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domenica 26 marzo 2017

L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni... L’Europa ritrova speranza nella solidarietà" Il discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo UE

L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni...
L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, ... 
quando non si chiude nella paura di false sicurezze
quando investe nello sviluppo e nella pace,
ritrova speranza quando si apre al futuro.

Papa Francesco


Udienza nella Sala Regia in Vaticano 

dei 27 Capi di Stato e di Governo 
dell'Unione europea 
con le rispettive delegazioni 
in occasione del 60° anniversario 
dei Trattati di Roma.

Venerdì, 24 marzo 2017








Illustri Ospiti,
Vi ringrazio per la Vostra presenza questa sera, alla vigilia del 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica. A ciascuno desidero significare l’affetto che la Santa Sede nutre per i Vostri rispettivi Paesi e per l’Europa intera, ai cui destini è, per disposizione della Provvidenza, inscindibilmente legata.
...
Ritornare a Roma sessant’anni dopo non può essere solo un viaggio nei ricordi, quanto piuttosto il desiderio di riscoprire la memoria vivente di quell’evento per comprenderne la portata nel presente. Occorre immedesimarsi nelle sfide di allora, per affrontare quelle dell’oggi e del domani. Con i suoi racconti, pieni di rievocazioni, la Bibbia ci offre un metodo pedagogico fondamentale: non si può comprendere il tempo che viviamo senza il passato, inteso non come un insieme di fatti lontani, ma come la linfa vitale che irrora il presente. Senza tale consapevolezza la realtà perde la sua unità, la storia il suo filo logico e l’umanità smarrisce il senso delle proprie azioni e la direzione del proprio avvenire.
Il 25 marzo 1957 fu una giornata carica di attese e di speranze, di entusiasmo e di trepidazione, e solo un evento eccezionale, per la portata e le conseguenze storiche, poteva renderla unica nella storia. La memoria di quel giorno si unisce alle speranze dell’oggi e alle attese dei popoli europei che domandano di discernere il presente per proseguire con rinnovato slancio e fiducia il cammino iniziato.
...
La rievocazione del pensiero dei Padri sarebbe infatti sterile se non servisse a indicarci un cammino, se non diventasse stimolo per l’avvenire e sorgente di speranza. Ogni corpo che perde il senso del suo cammino, cui viene a mancare questo sguardo in avanti, patisce prima un’involuzione e a lungo andare rischia di morire. Quale dunque il lascito dei Padri fondatori? Quali prospettive ci indicano per affrontare le sfide che ci attendono? Quale speranza per l’Europa di oggi e di domani?

Le risposte le ritroviamo proprio nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea e che ho già ricordati: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza - questo è il vostro compito: discernere le strade della speranza - , identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi, ma siano pegno di un cammino lungo e fruttuoso.

L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni.
 Ritengo che ciò implichi l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono tanto dai singoli, quanto dalla società e dai popoli che compongono l’Unione. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione. Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune. È opportuno tenere presente che l’Europa è una famiglia di popoli [14] e – come in ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti, ma tutti possono crescere nella misura in cui si è uniti. L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati, ponendo l’accento sul fatto che si mettevano in comune le risorse e i talenti di ciascuno. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma»[15] e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti»[16]. I Padri fondatori cercavano quell’armonia nella quale il tutto è in ognuna delle parti, e le parti sono – ciascuna con la propria originalità – nel tutto.

L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo e nello stesso tempo implica la capacità che ciascun membro ha di “simpatizzare” con l’altro e con il tutto. Se uno soffre, tutti soffrono (cfr 1 Cor 12,26). Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. La solidarietà non è un buon proposito: è caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”. Occorre ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. Alla politica spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.
...


L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale»[17]. C’è interesse nel mondo per il progetto europeo. C’è stato fin dal primo giorno, con la folla assiepata in piazza del Campidoglio e con i messaggi gratulatori che giunsero da altri Stati. Ancor più c’è oggi, a partire da quei Paesi che chiedono di entrare a far parte dell’Unione, come pure da quegli Stati che ricevono gli aiuti che, con viva generosità, sono loro offerti per far fronte alle conseguenze della povertà, delle malattie e delle guerre. L’apertura al mondo implica la capacità di «dialogo come forma di incontro»[18] a tutti i livelli, a cominciare da quello fra gli Stati membri e fra le Istituzioni e i cittadini, fino a quello con i numerosi immigrati che approdano sulle coste dell’Unione. Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. Quale cultura propone l’Europa oggi? La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario, la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. All’apertura verso il senso dell’eterno è corrisposta anche un’apertura positiva, anche se non priva di tensioni e di errori, verso il mondo. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo. Sono questi gli ideali che hanno reso Europa quella “penisola dell’Asia” che dagli Urali giunge all’Atlantico.

L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace»[19], affermava Paolo VI, poiché non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c’è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.

L’Europa ritrova speranza quando si apre al futuro. Quando si apre ai giovani, offrendo loro prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità.

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Discorso integrale ai Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea - 24 marzo 2017




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Servizio TG2000



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Il discorso integrale di Papa Francesco


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV Domenica di Quaresima / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.19/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Gv 9,1-41







Continua ancora l'itinerario battesimale iniziato Domenica scorsa con il brano della samaritana al pozzo. E' un cammino senza fine di illuminazione nella fede che ci abilita a vedere, ad aprire gli occhi sulla nostra realtà di non vedenti, perennemente bisognosi di guarigione. Nel gesto compiuto da Gesù troviamo molti riferimenti alla Creazione dell'uomo (cfr. Gen 2,7) anche se, in realtà, siamo in presenza di una creazione nuova: il fango non è più impastato con l'acqua, ma con la saliva di Gesù, simbolo dello Spirito di Dio. 
"Questo è il progetto originario di Dio, quello di farci realmente figli, impastati di polvere e Cielo, partecipi delle caratteristiche del creato e del Creatore, con i piedi per terra e il cuore sempre alla ricerca di Dio "(cit.). 
La presenza vivificante dello Spirito Creatore in noi, nelle nostre parole, nei nostri gesti, nelle nostre relazioni, fa di noi creature nuove, ci rende irriconoscibili agli occhi di coloro che giudicano secondo parametri umani anche se rivestiti di sacralità religiosa, costoro sì ciechi, incapaci di vedere e accogliere il Dio vivente che in Gesù è venuto a darci la vista e la vita. Come Paolo di Tarso che, "Apertisquae oculis, nihil videbat = Ad occhi aperti vedeva il nulla" (At 9,8), nonostante cioè conoscesse bene la Torah e fosse irreprensibile nella sua osservanza (cfr. Fil 3,6), era come fosse cieco perché non aveva ancora compreso che il fine della Legge è il bene assoluto degli uomini, e che Dio ce ne aveva fatto dono "perché avessimo vita e l'avessimo in abbondanza" (10,10). Quando così non è, la Legge diventa strumento di oppressione, un giogo insopportabile, uno strumento diabolico dispensatore di sofferenze e di morte. E' lo stravolgimento della Verità di Dio, il tradimento dell'Alleanza, la fine del sogno d'amore del Padre sull'umanità. Per questa ragione quanti hanno avuto la grazia di avere aperti gli occhi, alla stregua di Gesù, vengono banditi dalla comunità come fossero dei corpi estranei. Il brano infatti comincia con un cieco che ottiene di vedere e viene espulso e termina con dei presunti vedenti che in realtà sono i veri ciechi. "Adesso l'ex cieco, espulso fuori dalle tenebre di chi lo vuole cieco alla luce di chi gli ha dato la vista, può finalmente incontrare il Volto "(cit.)


sabato 25 marzo 2017

"Affidarsi a Dio, come mendicanti persi nel buio" di p. Ermes Ronchi - IV Domenica di Quaresima – Anno A

Affidarsi a Dio, come mendicanti persi nel buio



Commento
IV Domenica di Quaresima – Anno A

Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». (...)

Gesù vide un uomo cieco dalla nascita... Gesù vede. Vede lo scarto della città, l'ultimo della fila, un mendicante cieco. L'invisibile. E se gli altri tirano dritto, Gesù no, si ferma. Senza essere chiamato, senza essere pregato. Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Vale anche per noi, ci incontra così come siamo, rotti come siamo: «Nel Vangelo il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona» (Johannes Baptist Metz).
I discepoli che da anni camminano con lui, i farisei che hanno già raccolto le pietre per lapidarlo, tutti per prima cosa cercano le colpe (chi ha peccato, lui o i suoi genitori?), cercano peccati per giustificare quella cecità. Gesù non giudica, si avvicina. E senza che il cieco gli chieda niente, fa del fango con la saliva, stende un petalo di fango su quelle palpebre che coprono il nulla.
Gesù è Dio che si contamina con l'uomo, ed è anche l'uomo che si contagia di cielo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che viene al mondo, che viene alla luce, è una mescolanza di terra e di cielo, una lucerna di argilla che custodisce un soffio di luce.
Vai a lavarti alla piscina di Siloe... Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c'è ancora, quando c'è solo buio intorno. Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo. «Figlio della luce e del giorno» (1Ts 5,5), ridato alla luce, ri-partorito a una esistenza di coraggio e meraviglia.
Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un'infinita tristezza. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia: l'uomo passa da miracolato a imputato.
Ma Gesù continua il suo annuncio del volto d'amore del Padre: a Dio per prima cosa interessa un uomo liberato, veggente, incamminato; un rapporto che generi gioia e speranza, che porti libertà e che faccia fiorire l'umano! Gesù sovverte la vecchia religione divisa e ferita, ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l'uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.
Gli uomini della vecchia religione dicono: Gloria di Dio è il precetto osservato e il peccato espiato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo con occhi che si riempiono di luce. E ogni cosa ne è illuminata.


Verso Gerusalemme. Nel mistero della Pasqua del Signore: At 19,21-21,16 (Alberto Neglia)

Verso Gerusalemme. 
Nel mistero della Pasqua del Signore: 
At 19,21-21,16 
a cura di P. Alberto Neglia 
(VIDEO INTEGRALE)


Sesto incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 



08.03.2017

1. Salire a Gerusalemme
Paolo è ad Efeso da tre anni. A partire da At 19,21, c'è come una svolta nella vita di Paolo: «Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: “Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma”». 
Questo proposito di salire a Gerusalemme, credo vada riletto come un desiderio di ripercorrere la storia della salvezza come vicenda personale. Gerusalemme è già la meta del viaggio delle tribù del Signore (Sal 120-134). In questo viaggio c'è una memoria prossima di un pellegrino per eccellenza: Gesù. Gerusalemme, infatti è il luogo al quale è salito Gesù (Lc 9,51). Nei capitoli precedenti Paolo è autore di imprese all'esterno, a partire da 19,21 è proiettato alla ricerca della sua identità. Il salire a Gerusalemme, quindi ha un valore sacramentale. È volontà di convertirsi, di immergersi ancora nel mistero di Cristo. Pare che Paolo sia alla ricerca della sua identità. È un peregrinare dentro se stesso.
...

6. At 20,17-38 Addio agli anziani di Efeso: Testamento di Paolo

«Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa». Questo discorso di congedo lo possiamo leggere alla luce del Discorso di Gesù nell’Ultima cena riportata nel vangelo di Giovanni. Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola. Egli lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre.
...
Le prime parole che Paolo rivolge agli anziani sono: «Voi sapete…». Egli sottolinea che non ha niente da nascondere…, illustra lo stile di Dio, lo stile della semplicità, in cui quel che si dice corrisponde a quel che si fa. Proprio questo è ciò attribuisce autorità. È un invito alla trasparenza. 
L’esperienza di Paolo è un’esperienza comunitaria… Il suo ministero, il suo modo di comunicare il Vangelo, è stato quello di andare in mezzo alle persone, lì dove vivono, prima in sinagoga, poi, quando l’hanno cacciato, nella scuola di un filosofo, infine, nelle piazze, dove ha incontrato le donne che lavavano i panni. Egli ha sempre operato nella vita quotidiana. Il Vangelo non è qualcosa di astruso, di separato da quello che le persone vivono quotidianamente. È invece il principio dell’incarnazione: entra e si incontra dove le persone vivono. D’altra parte, Dio è proprio questo stare “con”, soprattutto con chi è solo, con i peccatori, con i pubblicani, con le prostitute, con i poveri.

«… per tutto il tempo…»: Paolo non ha cambiato il suo comportamento. Anche quando si sono riunite attorno a lui delle persone che ascoltavano, quando si è formato il primo nucleo della Chiesa. C’è quindi una comunanza di vita. È bello concepire l’apostolato come lo stare “con”, e non come lo stare immerso nei propri privilegi, nelle proprie ricchezze.

«… servendo il Signore…»: la caratteristica di Paolo non è quella del padrone. Ma quella di servire il Signore, nello stile di Gesù.

«Con tutta umiltà…»: Paolo invita all’umiltà anzitutto: «ho servito il Signore con tutta umiltà» (v. 19): non è solo virtù invocata o occasionale, ma esperienza costante del limite e convinzione della propria non indispensabilità.

«... e lacrime e prove…»: la vita di Paolo è associata al mistero di morte e resurrezione di Cristo. In Col 1,24, scrive: «Compio in me a vostro favore quel che ancora manca alle sofferenze di Cristo».

«non mi sono mai tirato indietro…»: Paolo si è rivolto a tutti, giudei e greci… Paolo mostra coraggio enorme nel mettere a confronto culture diverse, preoccupato solo di evidenziare che Dio è Padre di tutti e gli altri sono miei fratelli.

«Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme»: qui Paolo accenna alla sua situazione presente e futura, dove viene messo in evidenza non ciò che Paolo fa ma quello che gli altri gli faranno. Egli “incatenato” (dedeménos) allo Spirito che è massima relazione d’amore tra Padre e Figlio, che coinvolge lui a saper donare la sua vita a tutti. Questa catena dello Spirito rappresenta un sigillo d’amore più forte della morte che Paolo sta per affrontare.

«Vado a Gerusalemme…»: ripeto, andare a Gerusalemme significa tornare alla casa del Padre, ripercorrendo, in modo sacramentale, l’itinerario di Gesù. Solo da lì si può ripartire per andare agli estremi confini del mondo, Roma.

Come Gesù, salendo a Gerusalemme, per tre volte ha annunziato ai suoi il mistero della sua passione, così Paolo dice che lo aspettano catene e tribolazioni. In questo senso è significativo ciò che Paolo scrive in Col 1,24: «Io compio in me, nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo in vostro favore». Questo è confermato da ciò che scrive in 2Cor 11,22-28, è un testo che ci fa capire che le catene di cui parla, sono catene che ha già sperimentato sulla sua pelle.

«… purché compia la mia corsa…»: Paolo è consapevole di ciò a cui va incontro, lo abbraccia con gioia nella consapevolezza dell’assimilazione al Signore: per me la vita è Cristo! È per lui che Paolo compie la corsa del servizio che ha ricevuto dal Signore: l’essere servo dei fratelli, questo è amare i fratelli. In tal modo Paolo è testimone del volto di Gesù e del Vangelo che racconta con la sua vita consegnata.

«E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto»: in un certo senso Paolo ha consegnato il suo ritratto, adesso, nei versi 25-31, fa alcune raccomandazioni. Egli ricorda che ha annunciato tutta la volontà di Dio senza ambiguità e senza secondi fini, con coraggio e franchezza (parresia), per cui «io sono innocente del sangue di tutti», cioè io non sono responsabile se qualcuno si perde… Quindi ognuno deve assumersi le sue responsabilità. È quando uno se ne va che si vede se quel che ha fatto ha radici. Andando via Paolo mette gli altri in condizioni di camminare con le proprie gambe.

«State attenti a voi stessi e a tutto il gregge…»: questo è il centro del discorso. Paolo sta parlando ai presbiteri. Egli ricorda che lo Spirito santo li ha scelti dentro questo gregge come persone chiamate a guardare la situazione (episcopoi), dallo sguardo di Dio, ricordando sempre che si tratta di pascere la chiesa che è di Dio (e non dei presbiteri) che si è acquistata con il proprio sangue. La morte del Figlio, infatti, è la manifestazione totale del padre per il Figlio e del Figlio per il Padre e per tutti noi.

Occorre allora avere attenzione per ogni persona perché Cristo «è morto per tutti i peccatori dei quali io sono il primo», dice Paolo. Tutti sono miei fratelli, non escludo nessuno, perché ogni persona è figlio di Dio.

«Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci»: è l’Appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per poveri. Paolo ha educato gli Efesini alla libertà e alla responsabilità, e quindi invita gli anziani ad adoperarsi perché la gente sia libera e capace di vivere da figli e da fratelli. Adesso li mette in guardia contro lupi rapaci. All’epoca erano coloro che non avevano accettato il concilio di Gerusalemme.
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Guarda anche gli incontri dei MERCOLEDÌ' precedenti già pubblicati:

Prepararsi alla Settimana Santa - Oratorio Musicale sul Vangelo della Passione secondo Matteo - Appuntamento del 27 marzo 2017

Prepararsi alla Settimana Santa 
Oratorio Musicale sul Vangelo della Passione 
secondo Matteo 
Appuntamento del 27 marzo 2017




presso la Parrocchia 

"Santi Andrea e Vito"

di Barcellona P.G. (ME)

h. 19.30

lunedì 27 marzo 2017




L’ “Oratorio Musicale sulla Passione del Signore” un appuntamento promosso dal Vicariato di Barcellona P.G., che si ripete anche quest’anno nel contesto delle iniziative “Arte Fede Cultura”. Rifacendoci ad una antica tradizione omiletica e musicale della cultura italiana ed europea (si veda, ad esempio, la celebre Passione secondo Matteo e secondo Giovanni di J. S. Bach) e adattandola ai nostri tempi, si vuole offrire una riflessione meditata, pregata e musicata (per questo è detto “oratorio”) sulla Passione di Gesù Cristo secondo Matteo. E’ un modo per prepararsi alle celebrazioni della settimana santa. Gli appuntamenti sono: il 27 marzo h. 19.30 presso la Parrocchia Santi Andrea e Vito, e il 3 aprile h. 19.30 presso il Santuario di S. Antonio di Padova dei Frati Minori (quartiere S. Antonino).

lunedì 27 marzo 2017

Lettore: Ivan Bertolami, attore.

Commento omiletico: fr. Egidio Palumbo ocarm – sac. Pietro Benenati.

Commento musicale: Salvina Miano e la corale dei “Piccoli Cantori”, il Coro Parrocchiale.

LA TEOLOGIA FRA PAROLA DI DIO E PAROLE DEGLI UOMINI di Bruno Forte

LA TEOLOGIA FRA PAROLA DI DIO E PAROLE DEGLI UOMINI
di Bruno Forte
 Arcivescovo di Chieti-Vasto



Prolusione ai Corsi di Teologia 

dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, 

Milano, 15 Marzo 2017



Il rapporto fra la teologia e Parola di Dio è così decisivo per il pensiero della fede, che non a caso il Novecento teologico conobbe presto un’appassionata polemica proprio riguardo ad esso: ne furono protagonisti il giovane Karl Barth - che aveva da poco pubblicato la seconda, radicalmente innovativa edizione del suo commento a La lettera ai Romani di Paolo (1922) - e il suo maestro berlinese, ultimo grande corifeo della teologia liberale, Adolf von Harnack. Questi aveva rivolto pubblicamente Quindici domande a quei teologi che disprezzano la teologia scientifica, indirizzandosi di fatto all’antico allievo. Barth aveva replicato con Quindici risposte al Professor von Harnack, che a sua volta gli rispose con una lettera aperta, cui seguirono un’ulteriore replica di Barth e un intervento conclusivo di Harnack . Il Maestro berlinese rimproverava ai “detrattori della teologia scientifica fra i teologi” (“Verächter der wissenschaftliche Theologie unter den Theologen”) l’aver abdicato al metodo storico-critico, il solo in grado di evitare il rischio di confondere “un Cristo immaginario con quello reale”, oltre che di procurare alla teologia dignità e rispetto fra le scienze. Era convinzione del Professore di Berlino che chi trasforma “la cattedra teologica in pulpito”, compromette anche la continuità fra l’umano nei suoi gradi più elevati e il divino, aprendo la strada alla barbarie e all’ateismo. Una teologia dipendente dalla Scrittura sarebbe forse pure edificante, ma di certo poco scientifica e del tutto incapace di parlare a intelligenze libere e adulte. Nelle sue risposte - non prive della veemenza del neofita - Barth punta l’indice contro quel mondo teologico “cui è diventato estraneo e inaudito il concetto di un oggetto normativo, davanti all’unica normativa del metodo”. Dove si riconosce correttamente il primato dell’Oggetto puro, della Parola divina nelle parole con cui si comunica agli uomini, lì ogni soggettivismo è fugato e la teologia si incontra al livello più alto e fecondo con la predicazione, perché entrambe si riconoscono al servizio della rivelazione di Dio. Arbitrio e soggettività si insinuano, al contrario, lì dove il primato è dato alle parole degli uomini piuttosto che all’auto-comunicazione divina. 
...
“La sacra teologia si basa come su un fondamento perenne sulla parola di Dio scritta, inseparabile dalla sacra Tradizione; in essa vigorosamente si consolida e si ringiovanisce sempre, scrutando alla luce della fede ogni verità racchiusa nel mistero di Cristo. Le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio; sia dunque lo studio delle sacre pagine come l’anima della sacra teologia" 
...
Si comprende allora che, se nel testo citato della Dei Verbum il Vaticano II afferma con chiarezza l’assoluto primato della Parola rivelata su ogni conoscenza della fede, un tale primato non esclude in alcun modo le sfide del vissuto umano, le assume anzi perché trovino luce nell’auto-comunicazione del Verbo procedente dal divino Silenzio. Solo così la Parola si offre nel suo senso più profondo e nella potenzialità degli orizzonti che schiude all’esistenza umana in questo mondo. È perciò a queste sfide e a queste luci che vorrei accostarmi per rapportare ad esse il dono della Parola, riconoscendo in ciascuna un’icona capace di rivelare l’umano a se stesso e di aprirlo all’avvento divino. Muovendo dalla sfida dell’interruzione e dall’icona del dolore, la più universale di tutte le domande, mi accosterò all’esistenza umana intesa come esodo e, proprio così, come icona dell’attesa. A questa attesa corrisponde anzitutto il divino Silenzio, che suscita e nutre l’ascolto, in cui la Parola di Dio viene ad abitare le parole degli uomini perché possa realizzarsi l’incontro dell’avvento e dell’esodo, e gli abitatori del tempo possano accogliere l’autocomunicazione dell’Eterno. Una riflessione conclusiva toccherà la preghiera e l’icona della lotta e della resa, da essa evocata
...
Il silenzio divino non è solo quello della silenziosa scrittura dei cieli (cf. Sal 19,2), né è solo la misteriosa presenza, con cui l’Eterno viene a sconvolgere tutte le possibili attese, offrendosi al suo eletto nella “voce del tenue silenzio” (cf. 1 Re 19,11_13). Il nascondimento del volto divino non è solo esperienza psicologica della Sua assenza o vicenda storica legata al tempo della rovina, in cui Dio sembra ritrarre la Sua protezione dal popolo eletto: il silenzio di Dio ha un valore teologico, è una sfida radicale sul Mistero, un invito a credere ed affidarsi all’assente Presenza ed a perseverare nell’abbandono al Volto cercato, anche quando questo Volto fa sentire tutto il peso tragico del Suo nascondimento: “Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui” (Is 8,17). Questo silenzio è uno sperimentare nella drammaticità del fallimento che la via di Dio non è solo quella della parola e della risposta, ma che anche quella conturbante del silenzio, cui corrispondere nello spazio vuoto dell’ascolto fedele
...

Leggi tutto:

venerdì 24 marzo 2017

"L’Evangelo: una buona notizia per i poveri, i peccatori, i malati, le donne, gli stranieri" / 2 di Enzo Bianchi

"Uomini e Profeti" - Lezioni. 


"L’Evangelo: una buona notizia per 
i poveri, i peccatori, i malati, le donne, gli stranieri" 
di Enzo Bianchi

In questa serie di lezioni Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, esplora il significato del Vangelo, che è il cuore stesso del cristianesimo: non la proiezione delle aspettative dei credenti, non un idolo, non un ricettacolo di norme morali, ma un annuncio che vi è speranza per gli ultimi della terra, che da essi occorre partire per ricostruire umanità.

Nella seconda lezione, Enzo Bianchi, con la profondità umana che gli è propria, e con la grande conoscenza delle Scritture, rileva come, nelle tante guarigioni che Gesù compie nei confronti di persone affaticate nel corpo o nello spirito, viene messa in evidenza l’attenzione alla sofferenza umana, che non ha nulla a che vedere, come dicono i testi stessi dei Vangeli, con una punizione divina, a differenza di quanto sostengono alcuni ancor oggi. “Dio non ama la sofferenza degli uomini” dice Bianchi. E mostra come vi sia un difficile esercizio da compiere tra la lotta contro il dolore e l’accettazione della fine qualora essa sia inevitabile. 

Letture di Roberta Greganti, Graziano Piazza

I testi delle letture sono tratti da:
Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto, ed. Ponte alle Grazie
Preghiera scritta da uno sconosciuto prigioniero del Campo di sterminio di Ravensbruck e lasciata accanto al corpo di un bambino morto

Riferimenti biblici:
Matteo 9,9 - 13
Marco 5, 24b - 34
Giovanni 5, 1- 5
Esodo 34, 5 - 9


"La visita di Francesco un segnale per Milano" don Virginio Colmegna

"La visita di Francesco un segnale per Milano" 
don Virginio Colmegna


Una riflessione a partire dai luoghi scelti 
da Papa Francesco 
per la visita Milano del 25 marzo





La sua visita è un dono importante, un appuntamento preparato con cura dall’Arcivescovo, dai sacerdoti e dai fedeli di tutta la Diocesi, ma anche un momento atteso da tutte le persone entusiaste per il messaggio di pace e fraternità di Francesco. La giornata del 25 marzo sarà un incontro gioioso, aperto a tutti, capace di parlare a cattolici, cristiani, fedeli di altre religioni e non credenti. Quello tra il Papa e la città metropolitana sarà un vero e proprio dialogo, al quale Milano arriva condividendo virtù e sofferenze, proponendo la sua tradizione e le sue nuove culture, mostrando i suoi luoghi storici e quelli più marginali. Non a caso, è proprio da qui che il Pontefice inizierà la sua giornata.

La prima tappa della visita del Papa alle case bianche in zona Forlanini è una dichiarazione di intenti: una città la si guarda meglio dalle sue periferie e la si capisce davvero incontrando le persone che lì vi abitano. Del resto, ancora prima di essere eletto, Bergoglio invitava già la Chiesa ad andare verso “le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali”. Lo disse ai cardinali alla vigilia del conclave, lo ha continuato a ripetere con forza dopo la sua elezione. E tutte le volte che ho sentito le sue parole ho ripensato a quelle di un altro gesuita, il Cardinal Martini, che ha sempre invitato la città intera a lasciarsi interrogare dalle sofferenze dei “più sprovveduti” e a partire dagli ultimi per trovare soluzioni positive ai problemi di tutti. 

Arrivando dopo la visita in via Salomone, allora, l’incontro in Duomo con sacerdoti e suore acquista un significato ancora più forte: unisce centro e periferia, ricorda il concetto di “Chiesa povera e per i poveri” e ribadisce l’importanza di una vera “conversione ecologica”, per la giustizia e l’inclusione, contro le disuguaglianze e lo scarto. Ed è proprio all’interno di questo orizzonte, tracciato dal Pontefice nella Laudato si’, che va collocato anche il momento successivo della visita: il pranzo a San Vittore. Perché, in una giornata tanto densa, trascorrere tanto tempo in un carcere? Perché è partendo da luoghi come questo che la Buona novella del Vangelo ci dà il coraggio di opporre riconciliazione, giustizia e pace a vendetta, rancore e scontro. 

Così come le case bianche danno ancor più senso al Duomo, allo stesso modo le ore nella casa circondariale con i detenuti rafforzano gli appuntamenti al parco di Monza con i fedeli e allo stadio di San Siro con i giovani. Le prime arricchiscono i secondi, li rendono ancora più autorevoli perché l’attenzione verso gli esclusi è un primo passo imprescindibile per l’ecologia integrale promossa dal Papa. 

Nella visione di città - e di società - di Francesco nessuno dei luoghi che toccherà il 25 marzo può mancare. Sono tutti necessari e in ciascuno di essi bisogna “essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati”. Lo ha scritto nell’Evangelii Gaudium dove, poche righe dopo aggiunge: “Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo!”. 

Non so se il Pontefice avesse in mente Milano mentre scriveva questo passaggio, ma sono certo che il far dell’accoglienza un motore di crescita per tutti sia una delle caratteristiche della nostra città che l’hanno resa grande. Mi auguro allora che la visita del Papa possa diventare un’occasione per riscoprire questo nostro patrimonio, per renderlo ancor più vivo e, una volta che Francesco sarà ripartito, per trasformarlo in azioni concrete sempre più attuali ed efficaci.

(Fonte: Casa della Carità)


Tra gli appuntamenti più attesi l'incontro con i detenuti di San Vittore
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Intervista al Cardinale di Milano
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«Chiediamo la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 marzo 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Una giornata per ascoltare”


Fra le tante giornate speciali che si celebrano per i più svariati motivi, sarebbe utile dedicare una «giornata per ascoltare». Immersi come siamo nella «confusione», nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella «mondanità», rischiamo infatti di rimanere «sordi alla parola di Dio», di far «indurire» il nostro cuore, e di «perdere la fedeltà» al Signore. Occorre «fermarsi» e «ascoltare».

Lo ha suggerito Papa Francesco celebrando la messa a Santa Marta giovedì 23 marzo. All’omelia, riprendendo i testi della liturgia del giorno, ha subito fatto notare: «Proprio a metà del tempo di quaresima, in questo cammino verso la Pasqua, il messaggio della Chiesa oggi è molto semplice: “Fermatevi. Fermatevi un attimo”». Ma «perché — si è chiesto — dobbiamo fermarci?». La risposta è giunta dal ritornello del salmo responsoriale (94): «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore». Quindi: «Fermatevi per ascoltare».

Da qui è partita la riflessione del Pontefice, che ha preso poi in esame la lettura del profeta Geremia (7, 23-28) nella quale si racconta, tramite le parole di Dio stesso, «il dramma di quel popolo che non ha voluto, non ha saputo ascoltare. “Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”». L’invito del Signore è chiaro: «Camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici». Cioè, ha spiegato il Papa, è come se il Signore avesse detto al suo popolo: «Le cose che io vi dirò sono per la vostra felicità. Non siate sciocchi. Credete a questo. Fermatevi: ascoltate». Un invito, però, caduto nel vuoto. Tanto che «poi il Signore un po’ si lamenta; è il lamento di un papà addolorato: “Ma essi non ascoltarono, né prestarono orecchio alla mia parola, anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”».

Subito Francesco ha riportato il racconto biblico alla situazione dell’uomo di oggi: «Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da lui, voltiamo le spalle». Un atteggiamento, ha aggiunto, che porta delle conseguenze: «se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci. E di tanto chiuderci le orecchie, diventiamo sordi: sordi alla parola di Dio». Nessuno può chiamarsi fuori da questa situazione, come ha evidenziato il Papa rivolgendosi ai fedeli presenti: «Tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte — quante volte! — abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi».

Cosa comporta tale sordità? «Quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi — ha spiegato il Pontefice — chiude le orecchie e diventa sorda alla parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono». Ci si allontana, cioè, «dal Dio vivo».

Ma non è questa l’unica conseguenza. Il Papa ha infatti fatto notare che «voltare le spalle fa che il nostro cuore si indurisca. E quando non si ascolta, il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso, ma duro e incapace di ricevere qualcosa». Quindi: «non solo chiusura», ma anche «durezza di cuore». In questa situazione l’uomo, «vive in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene», in una realtà che «lo allontana ogni giorno di più da Dio».

È un processo negativo che conduce dal «non ascoltare la parola di Dio» all’allontanarsi, quindi al «cuore indurito, chiuso in se stesso», fino a perdere «il senso della fedeltà». Infatti, sempre nel brano di Geremia, si legge il lamento del Signore: «La fedeltà è sparita». Anche qui, immediato, da parte del Papa, il riferimento alla contemporaneità: è allora, ha detto, che «diventiamo cattolici “infedeli”, cattolici “pagani” o, più brutto ancora, cattolici “atei”, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente». Quel «non ascoltare e voltare le spalle» che «ci fa indurire il cuore», porta quindi l’uomo «su quella strada della infedeltà».

E non finisce qui. C’è «di più». Il vuoto interiore che creiamo con la nostra infedeltà, infatti, «come si riempie?». Si riempie, ha risposto il Pontefice, «in un modo di confusione» in cui «non si sa dove è Dio, dove non è», e «si confonde Dio con il diavolo». È proprio la situazione descritta nel vangelo di Luca (11, 14-23), nel quale si narra l’episodio in cui «a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice», alcuni dicono: «E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù». Questa, ha spiegato Francesco, «è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore, ti porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi». Ha commentato il Papa: «Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù». È lo stupore descritto anche nel Vangelo — «le folle furono prese da stupore» — che «apre le porte alla parola di Dio».

Perciò, ha concluso il Pontefice invitando tutti a un serio esame di coscienza, «ognuno di noi oggi può chiedersi: “Mi fermo per ascoltare la parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando?»; e ancora: «Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?».

Di qui l’invito: «Oggi è una giornata per ascoltare. “Ascoltate, oggi, la voce del Signore”, abbiamo pregato. “Non indurite il vostro cuore”». E il suggerimento per la preghiera personale: «Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca».
(fonte: L'Osservatore Romano)



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giovedì 23 marzo 2017

«il Signore ci chiede di essere seminatori di speranza. E oggi serve seminare speranza, ma non è facile …» Papa Francesco Udienza Generale 22/03/2017 (foto, testo e video)

 Udienza Generale 
 22 marzo 2017 

Il Papa è arrivato oggi un paio di minuti dopo le 9.30 in piazza San Pietro, e subito ha fatto fermare la “papamobile” per far salire a bordo insieme con lui cinque ragazzi – tre maschi, con cappellino giallo, e due femmine dai lunghi capelli – sulla jeep bianca scoperta. Durante la sua prima sosta, davanti alla transenna prospiciente al sagrato, Francesco è stato festosamente salutato anche da alcuni fedeli cinesi, con le loro bandierine rosse. 15mila, oggi, secondo la Prefettura della Casa Pontificia, le persone presenti all’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro. Molti i bimbi che Francesco ha baciato e accarezzato, tra cui una bimba in tutù bianco. Variopinti anche gli striscioni, uno dei quali violetto con la scritta “Unidos per la Fe'”, proveniente dal Perù. Molto nutrito il gruppo degli studenti, riconoscibili dai cappellini colorati. Prima di compiere l’ultimo tratto a piedi, verso la sua postazione al centro del sagrato, il Papa è sceso dalla jeep bianca scoperta congedandosi, con un bacio, dai suoi piccoli passeggeri. Ultimissima sosta, quella con un gruppo di studenti – dai cappellini gialli come i suoi tre passeggeri maschi – che lo acclamavano a gran voce per un “bagno di folla” personalizzato.



Guarda il video del saluto ai fedeli

Una speranza fondata sulla Parola (cfr Rm 15, 1-6)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Già da alcune settimane l’Apostolo Paolo ci sta aiutando a comprendere meglio in che cosa consiste la speranza cristiana. E abbiamo detto che non era un ottimismo, era un’altra cosa. E l’apostolo ci aiuta a capire questo. Oggi lo fa accostandola a due atteggiamenti quanto mai importanti per la nostra vita e la nostra esperienza di fede: la «perseveranza» e la «consolazione» (vv. 4.5). Nel passo della Lettera ai Romani che abbiamo appena ascoltato vengono citate due volte: prima in riferimento alle Scritture e poi a Dio stesso. Qual è il loro significato più profondo, più vero? E in che modo fanno luce sulla realtà della speranza? Questi due atteggiamenti: la perseveranza e la consolazione.

La perseveranza potremmo definirla pure come pazienza: è la capacità di sopportare, portare sopra le spalle, “sop-portare”, di rimanere fedeli, anche quando il peso sembra diventare troppo grande, insostenibile, e saremmo tentati di giudicare negativamente e di abbandonare tutto e tutti. La consolazione, invece, è la grazia di saper cogliere e mostrare in ogni situazione, anche in quelle maggiormente segnate dalla delusione e dalla sofferenza, la presenza e l’azione compassionevole di Dio. Ora, san Paolo ci ricorda che la perseveranza e la consolazione ci vengono trasmesse in modo particolare dalle Scritture (v. 4), cioè dalla Bibbia. Infatti la Parola di Dio, in primo luogo, ci porta a volgere lo sguardo a Gesù, a conoscerlo meglio e a conformarci a Lui, ad assomigliare sempre di più a Lui. In secondo luogo, la Parola ci rivela che il Signore è davvero «il Dio della perseveranza e della consolazione» (v. 5), che rimane sempre fedele al suo amore per noi, cioè che è perseverante nell’amore con noi, non si stanca di amarci! E’ perseverante: sempre ci ama! E si prende cura di noi, ricoprendo le nostre ferite con la carezza della sua bontà e della sua misericordia, cioè ci consola. Non si stanca neanche di consolarci.

In tale prospettiva, si comprende anche l’affermazione iniziale dell’Apostolo: «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (v. 1). Questa espressione «noi che siamo i forti» potrebbe sembrare presuntuosa, ma nella logica del Vangelo sappiamo che non è così, anzi, è proprio il contrario perché la nostra forza non viene da noi, ma dal Signore. Chi sperimenta nella propria vita l’amore fedele di Dio e la sua consolazione è in grado, anzi, in dovere di stare vicino ai fratelli più deboli e farsi carico delle loro fragilità. Se noi stiamo vicini al Signore, avremo quella fortezza per essere vicini ai più deboli, ai più bisognosi e consolarli e dare forza a loro. Questo è ciò che significa. Questo noi possiamo farlo senza autocompiacimento, ma sentendosi semplicemente come un “canale” che trasmette i doni del Signore; e così diventa concretamente un “seminatore” di speranza. E’ questo che il Signore ci chiede, con quella fortezza e quella capacità di consolare e essere seminatori di speranza. E oggi serve seminare speranza, ma non è facile …

Il frutto di questo stile di vita non è una comunità in cui alcuni sono di “serie A”, cioè i forti, e altri di “serie B”, cioè i deboli. Il frutto invece è, come dice Paolo, «avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù» (v. 5). La Parola di Dio alimenta una speranza che si traduce concretamente in condivisione, in servizio reciproco. Perché anche chi è “forte” si trova prima o poi a sperimentare la fragilità e ad avere bisogno del conforto degli altri; e viceversa nella debolezza si può sempre offrire un sorriso o una mano al fratello in difficoltà. Ed è una comunità così che “con un solo animo e una voce sola rende gloria a Dio” (cfr v. 6). Ma tutto questo è possibile se si mette al centro Cristo, e la sua Parola, perché Lui è il “forte”, Lui è quello che ci dà la fortezza, che ci dà la pazienza, che ci dà la speranza, che ci dà la consolazione. Lui è il “fratello forte” che si prende cura di ognuno di noi: tutti infatti abbiamo bisogno di essere caricati sulle spalle dal Buon Pastore e di sentirci avvolti dal suo sguardo tenero e premuroso.

Cari amici, non ringrazieremo mai abbastanza Dio per il dono della sua Parola, che si rende presente nelle Scritture. È lì che il Padre del Signore nostro Gesù Cristo si rivela come «Dio della perseveranza e della consolazione». Ed è lì che diventiamo consapevoli di come la nostra speranza non si fondi sulle nostre capacità e sulle nostre forze, ma sul sostegno di Dio e sulla fedeltà del suo amore, cioè sulla forza e la consolazione di Dio. Grazie.


Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Danimarca, Norvegia e Stati Uniti d’America. Auspico che questa nostra celebrazione di Quaresima sia per voi e per le vostre famiglie un tempo di grazia e di rinnovamento spirituale, colmo di gioia e pace nel Signore Gesù.

Rivolgo il mio cordiale saluto ai partecipanti al Convegno sul tema: “Watershed: Replenishing Water Values for a Thirsty World”, promosso dal Pontificio Consiglio per la Cultura e dal Capitolo Argentino del Club di Roma. Proprio oggi si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, istituita 25 anni fa dalle Nazioni Unite, mentre ieri ricorreva la Giornata Internazionale delle Foreste. Mi rallegro di questo incontro, che segna una nuova tappa nell’impegno congiunto di varie istituzioni per sensibilizzare alla necessità di tutelare l’acqua come bene di tutti, valorizzando anche i suoi significati culturali e religiosi. Incoraggio in particolare il vostro sforzo nel campo educativo, con proposte rivolte ai bambini e ai giovani. Grazie per quanto fate, e che Dio vi benedica!]

...

APPELLO

Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 23 e 24 marzo per riscoprire il sacramento della riconciliazione: “24 ore per il Signore”. Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona.


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* * *

Cari pellegrini di lingua italiana, benvenuti!

Saluto i partecipanti all’incontro per Direttori Migrantes e li incoraggio a proseguire nell’impegno per l’accoglienza e l’ospitalità dei profughi e dei rifugiati, favorendo la loro integrazione, tenendo conto dei diritti e dei doveri reciproci per chi accoglie e chi è accolto. Non dimentichiamo che questo problema di oggi dei rifugiati e dei migranti è la tragedia più grande dopo quella della Seconda Guerra Mondiale.

Saluto i ragazzi con sindrome di down della Diocesi di Ascoli Piceno e i lavoratori del Sindacato Italiano balneari, del Gruppo Fruit imprese e della Accenture Services.

Un particolare saluto rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Sabato prossimo celebreremo la Solennità dell’Annunciazione del Signore alla Vergine Maria. Cari giovani, sappiate mettervi in ascolto della volontà di Dio come Maria; cari malati, non scoraggiatevi nei momenti più difficili sapendo che il Signore non dà una croce superiore alle proprie forze; e voi, cari sposi novelli, edificate la vostra vita matrimoniale sulla salda roccia della Parola di Dio.


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Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - III Domenica di Quaresima / A - 19/03/2017

 Omelia p. Gregorio Battaglia

- III Domenica di Quaresima - A


19/03/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Incontrare Cristo, cosa significa per me? Significa incontrare la sorgente d'acqua... é Lui che non solo disseta la nostra sete fisica momentanea, Lui dà senso alla nostra vita, Lui ci introduce nella vita che non muore più, in quella vita che acquista tutta una bellezza, una carica che nessun travaglio, nessun dolore può smorzare...
Vorrei fermarmi su qualche particolare che ci possa aiutare ad entrare anche noi dentro questo dialogo che avviene tra Gesù e questa donna, questa donna che è senza nome in maniera voluta... perché dietro questa donna ci siamo tutti, è l'umanità; è l'umanità che è assetata, è l'umanità che ricerca, che cerca di  essere saziata di quella sua sete... che dia un senso alla nostra vita, che ci aiuti ad affrontare la giornata...


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#Gmg2017 Messaggio di Papa Francesco ai giovani: non siate giovani-divano - testo integrale e videomessaggio


Il sito della Santa Sede ha pubblicato il testo del Messaggio che papa Francesco ha inviato ai giovani e alle giovani del mondo in occasione della 32.ma Giornata Mondiale della Gioventù che sarà celebrata a livello diocesano il 9 aprile 2017, Domenica delle Palme, sul tema “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1,49).

Guarda il videomessaggio

Nel video, in lingua spagnola, il Papa spiega i temi principali del testo del messaggio, in modo da renderli più chiari e visivamente più interessanti per i ragazzi, invitandoli a prepararsi per la prossima Gmg internazionale a Panama dal 22 al 27 gennaio 2019.

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49)

Cari giovani,

eccoci nuovamente in cammino dopo il nostro meraviglioso incontro a Cracovia, dove abbiamo celebrato insieme la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù e il Giubileo dei Giovani, nel contesto dell’Anno Santo della Misericordia. Ci siamo lasciati guidare da san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska, apostoli della divina misericordia, per dare una risposta concreta alle sfide del nostro tempo. Abbiamo vissuto una forte esperienza di fraternità e di gioia, e abbiamo dato al mondo un segno di speranza; le bandiere e le lingue diverse non erano motivo di contesa e divisione, ma occasione per aprire le porte dei cuori, per costruire ponti.

Al termine della GMG di Cracovia ho indicato la prossima meta del nostro pellegrinaggio che, con l’aiuto di Dio, ci porterà a Panama nel 2019. Ci accompagnerà in questo cammino la Vergine Maria, colei che tutte le generazioni chiamano beata (cfr Lc 1,48). Il nuovo tratto del nostro itinerario si ricollega al precedente, che era centrato sulle Beatitudini, ma ci spinge ad andare avanti. Mi sta a cuore infatti che voi giovani possiate camminare non solo facendo memoria del passato, ma avendo anche coraggio nel presente e speranza per il futuro. Questi atteggiamenti, sempre vivi nella giovane Donna di Nazareth, sono espressi chiaramente nei temi scelti per le tre prossime GMG. Quest’anno (2017) rifletteremo sulla fede di Maria quando nel Magnificat disse: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc1,49). Il tema del prossimo anno (2018) - «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc1,30) - ci farà meditare sulla carità piena di coraggio con cui la Vergine accolse l’annuncio dell’angelo. La GMG 2019 sarà ispirata alle parole «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc1,38), risposta di Maria all’angelo, carica di speranza.

Nell’ottobre del 2018 la Chiesa celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Ci interrogheremo su come voi giovani vivete l’esperienza della fede in mezzo alle sfide del nostro tempo. E affronteremo anche la questione di come possiate maturare un progetto di vita, discernendo la vostra vocazione, intesa in senso ampio, vale a dire al matrimonio, nell’ambito laicale e professionale, oppure alla vita consacrata e al sacerdozio. Desidero che ci sia una grande sintonia tra il percorso verso la GMG di Panama e il cammino sinodale.

Il nostro tempo non ha bisogno di “giovani-divano”
Secondo il Vangelo di Luca, dopo aver accolto l’annuncio dell’angelo e aver risposto il suo “sì” alla chiamata a diventare madre del Salvatore, Maria si alza e va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, che è al sesto mese di gravidanza (cfr 1,36.39). Maria è giovanissima; ciò che le è stato annunciato è un dono immenso, ma comporta anche sfide molto grandi; il Signore le ha assicurato la sua presenza e il suo sostegno, ma tante cose sono ancora oscure nella sua mente e nel suo cuore. Eppure Maria non si chiude in casa, non si lascia paralizzare dalla paura o dall’orgoglio. Maria non è il tipo che per stare bene ha bisogno di un buon divano dove starsene comoda e al sicuro. Non è una giovane-divano! (cfr Discorso nella Veglia, Cracovia, 30 luglio 2016). Se serve una mano alla sua anziana cugina, lei non indugia e si mette subito in viaggio.

È lungo il percorso per raggiungere la casa di Elisabetta: circa 150 chilometri. Ma la giovane di Nazareth, spinta dallo Spirito Santo, non conosce ostacoli. Sicuramente le giornate di cammino l’hanno aiutata a meditare sull’evento meraviglioso in cui era coinvolta. Così succede anche a noi quando ci mettiamo in pellegrinaggio: lungo la strada ci tornano alla mente i fatti della vita, e possiamo maturarne il senso e approfondire la nostra vocazione, svelata poi nell’incontro con Dio e nel servizio agli altri.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
L’incontro tra le due donne, la giovane e l’anziana, è colmo della presenza dello Spirito Santo, e carico di gioia e di stupore (cfr Lc 1,40-45). Le due mamme, così come i figli che portano in grembo, quasi danzano per la felicità. Elisabetta, colpita dalla fede di Maria, esclama: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (v. 45). Sì, uno dei grandi doni che la Vergine ha ricevuto è quello della fede. Credere in Dio è un dono inestimabile, ma chiede anche di essere accolto; ed Elisabetta benedice Maria per questo. Lei, a sua volta, risponde con il canto del Magnificat (cfr Lc 1,46-55), in cui troviamo l’espressione: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (v. 49).

È una preghiera rivoluzionaria, quella di Maria, il canto di una giovane piena di fede, consapevole dei suoi limiti ma fiduciosa nella misericordia divina. Questa piccola donna coraggiosa rende grazie a Dio perché ha guardato la sua piccolezza e per l’opera di salvezza che ha compiuto sul popolo, sui poveri e gli umili. La fede è il cuore di tutta la storia di Maria. Il suo cantico ci aiuta a capire la misericordia del Signore come motore della storia, sia di quella personale di ciascuno di noi sia dell’intera umanità.

Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose.Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza (cfr Angelus, 15 agosto 2015). Mi direte: “Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?”.Quando il Signore ci chiama, non si ferma a ciò che siamo o a ciò che abbiamo fatto. Al contrario, nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di sprigionare. Come la giovane Maria, potete far sì che la vostra vita diventi strumento per migliorare il mondo. Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti (cfr Discorso nella Veglia, Cracovia, 30 luglio 2016).

Essere giovani non vuol dire essere disconnessi dal passato
Maria è poco più che adolescente, come molti di voi. Eppure nel Magnificat dà voce di lode al suo popolo, alla sua storia. Questo ci mostra che essere giovani non vuol dire essere disconnessi dal passato. La nostra storia personale si inserisce in una lunga scia, in un cammino comunitario che ci ha preceduto nei secoli. Come Maria, apparteniamo a un popolo. E la storia della Chiesa ci insegna che, anche quando essa deve attraversare mari burrascosi, la mano di Dio la guida, le fa superare momenti difficili. La vera esperienza di Chiesa non è come un flashmob, in cui ci si dà appuntamento, si realizza una performance e poi ognuno va per la sua strada. La Chiesa porta in sé una lunga tradizione, che si tramanda di generazione in generazione, arricchendosi al tempo stesso dell’esperienza di ogni singolo. Anche la vostra storia trova il suo posto all’interno della storia della Chiesa.

Fare memoria del passato serve anche ad accogliere gli interventi inediti che Dio vuole realizzare in noi e attraverso di noi. E ci aiuta ad aprirci per essere scelti come suoi strumenti, collaboratori dei suoi progetti salvifici. Anche voi giovani potete fare grandi cose, assumervi delle grosse responsabilità, se riconoscerete l’azione misericordiosa e onnipotente di Dio nella vostra vita.

Vorrei porvi alcune domande: in che modo “salvate” nella vostra memoria gli eventi, le esperienze della vostra vita? Come trattate i fatti e le immagini impressi nei vostri ricordi? Ad alcuni, particolarmente feriti dalle circostanze della vita, verrebbe voglia di “resettare” il proprio passato, di avvalersi del diritto all’oblio. Ma vorrei ricordarvi che non c’è santo senza passato, né peccatore senza futuro. La perla nasce da una ferita dell’ostrica! Gesù, con il suo amore, può guarire i nostri cuori, trasformando le nostre ferite in autentiche perle. Come diceva san Paolo, il Signore può manifestare la sua forza attraverso le nostre debolezze (cfr 2 Cor 12,9).

I nostri ricordi però non devono restare tutti ammassati, come nella memoria di un disco rigido. E non è possibile archiviare tutto in una “nuvola” virtuale. Bisogna imparare a far sì che i fatti del passato diventino realtà dinamica, sulla quale riflettere e da cui trarre insegnamento e significato per il nostro presente e futuro. Compito arduo, ma necessario, è quello di scoprire il filo rosso dell’amore di Dio che collega tutta la nostra esistenza.

Tanti dicono che voi giovani siete smemorati e superficiali. Non sono affatto d’accordo! Però occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la capacità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. Avere un passato non è la stessa cosa che avere una storia. Nella nostra vita possiamo avere tanti ricordi, ma quanti di essi costruiscono davvero la nostra memoria? Quanti sono significativi per il nostro cuore e aiutano a dare un senso alla nostra esistenza? I volti dei giovani, nei “social”, compaiono in tante fotografie che raccontano eventi più o meno reali, ma non sappiamo quanto di tutto questo sia “storia”, esperienza che possa essere narrata, dotata di un fine e di un senso. I programmi in TV sono pieni di cosiddetti “reality show”, ma non sono storie reali, sono solo minuti che scorrono davanti a una telecamera, in cui i personaggi vivono alla giornata, senza un progetto. Non fatevi fuorviare da questa falsa immagine della realtà! Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro!

Come rimanere connessi, seguendo l’esempio di Maria
Si dice di Maria che custodiva tutte le cose meditandole nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51). Questa semplice ragazza di Nazareth ci insegna con il suo esempio a conservare la memoria degli avvenimenti della vita, ma anche a metterli insieme, ricostruendo l’unità dei frammenti, che uniti possono comporre un mosaico. Come ci possiamo concretamente esercitare in questo senso? Vi do alcuni suggerimenti.

Alla fine di ogni giornata ci possiamo fermare per qualche minuto a ricordare i momenti belli, le sfide, quello che è andato bene e quello che è andato storto. Così, davanti a Dio e a noi stessi, possiamo manifestare i sentimenti di gratitudine, di pentimento e di affidamento, se volete anche annotandoli in un quaderno, una specie di diario spirituale. Questo significa pregare nella vita, con la vita e sulla vita, e sicuramente vi aiuterà a percepire meglio le grandi cose che il Signore fa per ciascuno di voi. Come diceva sant’Agostino, Dio lo possiamo trovare nei vasti campi della nostra memoria (cfr Confessioni, Libro X, 8, 12).

Leggendo il Magnificat ci rendiamo conto di quanto Maria conoscesse la Parola di Dio. Ogni versetto di questo cantico ha un suo parallelo nell’Antico Testamento. La giovane madre di Gesù conosceva bene le preghiere del suo popolo. Sicuramente i suoi genitori, i suoi nonni gliele avevano insegnate. Quanto è importante la trasmissione della fede da una generazione all’altra! C’è un tesoro nascosto nelle preghiere che ci insegnano i nostri antenati, in quella spiritualità vissuta nella cultura dei semplici che noi chiamiamo pietà popolare. Maria raccoglie il patrimonio di fede del suo popolo e lo ricompone in un canto tutto suo, ma che è allo stesso tempo canto della Chiesa intera. E tutta la Chiesa lo canta con lei. Affinché anche voi giovani possiate cantare un Magnificat tutto vostro e fare della vostra vita un dono per l’intera umanità, è fondamentale ricollegarvi con la tradizione storica e la preghiera di coloro che vi hanno preceduto. Da qui l’importanza di conoscere bene la Bibbia, la Parola di Dio, di leggerla ogni giorno confrontandola con la vostra vita, leggendo gli avvenimenti quotidiani alla luce di quanto il Signore vi dice nelle Sacre Scritture. Nella preghiera e nella lettura orante della Bibbia (la cosiddetta lectio divina), Gesù riscalderà i vostri cuori, illuminerà i vostri passi, anche nei momenti bui della vostra esistenza (cfr Lc 24,13-35).

Maria ci insegna anche a vivere con un atteggiamento eucaristico, ossia a rendere grazie, a coltivare la lode, a non fissarci soltanto sui problemi e sulle difficoltà. Nella dinamica della vita, le suppliche di oggi diventeranno motivi di ringraziamento di domani. Così, la vostra partecipazione alla Santa Messa e i momenti in cui celebrerete il sacramento della Riconciliazione saranno allo stesso tempo culmine e punto di partenza: le vostre vite si rinnoveranno ogni giorno nel perdono, diventando lode perenne all’Onnipotente. «Fidatevi del ricordo di Dio: […] la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male» (Omelia nella S. Messa della GMG, Cracovia, 31 luglio 2016).

Abbiamo visto che il Magnificat scaturisce dal cuore di Maria nel momento in cui incontra la sua anziana cugina Elisabetta. Questa, con la sua fede, il suo sguardo acuto e le sue parole, aiuta la Vergine a comprendere meglio la grandezza dell’azione di Dio in lei, della missione che le ha affidato. E voi, vi rendete conto della straordinaria fonte di ricchezza che è l’incontro tra i giovani e gli anziani? Quanta importanza date agli anziani, ai vostri nonni? Giustamente voi aspirate a “prendere il volo”, portate nel cuore tanti sogni, ma avete bisogno della saggezza e della visione degli anziani. Mentre aprite le ali al vento, è importante che scopriate le vostre radici e raccogliate il testimone dalle persone che vi hanno preceduto. Per costruire un futuro che abbia senso, bisogna conoscere gli avvenimenti passati e prendere posizione di fronte ad essi (cfr Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 191.193). Voi giovani avete la forza, gli anziani hanno la memoria e la saggezza. Come Maria con Elisabetta, rivolgete il vostro sguardo agli anziani, ai vostri nonni. Vi diranno cose che appassioneranno la vostra mente e commuoveranno il vostro cuore.

Fedeltà creativa per costruire tempi nuovi
È vero che avete pochi anni alle spalle e perciò può risultarvi difficile dare il dovuto valore alla tradizione. Tenete ben presente che questo non vuol dire essere tradizionalisti. No! Quando Maria nel Vangelo dice «grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente», intende che quelle “grandi cose” non sono finite, bensì continuano a realizzarsi nel presente. Non si tratta di un passato remoto. Saper fare memoria del passato non significa essere nostalgici o rimanere attaccati a un determinato periodo della storia, ma saper riconoscere le proprie origini, per ritornare sempre all’essenziale e lanciarsi con fedeltà creativa nella costruzione di tempi nuovi. Sarebbe un guaio e non gioverebbe a nessuno coltivare una memoria paralizzante, che fa fare sempre le stesse cose nello stesso modo. è un dono del cielo poter vedere che in molti, con i vostri interrogativi, sogni e domande, vi opponete a quelli che dicono che le cose non possono essere diverse.

Una società che valorizza solo il presente tende anche a svalutare tutto ciò che si eredita dal passato, come per esempio le istituzioni del matrimonio, della vita consacrata, della missione sacerdotale. Queste finiscono per essere viste come prive di significato, come forme superate. Si pensa di vivere meglio in situazioni cosiddette “aperte”, comportandosi nella vita come in un reality show, senza scopo e senza fine. Non vi lasciate ingannare! Dio è venuto ad allargare gli orizzonti della nostra vita, in tutte le direzioni. Egli ci aiuta a dare il dovuto valore al passato, per progettare meglio un futuro di felicità: ma questo è possibile soltanto se si vivono autentiche esperienze d’amore, che si concretizzano nello scoprire la chiamata del Signore e nell’aderire ad essa. Ed è questa l’unica cosa che ci rende davvero felici.

Cari giovani, affido il nostro cammino verso Panama, come pure l’itinerario di preparazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, alla materna intercessione della Beata Vergine Maria. Vi invito a ricordare due ricorrenze importanti del 2017: i trecento anni del ritrovamento dell’immagine della Madonna Aparecida, in Brasile; e il centenario delle apparizioni di Fatima, in Portogallo, dove, con l’aiuto di Dio, mi recherò pellegrino nel prossimo mese di maggio. San Martino di Porres, uno dei santi patroni dell’America Latina e della GMG 2019, nel suo umile servizio quotidiano aveva l’abitudine di offrire i fiori migliori a Maria, come segno del suo amore filiale. Coltivate anche voi, come lui, una relazione di familiarità e amicizia con la Madonna, affidandole le vostre gioie, inquietudini e preoccupazioni. Vi assicuro che non ve ne pentirete!

La giovane di Nazareth, che in tutto il mondo ha assunto mille volti e nomi per rendersi vicina ai suoi figli, interceda per ognuno di noi e ci aiuti a cantare le grandi opere che il Signore compie in noi e attraverso di noi.

Dal Vaticano, 27 febbraio 2017
Memoria di San Gabriele dell’Addolorata

FRANCESCO

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