta padroni e signori del nostro destino. Perché, in realtà, non siamo padroni di niente.



I calciatori del Genoa e della Sampodoria, con le rispettive maglie, seduti gli uni accanto agli altri. I vigili del fuoco, i soccorritori, le crocerossine, la gente comune. Un applauso accoglie il capo dello Stato Sergio Mattarella e altri applausi, lunghi, calorosi, salutano le 18 salme coperte di fiori allineate sotto la tenda della fiera di Genova trasformata in altare.

Il cardinale Bagnasco nella sua omelia ha ricordato la telefonata di ieri del Papa. Ha parlato del crollo come "squarcio nel cuore di Genova", di dolore per i morti e i dispersi, per gli sfollati, della solidarietà giunta da tutta Italia e non solo. "Qualunque parola umana è poca cosa di fronte alla tragedia, così come ogni doverosa giustizia nulla può cancellare e restituire". La tragedia ci ha fatto toccare con mano "l'inesorabile fragilità della condizione umana": ci sentiamo esposti e deboli, e tanto più sentiamo che i legami umani sono necessari, così come il tessuto di una società che si dichiara civile. È l'ora della grande vicinanza.


“Il crollo di un ponte è la metafora di due punti che non si toccano più”. Così un imam della comunità islamica genovese ha preso la parola, a conclusione dei funerali di Stato alla fiera di Genova, per commemorare due cittadini albanesi di religione islamica e tutte le altre vittime del crollo del ponte Morandi. 
Dopo un momento di preghiera silenziosa, intercalata dall’invocazione di Allah akbar, l’imam ha preso la parola. “Il crollo di un ponte che sia fisico o metaforico provoca sempre dolore”, ha detto, e segna una “perdita grave per l’umanità intera. Il dolore è immenso affidiamo a Dio le nostre preghiere per tutte le vittime, le loro famiglie, i feriti e i dispersi ma anche per tutti i soccorritori. La nostra preghiera – ha detto l’imam suscitando l’applauso di tutti i presenti – si trasmette anche a tutti coloro che hanno celebrato i funerali in forma privata. Siamo vicini a tutti voi e chiediamo al Signore, colui che nella sua infinità misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti, con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, creando così l’unione di tutta l’umanità di renderci consapevoli delle nostre responsabilità, chiediamo a lui di accogliere le anime delle vittime e di consolare i loro famigliari. Preghiamo per Genova: saprà rialzarsi con fierezza, la nostra Genova che in arabo significa ‘la bella’, che è nei nostri cuori. Le comunità islamiche di Genova della Liguria e dell’Italia intera pregano affinché la pace sia con tutti voi. Che il Signore protegga l’Italia e gli italiani”, ha concluso l’imam tra gli applausi. (fonte: Askanews)


Riace - Il piccolo borgo come una moderna Gerusalemme di p. Pino Stancari



Riace 
Il piccolo borgo 
come una moderna 
Gerusalemme 
di p. Pino Stancari,
biblista



Il mio linguaggio è costantemente condizionato dal richiamo alla Sacra Scrittura.
Anche il ricordo di Riace si sovrappone all'eco di un Salmo.
Si tratta del Salmo 87, che ci trasmette la testimonianza di un devoto viandante abituato a percorrere le strade del mondo. Ora  egli contempla Gerusalemme e ne ammira la bellezza, che si effonde sulla terra circostante in maniera tale da rilevare in essa l'incanto della dimora in cui la sua vocazione alla vita è proprio al suo posto.
Avviene allora che quel devoto ammiratore della sua terra avverta un mormorio, pacato ma insistente, che proviene da Gerusalemme. Fa attenzione e si accorge che la "città di Dio" sta ripetendo un'interrotta litania di nomi. Sono nomi di popoli, anzi sono i nomi di quelle genti con cui il popolo di Dio ha avuto motivi di confronto, spesso aspro o addirittura, conflittuale. Eppure Gerusalemme custodisce in sè la memoria di tutti i popoli del mondo, di ieri e di sempre.
Ecco che il devoto ammiratore della sua terra scopre che di tutti loro si dice che "l'uno e l'altro è nato in essa". Così riconosce Gerusalemme e la sua terra in quella madre che gli porge la moltitudine umana e la varietà del mondo entro un orizzonte di fraternità.
Finalmente riconosce la sua città nel grembo fecondo di una terra che genera per lui la famiglia umana. 
"E il Signore scriverà nel libro dei popoli: 
Là costui è nato. E danzando canteranno: 
"Sono in te tutte le mie sorgenti"


Leggi anche il nostro post già pubblicato:
- RIACE, IL BORGO RINATO GRAZIE AI MIGRANTI ORA RISCHIA DI CHIUDERE



venerdì 17 agosto 2018

L'ultimo abbraccio di Palermo a Rita Borsellino

L'ultimo abbraccio di Palermo a Rita Borsellino

Questa mattina a Palermo l'ultimo saluto a Rita Borsellino. Migliaia di persone hanno preso parte al funerale della sorella del magistrato Paolo ucciso dalla mafia nella strage di via D'Amelio. Rita è morta il 15 agosto, a 73 anni, dopo una lunga malattia. Le esequie, celebrate dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, sono state celebrate nella chiesa 'Madonna della Provvidenza-Don Orione' in via Ammiraglio Rizzo. Protagonista della vita politica siciliana degli ultimi 26 anni, Rita Borsellino ha dedicato la sua vita a perpetuare gli insegnamenti di legalità e giustizia incarnati dal fratello Paolo, contribuendo in modo determinante alla nascita e al rafforzamento di una coscienza critica e sensibile verso il tema della lotta alla mafia. Soprattutto tra le centinaia di giovani che in lei vedevano un punto di riferimento.



Funerali di Rita Borsellino. Mons. Lorefice (Palermo): 
“Aveva un cuore limpido non avvezzo al compromesso”

L’arcivescovo ritrae il profilo di Rita Borsellino sulla tela dell’impegno sociale e civile. Fissa le caratteristiche del suo cuore marcando l’inchiostro su quattro qualità: “un cuore limpido, non doppio, non avvezzo al compromesso né all’idolatria del denaro”. Ecco la sorella del magistrato Paolo, ucciso dalla mafia nella strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992. Eccola nel giorno dell’ultimo saluto nella chiesa gremita del Don Orione, nel capoluogo siciliano. La messa esequiale è presieduta da mons. Corrado Lorefice. Al suo fianco, il fondatore e presidente di Libera, don Luigi Ciotti. A rendere omaggio all’ex europarlamentare, stretti attorno ai figli Claudio, Cecilia e Marta, al fratello Salvatore, ai nipoti Lucia, Manfredi e Fiammetta, figli del magistrato ucciso, c’erano il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’ex presidente della commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, l’ex presidente del Senato Piero Grasso, il prefetto Antonella De Miro, il sindaco Leoluca Orlando, diversi rappresentanti delle forze dell’ordine. In chiesa anche Maria Falcone, sorella di Giovani. Poi, tanti palermitani, gli scout, i giovani che negli anni Rita Borsellino ha incontrato nelle scuole. E al centro il feretro della donna, sopra la sua foto e il fazzoletto scout, cui lei era molto legata.

Il “filo rosso” della famiglia Borsellino. 
Nell’omelia l’arcivescovo Lorefice ha ripercorso i momenti in cui ha appreso la notizia della morte di Rita Borsellino. “Quando mi è giunta la notizia ho provato un sentimento interiore, una sorta di solitudine e mi sono detto: ora a Palermo siamo più soli”. Un momento al quale mons. Lorefice ha contrapposto il ricordo dello sguardo della donna (“I suoi occhi conducevano nella sua integrità e nella profonda spiritualità”). Il presule ha ricordato che

“Rita ha fatto suo il testamento morale di Paolo Borsellino. Lotta alla mafia non deve essere solo distaccata opera di repressione ma movimento culturale che coinvolga le giovani generazioni”,

ha ribadito l’arcivescovo citando il magistrato ucciso dalla mafia. Poi, “il filo rosso” della famiglia Borsellino, cioè le beatitudini “cui Rita attingeva e attinge ogni cristiano”. “Rendono la logica di Dio così diversa da quella degli uomini – ha detto il presule -. Rita è stata una donna che guarda la storia con gli occhi di Dio, alla luce delle beatitudini. Da lei possiamo imparare qualcosa dell’umilità e dell’audacia della fede”, ha ribadito il presule ricordando anche i “mille dubbi che porta con sé, le mille domande e le attese di giustizia”.

Il ricordo dei familiari. 
Prima dell’ultimo saluto, i familiari hanno presentato il volto più intimo della donna protagonista dell’impegno civile basato sulla cultura, “testimone autorevole e autentica dell’antimafia”, come l’ha ricordata nel suo messaggio di cordoglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Lo ha fatto la nipote, Chiara Corrao, spiegando che “ci avrebbe dato una carezza sul viso e ci avrebbe detto: ‘Che cosa dobbiamo fare?’”. “Lei trasformava in amore ogni cosa e ciò la portava a perdonare. Ci ha regalato una famiglia che va oltre a quella di sangue”. Il figlio Claudio, invece, ha ricordato che

“lo zio Paolo ci ha detto che ognuno deve fare qualcosa per quello che può. Lei ci ha voluto insegnare come si può fare ciò”.

In rappresentanza degli scout, la parola a Giulio Campo, che ha segnalato come “con il tuo agire ci hai indicato una strada praticabile di azione politica. La tua memoria è richiamo ad agire costantemente”. A margine, anche il ricordo di don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera, che rievoca nei giorni scorsi l’ultimo incontro con Rita Borsellino. “La sua è stata una vita che abbracciava la vita. Una vita che apriva il suo orizzonte agli altri. Una memoria viva che si traduce in responsabilità e impegno civile. Ha pensato la politica come servizio per il bene comune. A volte anche lei denunciava il divorzio della politica dall’etica – ha evidenziato don Ciotti -. Però, ha messo la sua faccia e si è messa in gioco per amore verso la sua terra e per portare in Europa la testimonianza di un impegno, per dire che è possibile unire le forze nella lotta alla criminalità e alla mafia”.
(fonte: SIR)




Vedi anche il post precedente:


Addio Rita ... resterai nei nostri cuori!


Addio Rita Borsellino, lo sguardo dolce dell'antimafia

Sempre presente e sempre discreta. Forte e tenera. Non ricordo quando ci siamo conosciuti. Sicuramente tanti tanti anni fa. Sicuramente a qualche iniziativa di Libera...


Rita Borsellino è morta il 15 agosto a Palermo all'età di 73 anni.

Piccola grande Rita, sguardo dolce dell'antimafia. Sempre presente e sempre discreta. Forte e tenera. Non ricordo quando ci siamo conosciuti. Sicuramente tanti tanti anni fa. Sicuramente a qualche iniziativa di Libera, l'associazione che contribuì a far nascere raccogliendo l'invito di don Luigi Ciotti. Già, Rita difficilmente diceva di no agli inviti ad esserci. Soprattutto quando l'incontro era coi giovani, coi bambini. Quante volte l'ho ascoltata dialogare con loro, in grandi città o in sconosciuti paesini del Sud. Nonna Rita (come le piaceva essere chiamata così) rendeva facili temi difficili, col sorriso e la delicatezza, e i bimbi la seguivano con attenzione. Le parole giuste come le nonne sanno fare, per trasmettere la memoria. Ma anche mamma Rita e sorella Rita. Soprattutto di altre donne che come lei avevano subito la violenza delle mafie.

Ricordo bene quegli abbracci, quel rincuorare, quel sorreggere, lei piccola e timida, la sofferenze delle altre donne. Sì, l'immagine che più mi ritorna in mente è lei sempre in prima fila nelle Giornate della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, quel 21 marzo, primo giorno di primavera, giorno in cui diceva "la vita sconfigge la morte". Era lì, sottobraccio ad altre donne con cognomi meno noti ma tutte unite dallo stesso dolore.

"La memoria è vita che si coltiva ogni giorno!", ripeteva sempre. Così il suo enorme dolore veniva messo a servizio del dolore degli altri. Non l'ho mai sentita alzare la voce. E anche quando chiedeva giustizia e verità, per suo fratello, per la sua famiglia, per le tante famiglie vittime delle mafie, lo faceva con la forza della pacatezza. No, non urlava Rita ma c'era sempre. Al di là degli eventi. "Mi sono stufata di contare le persone. La vera antimafia si fa ogni giorno senza stare attenti ai numeri", mi disse una volta nel corso di un convegno rispondendo a chi confrontava le presenze a diversi eventi. No, non ci stava Rita a chi faceva a gara a chi era più antimafia.

La sua antimafia era la vita, quotidiana. Cercando il positivo anche nei momenti più difficili, riconoscendo i "passi avanti verso la verità" ma continuando a chiedere che si andasse avanti. Rita, nonna, mamma, sorella, ha visto crescere, e lo ha ripetuto fino all'ultimo, "l'albero della pace, della giustizia, della verità", come quell'ulivo che la madre volle in via d'Amelio al posto di un monumento. Come ne era orgogliosa, come era orgogliosa di quelle olive prodotte, di quei frutti di un lavoro comune. Lo raccontava sorridendo. E quel sorriso che ha donato a tutti, malgrado tanta sofferenza, è la sua vittoria.

"Paolo è vivo", ci ripeteva sempre. Rita è viva, ora noi dobbiamo ripetere.



RITA BORSELLINO, ADDIO ALL'ANTIGONE DI PALERMO

Rita Borsellino si è spenta 26 anni dopo quell’orrendo attentato del 19 luglio che ebbe come vittima uno dei magistrati simbolo della lotta a Cosa Nostra. Ho avuto il privilegio di conoscerla e ricordo il suo sguardo celeste, così intenso, che incarnava la Palermo normanna. Dopo la morte del fratello questa farmacista così schiva e introversa aveva deciso di portare avanti la sua testimonianza nelle scuole, nelle manifestazioni e negli incontri pubblici, nonostante fosse ancora irrimediabilmente piegata dalla sofferenza. Aveva in sostanza raccolto il testimone del fratello, per continuare la lotta alla mafia con altri mezzi, a cominciare dall'indignazione civile. “Paolo”, raccontava, “dopo la morte del suo amico Giovanni Falcone sapeva di essere condannato. A casa rimaneva in disparte o in silenzio per lungo tempo: faceva le prove di come la sua famiglia sarebbe sopravvissuta alla sua scomparsa”.

La sorella “del giudice gentile”, uno dei nemici più implacabili di Cosa Nostra, aveva finito per rappresentare la figura tragica di Antigone, il personaggio di Sofocle che si batte contro il tiranno Creonte per dare sepoltura, e dunque giustizia, al fratello Polinice. Nei suoi incontri con il pubblico era lucida, pacata, determinata nel condannare il sistema mafioso e analizzare il contesto di un omicidio che aveva dietro un disegno molto più ampio di quello messo a segno dagli esecutori materiali. "Davvero crede che a reggere un’organizzazione come Cosa Nostra siano solamente i Riina e i Bagarella?”, mi disse in un'intervista. Rita Borsellino rappresentava la forza tranquilla di un movimento dedito alla lotta a Cosa Nostra attraverso gli strumenti della verità e della giustizia. Da brava farmacista inoculava nei giovani e nella società il vaccino di quell'educazione civica che è il principale anticorpo alla mentalità mafiosa. Per questo Palermo con la sua scomparsa perde un pezzo della sua anima migliore.




Ciao Rita

Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all'impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede.

Rita, una donna integra, generosa e schiva. Una donna di “sostanza” come lo era Paolo. Sempre un sorriso. Non dimentico la dignità nella sua lunga e sofferta malattia. Seguiva le leggi del cuore, della coscienza e non solo quelle dei codici. Sei stata tra le prime con Saveria Antiochia a capire che la memoria delle vittime innocenti delle mafie andava trasmessa ai giovani come impulso di vita, di conoscenza , di verità e come desiderio di costruire una Italia mai piu’ compromessa con le mafie e la corruzione. Una memoria come pungolo a fare di più e a fare meglio. Sei sempre stata allergica alle parole vuote, alle parole come esercizi di retorica. Credevi nei fatti ed è con i fatti che ti dobbiamo ricordare. Hai lottato per la verità. “Non una verità, la verità” - dicevi con tua nipote Fiammetta, perché solo con la verità si può avere giustizia.” Nel tuo impegno politico hai sempre guardato alla politica come servizio, come impegno per il bene comune, come dovrebbe essere ma non sempre lo è. Nelle campagne elettorali non hai mai promesso delle cose ma dicevi “vi prometto rispetto”. Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede. Hai trasformato il dolore per la perdita di tuo fratello in una testimonianza ai giovani, affinché riempiano la vita di senso e di significato. Ciao Rita te ne se andata ma non ti cercheremo tra i morti o sotto la pietra di un cimitero ma continuerai ad essere tra noi nei volti e nelle parole di quei ragazzi e di quelle persone che, con la tua testimonianza, ha stimolato a mettersi in gioco".

Luigi Ciotti
presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Il ricordo di Luigi Ciotti
Rita se n'è andata, non dobbiamo commemorarla a parole ma con fatti


Sono tanti i messaggi e i pensieri in queste ore dedicati a Rita Borsellino, scomparsa il giorno di Ferragosto all'età di 73 anni. Sia la gente comune che il mondo istituzionale e della politica, le associazioni, in queste ore stanno lasciando un proprio ricordo della sorella del giudice Borsellino.

La camera ardente è stata allestita in una villa di via Bernini confiscata alla mafia e diventata la sede del Centro studi "Paolo Borsellino". Un'organizzazione fondata dalla stessa Rita per ricordare il fratello magistrato Paolo, ucciso da Cosa Nostra il 19 luglio 1992. Non lontano dalle stanze che ospitano il feretro di Rita Borsellino, si trova quella che fu la villa di Totò Riina e che adesso ospita una caserma dei carabinieri. 
I funerali si terranno oggi alle 11,30 nella chiesa “Madonna della Provvidenza-Don Orione” di via Ammiraglio Rizzo. 




Ecco alcuni messaggi a ricordo di Rita Borsellino

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
"Ho appreso con grande tristezza la notizia della scomparsa di Rita Borsellino, alla quale mi legavano sentimenti di vera amicizia e di condivisione. Con coraggio e determinazione, ha raccolto l’insegnamento del fratello Paolo, diventando testimone autorevole e autentica dell’antimafia e punto di riferimento per legalità e impegno per migliaia di giovani. Ai suoi familiari esprimo la mia vicinanza e la più grande solidarietà".

Maria Falcone, sorella di Giovanni: 
"Con Rita Borsellino scompare una figura di grande umanità e una vera combattente per l'affermazione dei valori della legalità e della democrazia. Reagì al grande dolore per la drammatica perdita del fratello Paolo con la determinazione di far continuare a vivere le idee per cui lui aveva lottato fino alla morte. Oltre all’impegno nelle istituzioni, è stata testimone, in particolare con i più giovani, dell’importanza della memoria nella costruzione di un futuro libero dalle mafie. La ricorderemo sempre con gratitudine e affetto".

Associazione Antimafie Rita Atria:
"Tutti i componenti dell’Associazione Antimafie Rita Atria esprimono il proprio immenso dolore per il lutto che ha colpito tutti i siciliani onesti, tutti le persone che si battono per la verità e la giustizia. Ci sono momenti come questo in cui si resta senza parole, ma è giusto ricordare quanto importante sia stata la sua vita e quanto sia stato determinante il suo impegno e l’esempio che incarnava per le persone che hanno avuto il privilegio di conoscerla, incontrarla o anche di sentire solo le sue parole. Noi, in particolare, come associazione, con lei abbiamo un debito di riconoscenza considerato che fu la prima, insieme all’incommensurabile giudice Caponnetto, a darci fiducia e a spingerci a proseguire nel difficile viaggio che avevamo scelto, in una regione che ancora oggi risente di una subcultura mafiosa della quale non riesce a liberarsi del tutto. Da allora, abbiamo proseguito, non si può più tornare indietro dopo avere saputo che un’altra via è possibile e dopo avere conosciuto persone come lei che questa strada te l’hanno mostrata, che hanno creduto in te, che ti hanno fatto comprendere che ognuno di noi può essere, anzi deve essere, l’agente di cambiamento. E’ morta senza avere giustizia né verità, né risposte, questo bisogna ricordarlo, specialmente in questi giorni in cui ci sarà una processione di finti cordogli e false commemorazioni, specialmente da parte di chi, ancora oggi tiene le verità ben nascoste o non fa nulla affinché venga data giustizia e verità a chi le aspetta da decenni. Il suo impegno, il suo testimone, però, continuerà ad essere portato avanti, abbiamo gambe forti e spalle larghe e non ci fermeremo. La morte terrena non è definitiva se hai lasciato semi che diventeranno piante robuste, e di semi Rita ne ha piantati tantissimi. Che la terra ti sia lieve".



Una sfida per tutti RIDARE L'ANIMA A UN'ITALIA SFIATATA di p. Antonio Spadaro


Una sfida per tutti

RIDARE L'ANIMA
 A UN'ITALIA SFIATATA

di P. Antonio Spadaro,
gesuità e direttore di 
La Civiltà Cattolica



Viviamo un tempo che può diventare occasione di discernimento e rinascita.
A patto che politica, società e Chiesa ...



Forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra Chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d'Italia. Invece oggi apriamo gli occhi e vediamo che sentimenti di paura, diffidenza e persino odio, alieni dalla coscienza cristiana, hanno preso forma tra di noi e si sono espressi in vario modo (dalle urne ai social network). Forme di razzismo e xenofobia stanno emergendo nel Paese, spesso legato al fenomeno migratorio.
Non possiamo più dare per scontato il cattolicesimo del nostro popolo. E il "nemico" non è più solamente la secolarizzazione come abbiamo spesso ripetuto, ma è la paura, la frattura dei legami sociali e la perdita del senso di solidarietà

Che fare? Questo è un momento prezioso, in realtà. E' un momento di discernimento, che deve avviarsi, a mio avviso, sulla base di alcune riflessioni. 

La prima: la classe media, grande vincitrice dello sviluppo dagli anni '50 in poi, sta perdendo reddito, status sociale, senso di sicurezza e tessuto culturale in cui era nata. Gli italiani si sentono oggi più abitanti che cittadini. Questo è terreno di coltura: facile per "uomini forti" e ideologie identitarie.


La seconda: non passiamo dare la colpa di quel che accade a un solo uomo politico. In questo momento si esprimono sentimenti sordi e nascosti che da tempo si aggirano negli animi degli italiani. Gli umori sociali, le paure non esplodono all'improvviso. La gente non si è sentita ascoltata e ha reagito. Ci vogliono risposte nuove, e non è possibile tornare alle solite retoriche. Purché - come ha affermato di recente il presidente Mattarella - le isituzioni pubbliche non si facciano contagiare dai
" bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell'ostilità preconcetta."

La terza: la Chiesa deve parlare con la gente e anche con coloro che oggi sono riusciti a intercettarne umori e idee. Dobbiamo dialogare con ciò che ci fa paura, anche con i sentimenti che la gente sta esprimendo, e che immaginavamo fossero estranei al nostro popolo, cioè "barbari",Papa Leone Magno incontrò Attila. E dobbiamo farlo con la consapevolezza della profezia del Vangelo, ricordandoci che la Chiesa non può mai accettare di ridursi a partner politico.
"Vi chiedo ai essere costruttori dell'Italia" aveva chiesto Francesco nel suo discorso fondamentale, ancora non assimilato, consegnato alla Chiesa italiana a Firenze il 10 novembre 2015. In quel discorso era già prefigurata la situazione attuale.
Il nostro compite oggi come discepoli di Cristo impegnati nelle tensioni della nostra moderna democrazia è quello indicato dal presidente Mattarella: contrastare le "tendenze alla regressione della storia". E dobbiamo pure ricordare che — come disse Pio XI nel 1938 - "cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico". La cattolicità sempre antidoto al nazionalismo xenofobo poiché, a differenza della globalizzazione imposta dai mercati, pone al centro la persona e i popoli, migranti e poveri compresi

(Pubblicato su "Famiglia Cristiana n. 32/2018 del 10.08.2018)


Guarda anche il post già pubblicato:
- Il discorso di Papa Francesco alla Chiesa italiana - 10.11.2015

giovedì 16 agosto 2018

Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti

Libia. 
La rivolta dei migranti nel lager: 
temono di essere venduti ai trafficanti
di Paolo Lambruschi





La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. Le drammatiche testimonianze di alcuni detenuti raccolte da noi in diretta telefonica, le foto dei feriti, gli audio e il video su Facebook postato da Abrham, (ora anche sul nostro canale Youtube, linkato a questo articolo) giovane rifugiato eritreo di Bologna, domenica pomeriggio documentano l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.

Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollaisono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma. 

«Sono stati momenti di battaglia tra eritrei e libici – spiega il nostro contatto Solomon, pseudonimo di un prigioniero fuggito dal regime dell’Asmara, nel campo da maggio scorso dopo aver trascorso i precedenti sei mesi nell’altro lager di Gharyan – loro ci ripetono che siamo troppi e che vogliono venderci. Siamo disperati, molti parlano di suicidio. Non vediamo vie di uscita. Non possiamo tornare in Eritrea e l’Europa non ci vuole». La tensione insomma potrebbe portare ad altre rivolte.

I libici sono accusati di rallentare il processo di registrazione dei detenuti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite chiudendo le porte per ragioni di sicurezza e spostando senza preavviso le persone non ancora iscritte nelle liste Onu dei richiedenti asilo per venderli ai trafficanti.

Ieri funzionari del Palazzo di Vetro sono riusciti a entrare di mattina presto a Tarek al Matar e a proseguire nella difficile registrazione di 200 eritrei. L’intento, spiegano fonti Acnur a Tripoli, è duplice: registrare tutti e offrire ai soggetti più vulnerabili - donne, minori, ammalati che non possono venire rimpatriati per timore di persecuzioni - una evacuazione umanitaria nel centro Onu in Niger per alleggerire il campo e favorire il reinsediamento in Paesi terzi. Ma i posti a disposizione non bastano per i 1.800 dannati di Tarek Al Matar, dove il precedente governo aveva avviato progetti per due milioni per l’emergenza ormai conclusi, come anche nei centri di Tarek Al Sika a Tagiura. Anche l’Onu ammette che le condizioni del campo sono peggiorate.

E il sovraffollamento deriva dal fatto che la Guardia costiera libica ha intercettato finora 13 mila persone. In tutto il 2017 ne aveva intercettati oltre 15mila. 

Secondo una fonte libica, sempre ieri a una diplomatica dell’Unione europea sarebbe stato impedito l’accesso al centro di detenzione. La motivazione ufficiale è che non avrebbe presentato richiesta in tempo. Ma si sospetta che in realtà le autorità tripoline vogliano nascondere all’Ue i danni dell’incendio e le violenze sui detenuti. 

Secondo dati dell’Acnur, al 31 luglio nel Paese erano stati registrati 54.416 richiedenti asilo e rifugiati, 9.838 solo nel 2018. Ma se le proporzioni sono quelle del campo di Tarek al Matar, solo un terzo è stato identificato, gli altri galleggiano tra violenze, condizioni igienico sanitarie inumane e il rischio di sequestri nel limbo dei centri di detenzione, sia ufficiali che quelli nelle mani delle milizie. Ieri con un tweet eloquente la sezione italiana dell’Oim, organizzazione internazionale delle migrazioni, ha puntualizzato che il suo personale è presente agli sbarchi nei porti libici, ma la gestione dei campi è in carico alle autorità locali. 

Le tensioni a Tarek Al Matar sono esplose principalmente per il terrore di venire venduti ai trafficanti, i quali gestiscono sì le partenze sui barconi, ma solo dopo aver torturato i prigionieri per estorcere riscatti alle famiglie, oppure rivenderli come schiavi.

Dal campo abbiamo scritto sabato su Avvenire che erano sparite 20 persone, uno solo dei quali è riuscito a tornare.
«Chiamiamolo Fish, mi ha contattato – racconta Abrham, rifugiato eritreo in Italia che raccoglie le grida di aiuto della sua generazione rinchiusa – perché è riuscito a tornare a Tarek al Matar. Sono stati trasferiti in uno stanzone in un luogo sconosciuto senza cibo e senza acqua. Hanno sentito due libici che dicevano che la notizia della loro sparizione era girata in rete e quindi la vendita doveva essere interrotta. Lo hanno riportato indietro, adesso aspetta i suoi compagni».

La circolazione delle notizie via social avrebbe salvato anche gli oltre 200 prigionieri "trasferiti" due settimane fa dal centro di Tarek Al Siqa senza preavviso in un luogo sconosciuto e pressoché privo di sorveglianza dove un trafficante eritreo che collabora con i libici spacciandosi per mediatore culturale li ha contattati invitandoli a seguirlo. Il gruppo, che teme di essere già stato venduto e dove ci sono persone non registrate nelle liste umanitarie, prosegue il braccio di ferro a colpi di messaggi via social urlando nel silenzio della rete il proprio diritto ad essere accolto. 

Perché il paradosso, scorrendo le nazionalità censite dall’Onu in Libia, è che molti detenuti sono rifugiati e richiedenti asilo che dovrebbero trovarsi legalmente in Paesi sicuri a chiedere asilo oppure essere liberi di circolare in Libia. Come gli oltre 9mila sudanesi, e i 6mila eritrei e i 3mila somali e gli oltre mille etiopi cui persino Tripoli, che pure non ha firmato la Convenzione di Ginevra, riconosce lo status. Senza contare che un terzo ha meno di 18 anni e dovrebbe essere protetto dai civilissimi Stati europei. Ma nel caos libico si trovano ingabbiati sotto la sorveglianza di miliziani rivestiti con una divisa da poliziotto senza uno straccio di formazione e che considerano i prigioneri migranti illegali e merce da rivendere

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