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lunedì 5 dicembre 2016

Tra città e campagna di ENZO BIANCHI - JESUS, dicembre 2016

JESUS, dicembre 2016

La bisaccia del mendicante
Rubrica di ENZO BIANCHI

Tra città e campagna


Eventi recenti – sia a livello nazionale che europeo ed internazionale – ci hanno invitato a riflettere sulla politica in senso alto, anche a partire dal rapporto tra città e campagna, tra metropoli e aree rurali. A ripensare cioè alla relazione tra la “città”, la polis, e l’insieme della società di cui la politica si deve fare carico. Che cos’è la polis, che ha poi dato il nome alla scienza e all’arte di governare una convivenza civile? È una creazione umana, voluta ed esperita dagli umani nei millenni e che è stata ed è ancora il luogo dell’umanizzazione per eccellenza. È nella polis che gli uomini sono diventati più umani; è nella polis che è fiorita la civiltà, l’arte, il pensiero; è nella città che gli uomini e le donne hanno accresciuto la loro soggettività e hanno saputo intrecciarla in vita comune, dando origine alle istituzioni necessarie per ordinare e difendere la vita, strutturando la democrazia: compito mai definito una volta per tutte e mai portato a termine, ma sempre bisognoso di crescere. Questo cammino di umanizzazione deve proseguire, mostrandosi capace di resistere a ogni tentazione di barbarie, a ogni regressione verso l’animale da cui proveniamo.

Ecco perché quando diciamo “polis” diciamo “politica”, questa responsabilità che nasce dall’appartenenza alla polis intesa innanzitutto come societas e come communitas. Politica, parola che oggi purtroppo, soprattutto per le nuove generazioni, non è più parola significativa e invocata, perché parola intaccata nel suo essere vocazione e servizio, parola che ormai patisce disaffezione e suscita apatia democratica. Ha ragione l’antropologo Marc Augé a denunciare la società attuale come abitante i “non luoghi”, cioè capace solo di sostare dove non c’è legame né impegno. Sicché la politica soffre di astenia, non potendo trovare fondamento in uno spazio che sia veramente una polis. Per questa mancanza di fondamento nel tessuto della città, la politica evade sovente dalla realtà, non è più esercitata nello spazio duro e difficile del calarsi sul terreno delle realtà concrete e vissute dai cittadini, non riesce più a compiere azioni che siano coerenti con le ispirazioni e gli ideali – i grandi principi! – e, al contempo, compatibili con la realtà.

Se la polis è una società, allora occorre innanzitutto, da parte dei cittadini, mettersi a caro prezzo alla ricerca di un orizzonte comune e intraprendere un’azione responsabile conseguente, perché siano praticati cammini di umanizzazione nella società. Si tratta infatti di armonizzare autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, convivenza necessaria e feconda e legittima diversità.

Ciò che si deve fare in politica va fatto non per convenienza, non per debolezza, ma per una convinzione assunta e per una responsabilità democratica. Un grande politico, Dag Hammarskjöld, che molti ricorderanno come segretario generale dell’ONU, ha scritto: “Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto!”. Oggi, di fronte a una polis che si sfilaccia sempre più, che – secondo l’espressione di Zygmunt Bauman – si fa sempre più “liquida”, occorre ridare respiro alla politica astenica, occorre rinnovare il coinvolgimento di ogni cittadino, fino a rifondare una cultura dell’impegno e del servizio della politica, occorre esercitarsi alla creatività, alla diversità, alla complessità per delineare un orizzonte comune, un orientamento che nella polis sappia radunare le forze per la resistenza alle barbarie e per un rinnovato slancio verso una democrazia sempre ripensata e declinata in forme adeguate all’evolversi delle circostanze locali e globali.

Se invece lasciamo che nella polis prevalga l’amore per se stessi, in cui l’individuo cerca solo la propria realizzazione di se stesso, in cui la persona è considerata solo come individuo indipendente da legami vitali che non siano quelli di una micro-tribù in lotta contro il resto del mondo, inevitabilmente finirà per prevalere l’interesse particolare, la logica della concorrenza spietata, la vertigine dell’accumulo finanziario, si avrà come primo risultato nella vita della polis il venir meno della solidarietà, della corresponsabilità, della reale interdipendenza della vita e, poi, si finirà per scivolare nella corruzione, nel latrocinio di cui purtroppo siamo informati, se non testimoni diretti, ogni giorno.


domenica 4 dicembre 2016

Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Dicembre 2016 - “Perché sia eliminata in ogni parte del mondo la piaga dei bambini-soldato”

Intenzione di preghiera di Papa Francesco 
per il mese di Dicembre 2016

Il videomessaggio si apre con l’immagine buia di una persona che indossa un vestito militare e mette in mostra una cintura di proiettili; poi si toglie il fazzoletto che copre il volto e compare un bambino. Seguono immagini pieni di luce con bambini che giocano e vanno a scuola, pieni di gioia.

Il testo:
In questo mondo , che ha sviluppato le tecnologie più sofisticate, 
si vendono armi che finiscono nelle mani dei bambini-soldato.

Dobbiamo fare tutto il possibile perché la dignità dei bambini sia rispettata 
e porre fine a questa forma di schiavitù.

Chiunque tu sia, sei sei commosso come me, ti chiedo di unirti a questa intenzione di preghiera:
Perché sia eliminata in ogni parte del mondo la piaga dei bambini-soldato.

Guarda il video



Fin dall’inizio del suo Pontificato, Francesco ha più volte denunciato con forza – in discorsi, omelie e messaggi – il fenomeno aberrante dei bambini ridotti in schiavitù per combattere le guerre degli adulti. In occasione dell’Urbi et Orbi per il Natale 2014 aveva parlato di bambini vittime dei “nuovi Erode”. Denuncia che aveva ribadito nell’Urbi et Orbi del Natale scorso, dove aveva espresso la sua vicinanza a tutti i bambini-soldato. Particolarmente toccante l’incontro che Francesco ha avuto con i giovani in Uganda, durante il suo viaggio apostolico del novembre 2015. Il Papa si commosse ad ascoltare la testimonianza di un ragazzo che era stato costretto a diventare un bambino-soldato. A lui e a tutti i giovani vittime di questa terribile piaga, il Papa rivolse parole di vicinanza e incoraggiamento, invitandoli a vincere l’odio con l’amore, nella convinzione che “Dio è più forte di ogni campagna di reclutamento”.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica Avvento / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.2/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino

Vangelo: 
Mt 3,1-12



Giovanni Battista è il sigillo profeti, è quell'Elia che deve tornare  "per convertire i cuori dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri "(Ml 3,23-24). E come tutti i profeti egli mantiene viva la Parola e la promessa di Dio, impedendo che i professionisti della religione riducano la fede a mera religiosità, solo ad osservanza di riti e di norme, senza più cuore, senza un briciolo di umanità, priva infine anche della presenza di Dio. Al cuore della fede di Israele c'è la Dabar, la Parola, e "dietro la Parola c'è Colui che parla. Non c'è solo una idea da comprendere o un ordine da eseguire, c'è da stabilire comunione con Colui che nella sua Parola comunica se stesso. Dimenticare questo è cadere nel feticismo: ci si innamora dell'anello e si dimentica lo Sposo "(cit.).
Giovanni rappresenta la rottura con questo tipo di mentalità, sempre presente sia in Israele quanto, purtroppo, nella Chiesa. Egli è figura dell'uomo nuovo che si ciba soltanto della Parola del Signore, di cui le cavallette e il miele selvatico sono simbolo. Egli, come Mosè, guida il popolo a fare un nuovo esodo, questa volta partendo da Gerusalemme e dalla Giudea divenute luoghi di oppressione e di schiavitù, verso il deserto proclamando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. "Anche chi crede di essere in patria deve uscire dai luoghi sacri e dalle proprie immagini (idoli) di Dio, per incontrare il Signore che ci viene incontro nella carne di Gesù ".(cit.) 
Noi però, purtroppo, non apparteniamo al Signore ma al serpente, non obbediamo alla Parola del Padre della vita, ma a quella del divisore, padre della menzogna e generatore della morte. Lasciamoci allora immergere anche noi, ma non nell'acqua, bensì nello Spirito Santo, nella vita di Dio che tutto illumina, purifica e vivifica, fuoco d'amore che incenerisce ogni nostro male e ci dona la sua vita.


sabato 3 dicembre 2016

"Il nuovo Battesimo è l'immersione nel mare di Dio" di p. Ermes Ronchi - I Domenica di Avvento - anno A

Lo stile dell'Avvento: accorgersi, vivere con attenzione

Commento
I Domenica di Avvento (Anno A)

Letture: Isaia 11,1-10; Salmo 71; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente?
(...)

Giovanni il Battista predicava nel deserto della Giudea dicendo: convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2).
Gesù cominciò a predicare lo stesso annuncio: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17). Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno, nel regno dei cieli che è un mondo nuovo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro vicino: è possibile, è ormai iniziato. Su quel sogno ci chiedono di osare la vita, ed è la conversione.
Si tratta di tre annunci in uno, e tra tutte la parola più calda di speranza è l'aggettivo «vicino». Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze, è vicinissimo a te. E se anche tu ti trovassi ai piedi di un muro o sull'orlo del baratro, allora ricorda: o quanti cercate, siate sereni / egli per noi non verrà mai meno / e Lui stesso varcherà l'abisso (David Maria Turoldo).
Dio è accanto, a fianco, si stringe a tutto ciò che vive, rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l'agnello, il leone e il bue, il bambino e il serpente (parola di Isaia), uomo e donna, arabo ed ebreo, musulmano e cristiano, bianco e nero, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani. Il regno dei cieli e la terra come Dio la sogna. Non si è ancora realizzata? Non importa, il sogno di Dio è più vero della realtà, è il nostro futuro che ci porta, la forza che fa partire.
Gesù è l'incarnazione di un Dio che si fa intimo come un pane nella bocca, una parola detta sul cuore, un respiro: infatti vi battezzerà nello Spirito Santo, vi immergerà dentro il mare di Dio, sarete avvolti, intrisi, impregnati della vita stessa di Dio, in ogni vostra fibra.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall'alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile, e ci sono cento fratelli, e alberi fecondi, e miele.
Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all'uomo, scegliere sempre l'umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l'unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi.


“Io accolgo te nel Signore”: criteri di discernimento dal rito del matrimonio a cura di Egidio Palumbo (VIDEO INTEGRALE)

“Io accolgo te nel Signore”: 
criteri di discernimento 
dal rito del matrimonio  
a cura di Egidio Palumbo, ocarm

(VIDEO INTEGRALE) 


I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2016 
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

DISCERNIMENTO E RESPONSABILITÀ 
“Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” 
(1Ts 5,21)



30 novembre 2016

1. Liturgia, fede e vita
La scelta di individuare nel Rito del Matrimonio alcuni criteri di discernimento essenziali per la vita cristiana delle famiglie, è motivata da una ragione fondamentale. Alla base di ogni libro liturgico della Chiesa vi è l’antico e sapiente adagio patristico: “lex orandi, lex credendi”, ovvero “ciò che si prega, esprime Colui in cui si crede e ciò che è creduto”. Questo significa che nella Liturgia la Chiesa orante esprime la sua fede, la sua relazione con il Dio di Gesù Cristo, Dio credibile e affidabile, e nello stesso tempo esprime la sua risposta di fede al Dio credibile e affidabile. E se a “lex orandi, lex credendi” aggiungiamo anche “lex vivendi” (“ciò che si tenta di vivere”), allora nella Liturgia la Chiesa orante non solo esprime la sua fede, ma anche il suo vissuto, cioè la fede testimoniata nel vissuto quotidiano dei credenti. E così abbiamo l’adagio completo “lex orandi, lex credendi, lex vivendi”, che mostra, in modo eloquente, lo stretto rapporto tra liturgia, fede e vita.

Da questo riferimento al vissuto appare evidente la motivazione che ci spinge ad individuare nel Rito del Matrimonio alcuni criteri di discernimento per il cammino esistenziale e la crescita spirituale – cioè accogliendo lo Spirito di Cristo – nella vita delle famiglie cristiane. Papa Francesco, in Amoris Laetitia n. 72, ci ricorda che «il sacramento del matrimonio non è una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno. Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi, perché “la loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra, e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi” [Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 13]. Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale». Perciò sarebbe auspicabile che le famiglie riprendessero tra le mani, come itinerario di crescita per il loro vissuto di fede, l’attuale Rito del Matrimonio, con l’eucologia (orazioni, benedizioni, formulari), i gesti rituali e le letture bibliche ivi proposti, e ne facessero oggetto di riflessione comune, al fine di «fare memoria del dono e della grazia ricevuti nel giorno del Matrimonio» ed essere più «coscienti e responsabili del proprio ruolo nella Chiesa» (Rito del Matrimonio, Presentazione, n. 9).

...
Il consenso, va ricordato, esige tra i due un vincolo d’amore saldo e maturo, una unione indissolubile e fedele nel tempo, così come indissolubile e fedele nel tempo è l’Alleanza sponsale tra Dio e il suo popolo, e indissolubile e fedele nel tempo è l’amore che unisce Cristo Sposo alla sua Chiesa Sposa (Ef 5,21-33), e di questo amore i coniugi – sposati nel Signore – ne sono pienamente partecipi a tal punto da diventarne il riflesso esistenziale, l’immagine e la parabola vivente nella comunità ecclesiale e nel mondo.
Sciogliere o spezzare l’alleanza e il vincolo d’amore coniugale – bisogna esserne coscienti – significa smentire il Dio dell’Alleanza e l’amore di Cristo per la sua Chiesa. E quando purtroppo questo accade, non fa altro che metterci di fronte alla complessa e complicata esistenza di noi esseri umani, alle nostre fragilità, autoreferenzialità, egoismi, immaturità affettive e di relazione. E tutto questo, non va dimenticato, fa parte della dimensione umana dell’unione coniugale, non gli è estranea.

Ecco perché la forma del consenso sottolinea: «… con la grazia di Cristo… con la grazia di Dio», e poi ancora: «… nel Signore che ci ha creati e redenti». Non sono incisi retorici, ma qualificano, dal punto di vista della fede, la risposta dei coniugi al loro Signore e Sposo, i quali, guardando con gli occhi della fede la loro storia di amore, sentono che li ha preceduti (cf. Rito del Matrimonio, Presentazione, n. 5), chiamandoli a diventare “una sola carne” in Lui, un “noi” in Lui, e di conseguenza una piccola chiesa domestica, sposa di Lui che è lo Sposo. Con il consenso, libero da condizioni e soggezioni, i coniugi esprimono la loro accoglienza e donazione reciproci, e nel contempo, in quanto chiesa domestica, accettano di coinvolgersi in una storia di amore e di salvezza che il Signore vuole costruire con loro, una storia che sia di speranza e di edificazione per la comunità ecclesiale e per il mondo. 


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Aleppo: ucciso Anas, il clown che faceva sorridere i bambini sotto le bombe



Aleppo, ucciso il clown che confortava i bambini sotto le bombe

È morto Anas al-Basha, 24 anni, ucciso da un missile nei quartieri orientali di Aleppo. Con lui scompare il sorriso di un uomo che, nell'inferno della Siria, creava ogni giorno spazi di speranza


È stato ucciso in un raid ad Aleppo, in Siria, l'attivista che, vestito da clown, portava il sorriso ai bambini traumatizzati della città assediata. Anas al-Basha aveva 24 anni e dirigeva il centro Spazio per la Speranza (Space for Hope). È morto martedì ifacen un attacco missilistico, non è chiaro se del regime di Damasco o dell'alleato russo, sul quartiere assediato di Mashhad, il lato orientale della città. I genitori e il fratello avevano lasciato Aleppo la scorsa estate, ma lui aveva scelto di restare per portare un sorriso ai bambini sotto assedio. Lascia la moglie, che aveva sposato due mesi fa e che resta intrappolata ad Aleppo.

Il post del fratello su Facebook


"Anas aveva rifiutato di lasciare Aleppo e deciso di restare per continuare il suo lavoro di volontario aiutando i civili e portando doni ai bambini nelle strade per dare loro speranza" si legge nel messaggio postato dal fratello Mahmoud su Facebook. "Tutto quello che Anas voleva era dare felicità ai bambini di Aleppo. Anais non è un terrorista! È un membro attivo della società civile che lavorava giorno e notte per portare un sorriso ai bambini siriani. Viveva per far ridere i bambini e renderli felici nel posto più oscuro e pericoloso del mondo. Non sono riuscito a dargli l'ultimo saluto, anche la mia famiglia, perché la città di Aleppo è sotto assedio da 112 giorni. Sono orgoglioso di te, fratello mio. Arrivederci caro. Riposa in pace, hai portato gentilezza in un mondo crudele".


L'associazione sospende ogni attività

Dopo l'uccisione di Anas, il suo membro più noto, l'associazione Space for Hope ha sospeso ogni attività ad Aleppo, dove è diventato troppo pericoloso muoversi nei quartieri assediati e sottoposti negli ultimi giorni a una pioggia di fuoco senza precedenti. Sono decine di migliaia i civili costretti a fuggire e decine ogni giorno i morti civili. L'associazione di Anas al-Basha opera a sostegno di 12 scuole e 4 centri di aiuto psico-sociale nei quartieri controllati dai ribelli. Offre aiuto psicologico e sostegno economico a 365 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori.

Il tweet del fratello

(fonte: Avvenire)


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Servizio Tg2000



venerdì 2 dicembre 2016

Il ripudio della guerra nella Costituzione Italiana a cura di Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

 Il ripudio della guerra nella Costituzione Italiana
 a cura di Gregorio Battaglia
 (VIDEO INTEGRALE)


Settimana di spiritualità 2016

promossa dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

"IL SOGNO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA
I 70 anni della Repubblica ci interpellano come cristiani"






Articolo 11 della Costituzione:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."

Questo articolo si esprime chiaramente per la pace, e mette in evidenza  due parole: pace e giustizia, Indica la priorità del  negoziato come  risoluzioni dei conflitti, che certamente sono inevitabili, ma che  non devono risolversi più con la guerra
…. La parola “ripudia la guerra” è fortissima, netta e assoluta.
  Una parola cosi decisa sulla guerra non è riuscita a dirla nemmeno il Concilio nella Gaudium et spes …
Solo Giovanni XXIII, nella  “Pacem in terris”, affermò:  “Alienum est a ratione, bellum”(La guerra è fuori dalla ragione”)
,,,
In riferimento a questo art. 11 quanto lavoro si potrebbe fare nelle scuole?  Non si potrebbero introdurre modalità di risoluzione dei conflitti interpersonali nonviolenti e rispettosi della dignità di tutti ?

E cosa dice a noi  Chiesa? Basta pensare alle nostre “comunioni” che spesso …


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Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 27.11.2016 - I domenica di Avvento / A



Omelia di p. Aurelio Antista

- I domenica di Avvento (A) -
27.11.2016


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto



"Andiamo con gioia incontro al Signore" così abbiamo cantato più volte pregando il salmo responsoriale ... Il Signore viene, il Signore ci visita e quindi noi lo accogliamo, gli andiamo incontro.
Tutta la vita cristiana è connotazione dell'attesa di questo incontro, tutta la vita cristiana è attesa, è preparazione, già la vita umana è attesa delle varie tappe della vita... da vivere come incontri, come attese di ciò che viene e verso cui siamo indirizzati. E l'incontro con il Signore caratterizza l'insieme, per noi credenti di questa vita di attese... e l'Avvento ci ricorda tutto questo, questa dimensione della nostra vita. 
Avvento, venuta, c'è qualcuno che viene, è il Signore che viene e noi gli andiamo incontro...

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«Le catechesi dedicate alla misericordia finiscono, la misericordia deve continuare!» - Papa Francesco, Udienza generale - 30 novembre 2016 (foto, testo e video)

 30 novembre 2016 

“Con la catechesi di oggi concludiamo il ciclo dedicato alla misericordia”. Lo ha annunciato il Papa, nell’udienza in Aula Paolo VI, dove è arrivato poco dopo le 9. Sempre disponibile con tutti ma soprattutto con i bambini e le persone sofferenti...

 


Pregare Dio per i vivi e per i morti

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con la catechesi di oggi concludiamo il ciclo dedicato alla misericordia. Ma le catechesi finiscono, la misericordia deve continuare! Ringraziamo il Signore per tutto questo e conserviamolo nel cuore come consolazione e conforto.

L’ultima opera di misericordia spirituale chiede di pregare per i vivi e per i defunti. Ad essa possiamo affiancare anche l’ultima opera di misericordia corporale che invita a seppellire i morti. Può sembrare una richiesta strana quest’ultima; e invece, in alcune zone del mondo che vivono sotto il flagello della guerra, con bombardamenti che giorno e notte seminano paura e vittime innocenti, questa opera è tristemente attuale. La Bibbia ha un bell’esempio in proposito: quello del vecchio Tobi, il quale, a rischio della propria vita, seppelliva i morti nonostante il divieto del re (cfr Tb 1,17-19; 2,2-4). Anche oggi c’è chi rischia la vita per dare sepoltura alle povere vittime delle guerre. Dunque, questa opera di misericordia corporale non è lontana dalla nostra esistenza quotidiana. E ci fa pensare a ciò che accadde il Venerdì Santo, quando la Vergine Maria, con Giovanni e alcune donne stavano presso la croce di Gesù. Dopo la sua morte, venne Giuseppe di Arimatea, un uomo ricco, membro del Sinedrio ma diventato discepolo di Gesù, e offrì per lui il suo sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Andò personalmente da Pilato e chiese il corpo di Gesù: una vera opera di misericordia fatta con grande coraggio (cfr Mt 27,57-60)! Per i cristiani, la sepoltura è un atto di pietà, ma anche un atto di grande fede. Deponiamo nella tomba il corpo dei nostri cari, con la speranza della loro risurrezione (cfr 1 Cor 15,1-34). È questo un rito che permane molto forte e sentito nel nostro popolo, e che trova risonanze speciali in questo mese di novembre dedicato in particolare al ricordo e alla preghiera per i defunti.

Pregare per i defunti è, anzitutto, un segno di riconoscenza per la testimonianza che ci hanno lasciato e il bene che hanno fatto. È un ringraziamento al Signore per averceli donati e per il loro amore e la loro amicizia. La Chiesa prega per i defunti in modo particolare durante la Santa Messa. Dice il sacerdote: «Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli, che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. Dona loro,Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace» (Canone romano). Un ricordo semplice, efficace, carico di significato, perché affida i nostri cari alla misericordia di Dio. Preghiamo con speranza cristiana che siano con Lui in paradiso, nell’attesa di ritrovarci insieme in quel mistero di amore che non comprendiamo, ma che sappiamo essere vero perché è una promessa che Gesù ha fatto. Tutti risusciteremo e tutti rimarremo per sempre con Gesù, con Lui.

Il ricordo dei fedeli defunti non deve farci dimenticare anche di pregare per i vivi, che insieme con noi ogni giorno affrontano le prove della vita. La necessità di questa preghiera è ancora più evidente se la poniamo alla luce della professione di fede che dice: «Credo la comunione dei santi». È il mistero che esprime la bellezza della misericordia che Gesù ci ha rivelato. La comunione dei santi, infatti, indica che siamo tutti immersi nella vita di Dio e viviamo nel suo amore. Tutti, vivi e defunti, siamo nella comunione, cioè come un’unione; uniti nella comunità di quanti hanno ricevuto il Battesimo, e di quelli che si sono nutriti del Corpo di Cristo e fanno parte della grande famiglia di Dio. Tutti siamo la stessa famiglia, uniti. E per questo preghiamo gli uni per gli altri.

Quanti modi diversi ci sono per pregare per il nostro prossimo! Sono tutti validi e accetti a Dio se fatti con il cuore. Penso in modo particolare alle mamme e ai papà che benedicono i loro figli al mattino e alla sera. Ancora c’è questa abitudine in alcune famiglie: benedire il figlio è una preghiera; penso alla preghiera per le persone malate, quando andiamo a trovarli e preghiamo per loro; all’intercessione silenziosa, a volte con le lacrime, in tante situazioni difficili per cui pregare. Ieri è venuto a messa a Santa Marta un bravo uomo, un imprenditore. Quell’uomo giovane deve chiudere la sua fabbrica perché non ce la fa e piangeva dicendo: “Io non me la sento di lasciare senza lavoro più di 50 famiglie. Io potrei dichiarare il fallimento dell’impresa: me ne vado a casa con i miei soldi, ma il mio cuore piangerà tutta la vita per queste 50 famiglie”. Ecco un bravo cristiano che prega con le opere: è venuto a messa a pregare perché il Signore gli dia una via di uscita, non solo per lui, ma per le 50 famiglie. Questo è un uomo che sa pregare, col cuore e con i fatti, sa pregare per il prossimo. E’ in una situazione difficile. E non cerca la via di uscita più facile: “Che si arrangino loro”. Questo è un cristiano. Mi ha fatto tanto bene sentirlo! E magari ce ne sono tanti così, oggi, in questo momento in cui tanta gente soffre per la mancanza di lavoro; penso anche al ringraziamento per una bella notizia che riguarda un amico, un parente, un collega…: “Grazie, Signore, per questa cosa bella!”, anche quello è pregare per gli altri!. Ringraziare il Signore quando le cose vanno bene. A volte, come dice San Paolo, «non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). E’ lo Spirito che prega dentro di noi. Apriamo, dunque, il nostro cuore, in modo che lo Spirito Santo, scrutando i desideri che sono nel più profondo, li possa purificare e portare a compimento. Comunque, per noi e per gli altri, chiediamo sempre che si faccia la volontà di Dio, come nel Padre Nostro, perché la sua volontà è sicuramente il bene più grande, il bene di un Padre che non ci abbandona mai: pregare e lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi. E questo è bello nella vita: prega ringraziando, lodando Dio, chiedendo qualcosa, piangendo quando c’è qualche difficoltà, come quell’uomo. Ma il cuore sia sempre aperto allo Spirito perché preghi in noi, con noi e per noi.

Concludendo queste catechesi sulla misericordia, impegniamoci a pregare gli uni per gli altri perché le opere di misericordia corporale e spirituale diventino sempre più lo stile della nostra vita. Le catechesi, come ho detto all’inizio, finiscono qui. Abbiamo fatto il percorso delle 14 opere di misericordia ma la misericordia continua e dobbiamo esercitarla in questi 14 modi. Grazie.

Guarda il video della catechesi



Saluti:
...
APPELLI

Domani, 1° dicembre, ricorre la Giornata Mondiale contro l’AIDS, promossa delle Nazioni Unite. Milioni di persone convivono con questa malattia e solo la metà di essi ha accesso a terapie salvavita. Invito a pregare per loro e per i loro cari e a promuovere la solidarietà perché anche i più poveri possano beneficiare di diagnosi e cure adeguate. Faccio appello infine affinché tutti adottino comportamenti responsabili per prevenire un’ulteriore diffusione di questa malattia.

Su iniziativa della Francia e degli Emirati Arabi Uniti, con la collaborazione dell’UNESCO, si terrà ad Abu Dhabi, dal 2 al 3 dicembre prossimo, una Conferenza internazionale sulla protezione del patrimonio nelle zone in conflitto. Un tema che è purtroppo drammaticamente attuale. Nella convinzione che la tutela delle ricchezze culturali costituisce una dimensione essenziale della difesa dell’essere umano, auguro che questo evento segni una nuova tappa nel processo di attuazione dei diritti umani.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto i bambini affetti dalla Sindrome di Batten, degenti presso l’Ospedale Bambino Gesù; il personale del Centro tecnico dell’Aereonautica Militare di Fiumicino; e i membri della Federazione degli Istituti di attività educative, convenuti in occasione del settantesimo di fondazione, e li invito a continuare nel cammino di sostegno alle scuole cattoliche, perché sia sempre salvaguardata la libertà di scelta educativa dei genitori per i propri figli. 

Saluto gli studenti, in particolare quelli dell’Istituto “Asisium” e la delegazione del Comune di Cervia, qui presente per la tradizionale consegna del sale.

Porgo un saluto affettuoso ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi ricorre la Festa dell’Apostolo Andrea, fratello di San Pietro. La sua corsa verso il sepolcro incontro al Signore, ricordi a voi, cari giovani, che la nostra vita è un pellegrinaggio verso la Casa del Padre; la sua forza nell’affrontare il martirio sostenga voi, cari ammalati, quando la sofferenza sembra insopportabile; e la sua appassionata sequela del Salvatore induca voi, cari sposi novelli, a cogliere l’importanza dell’amore nella vostra nuova famiglia. E nella ricorrenza dell’apostolo Andrea, vorrei salutare anche la Chiesa di Costantinopoli e l’amato patriarca Bartolomeo e unirmi a lui e alla chiesa di Costantinopoli, in questa festa - a quella chiesa sorella nel nome di Pietro e Andrea, tutti insieme - e augurarle tutto il bene possibile, tutte le benedizioni del Signore e un abbraccio grande. 


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Religiosità popolare - Preghiere in dialetto - Emilia e Romagna: At ringrazi Sgnour (Ti ringrazio Signore)

La religiosità popolare di tutte le regioni italiane è ricca di preghiere dialettali, espressione di una cultura religiosa tramandata oralmente di generazione in generazione, per lo più dai nonni ai nipotini.
L'era moderna, purtroppo, tende a cancellare questo patrimonio, infatti le suddette preghiere permangono quasi esclusivamente nei ricordi delle persone più anziane.

Nei giorni scorsi Padre Gregorio Battaglia, della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto - ME - (che i nostri lettori sicuramente conoscono attraverso i post da noi pubblicati) ci chiedeva se fosse stato possibile pubblicare una preghiera in dialetto siciliano ricordata da una persona anziana che sta attraversando un momento molto difficile, questa richiesta ci ha stimolati a promuovere nel periodo di Avvento la pubblicazione di questa forma di devozione appartenente al nostro patrimonio culturale estendendo l'invito ai nostri lettori di tutte le regioni italiane.
Ci farebbe molto piacere avere un riscontro positivo da parte dei nostri lettori, che pertanto invitiamo a inviare il loro contributo o con un messaggio privato in Facebook nella pagina "Quelli della Via" o scrivendo una email alla casella di posta di "Tempo Perso": tempo-perso@libero.it
Vi chiediamo cortesemente di indicare, accanto alla versione dialettale, anche quella in lingua italiana e, nel caso ne foste a conoscenza, di corredarla di diversi particolari (ad esempio se veniva recitata in particolari periodi dell'anno o momenti della giornata, o se rivolta a qualche Santo per chiederne l'intercessione, o a qualunque altra informazione riteniate opportuno fornirci).
Sarà nostra cura selezionare i suggerimenti, verificandone ovviamente i contenuti, e preparare i post ed anche uno Speciale, in continuo aggiornamento, in cui potere rintracciare con facilità tutte le preghiere.


Preghiere in dialetto
 Emilia e Romagna 

(dialetto bolognese)

At ringrazi Sgnour
(Ti ringrazio Signore)
dei cos t' me regalé,
(delle cose che mi hai regalato)
al mond ch'te fat par me,
(il mondo che hai fatto per me)
la zant e i Amig cha i ho truvé.
(la gente e gli amici che ho trovato.)

Preghiera segnalata da "Gli amici di Dino Parmeggiani" (BO)



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«Signore, con grande forza, soccorrimi; la tua grazia vinca le resistenze del peccato» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
1 dicembre 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 




Papa Francesco:
Gattopardismo spirituale”

È la testimonianza concreta del beato Charles de Foucauld che Papa Francesco ha indicato per sollecitare i cristiani a «camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri». Il Pontefice ha voluto ricordare il religioso francese, nel centenario della sua uccisione, al termine della messa celebrata giovedì mattina, 1° dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Charles de Foucauld, ha affermato Francesco prima di impartire la benedizione, è stato «un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa». Per questo «chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti» ha aggiunto, rilanciandone così la via più che mai attuale per la diffusione del Vangelo. Proprio «le resistenze» che de Foucauld ha saputo superare sono state il filo conduttore della riflessione proposta dal Pontefice a partire anche dal passo evangelico di Matteo (7, 21.24-27) proposto dalla liturgia. Il Papa ha indicato in particolare «tre tipi di resistenze nascoste», le più «pericolose»: quella delle «parole vuote», delle «parole giustificatorie» e delle «parole accusatorie».

«In questa prima settimana dell’Avvento — ha affermato nell’omelia — chiediamo sempre al Signore di purificarci, di prepararci all’incontro con Lui». In particolare «oggi, nella preghiera, nella colletta, abbiamo pregato così: “Ridesta la tua potenza, Signore, e con grande forza soccorri i tuoi fedeli; la tua grazia vinca le resistenze del peccato e affretti il momento della salvezza”». Dunque, ha proseguito Francesco, «chiediamo al Signore di aiutarci in questo cammino dell’incontro, della salvezza». Ma «c’è una grazia che chiediamo che mi ha fatto riflettere: “La tua grazia vinca le resistenze del peccato”».

Infatti, ha fatto notare, «nella vita cristiana ci sono sempre difficoltà e resistenze per andare avanti: ci sono resistenze aperte, che nascono dalla buona volontà». Proprio come per Saulo che «resisteva alla grazia, ma non sapeva ed era convinto di fare la volontà di Dio». Poi «è stato lo stesso Gesù a dirgli: “Saulo, Saulo, stai tranquillo, fermati”». Perché «è duro ricalcitrare contro i pungoli». Così «Gesù va lì e Saulo riconosce e si converte». Del resto, ha aggiunto il Pontefice, «le resistenze aperte sono sane, perché tutti siamo peccatori ed è naturale che vengano». E «sono sane, nel senso che sono aperte alla grazia per convertirsi».

Sono invece «più pericolose — ha spiegato — le resistenze nascoste: quelle che sono sotto, che non si fanno vedere». Ma «le abbiamo tutti». Sì, ha insistito il Pontefice, «ognuno di noi ha il proprio stile di resistenza nascosta alla grazia: dobbiamo cercarlo, trovarlo e metterlo davanti al Signore, affinché Lui ci purifichi». Ed è proprio quella «resistenza» di cui «Stefano accusava i dottori della legge: “Voi e i vostri padri resistete sempre allo Spirito Santo”». Difatti quei dottori «si facevano vedere come se cercassero la gloria di Dio, ma dietro c’era una resistenza allo Spirito Santo». Certo, formulare quell’accusa «al povero Stefano costò la vita, ma disse la verità».

«Queste resistenze nascoste, che tutti abbiamo», ha chiarito ancora Francesco, hanno una «natura» ben riconoscibile in quanto «vengono sempre per fermare un processo di conversione». Ed è proprio un «fermare, non è lottare contro; è stare fermo, sorridere forse, ma tu non passi», come un «resistere passivamente, nascostamente». Del resto «quando c’è un processo di cambiamento in un’istituzione, in una famiglia» si possono riconoscere, appunto, «resistenze» ed è un bene, ha rimarcato Francesco. Infatti «se non ci fossero la cosa non sarebbe di Dio: quando ci sono queste resistenze è il diavolo che le semina, perché il Signore non vada avanti».

«Ma quali sono queste resistenze nascoste?» è la domanda proposta dal Papa, che ne ha subito suggerite alcune. A cominciare dalle «resistenze delle parole vuote, quelle parole» alle quali il Signore fa riferimento nel Vangelo: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli». E si può arrivare a dire: «Signore, Signore, tu mi conosci, abbiamo cenato insieme...». E «Lui lo ripete tanto nel Vangelo: “No, questo non entra!”». Per questo — ha precisato Francesco — «le parole non servono, le parole non ci aiutano: solo le parole, le parole vuote». Come dire «Si, sì, sì» anche se sotto è «no, no, no». Ma pur «sempre il sì, il dolce sì, per ammorbidire il comandamento del Signore o la voce dello Spirito».

Il Pontefice, a questo proposito, ha anche riproposto «la parabola dei due figli, che il padre invia alla vigna». E «uno dice: “No, non ci andrò!”». Ma «poi pensa: “Sì, ci vado, è papà”». L’altro figlio, invece, risponde: «“Sì papà, stai tranquillo. io ci andrò”». Invece «pensa “ma questo vecchio non capisce le cose nuove” e non ci va».

Dunque, ha evidenziato il Papa, il secondo figlio «fa la resistenza passiva» che consiste appunto nel «dire sì, tutto sì, molto diplomaticamente», quando invece «è no, no, no». Insomma «tante parole — “sì, sì, sì cambieremo tutto, sì” — per non cambiare nulla». È esattamente lo stile del «gattopardismo spirituale», proprio di quelli che dicono «tutto sì» quando invece «è tutto no». E questa «è la resistenza delle parole vuote».

«Poi c’è un’altra resistenza — ha spiegato il Pontefice — quella delle parole giustificatorie, ma che non ci giustificano». È il caso di una persona che «si giustifica continuamente — “no, quello l’ho fatto per quello, quello, quello” — ma quando ci sono tante giustificazioni non c’è il buono odore di Dio, c’è il brutto odore del diavolo». In realtà, ha proseguito Francesco, «il cristiano non ha bisogno di giustificarsi: è stato giustificato dalla parola di Dio, l’unica che ci giustifica». Invece ecco il ricorrere ad argomentazioni come «no, io ho fatto questo per quello...» tipico di coloro che «hanno sempre una ragione da opporre». Invece «non si deve fare questo per quello, guarda questo pericolo...”». Ma così «la cosa non può andare avanti, la grazia non può andare avanti: è una resistenza delle parole che cercano di giustificare la mia posizione per non seguire quello che il Signore mi indica».

E, ancora, «c’è una terza resistenza delle parole: le parole accusatorie». È propria di quanti «accusano gli altri per non guardare se stessi». Il Papa ha proposto l’esempio del fariseo nel tempio che dice: «Ti rendo grazie, Signore, perché non sono come gli altri e neppure come quello là, io sono giusto davanti a Te». Questo è l’atteggiamento di coloro che «accusano gli altri, accusano quel povero pubblicano». Però così facendo si «resiste alla grazia» e, considerandosi giusti, non si sente il «bisogno di cambiare, di conversione».

«Ma le resistenze non sono quelle grandi resistenze storiche solamente, la linea Maginot o tutte quelle che abbiamo studiato» ha messo in guardia Francesco. Ce ne «sono dentro il nostro cuore, tutti i giorni». C’è «la resistenza alla grazia, e quello è un buon segno, perché indica che il Signore sta lavorando in noi». E «dobbiamo far cadere le resistenze, perché la grazia vada avanti». Infatti «la resistenza cerca sempre di cambiare il reale nel formale, nascondersi nel formale e con le formalità delle parole vuote, delle parole giustificatorie, delle parole accusatorie e tante altre, cerca di rimanere dov’è e non lasciarsi portare avanti dal Signore». Perché, ha riconosciuto il Papa, «non è sempre facile, c’è sempre una croce: dove c’è il Signore ci sarà una croce, piccola o grande».

Ed è «la resistenza alla croce, la resistenza al Signore che ci porta alla redenzione». È «la resistenza di Pietro: quando Gesù, dopo aver detto che lui sarebbe stato la pietra della Chiesa, comincia a spiegargli che dovrà soffrire, Pietro resiste. E dice: “No, Signore, questo mai accadrà!”». E «Gesù a Pietro, al suo eletto, al primo Papa, replica dicendo “vattene satana!”». Sì, perché Pietro «resisteva alla grazia, resisteva al piano di Dio sull’umanità e su ciascuno di noi».

In questa prospettiva il Pontefice ha invitato a «non avere paura quando ognuno di noi trova che nel suo cuore ci sono resistenze». Certo, l’atteggiamento giusto è «dirlo chiaramente al Signore: “Guarda, Signore, io cerco di coprire questo, di fare questo per non lasciare entrare la tua parola”». E «dire questa parola tanto bella: “Signore, con grande forza, soccorrimi; la tua grazia vinca le resistenze del peccato”». Del resto, ha aggiunto Francesco, «le resistenze sono sempre un frutto del peccato originale che noi portiamo». Ed è bello «avere resistenze». È «brutto» invece «prenderle come difesa dalla grazia del Signore». Insomma «avere resistenze è normale» ha concluso il Papa, suggerendo di dire: «Sono peccatore, aiutami Signore!». E invitando a preparasi «con questa riflessione al prossimo Natale».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 1 dicembre 2016

"Le sfide di oggi" di Maurilio Assenza (VIDEO INTEGRALE)

"Le sfide di oggi" 
di Maurilio Assenza 

(VIDEO INTEGRALE)




Settimana di spiritualità 2016


promossa dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


"IL SOGNO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA
I 70 anni della Repubblica ci interpellano come cristiani"





8 agosto 2016

Come leggere il nostro tempo ….

Le sfide che ci interpellano oggi:
1) Le nuove generazioni;
2) I poveri;
3) I migranti. 

Da insegnante, empiricamente, penso che don Puglisi aveva ragione affermando che  nei giovani rinascono ricerche di senso 
...
La grande sfida é accoglierli con i lori bisogni ma anche con i loro sogni
...
Credo che per la Chiesa la sfida resti dei luoghi in cui coltivando  il Vangelo  si consegna alla storia uno strumento di fondo: la parola che fa uguali.  La scuola.  ...

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"Cristo dentro" il libro con la prefazione di Papa Francesco sul rapporto detenuti-fede, attraverso i loro tatuaggi "... Vi abbraccio, vi sono vicino, vi porto tutti nel cuore, vi benedico, prego per voi e per le vostre famiglie. Chiedo a voi di pregare per me."


La prefazione del Papa a un libro di carcerati
Le foto dei tatuaggi che raffigurano temi cristiani

LA LETTERA DEL PAPA 

Cari amici, san Pietro e san Paolo, i fondatori della Chiesa di Roma, della quale sono Vescovo, hanno conosciuto la prigionia. Sono stati carcerati. Ogni volta che varco la porta di un carcere, guardando i volti delle persone che incontro, penso sempre: perché loro e non io? Siamo tutti peccatori, bisognosi della misericordia di Dio che ci solleva, ci perdona e ci dà speranza. Grazie per il dono di questo libro, Vi abbraccio, vi sono vicino, vi porto tutti nel cuore, vi benedico, prego per voi e per le vostre famiglie. Chiedo a voi di pregare per me.
Franciscus 


Pronto, sono Francesco. Ho pensato che possiamo fare più in fretta se la mia prefazione ve la detto al telefono... Ha carta e penna per scrivere?». Usando un termine abusato dalla politica, si potrebbe dire che Dio è anche Signore della semplificazione. Non hanno dubbi, infatti, gli autori che dietro al loro libro ci sia il Suo zampino e non tanto per ragioni evidenti, essendo un testo che, a modo suo, tratta di Lui ma proprio per le modalità con cui l’opera è nata. Gli indizi sono disseminati lungo il percorso che ha portato a Cristo dentro (Itaca editore), libro firmato da Francesca Sadowski (medico chiavarese, direttore di Fisiosport a Villa Ravenna, presidente di Cdo), Pino Rampolla (fotografo) e don Eugenio Nembrini e che a torto si definirebbe solo fotografico, anche se racconta per immagini il rapporto di alcuni detenuti con la fede, attraverso i loro tatuaggi. 

«Un giorno Massimiliano - racconta Francesca Sadowski - un detenuto con il quale avevo avuto alcuni incontri, mi fece vedere che aveva corretto il proprio tatuaggio: da “Meglio schiavi all’inferno che padroni in Paradiso” aveva cambiato la scritta in “Meglio schiavi in Paradiso che padroni all’inferno”. Mi disse che la prima frase non lo rappresentava più e che nel suo percorso di ricerca di sé, desiderava capovolgere quel messaggio che portava scritto sull’avambraccio». 

Fu un episodio molto significativo - racconta Francesca - anche tenuto conto della difficoltà in un ambiente come il carcere di «correggere» un tatuaggio, nato da una volontà profonda di invertire il senso della propria vita. Dopo quell’episodio e dopo aver letto tante lettere di Massimiliano e di altri detenuti, Francesca e don Eugenio si sono resi conto che noi stavamo guardando Dio all’opera e che sarebbe stato bello farlo vedere anche agli amici. E così una sera a Roma abbiamo proposto all’amico Pino Rampolla di fotografare i tatuaggi a tema religioso e di aiutarci a raccogliere, dove possibile, le testimonianze di chi aveva impresso sulla pelle e nel cuore la domanda di Dio». 

E qui arriva la telefonata del Papa a cui era stata chiesta un’introduzione buttando un po’ il cuore oltre l’ostacolo. E così quel progetto nato come esperienza personale sul campo, ha preso invece le fattezze di un libro, che pagina dopo pagina racconta, con il linguaggio delle immagini, la faticosa ricerca di redenzione di uomini e donne che hanno commesso errori e che hanno visto nella fede l’ancora a cui aggrapparsi. Crocifissi, volti di Cristo, effigi di Maria, è ricco il campionario di preghiere incise sulla pelle, indelebili richieste di aiuto, che narrano in un intensissimo racconto comune la difficoltà di essere uomini e quindi fragili.
(fonte: articolo di di Paola Pastorelli in La Stampa del 30 novembre 2016)

Guarda la scheda del libro Cristo dentro (c'è anche l'opportunità di sfogliarne alcune pagine)