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giovedì 21 settembre 2017

«Lasciamoci guardare da Gesù con quello sguardo misericordioso pieno di amore... è tanto bello incontrare Gesù!» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
21 settembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Miserando atque eligendo”



Miserando atque eligendo. C’è l’essenza e la radice della missione di Jorge Mario Bergoglio nella meditazione proposta nel giorno della festa di san Matteo, giovedì 21 settembre, durante la messa celebrata a Santa Marta. Il motto che il Papa ha scelto per sé proprio per rilanciare l'atteggiamento di Gesù verso il pubblicano è tratto dall’homilia 21 di san Beda il venerabile, proposta nell’Ufficio delle letture per la festa liturgica dell’evangelista.

E le modalità concrete, passo per passo, della conversione di Matteo — così come è stata fissata nel capolavoro del Caravaggio esposto nella chiesa romana di San Luigi dei francesi — sono state ripercorse, attualizzandole, dal Pontefice nella sua omelia. «Questo passo preso dal Vangelo di Matteo — ha subito fatto presente il Papa, riferendosi al brano suggerito dalla liturgia (9, 9-13) — racconta la conversione di Matteo: come il Signore lo chiamò, lo scelse per seguirlo». E «possiamo vederlo in tre passi: l’incontro, la festa e lo scandalo».

«L’incontro», anzitutto: «Gesù veniva da guarire un paralitico e mentre andava via — forse per uscire, erano alla porta questi che facevano pagare le imposte — trovò quest’uomo chiamato Matteo». E il Vangelo dice, appunto, che Gesù «vide un uomo chiamato Matteo — e dove era quell’uomo? — seduto al banco delle imposte». In fin dei conti Matteo «era uno di quelli che facevano pagare le imposte al popolo di Israele, per darle ai romani: un traditore della patria». Tanto che questi uomini, ha aggiunto il Papa, «erano disprezzati».

Ecco che Matteo, ha proseguito Francesco, «si sente guardato da Gesù» che, «dice il Vangelo, gli disse: “seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Ma «cosa è successo?» è la domanda suggerita da Francesco, prendendo spunto da questo incontro. Cosa ha convinto Matteo a seguire il Signore? «Quella è la forza dello sguardo di Gesù» — ha spiegato il Pontefice — che «sicuramente lo ha guardato con tanto amore, con tanta misericordia: quello sguardo di Gesù misericordioso» per dire: «Seguimi, vieni». E Matteo, da parte sua, aveva «uno sguardo sfiduciato, guardando di lato, con un occhio Dio e con l’altro il denaro, aggrappato ai soldi come lo dipinse il Caravaggio: proprio così, aggrappato e guardando di lato e anche con uno sguardo scontroso, burbero».

Invece lo sguardo di Gesù, è «amorevole, misericordioso». Di fronte a questo sguardo ecco che «la resistenza di quell’uomo che voleva i soldi — era tanto schiavo dei soldi — cade». Il Vangelo ci dice, infatti, che Matteo «si alzò e lo seguì».

Nella prospettiva di questa «lotta fra la misericordia e il peccato», ha affermato il Pontefice, è importante chiedersi: «Come è entrato l’amore di Gesù nel cuore di quell’uomo? Qual è stata la porta per poter entrare?» . Il fatto, ha spiegato Francesco, è che «quell’uomo sapeva di essere peccatore: sapeva di non essere ben voluto da nessuno, anche disprezzato». Proprio «quella coscienza di peccatore aprì la porta alla misericordia di Gesù: lasciò tutto e se ne andò». Ecco «l’incontro fra il peccatore e Gesù: tutti i peccatori che trovarono Gesù hanno avuto il coraggio di seguirlo, ma se non si sentivano peccatori non potevano seguirlo». Per questa ragione, ha detto il Papa, «la prima condizione per essere salvato è sentirsi in pericolo; la prima condizione per essere guarito è sentirsi ammalato». Dunque, ha proseguito, «sentirsi peccatore è la prima condizione per ricevere questo sguardo di misericordia». Di più, ha aggiunto Francesco, «pensiamo alla sguardo di Gesù: tanto bello, tanto buono, tanto misericordioso, e anche noi quando preghiamo sentiamo questo sguardo su di noi: è lo sguardo dell’amore, lo sguardo della misericordia, lo sguardo che ci salva» e ci suggerisce di «non aver paura».

Matteo, ha affermato il Papa, «si sentì tanto felice e sicuramente, anche se non è nel testo, ha invitato Gesù a pranzo a casa sua, come ha fatto anche Zaccheo». È il momento della «festa», appunto. «Hanno fatto festa» ha affermato il Pontefice, evidenziando che «dopo quell’incontro viene la festa con tutti quelli dello stesso sindacato: erano tutti uguali. E lui ha chiamato gli amici che erano tutti così: peccatori, pubblicani e sicuramente domandavano al Signore cose e il Signore rispondeva mentre sedeva a tavola nella casa». Dunque «erano a tavola, mangiavano insieme con i peccatori: lo stesso è successo nel pranzo che aveva fatto Zaccheo per festeggiare la conversione, l’incontro con il Signore». E «questo ci fa pensare a quello che Gesù dice nel capitolo 15 di Luca: ci sarà più festa nel cielo per un peccatore che si converte che per cento giusti che rimangono giusti». Questa è, appunto, «la festa dell’incontro del Padre, la festa della misericordia; e Gesù spreca misericordia, per tutti».

Però mentre il Signore «sedeva a tavola» — è il terzo momento dopo l’incontro e la festa — ecco che arriva «lo scandalo». Il Vangelo, ha spiegato Francesco, racconta che «sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli». E «vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “come mai questo?”». Perché, ha spiegato il Papa, «uno scandalo incomincia sempre con questa frase: “Ma come mai?”». Perciò, ha aggiunto, «quando voi sentite questa frase, puzza: dietro viene lo scandalo, si strappano le vesti».

Ecco infatti che i farisei chiedono ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Il vostro maestro è un impuro, perché salutare questa gente ti contagia». Per loro «è la malattia, l’impurezza di non seguire la legge, e la legge dice che non si può andare da loro». Anzi, sono persone che ripetono che «la legge dice, la dottrina dice...: questi sapevano bene la dottrina, la sapevano benissimo, sapevano come si doveva andare sulla strada del regno di Dio, conoscevano meglio di tutti come si doveva fare». Ma, ha fatto notare il Papa, «avevano dimenticato il primo comandamento dell’amore e sono stati chiusi in questa gabbia dei sacrifici: “Facciamo un sacrificio a Dio, facciamo il sabato, tutto quello che si deve fare e così ci salviamo”». Invece no, ha rilanciato Francesco, perché «ci salva Dio, ci salva Gesù Cristo e questi non avevano capito, si sentivano sicuri, credevano che la salvezza veniva da loro».

Per questa ragione domandano ai discepoli: «Come mai?»: proprio quel «“come mai?” che tante volte abbiamo sentito fra i fedeli cattolici quando vedevano opere di misericordia: come mai?». Da parta sua, invece, «Gesù è chiaro, è molto chiaro: “Andate a imparare”». Perciò «li ha mandati a imparare: “Andate a imparare che cosa vuol dire misericordia, quello che io voglio, e non sacrifici, perché io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti ma i peccatori». Dunque, ha affermato il Pontefice, «se tu vuoi essere chiamato da Gesù, riconosciti peccatore».

Certo, «uno può dire: “Padre, ma è una grazia sentirsi peccatore, davvero?». Sì, perché vuol dire «sentire la verità». Ma «non peccatore in astratto: peccatore per questo, per questo, per questo, per questo. Peccato concreto, peccati concreti! E tutti noi ne abbiamo tanti!» Allora «andiamo lì e lasciamoci guardare da Gesù con quello sguardo misericordioso pieno di amore».

Ecco allora, ha detto Francesco ripercorrendo i punti essenziali della sua meditazione, «l’incontro fra la misericordia e il peccato; la festa, perché Gesù ci ha detto che c’è festa quando un peccatore si converte; e sempre lo scandalo: ce ne sono tanti, tanti, sempre, anche nella Chiesa oggi». Magari «dicono: no, non si può, è tutto chiaro, è tutto, no, no, sono peccatori quelli, dobbiamo allontanarli». E «anche tanti santi sono stati perseguitati o sospettati: pensiamo a santa Giovanna D’arco, mandata al rogo perché pensavano fosse una strega e condannata: una santa! Pensate a santa Teresa, sospettata di eresia, pensate al beato Rosmini».

In conclusione il Papa ha rilanciato l’espressione evangelica: «Misericordia io voglio e non sacrifici», ricordando che «la porta per incontrare Gesù è riconoscersi come siamo, la verità: peccatori. E lui viene e ci incontriamo: è tanto bello incontrare Gesù!».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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«Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai.» Papa Francesco Udienza 20/09/2016 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 20 settembre 2017

Il Papa è arrivato in piazza San Pietro poco dopo le 9.20, con un leggero anticipo rispetto all’abituale tabella di marcia. A bordo della sua jeep bianca scoperta, ha cominciato come di consueto il giro intorno ai settori della piazza baciando e accarezzando i bambini, tenendosi più volte lo zucchetto con la mano perché il vento, in questa giornata romana di sole, tendeva a levarglielo a più riprese. E proprio allo “scambio dello zucchetto” con un gruppo di fedeli che gliene hanno offerto un altro, è stata dedicata un’altra delle soste della papamobile lungo il percorso, documentato dagli immancabili selfie. Sceso dalla papamobile, il Papa ha percorso l’ultimo tratto del suo tragitto a piedi salutato da un gruppo di sbandieratori in tenuta rinascimentale, che agitavano le loro variopinte bandiere in segno di omaggio.












La Speranza cristiana - 33. Educare alla speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi ha per tema: “educare alla speranza”. E per questo io la rivolgerò direttamente, con il “tu”, immaginando di parlare come educatore, come padre a un giovane, o a qualsiasi persona aperta ad imparare.

Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...
Ayer un terrible terremoto ha asolado México, ―vi que hay muchos mexicanos hoy entre ustedes― causando numerosas víctimas y daños materiales. En este momento de dolor, quiero manifestar mi cercanía y oración a toda la querida población mexicana. Elevemos todos juntos nuestra plegaria a Dios para que acoja en su seno a los que han perdido la vida y conforte a los heridos, sus familiares y a todos los damnificados. Pidamos también por todo el personal de servicio y de socorro que prestan su ayuda a todas las personas afectadas.

Que nuestra Madre la Virgen de Guadalupe con mucha ternura esté cerca de la querida nación mexicana.
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Domani ricorre la Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista. La sua conversione sia di esempio a voi, cari giovani, per vivere la vita con i criteri della fede; la sua mansuetudine sostenga voi, cari ammalati, quando la sofferenza sembra insopportabile; e il suo abbandono dei calcoli del mondo ricordi a voi, cari sposi novelli, l’importanza della logica d’amore nella vita matrimoniale che avete intrapreso.


Guarda il video integrale


Alla scuola di Matteo – San Matteo apostolo ed evangelista - di Antonio Savone


Alla scuola di Matteo
San Matteo apostolo ed evangelista

di Antonio Savone


Alla scuola di Matteo… è qui che ci lasciamo intrattenere dalla liturgia di questa festa. A questa scuola si apprende, anzitutto, che il Signore Gesù è il dono fatto dal Padre a una umanità che conosce sulla sua pelle i tratti della vulnerabilità e del limite. Non poche volte facciamo fatica a stare a contatto con la nostra personale dimensione di fragilità: ne proviamo vergogna e ribrezzo. Tanto è vero che finiamo per minimizzarla se non addirittura per mimetizzarla. Matteo si presenta per quello che è: peccatore pubblico. Immagino il suo stupore mentre, ancora intento alla sua occupazione, si sente dire: Seguimi! È un uomo consapevole della sua condizione ma non ha paura di manifestarsi così dinanzi a colui che è venuto per sanare chi si riconosce malato. Matteo ci insegna a stare a contatto con la verità di noi stessi senza maschere e con fiducia.

Alla scuola di Matteo, si apprende inoltre che lo sguardo del Signore è quello di un amore senza giudizio e senza pregiudizio, sguardo di vicinanza e di condivisione, sguardo di attenzione e di rispetto, sguardo di stima e di fiducia, sguardo capace di promuovere l’altro. Matteo, infatti, non solo è perdonato ma è addirittura abilitato a diventare per altri il segno della misericordia che gli è stata usata.

Alla scuola di Matteo, poi, si apprende che luoghi e tempi per essere incontrati da Dio non hanno nulla di speciale: non ci sono momenti della nostra quotidianità in cui non possa passare Gesù, se quel giorno Matteo ne ha fatto esperienza proprio mentre stava facendo qualcosa di non pulito e addirittura indegno sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista religioso.

Alla scuola di Matteo, ancora, si apprende la capacità di riconoscere e di cogliere le occasioni. Accorgersi, anzitutto. Cosa avrà avuto di diverso quell’uomo che gli chiedeva di seguirlo? Eppure… Penso alle volte in cui il Signore continua a passare nella mia vita e io non me ne accorgo, forse neppure sono capace di sollevare lo sguardo. Quante occasioni sono da me ritenute irrilevanti o non idonee e forse sono il canale privilegiato attraverso il quale il signore parla alla mia storia! La sollecitudine di Matteo è ciò che deve caratterizzare ogni nostra giornata, anche quelle che ci sembra siano da catalogare sul registro della lontananza dal Signore. Matteo ci invita a metterci in gioco senza se e senza ma.

Alla scuola di Matteo si apprende che l’essenza di una vita religiosa non consiste nel moltiplicare manifestazioni di devozione ma nel diventare misericordiosi come il Padre. L’incontro di Gesù con Matteo ci mette in guardia da un culto vuoto e da un linguaggio ipocrita.

A questa scuola si apprende pure che è necessario prestare attenzione a non cadere preda di quella tentazione secondo la quale è nostro compito dividere il mondo in giusti da una parte e ingiusti dall’altra, convinti di appartenere senz’altro al gruppo dei primi. È necessario anzitutto imparare a guardare se stessi.

Alla scuola di Matteo, infine, si apprende che ciò che rende possibile il vivere in maniera degna della chiamata ricevuta non è chissà quale predisposizione o dote personale. È, piuttosto, la fiducia che deriva dal fatto che il Signore non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Proprio là dove il nostro limite è più evidente, quella è realtà nella quale il Signore si rende più manifestamente presente.

(fonte: A casa di Cornelio)

Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae


Appello di docenti ed educatori 
per lo ius soli e lo ius culturae

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto. Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole. Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento. Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all’appello collegandosi ad Appello degli insegnanti per lo ius soli e lo ius culturae, cliccando qui: https://goo.gl/forms/1AC6g081ttGQC9Ag2

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”, esclusivamente per raccogliere proposte, esperienze e suggerimenti da condividere, per preparare le iniziative che si realizzeranno il 3 ottobre e nel mese successivo. Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole.

primi firmatari
Franco Lorenzoni maestro elementare
Eraldo Affinati insegnante e scrittore, fondatore della scuola Penny Wirton
Giancarlo Cavinato segretario del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa
Giuseppe Bagni presidente del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti
Clotilde Pontecorvo presidente della FITCEMEA
Gianfranco Staccioli segretario della FITCEMEA
Roberta Passoni coordinatrice della Casa-laboratorio di Cenci
Paola Piva coordinatrice scuole migranti
Alessandra Smerilli scuola per stranieri ASINITAS
Sara Honegger scuola per stranieri ASNADA
Fiorella Pirola rete scuolesenzapermesso




mercoledì 20 settembre 2017

Sapessi come è strano vedere l'arcivescovo in bicicletta a Milano di Filippo di Giacomo

Sapessi come è strano vedere l'arcivescovo 
in bicicletta a Milano 

di Filippo di Giacomo







Per il nuovo arcivescovo di Milano Mario Delpini il mandato, almeno sulla carta, è iniziato lo scorso 9 settembre. In realtà il successore del cardinale Scola sulla cattedra di Sant'Ambrogio, all'atto formale della successione episcopale, non c'era. Approfittando di un'antica norma canonica ha preso possesso del titolo e dell'incarico tramite un “procuratore”, delegando così quel miscuglio di formalità ecclesiastico-civili che ancora accompagnano l'ingresso di un vescovo nella sua diocesi. Il 24 settembre celebrerà una messa in Duomo e questa sarà la sua unica partecipazione effettiva alle cerimonie di insediamento. Delpini in effetti non ha.alcun bisogno di “entrare” in diocesi poiché la conosce come le sue tasche. Anche nel primo giorno del suo incarico, ha infatti continuato quel "pellegrinaggio personale" che lo sta portando, chiesa dopo chiesa, in tutti i santuari ambrosiani dedicati alla Madonna. Un'antica abitudine che risale a quando il cardinale Tettamanzi lo nominò vicario episcopale: don Mario, in privato, andò a visitare ogni prete, ogni canonica, ogni opera sparsa sul territorio che gli era stato affidata per l'animazione pastorale. E ancora prima che trionfasse “l'effetto Bergoglio", non possedeva croci d'oro e usava solo mezzi pubblici. Il nuovo arcivescovo della capitale morale d'ltalia, a differenza di molti suoi confratelli di recente nomina, “è stato fatto in casa". Con Martini ha avuto la cura, progressiva, di tutti i seminari della arcidiocesi; con Tettamanzi è stato prima vicario episcopale e poi vescovo ausiliare, con Scola è stato vicario generale. 
Per questo di fronte al quadretto fintamente affettuoso, ma molto sacrestano, che i media gli stanno confezionando qualcuno storce il naso quasi che sulla cattedra di Ambrogio sia arrivato una sorta di Simplicius Simplicissimus che gira in bicicletta, dorme in una stanzetta e dice cose degne di rinvigorire il genere letterario degli Schelmenromane con massime bricconcelle a metà strada tra la satira e ironia. L'arcivescovo Delpini è un uomo di lettere, un classicista, e cavalcare l'onda del "signor Mario” meneghino, che molti pensano di vedergli recitare, probabilmente lo diverte. In realtà è noto per la sua teologia chiara, ben strutturata, espressa in modo inequivocabile. Ed è portatore di un pragmatismo post-ideologico (la differenza dei vescovi dell'era woityliana) che lo fa dialogare sulle cose essenziali e non sulle fumisterie à la page. Andando contro gli applausi della prima ora, anche se risiederà nel palazzo vescovile continuerà ad essere se stesso e non uno dei tanti, spesso falsi, imitatori di papa Francesco.

(Fonte: Cronache celesti pubblicato su Il Venerdì di Repubblica del 15.09.2017)

Vedi anche i post precedenti:



Diocesi di Messina: Formazione dei laici a pagamento "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date "( Mt 10,8 ) di Santino Coppolino

Diocesi di Messina: Formazione dei laici a pagamento

"Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date "( Mt 10,8 ) 

di Santino Coppolino





Molto interessante è l'iniziativa intrapresa dall'Arcidiocesi di Messina circa la formazione per i laici, quella cioè di istituire dei corsi di Teologia perché possano essere meglio formati alla vita della Chiesa, più consapevoli e saldi nella fede, per "quell'unità di cui è segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa" (Christifideles Laici,59), e "pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della Speranza che è in voi" (1Pt 3,15). Già il Concilio Vaticano II, attraverso il Decreto Apostolico sull'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem, così si esprimeva: "Il Sacro Concilio scongiura perciò nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo (.....) perché si associno alla sua missione salvifica." (A. A., 33). Anche nel Dicembre del 1988, il Santo Padre Giovanni Paolo II, attraverso la sua Esortazione Apostolica "Christifideles Laici", tornava a sottolineare l'urgenza di un laicato responsabile e teologicamente preparato ad affrontare le molte sfide di un mondo in continuo mutamento: "Non c'è dubbio che la formazione spirituale debba occupare un posto privilegiato nella vita di ciascuno (.....) Sempre più urgente si rivela oggi la formazione dottrinale dei fedeli laici (.....) rendendosi così assolutamente necessaria una sistematica azione di catechesi" (Christ. Laici , 60).
Quello che però nello specifico lascia perplessi e stupiti, è la scelta fatta dagli organizzatori del su mentovato corso, quella cioè di esigere all'atto dell'iscrizione la somma di 100 (cento) euro (tra l'altro per un corso di studi che non prevede il rilascio di alcun attestato che sia utile, per esempio, all'insegnamento della religione cattolica). Di fronte ad un Paese sempre più impoverito (soprattutto nella nostra Sicilia e nel sud Italia in generale) dove più del 50% della popolazione fatica a giungere a fine mese, e la percentuale dei poveri assoluti è aumentata così tanto da sfiorare il 10% della popolazione nazionale, ritengo che scelte di questo genere contribuiscano ancor più a scavare un fossato, a fissare una incolmabile distanza che di fatto impedisce ai poveri, nonostante gli appelli e i proclami di Papa Francesco, di maturare nella fede, di prendere parte pienamente alla vita della Chiesa. Ancora Giovanni Paolo II, quasi presago, con forza profetica così esortava: "La formazione non è il privilegio di alcuni, bensì un diritto e un dovere di tutti. I Padri sinodali al riguardo hanno detto: "Sia offerta A TUTTI la possibilità della formazione - SOPRATTUTTO AI POVERI - i quali possono essere essi stessi fonte di formazione per tutti" (Christ. Laici 63)."
Fermo restando il dovere di contribuire alle spese vive di detto corso, non sarebbe stato più "evangelico", visto il momento di grande crisi, chiedere un'offerta libera a quanti volessero iscriversi, lasciando fare alla Provvidenza (se ancora ci crediamo) o magari coinvolgendo le parrocchie e gli istituti religiosi di provenienza dei corsisti? Conosciamo veramente la tragicità della vita di quanti siamo chiamati a servire? Ci rendiamo conto che scelte come questa risultano escludenti per la stragrande maggioranza dei fedeli, impedendo loro di fatto di formarsi, lasciandoli nell'ignoranza e relegandoli in ruoli sempre più marginali? Il nostro Arcivescovo, Mons. Accolla, molto sensibile e molto vicino ai poveri e alle povertà della Diocesi, è a conoscenza di quanto sta avvenendo? Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda ancora, qualora ce ne fosse bisogno che "è impossibile appropriarsi i beni spirituali e comportarsi nei loro confronti come un possessore o un padrone, dal momento che la loro sorgente è in Dio" (C.C.C. 2121). Il Santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo poi, a riguardo, è ancora più chiaro: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8 )


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"Bellezza, la strada verso il vero" di Bruno Forte


Anticipiamo un estratto della lectio "Quale bellezza salverà il mondo?" che mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, terrà a Trani giovedì 21 settembre alle 20,30 nella Chiesa di San Giovanni in occasione dell’edizione 2017 dei “Dialoghi di Trani”, in programma dal 20 al 24 settembre.


Per saperne di più visita il sito


Bellezza, la strada verso il vero 
di Bruno Forte


Fra i pensatori del Novecento è stato Hans Urs von Balthasar ad avere il merito specialissimo di avvertire l’epocale attualità del bello come via per il recupero del vero e del bene in un’epoca tentata dalla rinuncia agli orizzonti di fondazione e di senso: il suo ragionamento è stringente, anche per il nostro presente. Non basta che la verità sia proposta dall’argomentazione logica e il bene comandato dall’imperativo etico. Occorre che entrambi si mostrino nel loro volto attraente e amabile, perché solo l’amore muove e convince: e l’amore è suscitato e nutrito unicamente dalla bellezza. Ciò di cui allora c’è urgente bisogno, al compimento della parabola dell’epoca moderna e fra le brume inquiete della cosiddetta postmodernità, è un cristianesimo che recuperi vigorosamente la centralità e la rilevanza del bello: ad un’umanità che tanto intensamente ha scoperto la mondanità del mondo e ha rincorso il progetto di emanciparsi da ogni dipendenza estranea all’orizzonte terreno, è necessario più che mai proporre il Dio in forma umana, lo scandalo al tempo stesso attraente e conturbante dell’umanità di Dio, dove il tutto del Mistero si offre nella debolezza del frammento. Perché questo ritorno al centro e cuore del cristianesimo non sia frainteso e non avvenga a discapito della Trascendenza libera e sovrana, occorre però riscoprire la gratuità del dono divino in cui consiste propriamente la bellezza, offerta grazie all’avvento dell’Eterno nel tempo. Soltanto chi ha riconosciuto il senso della bellezza nella gratuità dell’avvento paradossale del Tutto divino nel frammento del mondo grazie all’Incarnazione del Verbo, può anche annunciare credibilmente il Dio fatto carne, significativo per l’umanità resa ormai consapevole della piena dignità di tutto ciò che è storico e mondano e della drammaticità delle sfide poste a questa dignità. Sarà l’esplicita ed argomentata consapevolezza dell’offrirsi dell’infinito nel finito, e dunque sarà la comprensione estetica della rivelazione e della fede, la via capace di far giungere il messaggio della salvezza al mondo umano, «troppo umano», che è il nostro mondo. Questa via non sempre è stata seguita: si ha anzi l’impressione dell’emergere piuttosto recente di una nuova coscienza della fede riguardo al tema della bellezza che salva. Si potrebbe dire che il cristianesimo del ’900 ha avuto anzitutto bisogno di sottolineare la forza della Verità rivelata contro i riduzionismi delle diverse ideologie: l’ortodossia è stata baluardo necessario per difendersi dal possibile uso strumentale della fede da parte delle pretese totalitarie della 'ragione adulta' della modernità. A sua volta, la sfida della prassi si è profilata come spina nel fianco di affermazioni, che per la loro purezza rischiavano di apparire astratte e lontane dalla complessità della vita: la stagione dell’“ortoprassi” si è delineata in tutta la sua incidenza nelle varie forme di teologia politica, di teologie della liberazione e delle cosiddette “teologie del genitivo”, attente a mettere in luce la rilevanza pratica del messaggio cristiano riguardo ai più diversi aspetti dell’esistenza personale e sociale. Frutto acerbo di questi processi è stata la contrapposizione spesso accentuata fra identità e rilevanza, fra ortodossia e ortoprassi. Ciò cui oggi si assiste – dopo il tramonto dei “grandi racconti” ideologici e delle pretenziose “filosofie della prassi” – è il bisogno di un nuovo incontro fra impegno storico e verità, fra “fenomeno” e “fondamento”. È proprio la via della bellezza quella che sembra consentire quest’incontro: si tratta di mostrare come il Cristo non sia solo vero e giusto, ma anche bello («il bel Pastore» di Giovanni 10,11.14), e come sia proprio la bellezza a renderlo attraente e significativo per chi cerca ragioni per vivere e vivere insieme con gli altri. Dopo la necessaria affermazione dell’ortodossia e l’emergere dell’urgenza dell’ortoprassi, è forse possibile una sintesi nuova di queste due dimensioni lungo la via della bellezza: il tempo che si annuncia sarà probabilmente quello di una ritrovata “filocalia”, di un amore della bellezza capace di farne riconoscere il volto nel Signore Crocefisso, vera “porta della Bellezza”, che libera il frammento e lo redime per l’eternità.

(fonte: Avvenire 19/09/2017)


martedì 19 settembre 2017

«Gesù guarda con il cuore, ha compassione... si avvicina... restituisce la dignità...» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 settembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Guardare con il cuore”

Cosa significa «guardare con il cuore», avere davvero «compassione» e non semplice «pena» di fronte al dolore delle persone. A questo tema il Papa ha dedicato la meditazione della messa celebrata a Santa Marta martedì 19 settembre. Prendendo spunto dal brano liturgico del vangelo di Luca (7, 11-17), con il passo dell’incontro di Gesù con la vedova di Nain, il Pontefice ha colto l’occasione per una catechesi sul rapporto del cristiano con la sofferenza dei poveri e degli emarginati.

Francesco ha esordito sottolineando che Gesù, pur essendo con i discepoli in mezzo a una grande folla, «ebbe la capacità di guardare una persona», una «vedova che andava a seppellire il suo unico figlio». Bisogna tenere presente, ha ricordato, che «nell’Antico testamento, i più poveri erano le vedove, gli orfani e gli stranieri, i forestieri». Nella Scrittura si trovano continuamente esortazioni del tipo: «Abbi cura della vedova, dell’orfano e del migrante». Del resto, «la vedova è sola, l’orfano ha bisogno di cura per inserirsi nella società», e riguardo allo straniero, al migrante, si fa continuamente riferimento all’esilio in Egitto. È un vero e proprio «ritornello nel Deuteronomio, nel Levitico... è un ritornello... nei Comandamenti...». Sembra, ha aggiunto il Papa, che questi fossero proprio «i più poveri, anche più poveri degli schiavi: la vedova, l’orfano e il migrante, il forestiero, lo straniero».

Un’attenzione che si ritrova nell’atteggiamento di Gesù, il quale «ha la capacità di guardare il dettaglio»: c’era tanta folla, ma lui «guarda lì... Gesù guarda con il cuore».

A questo punto il Pontefice ha analizzato il comportamento di Gesù e ha individuato «tre parole che ci aiutano a capire cosa ha fatto» per stare accanto alla vedova, per «andare sulla stessa strada».

Innanzitutto, «ebbe compassione». Si legge infatti che «vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei». La compassione, ha spiegato Francesco, «è un sentimento che coinvolge, è un sentimento del cuore, delle viscere, coinvolge tutto». Soprattutto, «non è lo stesso della “pena”», o di chi dice: «...peccato, povera gente!”: no, non è lo stesso». La compassione, infatti «coinvolge. È “patire con”». E Gesù «si coinvolge con una vedova e con un orfano». Qualcuno, ha osservato il Pontefice, potrebbe obbiettare: «Ma di’, tu hai tutta una folla qui, perché non parli alla folla? Lascia... la vita è così... sono tragedie che succedono, accadono...». E invece «no. Per lui erano più importanti quella vedova e quell’orfano morto che la folla alla quale lui stava parlando e che lo seguiva». Perché, ha spiegato il Papa, «il suo cuore, le sue viscere si sono coinvolti. Il Signore, con la sua compassione, si è coinvolto in questo caso. Ebbe compassione».

C’è poi una «seconda parola» da notare: Gesù «si avvicinò. La compassione lo ha spinto ad avvicinarsi». Ha spiegato Francesco: «Avvicinarsi è segnale di compassione. Io posso vedere tante cose ma non avvicinarmi. Forse sento un dolore... ma, povera gente...». E tuttavia avvicinarsi è un’altra cosa. Il vangelo aggiunge un dettaglio: Gesù disse «Non piangere» alla donna. E il Pontefice, a tale riguardo ha rivelato: «a me piace pensare che «il Signore, quando diceva questo a quella donna, l’abbia accarezzata»; egli «ha toccato la donna e ha toccato la bara». Bisogna, ha detto «avvicinarsi e toccare la realtà. Toccare. Non guardarla da lontano».

Accade poi il miracolo della risurrezione del figlio della vedova. E «Gesù non dice: “Arrivederci, io continuo il cammino”», ma «prende il ragazzo e cosa dice? “Lo restituì a sua madre”». Ecco allora la terza parola chiave: «restituire. Gesù fa dei miracoli per restituire, per mettere al proprio posto le persone. Ed è quello che ha fatto con la redenzione». Dio «ebbe compassione, si avvicinò a noi nel suo Figlio, e restituì tutti noi alla dignità di figli di Dio. Ci ha ricreati tutti».

Un’esempio che ogni cristiano deve seguire nella vita di ogni giorno: «Anche noi dobbiamo fare lo stesso», ha spiegato il Papa dando un esempio concreto. Succede infatti che «tante volte guardiamo i telegiornali o la copertina dei giornali, le tragedie... ma guarda, in quel Paese i bambini non hanno da mangiare; in quel Paese i bambini fanno da soldati; in quel Paese le donne sono schiavizzate; in quel Paese... oh, quale calamità! Povera gente...». Poi però «volto pagina e passo al romanzo, alla telenovela che viene dopo. E questo non è cristiano».

Da qui l’invito a un esame di coscienza: «Io sono capace di avere compassione? Di pregare? Quando vedo queste cose, che me le portano a casa, attraverso i media la tv... le viscere si muovono? Il cuore patisce con quella gente, o sento pena, dico “povera gente”», e poi finisce lì?

E se ci rendiamo conto di questo, ha aggiunto Francesco, dobbiamo «chiedere la grazia: “Signore, dammi la grazia della compassione!”».

Allo stesso modo, quando si incontra una persona bisognosa: «Mi avvicino? Ci sono tanti modi di avvicinarsi... O cerco di aiutarlo da lontano?». C’è infatti chi si giustifica dicendo: «Sa, padre, che questa gente puzza, e a me non piace sentire, perché questa gente non fa la doccia, puzza...».

E ancora, ha aggiunto il Pontefice, ogni cristiano dovrebbe chiedersi: «Sono capace — con la preghiera di intercessione, con il mio lavoro di cristiano — di aiutare affinché la gente che soffre venga restituita alla società, nella vita di famiglia, nella vita di lavoro, nella vita quotidiana?».

Da qui l’esortazione finale: «Pensiamo a queste tre parole: ci aiuteranno. Compassione, avvicinarsi, restituire». Con l’invito a pregare affinché «il Signore ci dia la grazia di avere compassione davanti a tanta gente che soffre, ci dia la grazia di avvicinarci e la grazia di portarli per mano al posto di dignità che Dio vuole per loro».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio di Papa Francesco "Summa familiae cura" per guardare alla famiglia di oggi in tutta la sua complessità di luci e ombre, con uno sguardo di "saggio realismo" e di "intelletto d'amore".


Papa Francesco: 
Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio 
Summa Familiae Cura
per ampliare studi su matrimonio e famiglia





È datata 8 settembre 2017, ma è stata pubblicata oggi la Lettera Apostolica Summa Familiae Cura di Papa Francesco in forma di Motu Proprio, con la quale si istituisce il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che, legato alla Pontificia Università Lateranense, succede - sostituendolo e facendolo in tal modo cessare - al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia stabilito a sua volta dalla Costituzione apostolica Magnum Matrimonii sacramentum del 7 ottobre 1982.

Centro accademico di riferimento
Il nuovo Istituto teologico, secondo quanto precisato negli Articoli della Lettera Apostolica,costituirà nell’ambito delle istituzioni pontificie, un "centro accademico di riferimento, al servizio della missione della Chiesa universale, nel campo delle scienze che riguardano il matrimonio e la famiglia e riguardo ai temi connessi con la fondamentale alleanza dell’uomo e della donna per la cura della generazione e del creato". Sarà temporaneamente retto dalle norme statutarie del precedente Istituto, avrà come autorità accademiche un Gran Cancelliere, un Preside e un Consiglio di Istituto e agirà in relazione con la Congregazione per l'Educazione Cattolica, con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e con la Pontificia Accademia per la Vita.

Nuovo assetto giuridico e campo di interesse ampliato
Si tratta dunque, si legge nella Lettera Apostolica di Francesco, di un "nuovo assetto giuridico" per l'Istituto che Giovanni Paolo II, volle nel 1981, affinché la sua " lungimirante intuizione" possa essere ancora meglio "apprezzata e riconosciuta nella sua fecondità e attualità". Il "campo di interesse sarà ampliato infatti sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita". 

Attenzione alle ferite dell''umanità oltre che alla prospettiva pastorale
Di recente, spiega il testo, la Chiesa ha compiuto, rispetto agli anni "80 con san Giovanni Paolo II, un ulteriore percorso sinodale (in due tappe nel 2014 e nel 2015), con al centro la realtà del matrimonio e della famiglia, culminato con l'Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia dell'anno scorso. Tale stagione, scrive il Papa, ha portato la Chiesa ad una nuova consapevolezza. La famiglia è centrale, scrive il Papa, sia nei percorsi di conversione pastorale delle comunità sia nella missionarietà della Chiesa ed esige che non vengano mai meno " la prospettiva pastorale e l'attenzione alle ferite dell'umanità". In tema di famiglia la "verità della rivelazione e la sapienza della tradizione della fede" devono accompagnarsi "all'intelligenza del tempo presente" Secondo Francesco il cambiamento antropologico-culturale in atto oggi non consente alla pastorale di riproporre "modelli e forme del passato", ma richiede un "approccio analitico e diversificato" che guardi alla realtà della famiglia di oggi in tutta la sua complessità di luci e ombre, con uno sguardo di "saggio realismo" e di "intelletto d'amore".
(fonte: Radio Vaticana)



“Maschio e femmina Dio li creò” di Enzo Bianchi

Salterio britannico, 1300-1310 circa,
The Morgan Library & Museum

“Maschio e femmina Dio li creò”
di Enzo Bianchi

dalla lectio al FestivalFilosofia di Modena



Nel libro della Genesi, il primo libro della bibbia, il libro dell’in-principio (be-re’shit: Gen 1,1) troviamo due racconti della creazione, composti da autori e redattori umani, dunque segnati da una precisa cultura, in un tempo definito della nostra storia. Appartengono a un genere letterario che qualifichiamo come mitico: il mito è un racconto situato culturalmente, dotato di una visione specifica, ma che vuole significare ciò che è universale, costitutivamente antropologico; ovvero, nel nostro caso, cosa ne è dell’’adam, dell’essere umano, il “terrestre”. Sono redazioni diverse e non contemporanee della creazione, ma sono stati posti intenzionalmente l’uno dopo l’altro dai redattori finali della Torah: non giustapposti, ma collocati in successione, in modo che apparisse la dinamica dell’umanizzazione.

Nel primo racconto (Gen 1,1-2,4a), un vero e proprio inno, una narrazione ritmata e ripetitiva, è contenuta la creazione dell’’adam, dell’umano, descritta con un testo che nella sua armonia poetica scandisce il cuore del messaggio biblico su Dio e l’umanità nei suoi rapporti con Dio e con gli animali. Ascoltiamola in una versione calco dell’ebraico: “Ed ’Elohimdisse: Facciamo ’adam in nostra immagine, come nostra somiglianza: dominino i pesci del mare, i volatili dei cieli, il bestiame, tutta la terra e ogni strisciante sulla terra. Ed ’Elohim creò ha-’adam in sua immagine, in immagine di ’Elohim lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,26-27).

Chi è l’umano creato “in immagine di Dio”, chi è rispetto a Dio e rispetto agli animali? E cosa comporta quel singolare “lo creò”, ripetuto nel duale “maschio e femmina li creò”? Gli esseri umani, l’umanità immagine di Dio è in relazione con Dio stesso e con le altre creature. L’essere umano è in sé relazione, e ciò che lo attesta in modo paradigmatico è la differenza sessuale, perché l’umano esiste in quanto maschio e femmina, con tutte le possibili varianti e intersecazioni di questa polarità. Gli umani sono immagine di Dio, ciascuno di loro nell’umanità di cui fa parte, in sé sono uniti e si completano accettando la differenza reciproca. In questo testo vi è un’immensa valorizzazione del rapporto uomo-donna, valorizzazione della completezza: non c’è una svalutazione della sessualità né una visione cinica o angosciata della differenza sessuale! La sessualità è positiva e Dio vuole che l’uomo e la donna insieme portino a compimento l’opera di umanizzazione: creati a immagine di Dio, devono diventargli conformi, somiglianti.

Ciò deve avvenire nel vivere: nella vita e solo nella vita! Vivere significa venire al mondo, abitarlo, stare tra co-creature di cui gli umani devono assumersi una responsabilità. Gli umani hanno un corpo come gli animali, sono animali, ma sono anche diversi da loro, innanzitutto nella responsabilità. L’umano è e deve farsi responsabile della terra e dell’ambiente, non è la terra che deve essere responsabile dell’umanità.

Nel secondo racconto (Gen 2,4b-25), più antico di secoli, o forse addirittura di più di un millennio confluiscono elementi mitologici di diverse culture e intende collocare l’umano nel mondo e metterlo in relazione, riaffermare attraverso un altro percorso che l’umano è relazione, è alterità. Ora, la differenza sessuale è parabola di ogni alterità, in nome della quale l’altro, “gli altri – come diceva Jean-Paul Sartre – sono l’inferno”, o meglio, possono esserlo. L’umano è veramente tale quando vive la relazione, ma ogni relazione di differenza comporta tensione e conflitto. Il rapporto uomo-donna è l’epifania della differenza e della reciproca alterità. Solo nella relazione l’umano trova vita e felicità, ma la relazione va imparata, ordinata, esercitata, perché in essa occorre dominare l’animalità presente in ciascuno, che nel rapporto si manifesta come violenza.

Ecco dunque l’umano, un essere in relazione con la terra da cui è tratto, con gli animali in quanto animale, con l’altro da sé che ha il suo stesso soffio di vita ricevuto da Dio e infine con Dio stesso . È in questo fascio di relazioni che l’umano, uomo e donna, si umanizza. E quando il terrestre, uscito dal torpore in cui Dio lo aveva posto, vede l’altro lato, il partner, allora parla con stupore. Ecco l’accesso alla parola, possibile quando c’è di fronte l’altro: finalmente un partner degno, che accende la parola, che abilita all’io-tu, al dialogo, alla relazione! Finalmente – dice l’uomo – un essere che è “osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne. La si chiamerà ’isshah perché da ’ish è stata tratta” (Gen 2,23). La relazione ormai è inaugurata: ecco l’uomo e la donna.

Ma se oggi riusciamo a fare questa lettura delle prime due pagine della Bibbia, occorre però ricordare che l’interpretazione non è sempre stata questa. Né si dimentichi che già nell’ultima parte del secondo racconto vi sono in luce tutti i segni del dramma che attraversa la storia fino a noi, fino al femminicidio che purtroppo tante volte appare ancora nei nostri giorni. In verità l’umano, ha-’adam, già qui si rivela in tutta la sua problematicità. Infatti, non appena l’uomo vede la donna, non parla alla donna, non imbocca la strada dell’io-tu, ma parla a se stesso: “Questa sì che osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne”. In tal modo esprime una verità, e cioè che la donna ha la stessa natura e perciò la stessa dignità e vocazione dell’uomo, ma la dice male, esprimendo subito la sua possessività: osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne. Parla a se stesso e parla del suo possesso. La donna tace, è ridotta al silenzio e per l’uomo appare una cosa. Egli dice: “È stata tratta da me, è mia carne”, e così nega ogni alterità, quell’alterità che richiede che la donna sia un soggetto di fronte a lui. Subito la volontà e il progetto di Dio sono traditi, e il dramma che seguirà immediatamente è già abbozzato qui, nell’emergere della differenza negata!

Scriveva Thomas Stearns Eliot in uno dei suoi Quattro quartetti: “Nel mio principio è la mia fine … Nella mia fine è il mio principio” (East Coker, inizio e fine del testo). In queste prime pagine dell’in-principio c’è già tutta la storia dell’umanità, c’è già il misconoscimento dell’altro partner, c’è già la pretesa che l’altro sia un possesso omologo, che l’altro non sia altro, differente, diverso! Culture patriarcali e rare culture matriarcali manifestano la lotta tra i sessi, manifestano la ferita che ognuno di noi sente di fronte alla differenza: ne è attratto ma ne ha paura, vuole relazione ma ne vuole il possesso, vuole comunione ma anche guerra. Queste pagine tentano allora di dirci come le singolarità di ciascuno di noi, dovute a molte differenze, a partire da quella sessuale, devono coniugarsi affinché vi siano vita e felicità, seppur segnate dal limite. La differenza sessuale maschio-femmina è paradigma di ogni differenza, ma tutte le differenze sono legate a quel tragitto che ognuno umano compie, tra la nascita e la morte, quando ognuno di noi ritornerà alla terra da cui è stato tratto (cf. Gen 3,19), dunque ritornerà a colui che l’ha creato. Allora ciascuno darà una risposta personalissima alla domanda sul cammino di umanizzazione rivoltagli da Dio. Mi riferisco alla prima domanda di Dio, narrata subito dopo nella Genesi, domanda rinnovata in ogni giorno della nostra vita: “’Adam, dove sei?” (Gen 3,9). Nella nostra fine è la risposta alla domanda dell’in-principio, alla responsabilità dell’umanizzazione.
(fonte: Monastero di Bose)


lunedì 18 settembre 2017

«Non pregare per i governanti è un peccato» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
18 settembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Pregare per i governanti”



«È un peccato da portare in confessione non pregare per i governanti». E questa preghiera va fatta soprattutto «per non lasciare da soli» quanti hanno meno «coscienza» che il loro potere non è assoluto ma viene dal popolo e da Dio. Però anche «i governanti devono pregare per chiedere la grazia» di servire al meglio il popolo loro affidato. E se non sono credenti, almeno chiedano consigli per non perdere di vista il bene comune e per uscire, comunque, dal piccolo contesto autoreferenziale del proprio partito.
È un vero e proprio “manuale del buon politico” quello che Papa Francesco ha suggerito lunedì mattina, 18 settembre, celebrando la messa a Santa Marta. 

Nel commentare le letture della liturgia, il Pontefice ha subito fatto notare che «al centro ci sono i governanti». Nella prima lettura, tratta dalla prima lettera a Timoteo (2, 1-8), Paolo consiglia «di fare preghiere per i governanti: per tutti, anche per quelli che governano». Poi nel Vangelo di Luca (7, 1-10) «abbiamo visto un governante che prega: questo centurione è un governante, e aveva un problema con un servo ammalato». Ma «c’è una frase, lì, che attira l’attenzione: “Ama il nostro popolo”». Dunque, ha affermato Francesco, «c’è il governante che ama un popolo» pur essendo «straniero». E «amava il suo servo: perché amava si preoccupava e perché si preoccupava andò a cercare la soluzione per risolvere questo problema della malattia. E andò da Gesù, pregò».

«Quest’uomo — ha fatto presente il Pontefice — sentì il bisogno della preghiera: ma perché? Perché amava, certamente». Ma anche «perché aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, di non essere l’ultima istanza». Luca riporta le parole del centurione romano: «Anche io, infatti, sono nella condizione di subalterno, e ho anche subalterni che dipendono da me». Sono parole che, ha spiegato il Papa, esprimono «la coscienza del governante che sa che sopra di lui c’è un altro che comanda. E questo lo porta a pregare».

«Il governante che ha questa coscienza, prega» ha ribadito il Papa. Del resto, «se non prega, si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire: è un uomo chiuso in se stesso». Ma «quando vede i veri problemi, e ha questa coscienza di subalternità, un governante prega» ha spiegato. Perché ha appunto la coscienza «che c’è un altro che ha più potere di lui».

Certo, ha aggiunto, verrebbe da chierderci «chi ha più potere di un governante?». E la risposta, ha rilanciato Francesco, è «il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo».

«È tanto importante — ha insistito il Pontefice — la preghiera del governante, tanto importante perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato». E proprio a questo proposito, ha confidato: «Mi ricordo una volta, tempo fa, un governante mi ha detto questo: “Io tutti i giorni prendo due ore di silenzio davanti a Dio”. Io ho pensato: “Ma questo governante è indaffarato, tante cose...”». Però davvero è importante, ha spiegato ancora Francesco, «chiedere la grazia di poter governare bene». E così, «quando Dio chiese a Salomone: “Cosa vuoi: oro, argento, ricchezze, potere, cosa?”, com’è stata la risposta di Salomone? “Dammi saggezza per governare”».

Proprio «per questo — ha affermato il Papa — i governanti devono chiedere questa saggezza: “Signore, dammi saggezza; Signore, non togliere da me la coscienza di subalternità da te e dal popolo, che la mia forza la trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso”».

Dunque, ha ripetuto il Pontefice, «è tanto importante che i governanti preghino: è tanto importante». Però, ha proseguito, magari «qualcuno può dirmi: “Padre, è vero quello che lei dice, ma io non sono credente, io sono agnostico, io sono ateo”». La risposta del Papa è stata: «D’accordo, ma confrontati: se non puoi pregare, confrontati con la tua coscienza; confrontati con i saggi; chiama i saggi del tuo popolo e confrontati». Perciò, «se non puoi pregare, almeno fa’ questo, ma non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito. No, questo è autoreferenziale: esci, cerca il consiglio fuori o nella preghiera o confrontandoti con quelli che possono consigliarti». E «questa è la preghiera del governante».

Nella prima lettura, ha ricordato Francesco, «Paolo parla a noi e ci consiglia di pregare per i governanti: “Che si facciano — consiglia — domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per il re — tutti i re — e per tutti quelli che stanno al potere, per i governanti, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa, dedicata a Dio». Dunque, raccomanda Paolo, «il popolo deve pregare per i governanti e noi non abbiamo una coscienza forte di questo: quando un governante fa una cosa che non ci piace, diciamo cose brutte; se fa una cosa che ci piace: “ah, che bravo!”. Ma lo lasciamo solo, lo lasciamo con il suo partito, lasciamo che si arrangi con il Parlamento, con questo, ma solo».

E magari c’è chi se la cava dicendo: «Io l’ho votato» oppure «Io non l’ho votato, faccia il suo». Invece, ha insistito Francesco, «noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera». I cristiani «devono pregare per i governanti». E anche in questo caso, ha fatto presente il Papa, qualcuno potrebbe obiettare: «Padre, come vado a pregare per questo che fa tante cose brutte?». Ma proprio allora «ha più bisogno ancora: prega, fa’ penitenza per il governante!».

«La preghiera d’intercessione — è tanto bello questo che dice Paolo — è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere», ha proseguito il Pontefice. E lo è «perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla». Infatti «quando il governante è libero e può governare in pace, tutto il popolo beneficia di questo».

«Noi dobbiamo crescere in questa coscienza di pregare per i governanti» ha rilanciato il Papa. Di più: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”». Ma sono proprio quelli che «hanno più bisogno». Dunque, è opportuno chiederci: «Prego per tutti i governanti? E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

In conclusione il Papa ha suggerito di chiedere «al Signore in questa messa la grazia che ci insegni a pregare per i nostri governanti: per tutti quelli che stanno al potere, dice Paolo che ci insegna». E «anche la grazia che i governanti preghino».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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