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sabato 25 febbraio 2017

"Dio ha bisogno delle nostre mani per essere Provvidenza" di p. Ermes Ronchi - VIII Domenica Tempo ordinario – Anno A

Dio ha bisogno delle nostre mani per essere Provvidenza



Commento
VIII Domenica  Tempo ordinario – Anno A

Letture: Isaia 49,14-15; Salmo 61; 1 Corinzi 4,1-5; Matteo 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (...)

Non preoccupatevi. Per tre volte Gesù ribadisce il suo invito pressante: non abbiate quell'affanno che toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo di fermarsi a guardare negli occhi la vita, a parlare con chi si ama. Non lasciatevi rubare la serenità e salvate la capacità di godere delle cose belle che ogni giorno il Padre mette sulla vostra strada, che accadono dentro il vostro spazio vitale.
Ma soprattutto, per quale motivo non essere in ansia? Perché Dio non si dimentica: può una madre dimenticarsi del suo figliolo? Se anche una madre si dimenticasse, io non mi dimenticherò di te, mai (Isaia 49,14-15, Prima Lettura).
Guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Gesù parla della vita con le parole più semplici e più proprie: coglie dei pezzi di terra, li raduna nella sua parola e il cielo appare. 
Gesù osserva la vita e nascono parabole. Osserva la vita e questa gli parla di fiducia. Il Vangelo oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metti la tua fiducia? La risposta è chiara: in Dio, prima di tutto, perché Lui non abbandona e ha un sogno da consegnarti. Non mettere la sicurezza nel tuo conto in banca.
Gesù sceglie gli uccelli, esseri liberi, quasi senza peso, senza gravità, che sono una nota di canto e di libertà nell'azzurro. Lasciatevi attirare come loro dal cielo, volate alto e liberi! Vivete affidàti. La fede ha tre passi: ho bisogno, mi fido, mi affido.
Affidatevi e non preoccupatevi. Non un invito al fatalismo, in attesa che Qualcuno risolva i problemi, perché la Provvidenza conosce solo uomini in cammino (don Calabria): se Dio nutre creature che non seminano e non mietono, quanto più voi che seminate e mietete. 
Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le cose che uniscono le tre grandi religioni, c'è la certezza che Dio si prende cura, che Dio provvede.
Non preoccupatevi, Dio sa. Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, non riesce ad arrivare a fine mese, non vede futuro per i figli? 
«Se uno è senza vestiti e cibo quotidiano e tu gli dici, va in pace, non preoccuparti, riscaldati e saziati, ma non gli dai il necessario per il corpo, a che cosa ti serve la tua fede?» (Giacomo 2,16). Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza nel mondo. Sono io, siamo noi, i suoi amici, il mezzo con cui Dio interviene nella storia. Io mi occupo di qualcuno e Lui, che veste di bellezza i fiori del campo, si occuperà di me.
Cercate prima di tutto il Regno. Vuoi essere una nota di libertà nell'azzurro, come un passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, cerca solidarietà, generosità, fiducia; fìdati e troverai ciò che fa volare, ciò che fa fiorire! 


Passare all'altra riva di Massimo Toschi

Passare all'altra riva 
di Massimo Toschi



A dieci anni dalla indisponibilità della Chiesa italiana a trattare su temi “sensibili” di carattere etico. Sembra un secolo fa…




Il 6 febbraio 2007, dieci anni fa, Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, pubblicava un editoriale non firmato dal titolo “Non possumus”, rivendicando la indisponibilità a trattare non solo su un disegno di legge, ma sul senso della politica del governo.

Il card Ruini, il 12 febbraio dello stesso anno scriveva: «Potrà essere importante una parola meditata, una parola ufficiale che sia impegnativa per coloro che accolgono il magistero della Chiesa e che potrà essere chiarificatrice per tutti», prefigurando per i parlamentari cattolici un vincolo di voto. È la questione dei Dico, che ha poi trovato soluzione onorevole in questa legislatura.

La “parola ufficiale” vuole definire non solo un disegno di legge, ma la politica del governo, considerato non amico dalla Chiesa italiana e dalla Cei. Pino Alberigo, figura di grande intellettuale cristiano, lancia un appello per affermare la libertà del credente. È raccolto da molti, anche se la Chiesa, soprattutto nei movimenti, si mobilita nella grande piazza san Giovanni di Roma, nel maggio dello stesso anno.


E la tentazione del numero e della forza diventa assolutamente visibile.

Si crea intorno alla leadership del presidente della Cei una grande alleanza della destra, che ha l’obiettivo di far cadere il governo Prodi, che appare come il vero intralcio al cristianesimo politico diventato egemone. Non si cerca il Vangelo, ma il potere.

Sono passati dieci anni da quella stagione. Sembra un secolo. Davvero il tempo si è fatto breve. Il ministero di Francesco apre e inaugura una stagione straordinariamente nuova. Non si tratta di predicare sul Vangelo, ma di predicare il Vangelo. La gioia del Vangelo entra nelle ginocchia infiacchite della nostra Chiesa e da nuovo vigore evangelico ai discepoli che cercano il Signore.

È finita la stagione della dottrina sociale e delle logore regole razionalistiche dei principi non negoziabili.


Si fa strada un nuovo discernimento sapienziale, che cambia i cuori e la storia. Al centro i poveri, al centro i feriti, al centro il Vangelo sine glossa, come condizione di una vita cristiana rinnovata.

Il ministero di Francesco, con la forma del Vangelo, illumina e plasma la Chiesa nel segno della misericordia e della tenerezza. Ecco Gesù diventa il volto della misericordia di Dio e la misericordia diventa la prassi di una Chiesa secondo il grande giudizio finale, in cui Dio diventa il più piccolo tra i fratelli.


Ecco il Vangelo del perdono, che legge la guerra dalla parte delle vittime, che fa la pace con il sangue della croce, che contesta chi prende le armi, perché di armi periranno, come dice Gesù nella passione di Matteo.

In questi dieci anni abbiamo vissuto lo scandalo della pace nel Mediterraneo, da mare di mezzo a cimitero di tutti. I principi non negoziabili sono diventati retorica declamazione di valori che servono a conquistare la società e non a servire gli ultimi e i piccoli.

Oggi la Chiesa vuole essere una Chiesa delle beatitudini, una chiesa spoglia e spogliata, per essere per tutti in primo luogo ospedale da campo per i feriti di ogni genere, secondo un mistero di guarigione che sta al cuore del mistero di Gesù, che si è caricato di tutte le nostre malattie.

Papa Francesco ci ha detto questo a Firenze, nel novembre 2015, e ci ha indicato la via della Chiesa che è la via della conversione, della povertà di cultura «per annunciare Cristo e Cristo crocifisso». Davvero un rovesciamento: dal semipelagianesimo di gruppi che cercano di rendere visibile il proprio volto e il proprio potere, a coloro che non cercano i primi posti, ma servono tutti coloro che bussano alla porta della città, porta della preghiera e porta della pace.

Dieci anni fa maggiore sapienza avrebbe forse evitato molti errori e tanti scandali, anche gravissimi. Dobbiamo confessare quei peccati di potere che ancora oggi operano nelle fibre profonde della nostra Chiesa. Un tempo lungo di penitenza che liberi dalla tentazione del denaro e dalla arroganza del potere.

Il viaggio del rinnovamento evangelico è appena iniziato. Sarà lungo, nel segno della fatica; ma ci prepara a un grande tempo di grazia e gioia, che appena intravediamo nel nostro cuore e nella nostra vita.

Anche Ruini, insieme a storici e giornalisti, è tornato a far ascoltare la sua voce, dopo l’affissione dei manifesti contro papa Francesco. È meglio non perdere le posizioni. Può darsi che si possa tornare in corsa. Questo davvero, da solo, non basta: bisogna anche passare all’altra riva, la riva del Regno, la riva di Gesù.

(Fonte: Citta Nuova - 8 febbraio 2017)

"Amoris Laetitia": contenuti e prospettive - seconda parte - don Vittorio Rocca (VIDEO INTEGRALE)

"Amoris Laetitia": contenuti e prospettive 
- seconda parte - 
don Vittorio Rocca 

(VIDEO INTEGRALE)


Incontro del 20 febbraio 2017
promosso dal Vicariato S. Sebastiano
di Barcellona Pozzo di Gotto

Quinto incontro
ITINERARIO DI FORMAZIONE
ALLA VITA CRISTIANA
ANNO 2017
“CAMMINIAMO, FAMIGLIE, 
CONTINUIAMO A CAMMINARE!” 
(Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 325)


1. L’avventura dell’amore è il “diamante” di AL 
Questa esortazione potrebbe essere intitolata Via amoris perché indica concretamente un cammino da percorrere che è gioia per tutta l’umanità. Il Pontefice afferma con coerenza che se il Vangelo è gioia, gaudium, allora l’amore di Dio donato al cristiano è anch’esso buona notizia, Vangelo, e dunque gioia, laetitia. Per questo al centro dell’esortazione – tutta preziosa e da ascoltare con attenzione – sta la perla luminosa e raggiante del quarto capitolo, interamente dedicato all’amore nella vita matrimoniale: un canto all’amore che ha come traccia il tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi. Francesco delinea una strada per vivere l’amore tra uomo e donna, tra genitori e figli, nello spazio senza barriere, mai chiuso, della famiglia. Opus amoris, lavoro dell’amore, esercizio necessario affinché le storie d’amore diventino opere d’arte, senza idealismi né spiritualismi. 
...
2. Il “lavoro” dell’amore 
Papa Francesco inizia così: «Tutto quanto è stato detto [fino ad ora] non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore» (n. 89). Non ha senso parlare dei principi morali del matrimonio se non a partire dall’amore e da quel potenziamento dell’amore che è l’incontro con il Dio-Carità: «non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare» (n. 89). L’Esortazione svolge una riflessione affascinante sul “lavoro” dell’amore umano prima che cristiano e suggerisce che l’amore umano è un labor – un cammino e una lotta – che è messo in moto dalla promessa dell’agape cristiana. Il Papa attribuisce al soggetto (La carità è…) i verbi e le azioni dei sentimenti dell’amore, perché trovino la via per essere lavorati dalla presenza della grazia. La parola amore significa sia la passione di eros che il dono dell’altro. Francesco abita senza paura la parola amore, parlando per trenta numeri de «il nostro amore quotidiano» (nn. 90-119).
...

GUARDA IL VIDEO
"Amoris Laetitia": contenuti e prospettive 
- seconda parte - don Vittorio Rocca





Guarda anche i post già pubblicati relativi alla formazione per la vita cristiana - 2017:
- "Amoris Laetitia": contenuti e prospettive - prima parte - don Vittorio Rocca (VIDEO INTEGRALE)


- "Lectio divina sul Vangelo delle Nozze di Cana" (Gv 2, 1-11) P. Alberto Neglia (VIDEO INTEGRALE)


- La Parola di Dio nella Chiesa e nella famiglia chiesa domestica.- prima parte - (fr. Egidio Palumbo, carmelitano)

«Signore, che io sia giusto, ma giusto con misericordia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 febbraio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Giustizia con misericordia”

«Signore, che io sia giusto, ma giusto con misericordia»: è la preghiera suggerita da Papa Francesco per non cadere nell’«inganno ipocrita» della «casistica», nella «logica del “si può” e “non si può”». Consapevoli che «in Dio giustizia è misericordia e misericordia è giustizia». Sono queste le linee essenziali della riflessione proposta dal Pontefice nella messa celebrata venerdì mattina, 24 febbraio, a Santa Marta.

«C’erano tre gruppi di persone che seguivano Gesù» ha fatto subito notare Francesco, riferendosi al passo evangelico di Marco (10, 1-12) proposto dalla liturgia. E così, anzitutto, «la folla lo seguiva per imparare, perché lui parlava con autorità». Certo, ha aggiunto, lo seguiva «anche, per farsi guarire». Il secondo gruppo è composto da «dottori della legge» che, invece, «lo seguivano per metterlo alla prova: si avvicinavano e per metterlo alla prova domandavano cose». Ci sono poi «i discepoli, il terzo gruppo: lo seguivano perché erano attaccati a lui, Gesù stesso li aveva chiamati per essere vicini». E così «questi tre gruppi seguivano sempre Gesù».

Marco racconta che al Signore «si avvicinano questi dottori della legge: è chiaro, lo dice il Vangelo, per metterlo alla prova domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie». Ma «Gesù — ha spiegato il Papa — non risponde se sia lecito o non sia lecito; non entra nella loro logica casistica, perché loro pensavano soltanto alla fede in termini di “si può” o “non si può”, fino a dove “si può”, fino a dove “non si può”». Però in «quella logica della casistica Gesù non ci entra». Anzi, a loro «rivolge una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”». In pratica chiede «che cosa c’è nella vostra legge?”».

Nel rispondere a questa domanda di Gesù, ha fatto presente Francesco, i dottori della legge «spiegano il permesso che ha dato Mosè per ripudiare la moglie, e sono proprio loro a cadere nel tranello, perché Gesù li qualifica “duri di cuore”». E si rivolge loro così: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma». E così Gesù «dice la verità, senza casistica, senza permessi, la verità: “Dall’inizio della creazione, Dio li fece maschio e femmina”». E continua: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» e «si mette in cammino», e «si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola». Perciò «non sono più due, ma una sola carne». E questa, ha affermato il Papa, «non è né casistica, né permesso: è la verità; Gesù dice sempre la verità».

Marco, poi, racconta nel suo Vangelo anche la reazione del «terzo gruppo, i discepoli, a casa: lo interrogarono di nuovo su questo argomento per capire meglio, perché loro conoscevano questo permesso di Mosè, questa legge di Mosè». E «Gesù è ancora molto chiaro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Dunque Gesù dice «la verità», ha affermato il Pontefice. Egli «esce dalla logica casistica e spiega le cose come sono state create, spiega la verità». Ma «sicuramente, qualcuno può pensare: “Sì, la verità è questa, ma tu, Gesù, tu sei andato lì a parlare con un’adultera!”». E anche «tante volte adultera: cinque, credo». Perciò, così facendo, «sei diventato impuro. E sei diventato impuro anche perché quella era pagana, era una samaritana. E parlare con uno che non era ebreo ti faceva impuro e sei diventato impuro, anche perché hai bevuto dal bicchiere di lei, che non era stato purificato». Allora, «come mai tu dici che questo è adulterio, che questo è grave, e poi parli con quella, le spieghi il catechismo e bevi anche quello che lei ti dà?». E ancora: «Un’altra volta ti hanno portato un’adultera — chiaro a tutti: l’hanno presa in adulterio — e tu, alla fine, cosa hai detto? “Io non ti condanno, non peccare più”. Ma come si spiega questo?» si potrebbe, dunque, obiettare.

«È il cammino cristiano» è stata la risposta del Pontefice. Si tratta del «cammino di Gesù, perché anche lui — pensiamo a Matteo, a Zaccheo, ai banchetti che fa con tutti i peccatori — andava da loro, a mangiare». E «il cammino di Gesù, si vede chiaro, è il cammino dalla casistica alla verità e alla misericordia: Gesù lascia fuori la casistica». E «a quelli che volevano metterlo alla prova, a quelli che pensavano con questa logica del “si può”, li qualifica — non qui, ma in altro passo del Vangelo — ipocriti». E questo vale anche «con il quarto comandamento: questi negavano di assistere i genitori con la scusa che avevano dato una bella offerta alla Chiesa, ipocriti!». Perché, ha insistito Francesco, «la casistica è ipocrita, è un pensiero ipocrita: “si può, non si può”». Un pensiero «che poi diventa più sottile, più diabolico: “Ma fino a qui posso? Ma di qui a qui, non posso”». È «l’inganno della casistica». Invece «no: dalla casistica alla verità ma la verità è questa». E «Gesù non negozia la verità, mai: la dice tale e quale è».

Ma non c’è «solo la verità», ha spiegato il Papa. C’è «anche la misericordia, perché lui è l’incarnazione della misericordia del Padre e non può negare se stesso». E «non può negare se stesso perché è la verità del Padre, e non può negare se stesso perché è la misericordia del Padre». E «questa — ha proseguito — è la strada che Gesù ci insegna a percorrere: non è facile, nella vita, quando vengono le tentazioni: pensiamo alle tentazioni di affari». In quel caso «gli affaristi» dicono: «Io posso fare fino a qui, licenzio questi dipendenti e guadagno più di qua». È «la casistica», appunto. «Quando la tentazione ti tocca il cuore — ha affermato il Papa — questo cammino di uscire dalla casistica alla verità e alla misericordia non è facile: ci vuole la grazia di Dio perché ci aiuti ad andare così avanti. E dobbiamo chiederla sempre».

«Signore, che io sia giusto, ma giusto con misericordia» è la preghiera suggerita da Francesco. Ma «non giusto, coperto dalla casistica». Invece la preghiera da fare al Signore è per essere «giusto nella misericordia, come sei tu, giusto nella misericordia». E «poi uno di mentalità casistica può domandare: che cosa è più importante in Dio, giustizia o misericordia?». Ma questo «è un pensiero malato, che cerca di uscire: cosa è più importante?». In realtà «non sono due: è uno solo, una sola cosa. In Dio, giustizia è misericordia e misericordia è giustizia». E «il Signore — ha concluso il Papa — ci aiuti a capire questa strada, che non è facile, ma ci farà felici, a noi, e farà felice tanta gente».
(fonte: L'Osservatore Romano)


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venerdì 24 febbraio 2017

«L’orgoglio umano, sfruttando il creato, distrugge.» Papa Francesco Udienza Generale 22/02/2017 (foto, testo e video)


 22 febbraio 2017 

Incontro con i familiari delle vittime della strage di Dakka



«Non siete rimasti nella rabbia, nell’amarezza e nella voglia di vendetta ma avete imboccato, con il dolore dentro, la strada dell’amore per costruire e aiutare la gente del Bangladesh, soprattutto i giovani perché possano studiare: questo è seminare pace e vi ringrazio, per me è un esempio». È con queste parole che Papa Francesco ha stretto in un abbraccio trentatré familiari di sei delle nove vittime italiane della strage avvenuta a Dakka, in Bangladesh, nella notte tra il 1° e il 2 luglio 2016: Marco Tondat, Christian Rossi, Maria Riboli, Vincezo D’Allestro, Claudio Cappelli e Simona Monti. L’incontro è avvenuto mercoledì mattina, alle 9.10, nell’auletta dell’aula Paolo VI, subito prima dell’udienza generale in piazza San Pietro. «È facile prendere la strada che dall’amore porta all’odio — ha fatto notare il Pontefice — mentre è difficile fare il contrario: dall’amarezza e dall’odio andare verso l’amore».

 Udienza generale 

È tornata in piazza l’udienza generale, dopo i mesi più freddi dell’inverno che hanno visto come teatro dell’appuntamento del mercoledì l’Aula Paolo VI. Il Papa ha fatto il suo ingresso puntuale, intorno alle 9.30, dall’Arco delle campane e a bordo della jeep è stato accolto da una folla festante, munita di striscioni, fazzoletti e bandiere colorate, tra cui anche quelle bianco e azzurre dell’Argentina. I protagonisti, come di consueto, sono stati ancora una volta i bambini, alcuni molto piccoli e con il ciuccio, che Francesco ha baciato e accarezzato. Tra la folla, anche un gruppo di ministranti con la veste bianca che si sono spostati da un lato all’altro della transenna, agitando le braccia in segno di saluto, pur di attirare l’attenzione di Francesco, che nei vari giri all’interno della piazza si è soffermato anche con una famiglia sudamericana, vestita quasi tutta di rosso. Prima di compiere il tragitto a piedi che lo separa dalla sua postazione al centro del sagrato, il Papa appena sceso dalla “papamobile” ha salutato un gruppo di disabili in carrozzina.
Al termine dell’udienza generale ha salutato gli artisti del Rony Rollers Circus, ringraziandoli per la loro esibizione: «Loro fanno bellezza e la bellezza ci porta a Dio, è una strada per arrivare a Dio, continuate a fare bellezza, continuate, che ci fate bene a tutti noi, grazie». Subito prima una dozzina di artisti del Rony hanno eseguito alcuni numeri, comprese danze, acrobazie e una esibizione del mangiafuoco. Il Papa li ha anche salutati personalmente, cominciando con una bimba in costume verde, che ha abbracciato affettuosamente











Guarda il video del saluto ai fedeli

La Speranza cristiana - 12. Nella speranza ci riconosciamo tutti salvati (cfr Rm 8,19-27)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Spesso siamo tentati di pensare che il creato sia una nostra proprietà, un possedimento che possiamo sfruttare a nostro piacimento e di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno. Nel passo della Lettera ai Romani (8,19-27) di cui abbiamo appena ascoltato una parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda invece che la creazione è un dono meraviglioso che Dio ha posto nelle nostre mani, perché possiamo entrare in relazione con Lui e possiamo riconoscervi l’impronta del suo disegno d’amore, alla cui realizzazione siamo chiamati tutti a collaborare, giorno dopo giorno.

Quando però si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle che gli sono state affidate. E così è successo anche per il creato. Pensiamo all’acqua. L’acqua è una cosa bellissima e tanto importante; l’acqua ci dà la vita, ci aiuta in tutto ma per sfruttare i minerali si contamina l’acqua, si sporca la creazione e si distrugge la creazione. Questo è un esempio soltanto. Ce ne sono tanti. Con l’esperienza tragica del peccato, rotta la comunione con Dio, abbiamo infranto l’originaria comunione con tutto quello che ci circonda e abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola così schiava, sottomessa alla nostra caducità. E purtroppo la conseguenza di tutto questo è drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno. Quando rompe la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L’orgoglio umano, sfruttando il creato, distrugge.

Il Signore però non ci lascia soli e anche in questo quadro desolante ci offre una prospettiva nuova di liberazione, di salvezza universale. È quello che Paolo mette in evidenza con gioia, invitandoci a prestare ascolto ai gemiti dell’intero creato. Se facciamo attenzione, infatti, intorno a noi tutto geme: geme la creazione stessa, gemiamo noi esseri umani e geme lo Spirito dentro di noi, nel nostro cuore. Ora, questi gemiti non sono un lamento sterile, sconsolato, ma – come precisa l’Apostolo – sono i gemiti di una partoriente; sono i gemiti di chi soffre, ma sa che sta per venire alla luce una vita nuova. E nel nostro caso è davvero così. Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato e tutto, attorno a noi, porta ancora il segno delle nostre fatiche, delle nostre mancanze, delle nostre chiusure. Nello stesso tempo, però, sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione.

Questo è il contenuto della nostra speranza. Il cristiano non vive fuori dal mondo, sa riconoscere nella propria vita e in ciò che lo circonda i segni del male, dell’egoismo e del peccato. È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato… Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. E allora sa che stiamo vivendo il tempo dell’attesa, il tempo di un anelito che va oltre il presente, il tempo del compimento. Nella speranza sappiamo che il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore.

Quante volte noi cristiani siamo tentati dalla delusione, dal pessimismo… A volte ci lasciamo andare al lamento inutile, oppure rimaniamo senza parole e non sappiamo nemmeno che cosa chiedere, che cosa sperare… Ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità.

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...
APPELLO

Destano particolare apprensione le dolorose notizie che giungono dal martoriato Sud Sudan, dove ad un conflitto fratricida si unisce una grave crisi alimentare che colpisce la Regione del Corno d’Africa e che condanna alla morte per fame milioni di persone, tra cui molti bambini. In questo momento è più che mai necessario l’impegno di tutti a non fermarsi solo a dichiarazioni, ma a rendere concreti gli aiuti alimentari e a permettere che possano giungere alle popolazioni sofferenti. Il Signore sostenga questi nostri fratelli e quanti operano per aiutarli.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. ...
Saluto ... e gli artisti del Rony Rollers Circus, ringraziandoli per la loro esibizione. Loro fanno bellezza! E la bellezza ci porta a Dio. È una strada per arrivare a Dio. Continuate a fare bellezza! Continuate che fate bene a tutti noi. Grazie!

Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, giorno di speciale comunione dei credenti con il Successore di San Pietro e con la Santa Sede. Cari giovani, vi incoraggio ad intensificare la vostra preghiera a favore del mio ministero petrino; cari ammalati, vi ringrazio per la testimonianza di vita data nella sofferenza per l’edificazione della comunità ecclesiale; e voi, cari sposi novelli, costruite la vostra famiglia sullo stesso amore che lega il Signore Gesù alla sua Chiesa.


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“SONO UN ITALIANO VERO” Una legge da fare, non da usare. Cittadini come noi



Una legge da fare, non da usare.
Cittadini come noi
di Paolo Lambruschi


Onestamente, dopo anni di dibattito e battaglie politiche combattute fuori e dentro le aule parlamentari anche e soprattutto dalle associazioni cattoliche, dopo un voto favorevole alla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015, è deprimente vedere che la riforma della cittadinanza è ferma in mezzo al guado tra i due rami del Parlamento. Delude per giunta il tentativo di strumentalizzazione della nuova legge sulla cittadinanza in quella che sarà una lunga campagna elettorale. Ha dato fuoco alle polveri il presidente del Pd Orfini mettendo l’approvazione della riforma della cittadinanza – che langue al Senato ed è impropriamente chiamata ius soli – anche con voto di fiducia tra le priorità del governo Gentiloni. Hanno subito ribattuto il centrodestra e la Lega con le minacce di Salvini di erigere addirittura un muro politico in Parlamento contro il provvedimento. La sorpresa è stata la posizione di Area popolare, che sta in maggioranza e che, dopo aver votato il provvedimento alla Camera 450 giorni fa, ieri ha dichiarato attraverso alcuni autorevoli esponenti che i bisogni del Paese sono altri (il lavoro che manca, i giovani in fuga dal Mezzogiorno) e di non accettare l’ultimatum della fiducia.

Schermaglie di bassa politica che negano ad almeno 800mila minori stranieri per la legge, ma che abitano in Italia da anni e frequentano le scuole di ogni ordine e grado, un sacrosanto diritto. La situazione in cui vivono è infatti ingiusta, come ammesso da quasi tutti e soprattutto evidente, perché oggi un minore figlio di cittadini stranieri nato o arrivato in Italia per ricongiungimento (il numero totale è quadruplicato in un decennio stando ai dati della Fondazione Ismu) deve risiedervi ininterrottamente fino al diciottesimo anno per diventarne cittadino. Basta una svista per perdere il treno, come dimostrano tanti casi. E non è giusto vivere nel limbo fino alla maggiore età a casa tua.

Non stiamo parlando di minori non accompagnati o di emergenze sociali, anche questo è bene chiarirlo (e anche qui la legge langue), bensì di figli di lavoratori e lavoratrici stranieri con permesso di soggiorno che pagano le imposte almeno quanto i cittadini italiani e che a pieno titolo sono cittadini. Sono amici dei nostri figli, sono figli di questo Paese e come tali vanno trattati. Cosa prevede la legge? Semplicemente accelera le procedure, perché diventa italiano chi è nato qui da genitori in regola da anni oppure ha compiuto un ciclo di studi. Ecco perché più che di ius soli, si tratta di ius culturae, come abbiamo detto molte volte o di ius soli temperato.

Sarebbe utile capire dai nostri parlamentari cosa toglierebbe agli italiani questa nuova legge. Forse che la crescita del numero di cittadini italiani comporterebbe un aumento delle tasse? Difficile pensarlo, ancora più arduo sostenerlo. Oppure vogliamo recitare il mantra della sicurezza? Si teme, cioè, che questi compagni di scuola dei nostri figli siano tutti potenziali terroristi, portatori di valori incompatibili con la nostra Costituzione e con la fede e la cultura cristiana della grande maggioranza degli italiani? I numeri dicono l’opposto. Le nazionalità principali degli under 18 sono infatti quella romena e albanese. E comunque le ragazze e i ragazzi delle G2, le seconde generazioni, sono spesso indistinguibili dai loro coetanei italiani.

Basta andare non in una classe delle primarie, ma in un oratorio estivo per vedere un bellissimo mosaico multietnico e perfino multi religioso che gioca e condivide valori profondi. È un’esperienza che ci sentiamo di consigliare. E comunque, diciamolo fuori dai denti, un Paese in pieno declino demografico non ha interesse a escludere potenziali cittadini. Ormai la rivoluzione migratoria è in corso e va governata per il bene comune.

Un ultimo appello. In tempi di populismo becero e di notizie false, occorre un colpo di reni per evitare che centinaia di migliaia di under 18 che sono una risorsa per il nostro futuro si trasformino nel capro espiatorio di un Paese invecchiato, incattivito e ripiegato su se stesso. Non è più una questione solo politica, ma umana. È tempo di essere giusti, e concittadini.
(fonte: Avvenire)



LA RIFORMA DELLA LEGGE SULLA CITTADINANZA





Milano, flash mob per chiedere la legge sullo ius soli: 
i nuovi italiani cantano l'inno di Mameli
Circa un centinaio di persone hanno partecipato al flash mob organizzato a Milano davanti a Palazzo Marino per chiedere al Parlamento l'approvazione della riforma della legge sulla cittadinanza. Radunati in cerchio, hanno cantato l'inno nazionale mostrando cartelli con l'immagine di un passaporto della Repubblica italiana con la scritta "Chi nasce o cresce in Italia è italiano" 
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Il #28febbraio al Pantheon di Roma per dire che la #RiformaCittadinanza è una priorità. Sui diritti dei bambini e delle bambine d'Italia bisogna votare SUBITO!




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Un non credente in aiuto della fede di Enzo Bianchi

JESUS, febbraio 2017
La bisaccia del mendicante
Rubrica di ENZO BIANCHI

Un non credente in aiuto della fede


A volte, leggendo i giornali, si è fortemente coinvolti e intrigati da un articolo che purtroppo passa quasi inosservato ai più ma che si percepisce come gustoso, contenente il sale della sapienza. Così è stato per me un breve articolo di Carlo Rovelli – fisico italiano, autore di Sette brevi lezioni di fisica – sul Corriere della sera del 26 novembre, che termina il suo scritto esponendo una semplice ragione del suo non credere in Dio: “vorrei essere simile alle persone che mi piacciono”. Spiega perciò chi sono quelli che non gli piacciono e li descrive in modo puntuale e simpatico. Leggendolo da credente, mi ritrovavo continuamente ad approvare lo scritto di Rovelli, a cominciare dall’affermazione che non gli piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno né quelli che lo fanno per piacere a Dio.

Cosa può dire un cristiano, monaco credente nel Dio di Gesù Cristo, di fronte a una simile posizione? Mi verrebbe da dire che neanche a me piacciono persone simili, che mettono a fondamento del loro sentire e comportarsi la paura dell’inferno o di un Dio giudice che sembra avere la funzione di sanzionare chi sbaglia e premiare chi invece agisce bene. Sono consapevole che per secoli forse per alcuni è stato così e che molti funzionari della religione erano convinti di aiutare a fare il bene immettendo paura e predicando castighi, ma so anche che chi ha frequentato e frequenta il Vangelo di Gesù non può fondare in tal modo la propria fede. La fede infatti nasce non dalla paura, né dall’angoscia ma dall’ascolto di una presenza che è semplicemente Amore. Mi viene in mente a questo proposito un apoftegma ripreso da molti padri del deserto che desideravano poter bruciare il paradiso e spegnere l’inferno affinché Dio fosse semplicemente amato e non temuto, fosse conosciuto nella sua verità e non con un volto perverso, quello fabbricato dagli uomini religiosi per mestiere.

Carlo Rovelli continua dicendo che non gli piace rispettare i suoi simili “perché sono figli di Dio”, ma che gli piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. E anche qui condivido. D’altronde mi ricordo che fin da piccolo contestavo la predicazione corrente che chiedeva di fare il bene all’altro perché in esso si vedeva il Cristo: come se non si potesse fare il bene senza credere in Gesù Cristo. Strumentalizzare l’altro per amare il Signore mi sembrava una proposta indecente. L’altro è una persona simile a me, è mio fratello, mia sorella in umanità e siccome devo amare l’altro come me stesso, avendo io la sua stessa dignità, lo amo, lo devo amare e basta. Per chi ha fede, questo è secondo la volontà di Dio: Dio quindi non dà un fondamento al mio amore, ma lo conferma. Del resto, secondo la tradizione cristiana, ogni essere umano, per cattivo e delinquente che sia, porta sempre in sé l’immagine di Dio, anche quando ne smarrisce la somiglianza. In questo senso, l’uomo è stato reso capace di etica, di riconoscere e compiere il bene, credente o non credente, cristiano o non cristiano che sia.

Inoltre Rovelli, nell’elencare cosa gli piace e cosa no, non teme di affermare che non gli piace pregare Dio, ringraziarlo né fargli domande. E qui, mi pare, confessa il suo “non poter credere”. Ma chi crede, in verità condivide tutto il suo amore – che vive più o meno intensamente – il suo stupore, la sua gioia di fronte al cielo, al vento della vita, agli uccelli dell’aria, alle relazioni di amore e di amicizia. Un cristiano non ha tutte le risposte, ma ha molte più domande da fare innanzitutto a se stesso e poi agli altri. Se le fa a Dio, è perché “sente”, percepisce una presenza: quella dell’amore e della libertà, che non negano il caso e la necessità, ma danno “gusto” alla vita. Dio non è un tappabuchi, né un ansiolitico per chi è angosciato, né un antidoto per le paure umane: ignoriamo tante cose e sovente il mistero resta tale anche quando lo guardiamo in faccia.

In ogni caso, vorrei ringraziare Rovelli che con questo scritto aiuta a essere cristiani che credono, nella libertà e per amore.

giovedì 23 febbraio 2017

«Lo scandalo è dire una cosa e farne un’altra; è la doppia vita» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 febbraio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Non rimandare la conversione”

Lo «scandalo» di chi si professa cristiano e poi mostra il suo vero volto con una vita che cristiana non è per nulla; e la controtestimonianza di chi «sfrutta» e «distrugge» le vite degli altri fingendo di essere un buon cattolico. Su questo si è incentrata la messa celebrata giovedì 23 febbraio a Santa Marta da Papa Francesco, il quale, commentando le severe parole usate da Gesù nel Vangelo, ha chiamato alla conversione i protagonisti di certe «doppie vite».

L’omelia del Pontefice ha preso le mosse dal salmo 1, nel quale si legge: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella vita dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia. La sua legge medita giorno e notte». La Scrittura, ha spiegato Francesco, si riferisce all’uomo che ha «la sua forza» nel Signore, «che si sente piccolo, che sa che senza il Signore non può fare nulla». Costui «è il benedetto del Signore».

Più avanti, ha aggiunto, il salmo propone anche la «contrapposizione tra quelli che seguono la legge del Signore e quelli arroganti, malvagi». È la stessa contrapposizione che si ritrova nel vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50). Anche in quel brano «ci sono i buoni e ci sono i cattivi». Dietro le parole di Gesù si percepisce «la figura di questi giusti che si sentono piccoli, ma la loro fiducia è nel Signore». Un passo, ha fatto notare il Papa, in cui «per quattro volte» ritorna la parola «scandalo». E nell’usarla il Signore «è stato molto forte», tant’è che dice: «Guai a scandalizzare uno di questi piccoli. Guai!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «lo scandalo, per il Signore, è distruzione». E Gesù consiglia: «È meglio distruggere te stesso che distruggere gli altri. Tagliati la mano, tagliati il piede, togliti l’occhio, buttati a mare. Ma non scandalizzare i piccoli, cioè i giusti, quelli che si fidano del Signore, che semplicemente credono nel Signore».

A questo punto il Pontefice si è chiesto: «Ma cosa è lo scandalo?». La risposta tocca la vita concreta di ogni persona: «Lo scandalo è dire una cosa e farne un’altra; è la doppia vita». Un esempio? «Io sono molto cattolico, io vado sempre a messa, appartengo a questa associazione e a un’altra; ma la mia vita non è cristiana, non pago il giusto ai miei dipendenti, sfrutto la gente, sono sporco negli affari, faccio riciclaggio del denaro». Questa è una «doppia vita». Purtroppo, ha considerato il Papa, «tanti cattolici sono così, E questi scandalizzano».

Parole chiare che riportano ognuno alla vita di tutti giorni: «Quante volte abbiamo sentito», ha aggiunto Francesco, «nel quartiere e in altre parti: “Ma per essere cattolico come quello, meglio essere ateo”. È quello, lo scandalo», che «distrugge», che «butta giù». E «questo succede tutti i giorni: basta vedere il telegiornale o guardare i giornali. Sui giornali ci sono tanti scandali, e anche c’è la grande pubblicità degli scandali. E con gli scandali si distrugge».

A spiegazione ulteriore delle sue parole, il Pontefice ha raccontato un fatto recente relativo a «una ditta importante» che era «sull’orlo del fallimento». Giacché, ha detto, le autorità «volevano evitare uno sciopero giusto, ma che non avrebbe fatto bene», cercarono di mettersi in contatto con il responsabile della ditta. E dov’era costui mentre «la ditta stava fallendo» e la gente «non riceveva lo stipendio del proprio lavoro»? Questo dirigente, che pure diceva di essere «un uomo cattolico, molto cattolico», si trovava «su una spiaggia del Medio oriente» a fare «vacanze d’inverno». Il fatto, ha aggiunto il Papa, «non è uscito sui giornali», ma «la gente lo ha saputo». Questi «sono gli scandali, la doppia vita». E Gesù a chi si comporta così dice: «A questi piccoli, questi poveri che credono in me, non rovinarli con la tua doppia vita».

Parafrasando un altro passo del vangelo, il Pontefice ha immaginato il momento in cui chi dà scandalo busserà alla porta del Cielo: «Sono io, Signore!» — «Ma sì, non ti ricordi? Io andavo in chiesa, ti ero vicino, appartenevo a tale associazione, faccio questo... non ti ricordi di tutte le offerte che ho fatto?» — «Sì, ricordo. Le offerte, quelle le ricordo: tutte sporche. Tutte rubate ai poveri. Non ti conosco».

Il problema, ha spiegato il Papa, nasce da un atteggiamento che si ritrova ben descritto proprio nella prima lettura del giorno (Siracide, 5, 1-10): «Non confidare nelle tue ricchezze, e non dire “basto a me stesso”». E ancora: «Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore». La doppia vita, cioè, «viene dal seguire le passioni del cuore, i peccati capitali che sono le ferite del peccato originale». Chi dà scandalo, ha detto Francesco, segue queste passioni anche se le nasconde. La Scrittura ammonisce queste persone che, pur riconoscendo il loro errore, contano sul fatto che «il Signore è paziente, si dimenticherà...». E invita tutti a «non rimandare la conversione».

Un invito ribadito dal Pontefice a ogni cristiano: «A ognuno di noi, farà bene, oggi, pensare se c’è qualcosa di doppia vita in noi, di apparire giusti, di sembrare buoni credenti, buoni cattolici, ma da sotto fare un’altra cosa». Si tratta di comprendere se l’atteggiamento è quello di chi dice: «Ma, sì, il Signore mi perdonerà poi tutto, ma io continuo…» e, pur consapevole dei propri errori, ripete: «Sì, questo non va bene, mi convertirò, ma oggi no: domani». Un esame di coscienza che deve portare alla conversione del cuore, a partire dalla consapevolezza che «lo scandalo distrugge».

(fonte: L'Osservatore Romano)



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NON C’È CRISI PER LA SPESA MILITARE

NON C’È CRISI PER LA SPESA MILITARE  

Il comparto difesa vale l’1,4% del Pil e succhia risorse sia al ministero degli esteri che a quello dello sviluppo economico. In più si spende male e si spreca. L’analisi dell’Osservatorio Milex.

Navi da guerra italiane in Libia
La crisi giova al comparto militare-industriale. Negli ultimi 10 anni, mentre i governi varavano riforme lacrime e sangue per far fronte alle congiunture economiche negative e alla mancata crescita, la spesa militare in Italia è cresciuta del 21%. Nel 2017 raggiungerà quota complessiva 23,3 miliardi di euro, circa l’1,4% del Pil. A confermarlo, numeri alla mano, è il primo rapporto annuale dell’Osservatorio Milex, presentato ieri alla Camera: un centinaio di pagine, ricche di dati, che tentano di fare luce su uno dei settori più opachi della nostra economia.

L’Osservatorio - fondato da Francesco Vignarca di Rete italiana per il disarmo e dal giornalista Enrico Piovesana - punta a sfrondare il bilancio della difesa dalle voci non militari, come le spese per i Carabinieri impiegati per l’ordine pubblico, integrandolo con quelle in conto ad altri dicasteri.

È così che si scopre che le missioni all’estero pagate dal ministero degli Esteri quest’anno superano il miliardo di euro, toccando cifra 1,28. Più del 7% rispetto al 2016. E che il ministero dello Sviluppo economico (Mise) userà l’86% dei suoi fondi (3,4 miliardi) - più della stessa difesa (2,3 miliardi) - per comprare armamenti.

15 milioni al giorno

Nel 2017 infatti, l’Italia spenderà per l’acquisto di armi, munizioni, missili, mezzi militari e artiglieria pesante ben 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Mezzi militari tradizionali, per lo più, mentre nel settore della cyber-difesa, sempre più attuale, non spendiamo praticamente nulla, rivolgendoci all’estero per avere protezione delle nostre strutture, dei nostri ministeri e delle nostre reti informatiche. «È necessario un cambio di rotta - osserva Francesco Vignarca - con una politica di spesa militare più contenuta ma più efficiente, che limiti gli sprechi e il procurement, determinato da logiche commerciali e di lobby, che portano la difesa a operare grandi commesse nazionali in funzione della promozione dell’export».

Diretta conseguenza del meccanismo di incentivi pubblici strutturali alle industrie del comparto difesa, sono programmi giustificati gonfiando le necessità (come nel caso del numero degli aerei da sostituite con gli F-35) e il ricorso alla retorica del "dual use" militare-civile. È il caso della nuova portaerei Trieste presentata come nave umanitaria, e delle fregate FREMM 2 presentate come unità per soccorso profughi e tutela ambientale. «Se la Difesa vuole una nuova portaerei dovrebbe dirlo - osserva Vignarca - senza cercare di farla passare agli occhi del parlamento e dell'opinione pubblica, come uno strumento di sostegno al recupero dei migranti in mare».

Più comandanti che comandati

Il rapporto evidenzia infine come a gravare maggiormente sui bilanci militari, siano i costi del personale. Circa il 60% della spesa militare italiana serve a pagare stipendi e pensioni delle forze armate, caratterizzate dalla presenza di un maggiore numero di “comandanti” rispetto ai “comandati”. Secondo il Milex oggi si contano 90mila comandanti contro 81 mila comandati; nel 2024 le proporzioni dovrebbero cambiare radicalmente, ammesso che si trovi un modo per ridurre 32mila marescialli e 4500 ufficiali in otto anni. «Finora le grandi manovre per destinare i marescialli ad altre amministrazioni - osserva Piovesana - sono state una disfatta. Il risultato? Spendiamo cifre blu per stipendi e armamenti superiori alle nostre reali esigenze (e che poi non abbiamo i soldi per manutenere), investiamo poco nell'addestramento del personale e dimentichiamo i fronti su cui sarebbe necessario investire: intelligence, prevenzione e difesa informatica».
(fonte: Nigrizia)


mercoledì 22 febbraio 2017

Quando Paolo VI richiamò la Chiesa alla vera Tradizione

Anniversario
Quando Paolo VI richiamò la Chiesa alla vera Tradizione
di Stefania Falasca

Il 1967 fu Anno della Fede e della «Popolorum progressio». Papa Montini invitò a dare testimonianza degli unici tesori del cattolicesimo: il «depositum fidei» e i poveri


Quando Paolo VI morì, un gruppo noto con il nome di Civiltà cristiana affisse sui muri di Roma un manifesto ignobile per infangare la memoria del Papa appena scomparso: «Adesso vogliamo un papa cattolico». Per quei fondamentalisti cattolici tra le colpe che inchiodavano papa Montini all’accusa di alto tradimento della 'civiltà cristiana occidentale' vi era anche l’enciclica Populorum progressio, annunciata al mondo il giorno di Pasqua, 26 marzo 1967. Nello stagnante clima della guerra fredda, il Papa con quell’enciclica aveva fatto l’«errore», secondo i critici, di non dividere il mondo tra Est e Ovest, ma 'osato' invece testimoniare che la vera cortina di ferro era quella che divideva il Nord e il Sud del mondo, «i popoli dell’opulenza» dai «popoli della fame». Una drammatica quanto semplice constatazione, che aveva però il torto di infrangere il vecchio totem dei tanti fautori dello scontro e dell’equilibrio di potere di allora: quello del Papa schierato con il fronte dell’Occidente.

Per questi tutori dell’ordine, che avrebbero voluto che la Chiesa rinnegasse la neutralità politica chiaramente e coraggiosamente affermata da Pio XII nel radiomessaggio del Natale 1951, il semplice parlare di capitalismo «fonte di tante sofferenze», come aveva fatto Paolo VI nell’enciclica, era equivalso a entrare in complicità con il nemico rosso. Così alcuni dissero che si trattava di «marxismo riscaldato», altri che era la dimostrazione di come la Chiesa tendesse a fare politica invece di occuparsi dei problemi spirituali che la riguardano, altri ancora la giudicarono piena di equivoci, perché la Chiesa, secondo questi, non può avere le capacità per l’analisi e la diagnosi dei fenomeni economici.

Oggi, a cinquant’anni di distanza, è fin troppo facile riconoscere quanto pertinente sia stata invece l’analisi profetica contenuta nell’enciclica del 1967. Basta leggere i numeri della fame che diminuisce ma resta enorme, le cronache delle guerre, le sofferenze e l’ingiustizia sociale che hanno pagato e pagano sempre molti Paesi nell'epoca della globalizzazione. Né è difficile riconoscere come la Populorum progressio esplicitamente si riferisca all'insegnamento tradizionale della Chiesa sulla destinazione universale dei beni, che trova il suo fondamento nella prima pagina della Bibbia e ne estende il principio, ricordato, tra gli altri, da san Tommaso d’Aquino e sant’Ambrogio alle comunità politiche. È facile perciò riconoscere come gli insegnamenti in essa contenuti conservino ancora tutta la loro forza di richiamo. Ma oggi come allora di quel documento si fa ancora fatica a intendere e a promuovere realmente l’ultima, più profonda ragione. E cioè che la preferenza per i poveri non è un pedaggio passeggero ai sociologismi ma attinge al cuore stesso della grande Tradizione della Chiesa. Quella con la T maiuscola, che stima e custodisce i suoi due unici tesori: la fede tramandata dagli apostoli e i poveri, i popoli della fame che per primi sono chiamati a godere della grazia della fede. Perché da sempre la Chiesa gioisce di questi beni, di questi due depositi inestinguibili di ricchezza: il bene della fede, il depositum fidei, e i poveri, che della sua ricchezza sia spirituale sia materiale sono i destinatari e i fruitori privilegiati. Da qui aveva preso forma l’enciclica montiniana, «dettata dalla luce che ci viene dalla fede». I n questa prospettiva c’è un dato cronologico importante che pochi hanno messo in luce quanto dovuto. Proprio un mese prima della pubblicazione della Populorum progressio, il 22 febbraio 1967, festa della Cattedra di san Pietro, Paolo VI con l’esortazione apostolica Petrum et Paulum apostolos manifesta l’intenzione di indire un anno giubilare particolare: l’Anno della fede, in occasione dei 1900 anni del martirio a Roma degli apostoli Pietro e Paolo. In quell’anniversario il Papa chiamava tutta la Chiesa a far memoria della fede trasmessa in eredità dai due apostoli, nella domanda umile di poter fare della realtà di quella fede la loro stessa viva esperienza, di poter incontrare e sorprendere i gesti di quella stessa Presenza che duemila anni prima aveva attratto poveri pescatori e peccatori. «La testimonianza della nostra fede, ecco ciò che noi vogliamo portare davanti a Dio e davanti agli uomini». E alla fine di quell’anno, il 30 giugno 1968, Paolo VI pronunciava in piazza San Pietro la solenne professione del Credo del popolo di Dio, con cui intendeva, come pura e semplice testimonianza, «attestare il nostro incrollabile proposito di fedeltà al deposito della fede».

Il Papa aveva agito in quanto Pietro: non formulò sue idee né pensieri personali, prestò la sua bocca alla grande voce della Chiesa universale. Un atto che garantiva la libertà dei suoi figli proteggendoli contro ogni condizionamento da parte di altre forze che non fossero quelle dello Spirito di Gesù, e che s’inscriveva perfettamente nelle esigenze derivanti dai segni dei tempi. Ma i cattolici di allora non colsero quell'intuizione profetica di papa Montini. E anche il Credo del popolo di Dio venne accolto con riserve. Per teologi e intellettuali si trattava di «atti pietistici». Per i reazionari al contrario era pentitismo tardivo, visto che secondo loro la confusione nella Chiesa era stata innescata da quel rinnovamento conciliare di cui Montini era stato il timoniere. Per i chierici di ogni tendenza la semplice riproposizione dei contenuti tradizionali della fede cattolica pareva una risposta troppo minimale. Quell’anno di fatto segnò un crinale nel pontificato montiniano. Ma cosa aveva spinto Montini a compiere quel passo? Non fu tanto l’immoralità del mondo o la negazione teorica del cristianesimo, a quel tempo già sfacciata, ad aver condotto Paolo VI alla decisione di indire l’Anno della fede.

Ciò che vide Paolo VI era il sintomo di qualcosa di più tragico e radicale. La perdita della percezione di cosa sia veramente il cristianesimo, la natura e la dinamica della vita cristiana. E già negli anni che precedono il 1967 l’allarme contenuto nei discorsi di Paolo VI è un altro: la Chiesa viene demolita non dall’ateismo moderno ma dai suoi stessi figli. La malattia è interna, è un cupio dissolvi che sembra aver avvelenato i maestri, i chierici e le accademie ecclesiastiche, prima ancora che il popolo, e li spinge a uno svuotamento dall’interno della natura e del metodo del fatto cristiano. «Vengono alle labbra le parole di Gesù: ' inimici hominis, domestici eius, i nemici dell’uomo saranno i suoi di casa!'», dirà il Papa il 18 settembre 1968, a nemmeno tre mesi dalla proclamazione del Credo. Nel mondo in ebollizione di allora e di fronte alle corrosive contraffazioni di un cattolicesimo di marca ideologica, Paolo VI aveva voluto semplicemente ripetere e posare il suo sguardo sugli unici tesori della Chiesa. Per questo il Credo del popolo di Dio e l’enciclica Populorum progressio vanno letti insieme.

Tutto l’establishment cattolico, salvo rare eccezioni, lasciò cadere nel nulla quella lucida intuizione. Ed è paradossale che al Papa che indica di tornare alla Tradizione, di ripetere la dottrina degli apostoli e rimanere in essa, si faccia il vuoto intorno. E l’Anno della fede e il Credo del popolo di Dio furono inghiottiti dal fronte del silenzio, trasversale e ramificato. Si manifestava così qual era la vera radice dell’incomprensione, della muta ostilità e delle contestazioni sempre più frequenti che il Papa subirà all’interno della Chiesa. E l’idea che il pontificato montiniano avesse subìto a partire dal 1967-68 un’involuzione deludendo le speranze iniziali divenne tanto diffusa negli ambienti clericali da essere evocata a metà degli anni Settanta al convegno ecclesiale su «Evangelizzazione e promozione umana». In quel momento tracimarono giudizi sempre meno cauti nell’esternare perplessità e sarcasmi nei confronti di Montini. Pochi osavano testimoniare pubblicamente la solidarietà verso un Papa alla fine irriso anche nelle assemblee ecclesiali.

Tra questi pochi l’allora patriarca di Venezia, Albino Luciani. Nell’omelia pronunciata il 18 settembre 1977 al Congresso eucaristico nazionale di Pescara, Luciani aveva dato sincera adesione agli unici beni della Chiesa e dichiarato la comunione con il Papa: «Il Pietro che abbiamo sentito nel Vangelo vive oggi nella persona di Paolo VI, suo successore. Ma di Paolo VI ce ne sono due: quello che abbiamo visto iersera qui a Pescara, che si vede e si ascolta nelle udienze generali e private, e quello che descrivono, alla loro maniera, inventando e stravolgendo, certi libri e giornali. Vero, autentico, è soltanto il primo, al quale è toccato di svolgere l’alta missione in tempi difficili». E così concludeva colui che fu poi chiamato a succedergli al Soglio di Pietro: «A questo martire noi siamo vicini con la preghiera, con la fedeltà, con corrispondenza sempre maggiore per quanto attiene la fede degli apostoli da conservare, la vita cristiana da vivere esemplarmente, il sostegno dei poveri, lo sviluppo dei popoli e l’opera fattiva per cooperare alla giustizia e alla pace nel mondo». Questo è ciò che scaturisce dalla fedeltà al cuore della Tradizione. La storia è sempre maestra. Mutatis mutandis.
(fonte: Avvenire)

Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 19.02.2017 - VII domenica del Tempo Ordinario / A



Omelia di p. Aurelio Antista


 VII domenica del Tempo Ordinario (A)  -
19.02.2017

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto



... "Non rispondere al male con il male, ma vinci il male con il bene"... 
La nostra Costituzione dice "L'Italia ripudia la guerra quale mezzo per risolvere i problemi, le tensioni internazionali"... è una modalità di attuazione laica di questo principio del Vangelo. 
Il Signore ci propone questo stile di amore sovrabbondante che fa cadere le armi del nemico, il nemico è innanzitutto fratello, allora il tuo stile di vita, il tuo modo di relazionarti con lui sia quello del fratello che lo disarma e tu intanto disarma il tuo cuore, disarma la violenza che è in te facendo memoria di come Dio è generoso, gratuito, misericordioso verso di te...
Questa parola sappiamo che è difficile da accogliere, da vivere, ma invochiamo lo Spirito del Signore e soprattutto contempliamo il Crocifisso. Il Crocifisso è l'icona che ci manifesta in tutta la sua pienezza quest'amore sovrabbondante, questa vita che si dona e si consegna per amore, senza rivendicare nulla. 
Il Signore cambi, rinnovi, modifichi il nostro cuore e anche il nostro modo di guardare gli altri, il nostro modo di relazionarci con i fratelli.

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«Che il Signore ci dia la grazia della semplicità di un bambino» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
21 febbraio 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Tentati dalla mondanità”

Il quotidiano sforzo di tutti i cristiani nel cercare di vincere la «tentazione della mondanità», del «sentirsi più grandi degli altri», è stato al centro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 21 febbraio.

Una tentazione inevitabile, ha spiegato il Pontefice, prendendo spunto dalla liturgia della parola. Innanzitutto dalla lettura tratta dal libro del Siracide (2, 1-13) dove è scritto: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, resta saldo nella giustizia e nel timore; preparati alla tentazione». Ha spiegato il Papa: «La vita cristiana è una vita con tentazioni» e perciò «dobbiamo essere preparati, alle tentazioni» perché «tutti saremo tentati».

La conferma si trova nel Vangelo di Marco (9, 30-37) in cui si narra di Gesù che «andava con i discepoli decisamente, risolutamente verso Gerusalemme per compiere la sua missione», quella, cioè, «di fare la volontà del Padre». Gesù anticipava ai discepoli quello che gli sarebbe accaduto a Gerusalemme: «Il Figlio dell’Uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». E ancora: «Ma una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Eppure i discepoli «non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo, di andare oltre, nelle spiegazioni», tanto che dicevano: «Fermiamoci qui. È meglio». Subivano cioè «la tentazione di non compiere la missione». Una tentazione, ha sottolineato il Pontefice, alla quale è stato sottoposto anche lo stesso Gesù «almeno due volte». La prima, nel deserto, con le tre proposte del diavolo «di fare la redenzione ma per un’altra via, più facile, più alla mano». Poi un’altra volta «è stato Pietro a tentarlo» quando, a Gesù che parlava del suo destino, disse: «No, non accada mai, Signore, questo!». E anche a lui Gesù rispose: «Vade retro, Satana!». Infatti «Pietro faceva lo stesso che aveva fatto nel deserto il diavolo, Satana».

Una cosa «interessante» fatta notare da Francesco nel racconto evangelico è che i discepoli «non volevano sentire questa parola di Gesù». Anzi «non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo». Le difficoltà dei discepoli si chiariscono ancora meglio andando avanti nella lettura. Infatti «quando giunsero a Cafarnao, Gesù chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”». E anche qui, ha sottolineato il Pontefice, essi «tacevano». Ma stavolta tacevano «per la vergogna». Infatti, se la prima volta avevano avuto «timore» e si ripetevano «ma no, non domandiamo niente di più: meglio stare zitti», stavolta si vergognavano perché per la strada «avevano discusso tra loro chi fosse più grande». Si sono vergognati di quella discussione. Un duplice atteggiamento, quello del timore e della vergogna, spiegato dal Papa: «Erano gente buona, che voleva seguire il Signore, servire il Signore. Ma non sapevano che la strada del servizio al Signore non era così facile, non era come un arruolarsi in un’entità, un’associazione di beneficenza». E «avevano timore di questo». D’altro canto, avevano «la tentazione della mondanità».

Ma, ha messo in guardia Francesco, non era una tentazione solo loro: «Dal momento che la Chiesa è Chiesa fino a oggi, questo è successo, succede e succederà». Succede ad esempio «nelle parrocchie» dove sempre ci sono delle «lotte» e si può sentire qualcuno dire: «Io voglio essere presidente di questa associazione, arrampicarmi un po’»; oppure: «Chi è il più grande, qui? Chi è il più grande in questa parrocchia? No, io sono più importante di quello, e quello lì no perché quello ha fatto qualcosa...». Tentazione della mondanità dalla quale, parte «la catena dei peccati» come lo «sparlare dell’altro» o le chiacchiere, che sono tutte cose che servono per «arrampicarsi».

Una tentazione, ha avvertito il Papa, dalla quale non è esente il clero: «Alcune volte lo diciamo con vergogna noi preti, nei presbiteri: “Io vorrei quella parrocchia...” — “Ma il Signore è qui …” — “Ma io vorrei quella...”». Si segue cioè, «non la strada del Signore», ma quella «della vanità, della mondanità». E, ha continuato, «anche fra noi, vescovi, succede lo stesso: la mondanità viene come tentazione». E così accade che un vescovo dica: «Io sono in questa diocesi ma guardo quella che è più importante» e si muove per fare pressioni, per cercare influenze, per spingere «per arrivare là». In sintesi, ha chiarito il Pontefice, «la missione è servire il Signore, ma poi il vero desiderio, tante volte, ci spinge verso la strada della mondanità per essere più importanti». Poi può esserci la delusione, com’è stato per i discepoli di Gesù che «tacevano prima dal timore, poi tacevano dalla vergogna». Il Papa l’ha definita «santa vergogna!» e ha suggerito di chiedere al Signore «sempre la grazia di vergognarci, quando ci troviamo in queste situazioni».

Il criterio di scelta per le nostre azioni, di fronte a certe tentazioni, viene spiegato da Gesù nello stesso brano evangelico: «Sedutosi, disse loro: se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti» e, preso un bambino aggiunse: «Fatevi come questo». Cristo, ha spiegato il Papa, «capovolge tutto. La gloria e la croce, la grandezza e il bambino...».

È questo, ha concluso il Pontefice, un passo del Vangelo che «ci porta a pregare per la Chiesa, pregare per tutti noi perché il Signore ci difenda dalle ambizioni, dalle mondanità di quel sentirsi più grandi degli altri». Che il Signore «ci dia la grazia della vergogna, quella santa vergogna, quando ci troviamo in quella situazione», la grazia di dire: «Ma io sono capace di pensare così? Quando vedo il mio Signore in croce, e io voglio usare il Signore per arrampicarmi?». Ma anche, ha aggiunto, «ci dia la grazia della semplicità di un bambino», di capire l’importanza della «strada del servizio» e, alla fine di una vita di servizio, di saper dire: «Sono un servo inutile».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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