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sabato 3 febbraio 2024

Messaggio di Papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2024: «Andate e invitate al banchetto tutti»

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XCVIII GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2024

20 ottobre 2024

«Andate e invitate al banchetto tutti» (cfr Mt 22,9)


«Andate e invitate al banchetto tutti»: è il tema, tratto dal Vangelo di Marco (22, 9), scelto da Papa Francesco per il messaggio in vista della XCVIII Giornata missionaria mondiale, che quest’anno si celebra domenica 20 ottobre.

Datato 25 gennaio e diffuso il 2 febbraio il testo pontificio è suddiviso in tre parti: la missione come instancabile andare e invitare alla festa del Signore; la prospettiva escatologica ed eucaristica della missione di Cristo e della Chiesa; la missione universale dei discepoli di Cristo e la Chiesa tutta sinodale-missionaria. Infatti, spiega il vescovo di Roma, mettendo «in luce alcuni aspetti importanti dell’evangelizzazione» il messaggio si rivela particolarmente attuale «in questa fase finale del percorso sinodale che, in conformità al motto “Comunione, partecipazione, missione”, dovrà rilanciare la Chiesa verso il suo impegno prioritario, cioè l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo», sempre più «lacerato da divisioni e conflitti».

Inoltre, in questo «anno dedicato alla preghiera in preparazione al Giubileo del 2025», il Papa invita «a intensificare anche e soprattutto la partecipazione alla Messa e la preghiera per la missione evangelizzatrice della Chiesa».
(fonte: L'Osservatore Romano 02/02/2024)

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Cari fratelli e sorelle!

Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho tratto il tema dalla parabola evangelica del banchetto nuziale (cfr Mt 22,1-14). Dopo che gli invitati hanno rifiutato l’invito, il re, protagonista del racconto, dice ai suoi servi: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (v. 9). Riflettendo su questa parola-chiave, nel contesto della parabola e della vita di Gesù, possiamo mettere in luce alcuni aspetti importanti dell’evangelizzazione. Essi si rivelano particolarmente attuali per tutti noi, discepoli-missionari di Cristo, in questa fase finale del percorso sinodale che, in conformità al motto “Comunione, partecipazione, missione”, dovrà rilanciare la Chiesa verso il suo impegno prioritario, cioè l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo.

1. “Andate e invitate!”. La missione come instancabile andare e invitare alla festa del Signore

All’inizio del comando del re ai suoi servi, ci sono i due verbi che esprimono il nucleo della missione: “andate” e “chiamate” nel senso di “invitate”.

Riguardo al primo, va ricordato che in precedenza i servi erano stati già inviati a trasmettere il messaggio del re agli invitati (cfr vv. 3-4). Questo ci dice che la missione è un andare instancabile verso tutta l’umanità per invitarla all’incontro e alla comunione con Dio. Instancabile! Dio, grande nell’amore e ricco di misericordia, è sempre in uscita verso ogni uomo per chiamarlo alla felicità del suo Regno, malgrado l’indifferenza o il rifiuto. Così Gesù Cristo, buon pastore e inviato del Padre, andava in cerca delle pecore perdute del popolo d’Israele e desiderava andare oltre per raggiungere anche le pecore più lontane (cfr Gv 10,16). Egli ha detto ai discepoli: “Andate!”, sia prima sia dopo la sua risurrezione, coinvolgendoli nella sua stessa missione (cfr Lc 10,3; Mc 16,15). Per questo, la Chiesa continuerà ad andare oltre ogni confine, ad uscire ancora e ancora senza stancarsi o perdersi d’animo di fronte a difficoltà e ostacoli, per compiere fedelmente la missione ricevuta dal Signore.

Colgo l’occasione per ringraziare i missionari e le missionarie che, rispondendo alla chiamata di Cristo, hanno lasciato tutto per andare lontano dalla loro patria e portare la Buona Notizia là dove la gente ancora non l’ha ricevuta o l’ha accolta da poco. Carissimi, la vostra generosa dedizione è l’espressione tangibile dell’impegno della missione ad gentes che Gesù ha affidato ai suoi discepoli: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Continuiamo perciò a pregare e ringraziare Dio per le nuove e numerose vocazioni missionarie per l’opera di evangelizzazione sino ai confini della terra.

E non dimentichiamo che ogni cristiano è chiamato a prendere parte a questa missione universale con la propria testimonianza evangelica in ogni ambiente, così che tutta la Chiesa esca continuamente con il suo Signore e Maestro verso i “crocicchi delle strade” del mondo di oggi. Sì, «oggi il dramma della Chiesa è che Gesù continua a bussare alla porta, ma dal di dentro, perché lo lasciamo uscire! Tante volte si finisce per essere una Chiesa […] che non lascia uscire il Signore, che lo tiene come “cosa propria”, mentre il Signore è venuto per la missione e ci vuole missionari» (Discorso ai partecipanti al convegno promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, 18 febbraio 2023). Che tutti noi, battezzati, ci disponiamo ad andare di nuovo, ognuno secondo la propria condizione di vita, per avviare un nuovo movimento missionario, come agli albori del cristianesimo!

Tornando al comando del re ai servi nella parabola, l’andare va insieme con il chiamare o, più precisamente, l’invitare: «Venite alle nozze!» (Mt 22,4). Ciò lascia intravedere un altro aspetto non meno importante della missione affidata da Dio. Come si può immaginare, quei servi-messaggeri trasmettevano l’invito del sovrano con urgenza ma anche con grande rispetto e gentilezza. Allo stesso modo, la missione di portare il Vangelo ad ogni creatura deve avere necessariamente lo stesso stile di Colui che si annuncia. Nel proclamare al mondo «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 36), i discepoli-missionari lo fanno con gioia, magnanimità, benevolenza, frutto dello Spirito Santo in loro (cfr Gal 5,22); senza forzatura, coercizione, proselitismo; sempre con vicinanza, compassione e tenerezza, che riflettono il modo di essere e di agire di Dio.

2. Al banchetto. La prospettiva escatologica ed eucaristica della missione di Cristo e della Chiesa

Nella parabola, il re chiede ai servi di portare l’invito al banchetto per le nozze di suo figlio. Tale banchetto riflette quello escatologico, è immagine della salvezza finale nel Regno di Dio, realizzata fin d’ora con la venuta di Gesù, il Messia e Figlio di Dio, che ci ha donato la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10), simboleggiata dalla mensa imbandita «di cibi succulenti, di vini raffinati», quando Dio «eliminerà la morte per sempre» (Is 25,6-8).

La missione di Cristo è quella della pienezza dei tempi, come Egli ha dichiarato all’inizio della sua predicazione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Così, i discepoli di Cristo sono chiamati a continuare questa stessa missione del loro Maestro e Signore. Ricordiamo in proposito l’insegnamento del Concilio Vaticano II sul carattere escatologico dell’impegno missionario della Chiesa: «Il periodo dell’attività missionaria si colloca tra la prima e la seconda venuta di Cristo […]. Prima appunto della venuta del Signore, il Vangelo deve essere annunziato a tutte le nazioni» (Decr. Ad gentes, 9).

Sappiamo che lo zelo missionario nei primi cristiani aveva una forte dimensione escatologica. Sentivano l’urgenza dell’annuncio del Vangelo. Anche oggi è importante tener presente tale prospettiva, perché essa ci aiuta ad evangelizzare con la gioia di chi sa che «il Signore è vicino» e con la speranza di chi è proteso alla meta, quando saremo tutti con Cristo al suo banchetto nuziale nel Regno di Dio. Mentre dunque il mondo propone i vari “banchetti” del consumismo, del benessere egoistico, dell’accumulo, dell’individualismo, il Vangelo chiama tutti al banchetto divino dove regnano la gioia, la condivisione, la giustizia, la fraternità, nella comunione con Dio e con gli altri.

Questa pienezza di vita, dono di Cristo, è anticipata già ora nel banchetto dell’Eucaristia, che la Chiesa celebra su mandato del Signore in memoria di Lui. E così l’invito al banchetto escatologico che portiamo a tutti nella missione evangelizzatrice è intrinsecamente legato all’invito alla mensa eucaristica, dove il Signore ci nutre con la sua Parola e con il suo Corpo e il suo Sangue. Come ha insegnato Benedetto XVI, «in ogni Celebrazione eucaristica si realizza sacramentalmente il radunarsi escatologico del Popolo di Dio. Il banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai Profeti (cfr Is 25,6-9) e descritto nel Nuovo Testamento come “le nozze dell’Agnello” (Ap 19,7.9), da celebrarsi nella gioia della comunione dei santi» (Esort. ap. postsin. Sacramentum Caritatis, 31).

Perciò, siamo tutti chiamati a vivere più intensamente ogni Eucaristia in tutte le sue dimensioni, particolarmente in quella escatologica e missionaria. Ribadisco, a tale proposito, che «non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini» (ivi, 84). Il rinnovamento eucaristico, che molte Chiese locali stanno lodevolmente promuovendo nel periodo post-Covid, sarà anche fondamentale per risvegliare lo spirito missionario in ogni fedele. Con quanta più fede e slancio del cuore, in ogni Messa, dovremmo pronunciare l’acclamazione: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta»!

In questa prospettiva, nell’anno dedicato alla preghiera in preparazione al Giubileo del 2025, desidero invitare tutti a intensificare anche e soprattutto la partecipazione alla Messa e la preghiera per la missione evangelizzatrice della Chiesa. Essa, obbediente alla parola del Salvatore, non cessa di innalzare a Dio in ogni celebrazione eucaristica e liturgica l’orazione del Padre nostro con l’invocazione «Venga il Tuo regno». E così la preghiera quotidiana e particolarmente l’Eucaristia fanno di noi dei pellegrini-missionari della speranza, in cammino verso la vita senza fine in Dio, verso il banchetto nuziale preparato da Dio per tutti i suoi figli.

3. “Tutti”. La missione universale dei discepoli di Cristo e la Chiesa tutta sinodale-missionaria

La terza e ultima riflessione riguarda i destinatari dell’invito del re: «tutti». Come ho sottolineato, «questo è al cuore della missione: quel “tutti”. Senza escludere nessuno. Tutti. Ogni nostra missione, quindi, nasce dal Cuore di Cristo per lasciare che Egli attiri tutti a sé» (Discorso ai partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, 3 giugno 2023). Ancora oggi, in un mondo lacerato da divisioni e conflitti, il Vangelo di Cristo è la voce mite e forte che chiama gli uomini a incontrarsi, a riconoscersi fratelli e a gioire dell’armonia tra le diversità. Dio vuole che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Perciò, non dimentichiamo mai, nelle nostre attività missionarie, che siamo inviati ad annunciare il Vangelo a tutti, e «non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 14).

I discepoli-missionari di Cristo hanno sempre nel cuore la preoccupazione per tutte le persone di ogni condizione sociale o anche morale. La parabola del banchetto ci dice che, seguendo la raccomandazione del re, i servi radunarono «tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni» (Mt 22,10). Inoltre, proprio «i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» (Lc 14,21), vale a dire gli ultimi ed emarginati della società, sono gli invitati speciali del re. Così, il banchetto nuziale del Figlio che Dio ha preparato rimane per sempre aperto a tutti, perché grande e incondizionato è il suo amore per ognuno di noi. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Chiunque, ogni uomo e ogni donna è destinatario dell’invito di Dio a partecipare alla sua grazia che trasforma e salva. Bisogna solo dire “sì” a questo dono divino gratuito, accogliendolo e lasciandosi trasformare da esso, rivestendosene come di una “veste nuziale” (cfr Mt 22,12).

La missione per tutti richiede l’impegno di tutti. Occorre perciò continuare il cammino verso una Chiesa tutta sinodale-missionaria a servizio del Vangelo. La sinodalità è di per sé missionaria e, viceversa, la missione è sempre sinodale. Pertanto, una stretta cooperazione missionaria risulta oggi ancora più urgente e necessaria nella Chiesa universale come pure nelle Chiese particolari. Sulla scia del Concilio Vaticano II e dei miei Predecessori, raccomando a tutte le diocesi del mondo il servizio delle Pontificie Opere Missionarie, che costituiscono i mezzi primari «sia per infondere nei cattolici, fin dalla più tenera età, uno spirito veramente universale e missionario, sia per favorire una adeguata raccolta di sussidi a vantaggio di tutte le missioni e secondo le necessità di ciascuna» (Decr. Ad gentes, 38). Per questo, le collette della Giornata Missionaria Mondiale in tutte le Chiese locali sono interamente destinate al Fondo universale di solidarietà che la Pontificia Opera della Propagazione della Fede poi distribuisce, a nome del Papa, per le necessità di tutte le missioni della Chiesa. Preghiamo il Signore che ci guidi e ci aiuti ad essere Chiesa più sinodale e più missionaria (cfr Omelia nella Messa conclusiva dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 29 ottobre 2023).

Rivolgiamo infine lo sguardo a Maria, che ottenne da Gesù il primo miracolo proprio ad una festa di nozze, a Cana di Galilea (cfr Gv 2,1-12). Il Signore offrì agli sposi e a tutti gli invitati l’abbondanza del vino nuovo, segno anticipato del banchetto nuziale che Dio prepara per tutti alla fine dei tempi. Chiediamo ancora oggi la sua materna intercessione per la missione evangelizzatrice dei discepoli di Cristo. Con la gioia e la premura della nostra Madre, con la forza della tenerezza e dell’affetto (cfr Evangelii gaudium, 288), andiamo e portiamo a tutti l’invito del Re Salvatore. Santa Maria, Stella dell’evangelizzazione, prega per noi!

Roma, San Giovanni in Laterano, 25 gennaio 2024, festa della conversione di San Paolo.

FRANCESCO

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RANIERO LA VALLE - Il conflitto israeliano-palestinese: una tragedia senza alternative? (VIDEO)

MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2024
promossi dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO


I MITI ABITERANNO 
LA TERRA (cf. Mt 5,5)
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Primo  Mercoledì - 31 gennaio 2024
SOLO ONLINE

Il conflitto israeliano-palestinese:  
una tragedia senza alternative?
Raniero La Valle



        Sul conflitto israelo-palestinese e gli eccidi di Gaza la ricostruzione degli eventi mostra che dalla tragedia in atto non si può uscire né con la vittoria di Israele, né con la vittoria di Hamas, né costituendo i due Stati né unendo i due popoli in uno Stato solo; l’uno o l’altro esito di questo conflitto precipiterebbe in genocidio, ammesso che questo non sia già in atto come la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha constatato ingiungendo ad Israele e alle sue Forze Armate di cessarne e prevenirne la perpetrazione. 
       Lo Stato di Israele – che si concepisce con la sua legge costituzionale del 2018 come uno “Stato nazione” del solo popolo ebraico e i 700.000 coloni che hanno preso il controllo di Gerusalemme e della Cisgiordania – esclude l’esistenza politica, e perfino fisica, di ogni altro popolo, né i palestinesi potrebbero vincere senza pagarne il prezzo della loro stessa distruzione. 
     D’altra parte il popolo ebreo della Diaspora è in pericolo, come mai dopo la Shoà, perché l’esecrazione generalizzata che sta suscitando la condotta di Israele a Gaza, documentata giorno per giorno in tutte le Televisioni pur favorevoli ad Israele, si riverbera sugli Ebrei pacificamente inseriti tra i vari popoli e Stati del mondo. L’antisemitismo rischia di trovare crescente alimento man mano che sembra avvicinarsi la definitiva liquidazione di Gaza, o con il trasloco forzato della popolazione palestinese restante o con la sua eliminazione fisica.
        La situazione suscita particolare dolore nelle comunità cristiane più mature e nella Chiesa stessa che dopo il Concilio hanno avuto la gioia di un rapporto fraterno con gli Ebrei, hanno riscoperto l’unità delle due Scritture, ne hanno corretto le letture fondamentalistiche e fuorvianti, si sono inventato e hanno portato avanti il “dialogo ebraico-cristiano”. 
        Senza una rettifica del pensiero di tutti, un puro snodarsi dello stato di cose presenti secondo la loro logica propria, non può che finire in catastrofe.
        C’è una sola soluzione possibile, e una sola cosa da fare: la riconciliazione. In questo senso i cattivi amici di Israele e i cattivi amici dei palestinesi rendono loro il peggiore servizio incitandoli alla reciproca sopraffazione. La riconciliazione, proprio a partire da una veritiera lettura dell’affrontamento in atto non come di una guerra ma come di un genocidio, è invece possibile. Da un massimo di male il rovesciamento è possibile: è avvenuto per molti popoli, è avvenuto tra uomini e no, tra bianchi e neri, anche per noi con i tedeschi che avevano fatto le stragi di Casaglia a Marzabotto (una intera comunità uccisa con prete, donne e bambini, come racconta il libro “Le querce di Monte Sole” con la prefazione di Giuseppe Dossetti), la strage delle Fosse Ardeatine, e in mille altri luoghi. 
    Israeliani e palestinesi possono riconoscersi come coabitanti e cittadini nella stessa Terra, perché questo ha fatto la storia, e la storia da cui veniamo non è fatta da noi. Questo certamente comporta non una conservazione ma un cambiamento, a partire da un ripensamento ebraico ma non confessionale dello Stato di Israele e un suo più articolato rapporto con gli Ebrei della Diaspora, e da una distinzione tra popolo palestinese e comunità islamiche più o meno radicali. In un mio libro appena uscito, “Gaza delle Genti, Israele contro Israele” c’è perfino un capitolo intitolato “Per uno Stato della Città di Sion (SCS)”, in cui si propone di ritagliare a Gerusalemme una piccola area extraterritoriale sovrana in cui stabilire un centro mondiale delle tre religioni monoteiste, ebrei, islamici e cristiani, una specie di Stato della Città di Sion (come a Roma lo SCV) per vivere una ritrovata pace tra le grandi fedi e culture e i popoli coinvolti. 
    Niente, come la storia ci mostra, è impossibile. Il titolo del libro evoca il ruolo salvifico ora venuto meno della “Gerusalemme delle Genti”, che adesso è piuttosto rappresentato dal sacrificio degli innocenti di Gaza

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Mons. Gianfranco Ravasi: Le parole shock di Gesù / 4 - «Che vuoi da me?»

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 4
«Che vuoi da me?»
 

La madre di Gesù gli disse:
«Non hanno più vino!»
Gesù le rispose:
«Donna, che vuoi da me?».
(Giovanni, 2, 3-4)

I pellegrini in Terrasanta giungono nel villaggio di Cana, a sei chilometri a nord-est di Nazaret, e nella chiesa francescana leggono il brano giovanneo delle “nozze di Cana” (2, 1-12), anche se gli archeologi sono inclini a ritenere che la Cana evangelica sia da identificare con un altro centro della Galilea. Ciò che imbarazza il lettore è, però, quella frase gelida che Gesù oppone a sua madre, frase che in greco suona letteralmente così: Tí emoi kaì soí, gýnai, «che c’è tra me e te, o donna?».

Per spiegarla partiamo dalla coda, gýnai, “donna”. Il titolo, di per sé, non è scortese, ma è un uso frequente nel rivolgersi alle donne anche parenti nell’antico Vicino Oriente, tant’è vero che nella scena della crocifissione, intrisa di tenerezza, Gesù si rivolge a Maria ancora così: «Donna, ecco tuo figlio!» (19, 26). A questo punto risaliamo alla frase che dev’essere anch’essa intesa tenendo conto degli usi linguistici antichi. Infatti l’espressione “che c’è tra me e te?” è nota già nell’Antico Testamento ove ha diverse sfumature nel suo significato. Può, certo, reagire a una molestia in modo infastidito: «Perché mi disturbi o mi fai questo?». Può, però, anche segnalare che non si vuole essere coinvolti in una questione, esprimendo un atteggiamento di disimpegno, di distacco da un gesto ritenuto non opportuno in quel frangente. Si deve, perciò, badare al contesto e alla stessa tonalità con cui la formula viene usata. Tra parentesi, oltre a vari passi dell’Antico Testamento, la frase ritorna anche nei vangeli a più riprese.

Proprio Gesù ci indica la vera qualità di questa replica quando aggiunge: «Non è ancora giunta la mia ora». Ebbene, nel Vangelo di Giovanni l’“ora” è il grande momento della morte, risurrezione e glorificazione di Cristo, fonte di salvezza per l’umanità. Gesù, allora, non si sottrae alla richiesta di sua madre, la quale tra l’altro è sottilmente convinta del suo ascolto («Qualsiasi cosa vi dica, fatela!»), ma vuole ribadire il significato vero del suo intervento. Egli si oppone alla riduzione del suo gesto a un atto prodigioso, ma lo riporta a quella categoria di “segno” sotto la quale Giovanni classifica i miracoli di Gesù, un “segno” che fa rivolgere lo sguardo al senso ultimo dell’opera di Cristo (la sua “ora” finale).

I miracoli non sono né atti clamorosi né pure e semplici risposte a una necessità concreta e immediata, ma devono essere agli occhi degli spettatori un simbolo di un evento superiore e trascendente. In questo caso il banchetto e il vino rimandano all’era messianica: è per questo che quello offerto poi da Gesù è un vino “ultimo” e “migliore” rispetto a quello che era prima sulla tavola nuziale. Ed è per questo che l’evangelista conclude il suo racconto così: «Questo di Cana di Galilea fu l’inizio dei segni operati da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2, 11).

venerdì 2 febbraio 2024

2 febbraio Festa di famiglia!

2 febbraio
Festa di famiglia!


Il compleanno non è un giorno come gli altri, è un giorno che tutti ricordiamo perché è un giorno che segna l'inizio di una storia, e come tale andrebbe sempre festeggiato perché è una vita nuova che inevitabilmente coinvolge anche altre vite e altre storie... a cominciare da quella della famiglia per poi allargarsi aprendosi ad altre realtà, ed è un giorno in cui di solito con il passare degli anni diventa un'occasione per riflettere sul presente, sul passato e per fare progetti per il futuro...

Anche i social tengono conto dell'importanza di questo giorno e ci ricordano puntualmente i compleanni degli "amici".
Proprio perché apprezziamo questa attenzione, anche noi di Quelli della Via vogliamo raccoglierne l'esempio e comunicare a tutti che oggi è una data importante per noi, e ci piace condividerne il ricordo con chi ci segue.

"Quelli della Via" è come una famiglia, il cui "capostipite" è "TEMPO PERSO", infatti è con questo piccolo sito che nel Maggio del 2002 è cominciata la nostra vita nel web, abbiamo pensato molto al nome e, anche dopo tanti anni, siamo ancora soddisfatti della scelta perché pensiamo che ci rappresenti, e, visto che poteva essere frainteso, fin da subito abbiamo voluto spiegarne il senso; la HOME era quasi un manifesto in cui si evidenziava quello che sarebbe stato il nostro percorso ed alcune figure di riferimento. 
Ecco un piccolo e apparentemente insignificante, ma per noi importante, esempio dello stile scelto: 
AVVISO AI NAVIGANTI in questo sito non ci sarà un contatore delle visite non ci importano i numeri ci interessano le Persone per questo, se vuoi, potrai lasciare UNA TRACCIA, LA TUA, inviandoci un pensiero, un'idea, un consiglio, oppure scrivici quello che ti senti di comunicarci, nello stile della massima libertà, da uomini e donne veramente responsabili tempo-perso@libero.it

TEMPO PERSO non è rimasto solo e il 2 febbraio 2010 è "nato" il blog "PIETRE VIVE".

Ecco la data importante per noi che vogliamo festeggiare con tutti coloro che ci seguono e in qualche modo sono diventati la "famiglia allargata" di Quelli della Via che comprende dal 20 agosto 2010 anche la pagina facebook Quelli della Via  (che in questo momento risulta avere 14.674 Follower, e per noi non sono numeri, ma persone che ci hanno dato la loro fiducia).

Abbiamo voluto festeggiare il "compleanno di Pietre Vive", ripercorrendo  insieme a chi si sente parte di questa "famiglia", alcune tappe del nostro passato per poterne apprezzare il presente e ritrovare una rinnovata energia per affrontare il futuro. 

Per concludere di seguito segnaliamo il primo post pubblicato che è come il primo passo di un neonato, incerto, ma fondamentale; da quello infatti ne sono seguiti tanti altri, fino ad oggi 14.312!



2 Febbraio GIORNATA VITA CONSACRATA Una vita donata per amore

2 Febbraio
GIORNATA VITA CONSACRATA
Una vita donata per amore

(Foto Vatican Media/SIR)

Oggi, 2 febbraio, la Chiesa celebra la Giornata della vita consacrata. È un’occasione propizia per rileggere il nostro cammino in preparazione al Giubileo.
Noi consacrati siamo chiamati a compiere delle scelte importanti per verificare non solo se l’individualismo sta penetrando quotidianamente nelle nostre storie, ma soprattutto se stiamo vivendo secondo la missione affidata personalmente da Dio che continua a fidarsi di noi.
Il giorno della professione noi consacrati abbiamo pronunciato il nostro sì al Signore nella Chiesa per il mondo.

Chiediamoci: che cosa rimane di vitale ancora oggi di quella esperienza?
 Ed ancora: in che modo stiamo coltivando ogni giorno e in ogni momento 
con passione e con slancio la nostra adesione a Cristo?

Ciò ci interpella sul senso e sull’orientamento della nostra vita di consacrati, sulle energie e sulle risorse che stiamo concretamente impegnando per seguire fedelmente Gesù, sull’essere attualmente segno profetico soprattutto dove regna la confusione, lo smarrimento, la paura.
A volte sembra sfuggirci dalle mani la vita, perché non sempre ci lasciamo orientare dal senso che la dovrebbe qualificare, Gesù e il Vangelo. Anche noi, come “il tale del Vangelo” continuiamo a chiedere a Gesù che cosa fare e non come essere, per seguirlo, testimoniarlo. Manca talvolta l’impegno costante che Paolo ha affidato a Timoteo, ma che in realtà riguarda tutti: “Ravviva il dono di Dio che è in te” (2 Tm 1,6).
Papa Francesco rivolto il 13 aprile 2023 all’Assemblea generale dell’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi), ci chiede di metterci in ascolto della vita sotto la guida dello Spirito Santo. Ed ancora il Papa invita coloro che sono senza speranza a “tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, perché da questa scelta spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (cfr.EG 11).

Quando l’esistenza non è fondata in Cristo e non è orientata dal progetto evangelico, 
la persona non riconosce più i valori fondamentali per cui donare sempre la vita.

Spesso brancola qua e là per trovare soddisfazioni immediate nelle cose da fare, e non si ferma per allargare gli orizzonti con la fede in Dio.
Lasciandoci agganciare da mille cose, spesso non riflettiamo sulla strutturazione del tempo. Coltivando la relazione con Cristo che illumina la quotidianità e che aiuta a prefiggersi degli obiettivi da raggiungere, possiamo essere segno dell’amore di Dio tra i fratelli e le sorelle. Nella preghiera impariamo a vivere come Gesù in ogni ambiente, liberando in noi e intorno a noi la bellezza dell’umanità e trasmettendo la certezza che Dio è sempre presente nella vita di ogni vivente.

Oggi c’è l’urgenza della presenza di profeti, di coloro che sappiano dire con la vita che l’amore di Dio per noi e tra noi è una realtà e che ogni accadimento rimanda alla presenza del Signore che segue sempre con amore i nostri passi.

Scegliere di vivere per Cristo significa avere a cuore la costante unificazione della propria vita intorno a Lui, abbandonando l’idea di essere il centro dell’universo, per mescolarsi con chi si vive e con la gente. Le persone che vivono con noi o che incontriamo, hanno bisogno di una testimonianza significativa che fa vedere la presenza di Dio in opera, di coloro che sono capaci di donare segni di speranza, senza forme eclatanti, ma attraverso gesti autenticamente umani.

I consacrati, consapevoli di essere sempre alla presenza del Signore, vivono anche nella vita interamente contemplativa accanto ad ogni fratello e sorella, testimoniando con la preghiera continua o con il servizio gratuito che Dio esiste, che Dio è amore.

Chi segue Gesù non costruisce un suo mondo parallelo, non difende il proprio spazio. 
A fondamento della sua esistenza mette la relazione con Lui e il Vangelo come progetto di vita.

Non insegue modelli umani che comprendono la competizione, i ruoli, la carriera, ecc., ma solo la via del dono di sé nella gratuità sull’esempio di Cristo: costoro non pensano a se stessi, scelgono solo di essere riflesso della presenza di Dio ovunque.

Come curiamo quotidianamente la relazione con il Signore?
Da che cosa capiamo che stiamo vivendo relazioni evangeliche in fraternità e con chi incontriamo?

La qualità relazionale è segno profetico soprattutto in questo tempi in cui molte persone vivono l’esperienza di isolamento, anche inconsapevole, a causa di una gestione inadeguata del mondo digitale e faticano a rimanere accanto ai propri simili.
Come impegniamo le nostre energie per interagire, collaborare con persone umane, concrete, incarnate e abitate dallo Spirito, anche se non credenti?
Abbiamo bisogno in questo tempo di ricentrarci nel Signore, per poter amare senza competizione, mettendo tutto di noi a disposizione degli altri, per contribuire ad essere insieme collaboratori di Dio nella costruzione del puzzle che ha affidato a ciascuno e nella fraternità.
(fonte: SIR, articolo di Diana Papa 02/02/2024)



Don Luigi Ciotti: Solidarietà a Ilaria Salis

Don Luigi Ciotti
Solidarietà a Ilaria Salis 

Le parole di Luigi Ciotti sul caso di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria in condizioni che ledono la sua dignità  


Ci sono situazioni in cui tacere è una colpa, mentre parlare è un obbligo morale e una responsabilità civile.
Penso a Ilaria Salis, che tutti abbiamo visto umiliata e incatenata in tribunale, in occasione del processo che la vede coinvolta in Ungheria. La giustizia, in qualsiasi Paese, prevede che si debbano pagare eventuali reati, e proprio a questo dovrebbe servire un processo: appurare se il reato sussiste, e di quale entità. Ma la pena consiste in una temporanea privazione della libertà personale, non della dignità umana che è un bene inalienabile.

Vediamo Ilaria doppiamente ferita: nell’attesa lunghissima di un processo per fare chiarezza sui fatti di cui la si accusa, e nelle condizioni vergognose della detenzione che subisce. Calpestare intenzionalmente la dignità delle persone non significa fare giustizia, ma cercare vendetta. È possibile che nella “civile” Europa si tollerino atteggiamenti simili, da parte delle istituzioni di un Paese che si dice democratico?

Oggi molti sono portati a pensare che uno stato “forte” sia uno stato giusto, dove però quella forza non è intesa in termini di autorevolezza degli organi di governo, e tenuta delle istituzioni democratiche, ma come prepotenza nei confronti dei cittadini inermi.
Dobbiamo uscire da questo equivoco, se vogliamo garantire i diritti di Ilaria Salis e non solo. La sua situazione, che sentiamo vicina perché riguarda una cittadina italiana in terra straniera, ci obbliga ad aprire gli occhi anche sulle ingiustizie che colpiscono altri: i detenuti sottoposti a trattamenti simili, in Ungheria come altrove, o le persone di origine straniera che in Europa sono spesso alla mercé di leggi punitive e di una burocrazia ostile.

Chiediamo che ci sia un sussulto da parte della politica e di tutti gli organi competenti, affinché si arrivi al più presto a ripristinare condizioni di detenzione accettabili per Ilaria, e la giustizia faccia velocemente il suo corso. È fondamentale che non debba scontare neppure un giorno in eccesso di una pena che ancora neppure sappiamo se abbia fondamento.
(fonte: Gruppo Abele)


giovedì 1 febbraio 2024

Papa Francesco "Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà" Messaggio per la Quaresima 2024 (sintesi/commento e testo integrale)

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2024
 
Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà


«Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà»: è il tema del messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, che è stato diffuso oggi, giovedì 1° febbraio, e presentato com’è consuetudine nella Sala stampa della Santa Sede dal prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, il cardinale gesuita Czerny. Con lui, nella circostanza, don Cavallini, incaricato dell’Ufficio per la catechesi della diocesi di Roma, la professoressa Palladino, della Facoltà di Scienze sociali della Gregoriana, e l’artista di strada Maupal (Mauro Pallotta).

Il testo pontificio rinnova l’invito ad accogliere il tempo quaresimale come occasione di conversione, dando spazio al Signore che riscatta ogni uomo dalle sue schiavitù. È dunque un inno alla libertà che, prendendo le mosse dall’inizio del Decalogo dato a Mosè sul monte Sinai — «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Esodo 20, 2) — attualizza la riflessione ricordando come «anche oggi il grido di tanti fratelli e sorelle oppressi» arrivi «al cielo». Ma gli interrogativi che ne derivano sono: «Arriva anche a noi? Ci scuote? Ci commuove?». Infatti il rischio per l’uomo è, scrive il Papa, «quella nostalgia della schiavitù che paralizza Israele nel deserto, impedendogli di avanzare», con la conseguenza pericolosa che «l’esodo può interrompersi: non si spiegherebbe altrimenti come mai» l’umanità, «giunta a livelli di sviluppo scientifico, tecnico, culturale, giuridico in grado di garantire a tutti la dignità, brancoli nel buio delle diseguaglianze e dei conflitti».
(fonte: L'Osservatore Romano 01/02/2024)


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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2024


Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà

Cari fratelli e sorelle!

Quando il nostro Dio si rivela, comunica libertà: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Così si apre il Decalogo dato a Mosè sul monte Sinai. Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo “comandamenti”, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. È infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà. Non si esaurisce in un singolo evento, perché matura in un cammino. Come Israele nel deserto ha ancora l’Egitto dentro di sé – infatti spesso rimpiange il passato e mormora contro il cielo e contro Mosè –, così anche oggi il popolo di Dio porta in sé dei legami oppressivi che deve scegliere di abbandonare. Ce ne accorgiamo quando ci manca la speranza e vaghiamo nella vita come in una landa desolata, senza una terra promessa verso cui tendere insieme. La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore.

L’esodo dalla schiavitù alla libertà non è un cammino astratto. Affinché concreta sia anche la nostra Quaresima, il primo passo è voler vedere la realtà. Quando nel roveto ardente il Signore attirò Mosè e gli parlò, subito si rivelò come un Dio che vede e soprattutto ascolta: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,7-8). Anche oggi il grido di tanti fratelli e sorelle oppressi arriva al cielo. Chiediamoci: arriva anche a noi? Ci scuote? Ci commuove? Molti fattori ci allontanano gli uni dagli altri, negando la fraternità che originariamente ci lega.

Nel mio viaggio a Lampedusa, alla globalizzazione dell’indifferenza ho opposto due domande, che si fanno sempre più attuali: «Dove sei?» (Gen 3,9) e «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Il cammino quaresimale sarà concreto se, riascoltandole, confesseremo che ancora oggi siamo sotto il dominio del Faraone. È un dominio che ci rende esausti e insensibili. È un modello di crescita che ci divide e ci ruba il futuro. La terra, l’aria e l’acqua ne sono inquinate, ma anche le anime ne vengono contaminate. Infatti, sebbene col battesimo la nostra liberazione sia iniziata, rimane in noi una inspiegabile nostalgia della schiavitù. È come un’attrazione verso la sicurezza delle cose già viste, a discapito della libertà.

Vorrei indicarvi, nel racconto dell’Esodo, un particolare di non poco conto: è Dio a vedere, a commuoversi e a liberare, non è Israele a chiederlo. Il Faraone, infatti, spegne anche i sogni, ruba il cielo, fa sembrare immodificabile un mondo in cui la dignità è calpestata e i legami autentici sono negati. Riesce, cioè, a legare a sé. Chiediamoci: desidero un mondo nuovo? Sono disposto a uscire dai compromessi col vecchio? La testimonianza di molti fratelli vescovi e di un gran numero di operatori di pace e di giustizia mi convince sempre più che a dover essere denunciato è un deficit di speranza. Si tratta di un impedimento a sognare, di un grido muto che giunge fino al cielo e commuove il cuore di Dio. Somiglia a quella nostalgia della schiavitù che paralizza Israele nel deserto, impedendogli di avanzare. L’esodo può interrompersi: non si spiegherebbe altrimenti come mai un’umanità giunta alla soglia della fraternità universale e a livelli di sviluppo scientifico, tecnico, culturale, giuridico in grado di garantire a tutti la dignità brancoli nel buio delle diseguaglianze e dei conflitti.

Dio non si è stancato di noi. Accogliamo la Quaresima come il tempo forte in cui la sua Parola ci viene nuovamente rivolta: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). È tempo di conversione, tempo di libertà. Gesù stesso, come ricordiamo ogni anno la prima domenica di Quaresima, è stato spinto dallo Spirito nel deserto per essere provato nella libertà. Per quaranta giorni Egli sarà davanti a noi e con noi: è il Figlio incarnato. A differenza del Faraone, Dio non vuole sudditi, ma figli. Il deserto è lo spazio in cui la nostra libertà può maturare in una personale decisione di non ricadere schiava. Nella Quaresima troviamo nuovi criteri di giudizio e una comunità con cui inoltrarci su una strada mai percorsa.

Questo comporta una lotta: ce lo raccontano chiaramente il libro dell’Esodo e le tentazioni di Gesù nel deserto. Alla voce di Dio, che dice: «Tu sei il Figlio mio, l’amato» (Mc 1,11) e «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3), si oppongono infatti le menzogne del nemico. Più temibili del Faraone sono gli idoli: potremmo considerarli come la sua voce in noi. Potere tutto, essere riconosciuti da tutti, avere la meglio su tutti: ogni essere umano avverte la seduzione di questa menzogna dentro di sé. È una vecchia strada. Possiamo attaccarci così al denaro, a certi progetti, idee, obiettivi, alla nostra posizione, a una tradizione, persino ad alcune persone. Invece di muoverci, ci paralizzeranno. Invece di farci incontrare, ci contrapporranno. Esiste però una nuova umanità, il popolo dei piccoli e degli umili che non hanno ceduto al fascino della menzogna. Mentre gli idoli rendono muti, ciechi, sordi, immobili quelli che li servono (cfr Sal 114,4), i poveri di spirito sono subito aperti e pronti: una silenziosa forza di bene che cura e sostiene il mondo.

È tempo di agire, e in Quaresima agire è anche fermarsi. Fermarsi in preghiera, per accogliere la Parola di Dio, e fermarsi come il Samaritano, in presenza del fratello ferito. L’amore di Dio e del prossimo è un unico amore. Non avere altri dèi è fermarsi alla presenza di Dio, presso la carne del prossimo. Per questo preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti, ma un unico movimento di apertura, di svuotamento: fuori gli idoli che ci appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano. Allora il cuore atrofizzato e isolato si risveglierà. Rallentare e sostare, dunque. La dimensione contemplativa della vita, che la Quaresima ci farà così ritrovare, mobiliterà nuove energie. Alla presenza di Dio diventiamo sorelle e fratelli, sentiamo gli altri con intensità nuova: invece di minacce e di nemici troviamo compagne e compagni di viaggio. È questo il sogno di Dio, la terra promessa verso cui tendiamo, quando usciamo dalla schiavitù.

La forma sinodale della Chiesa, che in questi anni stiamo riscoprendo e coltivando, suggerisce che la Quaresima sia anche tempo di decisioni comunitarie, di piccole e grandi scelte controcorrente, capaci di modificare la quotidianità delle persone e la vita di un quartiere: le abitudini negli acquisti, la cura del creato, l’inclusione di chi non è visto o è disprezzato. Invito ogni comunità cristiana a fare questo: offrire ai propri fedeli momenti in cui ripensare gli stili di vita; darsi il tempo per verificare la propria presenza nel territorio e il contributo a renderlo migliore. Guai se la penitenza cristiana fosse come quella che rattristava Gesù. Egli dice anche a noi: «Non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano» (Mt 6,16). Si veda piuttosto la gioia sui volti, si senta il profumo della libertà, si sprigioni quell’amore che fa nuove tutte le cose, cominciando dalle più piccole e vicine. In ogni comunità cristiana questo può avvenire.

Nella misura in cui questa Quaresima sarà di conversione, allora, l’umanità smarrita avvertirà un sussulto di creatività: il balenare di una nuova speranza. Vorrei dirvi, come ai giovani che ho incontrato a Lisbona la scorsa estate: «Cercate e rischiate, cercate e rischiate. In questo frangente storico le sfide sono enormi, gemiti dolorosi. Stiamo vedendo una terza guerra mondiale a pezzi. Ma abbracciamo il rischio di pensare che non siamo in un’agonia, bensì in un parto; non alla fine, ma all’inizio di un grande spettacolo. Ci vuole coraggio per pensare questo» ( Discorso agli universitari, 3 agosto 2023). È il coraggio della conversione, dell’uscita dalla schiavitù. La fede e la carità tengono per mano questa bambina speranza. Le insegnano a camminare e, nello stesso tempo, lei le tira in avanti. [1]

Benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 dicembre 2023, I Domenica di Avvento.

FRANCESCO

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[1] Cfr Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, Milano 1978, 17-19.



AUTONOMIA DIFFERENZIATA Riflessione dell’Arcivescovo Mimmo Battaglia

AUTONOMIA DIFFERENZIATA 
Riflessione di don Mimmo Battaglia,
arcivescovo di Napoli




29.01.2024. - Don Mimmo Battaglia interviene nuovamente sul tema dell’Autonomia Differenziata. Ecco il testo della sua riflessione:

“Nell’aria incerta dell’atmosfera nuova c’è un cielo antico che vorrebbe piangere lacrime vere. Non lo fa ancora perché teme di non essere visto dagli occhi degli uomini che non sanno più guardarsi tra loro, abituati come sono stati portati a non guardare in alto. In quest’atmosfera sempre più pesante, in cui l’aria sta diventando un problema, si sente da un lontano sempre più che s’avvicina, un vento di tempesta e una pioggia torrenziale, che non spazzerà quell’aria ma distruggerà tutto ciò che vi troverà sotto. Questo vento di tempesta è l’egoismo, il male e la colpa tra le più gravi che può colpirci in qualsiasi momento. Tutti, nessuno escluso. Credevamo, e questo è il giorno che annualmente ce lo ricorda attraverso il calendario civile, che questo brutto sentire fosse stato una volta per tutte cancellato a metà del secolo scorso, quando l’Europa, e quasi l’intero mondo, giurarono che mai più vi sarebbero stati atti conseguenti a quel sentimento. Mai più guerre. Mai più conflitti per la sfrenata voglia di prendersi ciò che è degli altri. Dei popoli, dei territori, altri. Mai più discriminazioni di alcun genere, perché oggi non serve richiamare quelle tragiche razziali essendosi, le discriminazioni, estese, come principio, a quelle nei confronti di chiunque sia considerato diverso o lontano fisicamente. Ovvero, diverso perché lontano e viceversa. L’egoismo contiene, in diverse forme, l’energia terribile che lo muove e sulla quale ci si sofferma assai poco, confondendola spesso con la “ necessità”, anche psicologica e morale, di prendere sempre più cose per sé stessi, per la propria parte, per la propria “ famiglia”, che è la classe, lo stato sociale, la collocazione di ciò ( cultura e altro) cui si appartiene nella storia del mondo. C’è di più, invece. Di più grave e di più pericoloso.

C’è una sorta di riaffermazione della diversità come contrasto inevitabile tra la propria superiorità e l’altrui inferiorità. C’è non solo l’imposizione di un proprio diritto, ma la negazione di quelli degli altri. Non solo la volontà di far valere le proprie capacità, ma di impedire la valorizzazione di quelle altrui. C’è non solo la pur assurda pretesa di avere tutto per sé, ma quella di negare il necessario agli altri e, maggiormente, gli spazi e gli strumenti che consentano a chiunque di potersi esprimere per i loro talenti nella piena tutela della dignità di quanti non possiedono le condizioni e le forze per poterli praticare. L’egoismo è, quindi, imposizione e negazione. È cecità dell’Amore. L’egoismo è la cancellazione nella vita quotidiana del principio che tiene salde le società e consolida la forza della Democrazia. Quando, per una qualsiasi ragione, questo principio si rompe, il rischio non è solo per le persone che ne subiscono le conseguenze, non solo materiali, ma per la Democrazia, il luogo privilegiato, insieme a quello dello spirito, in cui dimora e agisce la Libertà.

Io sono un prete, che per volontà del Santo Padre, indossa anche la veste di Vescovo, che è guida del suo gregge, testimone della verità del Vangelo e del tempo in cui comunicarlo, comprendendolo sempre di più nel profondo, per poterlo con coraggiosa coerenza dirlo a chi deve essere cercato nelle strade della vita, in quella Chiesa che deve uscire dalle sue sacrestie e farsi campo di lotta per la giustizia e la libertà degli esseri umani. Tutti. In particolare, coloro che soffrono l’ingiustizia e la mortificazione della libertà. Perché, come dice Francesco, gli uomini devono essere aiutati a liberarsi dalle catene anche qui, sulla terra, dono immenso di Dio. Come la vita che ha scolpito in tutto il Creato. Come prete e vescovo, pertanto, non posso tacere che quei venti del peggiore egoismo stanno soffiando sul nostro Paese. L’Italia è da tempo divisa in ogni campo. Il Covid, che sembrava, con la sua lunga scia di morti e le tante paure indotte, affratellarci, invece che più solidali e aperti ci ha fatti più individualisti e più chiusi. Siamo andati oltre gli spazi della nostra cultura. Stiamo andando oltre i confini del nostro duplice credo, quello cristiano, per i credenti, quello della Costituzione, per tutti. La Chiesa non può restare ferma. Non deve restare chiusa. Non deve accompagnarsi in questa divisione crescente. Preti e laici cristiani, religiosi e volenterosi, sono chiamati a fare ciò che ci si è preclusi nel timore di essere additata, la comunità dei credenti, come parte. Come forza politica, che si muove all’interno del recinto della politica, quale oggi viene concepita. Invece, devono, insieme e uniti, recuperare il coraggio della Politica secondo quella concezione del Santo Papa Paolo VI, che “ la Politica è la più alta forma di carità”.
Un’idea, questa, rafforzata dalla richiesta di Papa Francesco a impegnarci tutti, anche quali cristiani, all’impegno della Politica. Perché essa, mi permetto umilmente di aggiungere, non è, contrariamente a quanto avviene affermato, lo spazio delle divisioni e delle lotte cruente per la vittoria che registri la pesante sconfitta del nemico. Non è l’ambito nel quale prevale un interesse soltanto contro i molteplici, non è l’incontro di boxe in cui vince, non sempre lealmente, il più forte. La Politica è, attraverso le istituzioni, l’area aperta in cui si muove, sia pure nella dialettica accesa, tutto il contrario di questo, per realizzare il suo compito primario, la giustizia e il bene per tutti i cittadini.

Mi sono permesso di svolgere questo lungo pensiero, che spero non risulti contorto e complesso, per dire nuovamente il mio No alla legge della cosiddetta Autonomia Differenziata, approvata l’altro ieri dal Senato della Repubblica italiana. Lo sottolineo, oggi particolarmente, “Repubblica Democratica”, dove il sostantivo significa una cosa sola: unità del Paese nell’eguaglianza. Certamente non è il titolo formale della legge, quello assegnatole finora, ma “Autonomia Differenziata”, che sembra doversi leggere come intera parola e senza soluzione di fiato, per come ne sottende il significato, contiene nel suo corpo la divisione, intesa come volontà egoistica e come perverso progetto politico.

La volontà egoistica dei ricchi e dei territori ricchi, il progetto, antico di poco più di quarant’anni fa, di dividere l’Italia, separando il suo Nord, divenuto opulento con le braccia e l’intelligenza dei meridionali, da quel Sud impoverito dalla perdita di risorse, di forze fisiche e intellettuali, svuotato progressivamente di fondamentali sue ricchezze al posto delle quali sono arrivati a fiumi inganni e false promesse. I promotori e sostenitori di questa legge, incollano, con una certa superbia, questa “ vittoria” all’articolo della Costituzione, che attendeva dalla sua nascita di essere realizzato anche in quel punto in cui si dovrebbe completare l’assetto dello Stato, la promozione dell’autonomia dei territori. Mi permetto di eccepire, rinunciando ad entrare nel vivo di una polemica politica, che non mi piace tra l’altro in quanto duramente strumentale, che questa affermazione non è vera. Lo dice la stessa parola, “differenziata”. È evidente che essa significhi che l’autonomia non è uguale per tutte le regioni, che essa, appunto, si differenzia tra quelle forti, che con l’autonomia diventeranno più forti, dalle regioni deboli, che paradossalmente diventeranno più deboli. Insomma, si realizza, anche nelle istituzioni, quella dinamica apparentemente incontrollabile, che legittima l’ingiustizia più grave.
Quella che fa i pochi ricchi nel mondo più ricchi e il novanta per cento degli esseri umani più poveri. C’è anche un fatto che rende più grave, la decisione del Senato e delle forze politiche che l’hanno determinata. Questa trasformazione nel Paese avviene quando due debolezze si intrecciano pericolosamente, quella della politica e quella del Meridione. Basterebbe solo questo per accendere le menti più attente e i cuori più sensibili. E per comprendere meglio che quella parola accompagnata dal più breve articolo, incomprensibile per la povera gente, i Lep (anche questa a coprire la furbizia dei potenti), risulterà ingannevole anche quando lo Stato, che non ha più soldi, trovasse i tanti miliardi che servirebbero per attuarli. Le leggi non si fanno per il tempo politico di chi le vara. Si fanno per tempi lunghi, quelli che vanno a incontrare la vita dei nostri ragazzi. Aprono il futuro più che gestire il presente. La preoccupazione, pertanto, e che nel domani del compiersi pienamente questo malinteso articolo della Costituzione, la logica della differenziata manterrà le differenze, mentre si allargherà la forbice della duale separatezza del territorio nazionale e del sentire stesso il Paese. Occorre, invece, cambiare il nostro sguardo e quello delle istituzioni, invertendo la sua direzione. 

Il vero inizio del buon cambiamento si avrà quando tutti partiremo dal Sud. È uno sguardo culturale prima che politico. Muove dal cuore. Per una sola volta almeno restiamo qui, quelli che ci siamo e gli altri , che sono “ lontani”, scendano qui. Idealmente si diventi tutti insieme Sud per coglierne tutto il dolore e insieme tutta la sua grandezza. Il dolore, che porti alla riparazione dei torti subiti, pur non senza nostre colpe. La grandezza, per fare più ricca tutta l’Italia con il prezioso contributo, anche produttivamente economico, del Mezzogiorno. Io, prete, sono del Sud non solo perché sono nato in un piccolo paese che dalle sue colline guarda il mare e al mare nostro si porge con la generosità della nostra antica accoglienza. Sono del Sud, non solo perché ho lavorato sempre lì, studiato lì, servito il suo popolo lì. Sono del Sud, non solo perché, per volontà del Pontefice e per grazia di Dio, sono Vescovo nella più grande Città del Sud. Io sono del Sud perché sono Sud. E lo sono perché condivido tutto il suo palpitare d’anime, tutto il suo sentire umano, tutta la sua grande forza creativa. Tutta la sua tristezza e il suo dolore. E tutta la sua allegrezza nella gioia di vivere. Nell’Amore. Per tutto il mondo. Amore che si nutre anche della speranza, che questo mondo, così apparentemente difficile, potrà cambiare. A partire dal più nostro piccolo, che è il cortile della nostra vita. E dall’Italia, il giardino più bello.

Che il Vangelo e la Costituzione, in questo tempo complesso e difficile, che chiede la generosità e l’impegno politico di tutti, ci tolgano il sonno, rendano inquieti i nostri riposi, divengano un peso sulla nostra coscienza, fino a quando ogni riforma e ogni legge, anche la più piccola, non sia orientata al bene di tutti, iniziando dai più fragili, che un giorno scopriremo essere la cosa più preziosa che ci era stata data in dono dalla vita, la culla più adatta a gestire la nascita di una comunità rinnovata, fondata sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla pace

(Fonte: sito della Diocesi)


Papa Francesco «Oggi ci soffermiamo a riflettere sul vizio dell’ira. ... Non siamo responsabili dell’ira nel suo sorgere, ma sempre nel suo sviluppo.» Udienza 31/01/2024 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 31 gennaio 2024






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Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.

Catechesi. I vizi e le virtù. 6. L'ira


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In queste settimane stiamo trattando il tema dei vizi e delle virtù, e oggi ci soffermiamo a riflettere sul vizio dell’ira. È un vizio particolarmente tenebroso, ed è forse il più semplice da individuare da un punto di vista fisico. La persona dominata dall’ira difficilmente riesce a nascondere questo impeto: lo riconosci dalle mosse del suo corpo, dall’aggressività, dal respiro affannoso, dallo sguardo torvo e corrucciato.

Nella sua manifestazione più acuta l’ira è un vizio che non lascia tregua. Se nasce da un’ingiustizia patita (o ritenuta tale), spesso non si scatena contro il colpevole, ma contro il primo malcapitato. Ci sono uomini che trattengono l’ira sul posto di lavoro, dimostrandosi calmi e compassati, ma che una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli. L’ira è un vizio dilagante: è capace di togliere il sonno e di farci macchinare in continuazione nella mente, senza riuscire a trovare uno sbarramento ai ragionamenti e ai pensieri.

L’ira è un vizio distruttivo dei rapporti umani. Esprime l’incapacità di accettare la diversità dell’altro, specialmente quando le sue scelte di vita divergono dalle nostre. Non si arresta ai comportamenti sbagliati di una persona, ma getta tutto nel calderone: è l’altro, l’altro così com’è, l’altro in quanto tale a provocare la rabbia e il risentimento. Si comincia a detestare il tono della sua voce, i banali gesti quotidiani, i suoi modi di ragionare e di sentire.

Quando la relazione arriva a questo livello di degenerazione, ormai si è smarrita la lucidità. L’ira fa perdere la lucidità. Perché una delle caratteristiche dell’ira, a volte, è quella di non riuscire a mitigarsi con il tempo. In quei casi, anche la distanza e il silenzio, anziché quietare il peso degli equivoci, lo ingigantiscono. È per questo motivo che l’apostolo Paolo – come abbiamo ascoltato – raccomanda ai suoi cristiani di affrontare subito il problema e di tentare la riconciliazione: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). È importante che tutto si sciolga subito, prima del tramonto del sole. Se durante il giorno può nascere qualche equivoco, e due persone possono non comprendersi più, percependosi improvvisamente lontane, la notte non va consegnata al diavolo. Il vizio ci terrebbe svegli al buio, a rimuginare le nostre ragioni e gli sbagli inqualificabili che non sono mai nostri e sempre dell’altro. È così: quando una persona è dominata dall’ira, sempre dice che il problema è dell’altro; mai è capace di riconoscere i propri difetti, le proprie mancanze.

Nel “Padre nostro” Gesù ci fa pregare per le nostre relazioni umane che sono un terreno minato: un piano che non sta mai in equilibrio perfetto. Nella vita abbiamo a che fare con debitori che sono inadempienti nei nostri confronti; come certamente anche noi non abbiamo sempre amato tutti nella giusta misura. A qualcuno non abbiamo restituito l’amore che gli spettava. Siamo tutti peccatori, tutti, e tutti abbiamo i conti in rosso: non dimenticare questo! Perciò tutti abbiamo bisogno di imparare a perdonare per essere perdonati. Gli uomini non stanno insieme se non si esercitano anche nell’arte del perdono, per quanto questo sia umanamente possibile. Ciò che contrasta l’ira è la benevolenza, la larghezza di cuore, la mansuetudine, la pazienza.

Ma, a proposito dell’ira, c’è da dire un’ultima cosa. È un vizio terribile, si diceva, sta all’origine di guerre e di violenze. Il proemio dell’Iliade descrive “l’ira di Achille”, che sarà causa di “infiniti lutti”. Ma non tutto ciò che nasce dall’ira è sbagliato. Gli antichi erano ben consapevoli che in noi sussiste una parte irascibile che non può e non deve essere negata. Le passioni in qualche misura sono inconsapevoli: capitano, sono esperienze della vita. Non siamo responsabili dell’ira nel suo sorgere, ma sempre nel suo sviluppo. E qualche volta è bene che l’ira si sfoghi nella giusta maniera. Se una persona non si arrabbiasse mai, se non si indignasse davanti a un’ingiustizia, se davanti all’oppressione di un debole non sentisse fremere qualcosa nelle sue viscere, allora vorrebbe dire che quella persona non è umana, e tantomeno cristiana.

Esiste una santa indignazione, che non è l’ira ma un movimento interiore, una santa indignazione. Gesù l’ha conosciuta diverse volte nella sua vita (cfr Mc 3,5): non ha mai risposto al male con il male, ma nel suo animo ha provato questo sentimento e, nel caso dei mercanti nel Tempio, ha compiuto un’azione forte e profetica, dettata non dall’ira, ma dallo zelo per la casa del Signore (cfr Mt 21,12-13). Dobbiamo distinguere bene: una cosa è lo zelo, la santa indignazione, un’altra cosa è l’ira, che è cattiva.

Sta a noi, con l’aiuto dello Spirito Santo, trovare la giusta misura delle passioni, educarle bene, perché si volgano al bene e non al male. Grazie.

Guarda il video della catechesi

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Saluti

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Domani, in Italia, si celebra la Giornata Nazionale Vittime Civili di Guerra. Al ricordo orante per quanti sono deceduti nei due conflitti mondiali, associamo anche i tanti – troppi – civili, vittime inermi delle guerre che purtroppo insanguinano ancora il nostro pianeta, come accade in Medio Oriente e in Ucraina. Il loro grido di dolore possa toccare i cuori dei responsabili delle Nazioni e suscitare progetti di pace. Quando si leggono storie di questi giorni, nella guerra, c’è tanta crudeltà, tanta! Chiediamo al Signore la pace, che è sempre mite, non è crudele.

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i sacerdoti che partecipano al corso di formazione promosso dalla Pontificia Università della santa Croce, i fedeli della parrocchia Cristo Divino Lavoratore di Ancona, gli alunni dell’Istituto Caetani di Cisterna di Latina, la banda musicale di Villa Santo Stefano.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli. Invoco su di voi la protezione di San Giovanni Bosco, che oggi la Chiesa ricorda, affinché possa rendere feconda la vocazione di ciascuno nella Chiesa e nel mondo. A tutti la mia Benedizione!


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