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giovedì 28 settembre 2017

"Mai l’anima si svuoti. Il nostro tempo e il male dell’accidia" di Marina Corradi


Mai l’anima si svuoti. 
Il nostro tempo e il male dell’accidia
di 
Marina Corradi





«La speranza, non è virtù per gente con lo stomaco pieno». Ieri il Papa, in Udienza generale, è tornato a parlare di speranza, e dei suoi nemici. Perché la speranza ha i suoi nemici. E quello più grande, su cui ieri Francesco si è concentrato, è l’accidia. Parola poco usata nel linguaggio quotidiano, e il cui significato è da molti forse dimenticato. Accidia, la “tristezza del bene” di san Tommaso, peccato capitale diffuso e però, magari, nemmeno riconosciuto. L’indifferenza, il vuoto, la noia di chi, adagiato in ciò che ha, non desidera più niente, non aspetta. L’opposto della speranza, che, appunto, è la virtù di chi non ha neanche metaforicamente lo stomaco pieno, di chi si mette in cammino. I poveri, i migranti che fuggono dalla miseria e dalla guerra per i loro figli, sono figura della speranza. Quella speranza degli uomini che meraviglia perfino Dio, ha detto il Papa citando il poeta Charles Peguy («Che quei poveri figli – scriveva Peguy – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina»...).

Accidia, invece, è avere «un’anima vuota». È il «demone del mezzogiorno» dei monaci antichi, che infiacchisce e assopisce. È quando «le giornate diventano monotone e noiose, e più nessun valore sembra meritevole di fatica». Accidia, «che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto». E Francesco ha fatto l’esempio di un giovane ricco, che abbia già tutto, e più niente da desiderare. E ha commentato: «A volte, avere tutto dalla vita è una sfortuna». Viene da pensare a certi ragazzi delle nostre cronache, che dalla noia sono tratti in giochi crudeli di violenza. Vien da pensare a certa parte di noi d’Occidente, sazi, seduti, inebetiti sui social network in mille parole vuote. E, all’opposto, a quel movimento possente, epocale di migranti che sfidano il deserto e il mare, e bussano, alle porte.

L’accidia, ha continuato Francesco, è un rischio da cui nessuno può dirsi escluso. Il «demone del mezzogiorno» intorpidisce, toglie lucidità. Non si sa più perché si sia tristi, e perché ogni giorno tutto sembri uguale. Non che si sia diventati cattivi. Ma, continuava il poeta Peguy nello stesso “Portico del mistero della seconda virtù”, dopo il passo ricordato dal Papa, «C’è qualcosa di peggio che avere un’anima cattiva. È avere un’anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un’anima cattiva e anche un’anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato».

Anime impermeabili, anime blindate. Sazie abbastanza da non desiderare, da non commuo-versi, da non riconoscere Dio nel volto negli uomini. Sazie da non stupirsi, e da non aver pietà. (Somiglia, questa antitesi fra speranza e accidia, all’urto di mondi cui assistiamo, fra quelli delle barche e quelli che rabbiosamente urlano: “Fuori!”) E tuttavia riguarda personalmente anche noi l’«anima vuota» di cui dice il Papa. Ci riguarda se siamo spesso tristi, senza capire perché. Chi non spera, è triste, perché non attende nulla. Una tristezza come una palude, in cui si sprofonda quasi senza accorgersene. (Che abbia a che fare, la dimenticata accidia, con la attuale diffusione epidemica della depressione?). Ma come trarsi da questa fanghiglia, con le proprie forze? Francesco suggerisce una preghiera semplice, di poche parole: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore».

È una preghiera antichissima, cara al monachesimo ortodosso, è la preghiera dei “Racconti di un pellegrino russo”, dove quelle parole venivano ripetute continuamente, al ritmo del cammino. Come un respiro, come una porta dischiusa alla grazia, che si faccia largo, e sciolga la palude della noia. Come un raggio di luce secante nell’ombra delle anime vuote. Delle anime non cattive, ma impermeabili; delle anime abituate, che non si lasciano traversare da niente.
 (fonte: AVVENIRE)



«Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici.» Papa Francesco Udienza 27/09/2016 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 settembre 2017

Il Papa è arrivato oggi in piazza San Pietro intorno alle 9.25, e come di consueto ha trovato ad accoglierlo migliaia di persone che si sono accalcate intorno alle transenne per guadagnare l’agognata foto di rito. Protagonisti, come di consueto, i bambini, che grazie al solerte aiuto degli uomini della Gendarmeria vaticana hanno potuto essere baciati e accarezzati da Francesco. Tra loro, anche una bimba di colore con un tutù bianco da ballerina e un bimbo di pochi mesi vestito anche lui in bianco con una tutina da orsacchiotto. Variopinta la coreografia delle bandiere, che spiccano in questa giornata di sole romana: tra di esse, anche i colori familiari del bianco e l’azzurro che campeggiano sulla bandiera dell’Argentina. Papa Francesco, durante il giro in papamobile tra in vari settori della piazza, ha fatto più volte il segno “ok” con la mano, sorridendo. Poco prima di percorrere l’ultimo tratto a piedi fino alla sua postazione al centro del sagrato, il Papa, sceso dalla jeep bianca scoperta, è stato richiamato a gran voce dalla prima fila dietro le transenne e si è sottoposto volentieri all’abbraccio commosso di una pellegrina brasiliana, con il fazzoletto giallo e verde al collo come il gruppo di fedeli che la affiancavano.







La Speranza cristiana - 34. I nemici della speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici.

E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza.

Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo.

Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza.

La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza!

La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento.

A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno.

Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto.

Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.

Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!

APPELLO DOPO LA CATECHESI

Sono lieto di accogliere i rappresentanti della Caritas, qui convenuti per dare inizio ufficiale alla campagna “Condividiamo il viaggio” – bel nome della vostra campagna: condividere il viaggio –, che ho voluto far coincidere con questa udienza. Do il benvenuto ai migranti, richiedenti asilo e rifugiati che, assieme agli operatori della Caritas Italiana e di altre organizzazioni cattoliche, sono segno di una Chiesa che cerca di essere aperta, inclusiva, accogliente. Grazie a tutti voi per il vostro instancabile servizio. Voi avete fatto già l’applauso, ma loro meritano tutti davvero un grande applauso, da tutti!

Con il vostro impegno quotidiano, voi ci ricordate che Cristo stesso ci chiede di accogliere i nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati con le braccia, con le braccia ben aperte. Accogliere proprio così, con le braccia ben aperte. Quando le braccia sono aperte, sono pronte a un abbraccio sincero, a un abbraccio affettuoso, un abbraccio avvolgente, un po’ come questo colonnato in Piazza, che rappresenta la Chiesa madre che abbraccia tutti nella condivisione del viaggio comune.
Guarda il video

Do il benvenuto anche ai rappresentanti di tante organizzazioni della società civile impegnate nell’assistenza a migranti e rifugiati che, assieme alla Caritas, hanno dato il loro sostegno alla raccolta di firme per una nuova legge migratoria più attinente al contesto attuale. Siate tutti voi benvenuti.

Guarda il video della catechesi

Saluti
...

Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere i fedeli provenienti da diverse parrocchie ...

Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’esempio di carità di san Vincenzo de’ Paoli, che oggi ricordiamo quale patrono delle associazioni di carità, conduca voi, cari giovani, ad attuare i progetti del vostro futuro con un gioioso e disinteressato servizio ai più bisognosi. Aiuti voi, cari ammalati, ad affrontare la sofferenza con fede oblativa. E solleciti voi, cari sposi novelli, a costruire una famiglia sempre aperta ai doveri dell’ospitalità e al dono della vita.


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Le traduzioni italiane della Bibbia di Enzo Bianchi - Credere - Settembre 2017

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Le traduzioni italiane della Bibbia

Credere - Settembre 2017
di Enzo Bianchi


Come si racconta nel capitolo 8 del libro di Neemia, quando avvenne il ritorno in terra di Israele degli esiliati a Babilonia (fine VI secolo a.C.), il sacerdote Esdra presentò al popolo la Torah scritta in un rotolo, frutto di una redazione sacerdotale avvenuta durante quel periodo di circa settant’anni di cattività. A Gerusalemme, presso la porta delle Acque, sulla piazza, non essendo ancora stato ricostruito il tempio, Esdra fece la lettura dell’intera Torah fin dall’alba, su un ambone costruito appositamente. È la prima proclamazione liturgica delle sante Scritture attestata nella Bibbia.

Subito però si pose un problema. La prima porzione dei libri santi, la Torah, era scritta in ebraico, ma il popolo, dopo i decenni di mescolanza con altre genti, non lo comprendeva più, perché la lingua si era evoluta ed era mutata, diventando nella vita quotidiana l’aramaico. Allora con molto buon senso umano e intelligenza spirituale Esdra chiamò accanto a sé dei “traduttori” che “leggevano il libro della Torah di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura” (Ne 8,8). Quel giorno benedetto segnò l’inizio della liturgia della Parola, fu un grande giorno di festa in cui il popolo poté ascoltare la parola del Signore e rinnovare l’alleanza con lui.

Qualcosa di analogo avvenne solo molto tardi nel cattolicesimo. La chiesa d’occidente, avendo ricevuto le Scritture in ebraico e in greco, subito le tradusse in latino; ma quando il latino si sviluppò nelle lingue volgari (italiano, francese, spagnolo…), la chiesa cattolica tardò alcuni secoli ad esaudire il desiderio di poter leggere e comprendere nella propria lingua quei testi che contenevano la parola di Dio. Questa situazione significò anche per l’Italia un lungo esilio della Parola dal popolo cristiano e quindi una caduta di interesse e di pratica del contatto con la Bibbia. La parola di Dio non era certo assente nella liturgia della chiesa, ma non raggiungeva, se non attraverso mediazioni, il popolo dei credenti quotidiani.

Chiariti questi elementi preliminari, non è facile illustrare in poche pagine la vicenda delle traduzioni della Bibbia nel nostro paese. Alcuni dati, però, possono essere sufficienti a fornirci una consapevolezza della relazione tra i cattolici e la Bibbia prima del rinnovamento della vita ecclesiale voluto e avviato dal concilio Vaticano II, cinquant’anni fa.

È noto che la chiesa antica tradusse i testi sacri dell’Antico Testamento, innanzitutto accogliendo la versione greca dei LXX, successivamente importante anche per gli autori del Nuovo Testamento. In seguito Girolamo (347-420), grande erudito che da Roma si recò nel deserto di Giuda, presso Betlemme, per vivere una vita radicalmente cristiana, imparò l’ebraico anche alla scuola di rabbini e tradusse così in latino l’Antico Testamento dall’originale oltre che il Nuovo Testamento dal greco. Convinto dell’importanza della “verità ebraica”, cercò di far adottare la sua versione (la Vulgata) alla chiesa, che a poco a poco acconsentì, salvo che per il libro dei Salmi: nella liturgia esso rimase fino al Vaticano II quello tradotto in latino secondo il greco dei LXX.

Quanto al rapporto tra popolo di Dio e sante Scritture, la situazione si fece nuovamente difficile nei secoli dell’emergenza delle lingue volgari, tra il XIII e il XIV secolo. Si cominciarono a tradurre alcuni libri biblici e il lezionario festivo della chiesa, ma sempre dal latino della Vulgata, non essendovi la possibilità di studi relativi all’ebraico. Solo alla metà del XIV secolo si giunse alla traduzione dell’intero Nuovo Testamento in volgare italiano, sulla base di alcune versioni precedenti. Ma la grande rivoluzione avvenne con l’invenzione della stampa, che mutò profondamente la possibilità dell’accesso diretto al testo biblico. La prima Bibbia stampata fu quella del monaco camaldolese Niccolò Malerbi (Venezia, 1° agosto 1471), che tradusse in lingua volgare tutti i testi biblici. Questo evento suscitò un’entusiastica accoglienza della Bibbia, e fu seguito, pochi mesi dopo, dalla pubblicazione, sempre a Venezia, della cosiddetta Bibbia jensoniana, opera di un anonimo. Nel 1532, ancora a Venezia, apparve la Bibbia tradotta dal fiorentino Antonio Brucioli, ben presto condannata dall’inquisizione di santa romana chiesa. Essa però, secondo il filologo Bruno Chiesa, costituì “una tappa fondamentale per la diffusione della Bibbia in italiano”, anche perché provvista di un ampio commento esegetico.

Ma su questa primavera doveva giungere una gelata repentina: nel 1559, sotto Paolo IV, venne edito l’Indice dei libri proibiti, che poneva severi limiti alla possibilità di stampare, possedere, diffondere e leggere la Bibbia! Da quel momento, di fatto, anche in virtù della divisione ormai consumatasi tra protestanti e cattolici, la chiesa cattolica nutrì verso la Bibbia sospetti e diffidenze: non era stata proprio la Bibbia a essere uno dei fondamenti della riforma voluta da Lutero, secondo il principio “sola Scriptura”? Dunque, anche per ragioni di polemica verso “l’eresia protestante”, la Bibbia entrò in quelli che, quanto alla sua presenza nella chiesa cattolica, possiamo definire “secoli bui” (XVII-XVIII). Venne proibita ai cattolici la lettura della Bibbia nelle lingue volgari, mentre in ambito protestante Giovanni Diodati (1576-1649), ebraista ed esperto di lingue antiche, nel 1607 fece stampare a Ginevra la traduzione in italiano dell’intera Bibbia dai testi originali. Questa versione fu un evento decisivo, e non caso l’opera del Diodati conobbe varie ristampe. Come in seguito riconoscerà Alberto Vaccari, si tratta di un’opera pregevole “per la chiarezza e l’indipendenza di giudizio non comune”. Fu diffusa in Italia in forma clandestina e incontrò, come ci si poteva aspettare, una forte opposizione da parte cattolica. Più di un secolo dopo l’abate Antonio Martini (1720-1809), in seguito arcivescovo di Firenze, intraprese una traduzione della Bibbia in italiano, basandosi però sul latino della Vulgata. Quest’opera ebbe grande diffusione, ma nel 1820 Pio VII con un decreto la condannò, insieme a tutte le altre versioni italiane esistenti.

Da questi dati è evidente come nei secoli dopo la riforma il rapporto tra chiesa cattolica e Bibbia sia stato molto tormentato. La polemica antiprotestante ha certamente impedito alla chiesa cattolica di giungere a un’importante consapevolezza: con questo rifiuto di tradurre la Bibbia, essa ha a lungo privato i suoi fedeli di una ricchezza inestimabile in termini di vita spirituale. Accecata dallo scisma che aveva diviso la cristianità occidentale, la chiesa cattolica non era più in grado di discernere che il privare il popolo della parola di Dio contenuta nelle Scritture contribuiva a mantenerlo in una situazione di fede immatura, di scarsa soggettività, di mera obbedienza alla parola del magistero. Non è un caso che più volte si è sentito dire da molti cattolici, vescovi inclusi: “Noi abbiamo il papa che ci dice la parola di Dio e non abbiamo bisogno della Bibbia”. Oppure, come affermato ancora recentemente da un vescovo italiano: “La Bibbia è la chiesa”.

Una nuova dinamica è rinata però nel secolo scorso: finalmente la primavera! All’inizio del secolo, difficoltà dovute alla paura del modernismo impedivano ancora di tradurre la Bibbia, ma la “Pia Società San Girolamo per la diffusione dei Vangeli” cominciò a invertire tale tendenza con la pubblicazione di una traduzione dei quattro vangeli e degli Atti degli apostoli dall’originale greco (1902). Seguirono ancora attacchi da parte della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, nel 1903 e 1904, e poi di Pio X nel 1907, che chiesero una correzione di quest’opera contro possibili derive moderniste. E se in ambiente protestante apparve una nuova traduzione curata dal pastore valdese Giovanni Luzzi, tra il 1921 e il 1930, subito si scatenò al riguardo la condanna cattolica e il rinnovato divieto di leggere una traduzione della Bibbia fatta da autori non cattolici.

Fu il già citato Alberto Vaccari il primo a compiere una traduzione in italiano dai testi in lingua originale, su richiesta di Pio X, opera che giunse compimento solo alla fine degli anni ’50. Sempre in questi anni, come dimenticare la fatica e lo sforzo delle suore paoline (chiamate suore ambulanti), che passavano di casa in casa per vendere la Bibbia? È grazie a loro che nella mia infanzia mi fu donata una grande Bibbia in tre volumi, tradotta da Eusebio Tintori, che divenne per me il libro di tutta una vita… Dagli anni ’50 in poi molte sono state le traduzioni italiane della Bibbia, tra cui vanno segnalate quelle più diffuse: la Bibbia tradotta da Fulvio Nardoni (Libreria Editrice Fiorentina 1960), pregevole anche se troppo ricca di fiorentinismi; la Bibbia coordinata da Salvatore Garofalo (Marietti 1963); la Bibbia pubblicata dalle Edizioni Paoline (1958), non certo di alta qualità.

In seguito alla riforma liturgica conciliare, si impose l’esigenza di una nuova versione italiana della Bibbia, pubblicata a cura della CEI nel 1971 (editio princeps), rivista e riedita successivamente in varie tappe, con l’approdo finale all’edizione tuttora in uso, del 2008. Oggi la Bibbia è presente nella vita della chiesa, soprattutto nella liturgia, che propone al popolo di Dio nei diversi tempi liturgici la maggior parte dei testi biblici. Si pensi anche alla diffusione dei corsi biblici, a partire dagli anni ’60, e alla lectio divina dagli anni ’70. Certo, il panorama italiano delle traduzioni bibliche è ancora insoddisfacente. Se in Francia si può trovare sui banchi delle librerie una buona varietà di traduzioni bibliche (versioni cattoliche, protestanti o ecumeniche, come la TOB), in Italia, dopo l’edizione ufficiale della Bibbia CEI, di fatto sono scomparse le altre traduzioni, effettivamente invecchiate, e non ne sono apparse di nuove. Anche per questo ho assunto l’impegno di coordinare il progetto di una nuova traduzione della Bibbia dai testi originali. Un’equipe di circa quindici biblisti, tra i più esperti del nostro paese, sta lavorando per realizzare entro qualche anno una traduzione della Bibbia non confessionale che, in piena fedeltà all’originale, presenti un linguaggio comprensibile ed eloquente per l’uomo e la donna di oggi.

La Bibbia, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, è una piccola biblioteca di 72 libri. È stata composta in un arco temporale di circa dodici secoli, in un’estensione geografica che va dall’antica Babilonia a Roma. È scritta in tre lingue: ebraico, aramaico e greco.


Il testo ebraico e aramaico dell’Antico Testamento è stato tradotto in greco nel III-II a.C. ad opera di eruditi ebrei di Alessandria d’Egitto. È la cosiddetta versione dei LXX (Settanta), a cui sono seguite altre versioni, tra cui le più famose sono quelle di Simmaco, Aquila e Teodozione.

Gli autori del Nuovo Testamento hanno citato l’Antico secondo la versione dei LXX, dunque la chiesa dei primi secoli si è servita nella liturgia di questa venerabile versione greca. Essa è stata tradotta in latino innanzitutto nella Vetus Latina. Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo san Girolamo, secondo il principio della “verità ebraica”, ha tradotto il testo ebraico in latino, nella cosiddetta Vulgata.


mercoledì 27 settembre 2017

Rapporto Unicef: il mondo non investe sui bambini e ... «stiamo ampliando la distanza tra ricchi e poveri e minando, nel lungo periodo, la nostra forza e stabilità»


Sviluppo della prima infanzia, Italia tra i primi 15 Stati al mondo

Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF lanciato il 21 settembre 2017, solo 15 Stati al mondo, tra cui l’Italia, hanno le tre politiche nazionali di base che aiutano a garantire ai genitori il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per supportare un sano sviluppo celebrale dei propri bambini.

Altri 32 Stati, nei quali vive 1/8 della popolazione infantile (0-5 anni) mondiale, non possiedono invece nessuna di queste politiche.

Secondo il rapporto "Early Moments Matter for Every Child" (I primi momenti sono decisivi per ogni bambino), due anni di istruzione prescolare gratuiti, congedo per allattamento pagato per i primi sei mesi di vita del bambino, 6 mesi di maternità e 1 mese di paternità retribuiti contribuiscono a gettare le basi per uno sviluppo ottimale della prima infanzia.

Queste politiche aiutano i genitori a proteggere meglio i propri bambini e a garantire loro una migliore nutrizione, esperienze di gioco e di apprendimento precoce durante il primo anno cruciale di vita, quando il cervello cresce ad un ritmo senza pari nella vita.

Secondo il rapporto Cuba, Francia, Italia, Portogallo, Russia e Svezia sono tra i paesi chegarantiscono tutte e tre le politiche*.

Al contempo, 85 milioni di bambini sotto i 5 anni crescono in 32 paesi in cui non è presente nessuna delle 3 politiche, il 40% di questi bambini vive in soli due paesi: Bangladesh e Stati Uniti.

«Cosa conta di più per i bambini? Il cervello. Però, non ci prendiamo cura del loro sviluppo celebrale allo stesso modo in cui ci prendiamo cura del loro corpo – soprattutto durante la prima infanzia, periodo di vita in cui secondo la scienza il cervello dei bambini e il loro futuro si sviluppano e gettano le basi molto rapidamente,” ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF.

«È necessario fare di più per dare ai genitori e coloro che si prendono cura dei bambini il supporto di cui hanno bisogno durante il periodo più importante per lo sviluppo del cervello.»

Il rapporto sottolinea inoltre che milioni di bambini sotto i 5 anni passano i loro anni formativi in ambienti non sicuri e non stimolanti:
  • Circa 75 milioni di bambini sotto i 5 anni vivono in aree colpite da conflitto, aumentando il rischio di stress tossico, che potrebbe inibire le connessioni delle cellule celebrali durante la prima infanzia;
  • A livello globale, scarsa nutrizione, ambienti non salutari e malattie hanno contribuito all’arresto della crescita di 155 milioni di bambini sotto i 5 anni, privando i loro corpi e il loro cervello della possibilità di svilupparsi e raggiungere il loro pieno potenziale;
  • Un quarto di tutti i bambini tra i 2 e i 4 anni in 64 paesi non partecipa ad attività fondamentali per lo sviluppo celebrale come giochi, canti e lettura;
  • Circa 300 milioni di bambini in tutto il mondo vivono in zone dove l’aria è tossica
Diverse ricerche mostrano che in questo modo lo sviluppo celebrale di un bambino può essere danneggiato.

Secondo il rapporto, che riprende uno studio secondo il quale i bambini delle famiglie povere che hanno esperienze di gioco e apprendimento quando sono molto piccoli guadagnano in media il 25% in più da adulti rispetto a coloro non esposti agli stessi stimoli - non proteggere e non occuparsi dei bambini più svantaggiati con opportunità per lo sviluppo della prima infanzia mina la potenziale crescita delle loro società ed economie.

«Se non investiamo adesso nei bambini e nelle famiglie più vulnerabili, continueremo a perpetrare i cicli intergenerazionali di svantaggio e diseguaglianza. Vita dopo vita, opportunità mancate su opportunità mancate, stiamo ampliando la distanza tra ricchi e poveri e minando, nel lungo periodo, la nostra forza e stabilità,» ha dichiarato Lake.

In media, i Governi nel mondo spendono meno del 2% dei loro fondi per l’istruzione in programmi per la prima infanzia.

Il rapporto sottolinea che investire oggi nei primi anni dei bambini favorisce nel futuro significativi traguardi a livello economico.

Ogni dollaro investito in programmi per il supporto dell’allattamento generano un ritorno di 35 dollari; e ogni dollaro investito nelle cure e nell’istruzione per la prima infanzia e per i bambini più svantaggiati può dare un ritorno economco fino a 17 dollari.

Il rapporto chiede ai governi e ai privati di supportare politiche nazionali di base per supportare lo sviluppo della prima infanzia, che comprendono:
  • Investimenti e ampliamento di servizi per lo sviluppo della prima infanzia a casa, scuola, nelle comunità e strutture sanitarie – dando priorità ai bambini più vulnerabili;
  • rendere una priorità nazionale politiche per la famiglia che comprendono: due anni di istruzione pre-primaria gratuiti, congedi parentali e per l’allattamento retribuiti;
  • dare ai genitori che lavorano il tempo e le risorse necessari per supportare lo sviluppo celebrale dei bambini;
  • raccogliere e disaggregare dati sullo sviluppo della prima infanzia e tracciare i progressi nel raggiungimento dei bambini e delle famiglie più vulnerabili.
«Politiche che supportano lo sviluppo della prima infanzia rappresentano degli investimenti fondamentali per lo sviluppo dei nostri bambini, di tutti i cittadini e della forza lavoro di domani – e letteralmente del futuro del mondo,» ha dichiarato Lake. 

*Nota: i paesi che hanno tutte e 3 le politiche sono: Bielorussia, Bulgaria, Cuba, Francia, Ungheria, Italia, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Romania, Federazione Russa, San Marino, Svezia, Turkmenistan e Ucraina.
I paesi che non hanno nessuna di queste tre politiche comprendono: Algeria, Australia, Bangladesh, Barbados, Belize, Buthan, Bosnia ed Erzegovina, Brunei, Dominica, Gambia, Grenada, Kenya, Repubblica Democratica Popolare di Korea, Liberia, Malawi, Malesia, Stati Federati di Micronesia, Myanmar, Namibia, Oman, Sierra Leone, Singapore, Sud Africa, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Swaziland, Tonga, Trinidad e Tobago, Uganda, Stati Uniti, Yemen e Zambia.

(fonte: UNICEF Italia)
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Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXV Domenica T. O. / A - 24/09/2017


Omelia p. Gregorio Battaglia

XXV Domenica Tempo Oordinario / A - 

24/09/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Nella pagina che abbiamo ascoltato Gesù vuole parlarci del Regno dei Cieli e lo fa attraverso una parabola... Parlare del Regno dei Cieli significa parlare della regalità di Dio, una regalità che è un tutt'uno con la sua paternità... Ma il suo modo di esercitare la paternità nei nostri confronti è un po' diverso da come noi ce lo aspetteremmo... c'è una distanza abissale tra il nostro modo di ragionare, tra le nostre aspettative e come Lui ragiona, che ci disorienta ... 
Il Signore ci conceda di poter comprendere un pochettino dei suoi pensieri, noi che invece siamo tentati di dare i nostri pensieri a Lui, crediamo di poter imporre a Lui il nostro modo di pensare...
Il Signore ci illumini, Lui così paziente, Lui che ogni domenica ci raccoglie, ci dona la sua Parola, possa pazientare con noi finché anche il nostro cuore si aprirà e chissà, anche noi impareremo questo segreto di chi scopre che l'essere primo significa aspettare che tutti entrino nella casa del Padre.

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Sull'Amoris laetitia sette manipolazioni per accusare il Papa di eresia. Siamo al paradosso. La patente di eresia non la danno i teologi e gli studiosi. Eventualmente la dà il magistero.

Il punto. Sull'Amoris laetitia sette manipolazioni contro il Papa

Un documento firmato da 62 studiosi afferma che nell'Esortazione postsinodale ci sarebbero posizioni eretiche. Ma quelle frasi nel documento non esistono. Parla il teologo Lorizio

Sette considerazioni per accusare il Papa di eresia. Sette considerazioni desunte da Amoris laetitia per affermare che su matrimonio, vita morale, recezione dei sacramenti, Francesco ha rivisto la dottrina allontanandosi dalla tradizione e dal magistero. Peccato che le sette presunte «posizioni eretiche» non rappresentino in alcun modo quello che il Papa ha scritto nell’Esortazione postsinodale anche se nel documento vengono poste tra virgolette.

Vorrebbero sembrare citazioni ma non sono tali. Si tratta anzi una zoppicante sintesi normativa che rappresenta l’esatto opposto di cioè che Francesco - e con lui due Sinodi mondiali dei vescovi - dice esplicitamente di voler evitare, cioè l’elenco dei permessi e dei divieti. Il testo diffuso l'altra notte è insomma una sorta di esplicitazione legalistica delle considerazioni pastorali espresse in Amoris laetitia. I 62 firmatari della cosiddetta “Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie” (questo il titolo del documento) partono da una premessa che ignora la realtà, pretendono di rovesciare la prospettiva scelta da un percorso sinodale che ha coinvolto tutta la Chiesa e, soprattutto, attribuiscono al Papa ciò che non ha mai detto in quei termini.

Il documento, diffuso nella notte tra sabato e domenica in contemporanea negli Stati Uniti e in Europa, è stato pubblicato in Italia da alcuni siti tradizionalisti che da mesi, prendendo spunto proprio da Amoris laetitia, attaccano il pontificato di Francesco.

La Segreteria per la comunicazione della Santa Sede ha respinto le accuse di aver bloccato l'accesso alla pagina web da cui si aderisce all'iniziativa. I testi si possono leggere, ma su alcuni computer della sala stampa, «come in quelli di ogni azienda», ha spiegato il portavoce vaticano Greg Burke, vi sono filtri che scattano automaticamente per diversi contenuti online, denominati parked domains. Per questo motivo quando si prova a firmare la petizione su alcuni - peraltro non tutti - i computer della sala stampa deviano, per il sito in questione come per numerosi altri siti, ad un dominio su cui si legge: «L'accesso alla pagina web che si sta cercando di visitare è stato bloccato in base alle politiche di sicurezza». Scritta che ha indotto qualcuno a ritenere che non fosse possibile firmare il documento. «Chiaramente non è così», ha tagliato corto Burke.

Tra i 62 firmatari del documento figurano tra gli altri il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, il superiore generale dei lefebvriani Bernard Fellay, il professor Antonio Livi e altri esperti meno noti. Secondo quanto si legge nel lungo e confuso testo, il Papa avrebbe “dato scandalo alla Chiesa in materia di fede e di morale, mediante la pubblicazione di Amoris laetitiae mediante altri atti” con i quali avrebbe incoraggiato una lettura eretica dell’Esortazione postsinodale.

Del tutto ignorato il fatto che Amoris laetitia accoglie all’87% le due Relatio Synodi 2014-2015 e che quindi ciò che il testo propone non è frutto di un’invenzione del Papa, ma di un percorso sinodale che ha coinvolto oltre trecento vescovi, cardinali e teologi. Ma non solo: i temi affrontati nel lungo dibattito sinodale sono emersi da due consultazioni mondiali. E in questo ambito le diocesi dei cinque continenti hanno avuto la possibilità di esprimere pareri, attese, speranze.

Se i 62 firmatari del documento e chi, alle loro spalle, ha orchestrato questa discutibile manovra, avessero avuto la possibilità di leggere le migliaia e migliaia di risposte arrivate dalla Segreteria del Sinodo, si renderebbero finalmente conto che il sentire diffuso del popolo di Dio – e di quella parte, soprattutto, che si premura di rispondere a un questionario ecclesiale – è ben lontano da certe rigidità dottrinali e chiede alla Chiesa uno sguardo rinnovato di accoglienza, di comprensione e di tenerezza. Proprio il processo che il lungo cammino sinodale 2014-2015 ha cercato di mettere in atto. E che ora la straordinaria accoglienza del documento in ogni parte del mondo dimostra senza tema di smentita.

Invece cosa vanno ad inventarsi i 62 firmatari delle accuse di “eresia”, che appaiono piuttosto una palese manipolazione contro Francesco? Compongono un testo in cui, oltre alle sette accuse – frutto come detto di una loro libera interpretazione – infilano una serie di passaggi di Amoris laetitia che servirebbero a “propagare le posizioni eretiche” e poi un’infinità di altre citazioni del magistero recente e passato, del Vangelo per concludere con il Modernismo e Lutero. Perché anche su questi due punti Francesco avrebbe deviato.

Ma da dove nasce un testo che mostra una radicale incapacità di staccarsi da una visione di Chiesa tutta norme e giudizi? Come è possibile che esistano teologi cattolici o comunque studiosi incapaci di comprendere che “la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio”? (Al, 311).

Monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale all’Università Lateranense, membro del Comitato nazionale per gli studi superiori di Teologia e di Scienze Religiose della Cei, non usa mezzi termini: “C’è un problema di onestà intellettuale e di incompetenza teologica. L’onestà intellettuale vorrebbe che non si mettessero tra virgolette, usandole come proposizioni d’accusa, frasi che il Papa non ha mai né detto né scritto. E, non avendole mai né dette né scritte, nel documento non compare evidentemente alcuna citazione a proposito di queste “accuse”. Si tratta quindi di considerazioni tratte da una libera e discutibile interpretazione del messaggio del Papa e di Amoris laetitia”.

Insomma, un problema metodologico che rende poco credibile tutto il resto. Ma sui contenuti?

Tante perplessità. Già sulla prima delle loro affermazioni ci sarebbe tanto da dire. A proposito della giustificazione si mostra una visione automatica e statica della Grazia, che invece è un fatto dinamico, che dobbiamo sempre invocare e che comunque non proviene dal nostro merito ma dal dono di Dio. In questo senso questa dinamica della grazia comporta che anche la persona che si è confessata, riceva il perdono e quindi è in stato di grazia non è perfetta. E se non è perfetta, ha bisogno di conversione. Questo è il percorso in cui i sacramenti ci aiutano e ci sostengono.

Come valutare l’osservazione a proposito dell’Eucarestia per i divorziati risposati?

L’Eucarestia non può essere concepita come il Pane di coloro che già sono perfetti. Ma è il panis viatorum, di coloro cioè che sono in cammino. Se dovessimo tutti attendere la pienezza dell’unione con Dio per accedere all’Eucarestia, nessuno vi potrebbe accedere. Tanto che pochi istanti prima di riceverla tutti, dal celebrante all’ultimo dei fedeli, dicono “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa”. Questo non essere degni, vuol dire che l’Eucarestia è data anche alla nostra fragilità. Del resto se la grazia è l’amicizia con Dio, Dio ci offre la sua amicizia attraverso i sacramenti. Ma non dimentichiamo che le reliquie del peccato restano anche nella persona che ha celebrato il sacramento della riconciliazione.

Ciò che nel documento si afferma a proposito della riconciliazione sembra frutto di una visione preconciliare...

Ma ancora peggio, in un punto significativo dal capitolo 12 del Decreto sulla riconciliazione del concilio di Trento – e quindi siamo in piena tradizione - si dice che nessuno può avere la certezza assoluta di essere graziato o predestinato, il che significa che nessuno può ritenersi in una situazione di “certezza” per quanto riguarda la grazia. Il Papa, con Amoris laestitia, si innesta in questa tradizione. Chi dice il contrario, come traspare dal documento, evidenzia un problema di imperizia teologica.

E la parte finale sul Modernismo e su Lutero?

Non si possono liquidare in modo così banale questioni storiche enormi. Oggi le ricerche ci hanno offerto una comprensione più profonda della teologia di Lutero e abbiamo molti documenti in più per inquadrare la questione del Modernismo, per cui agitare questi fantasmi in questo momento vuol dire essere fuori dalla storia e ignorare il frutto delle ricerche più recenti.

Eppure sulla base di queste traballanti conoscenze, si attribuiscono al Papa posizione eretiche.

Siamo al paradosso. La patente di eresia non la danno i teologi e gli studiosi. Eventualmente la dà il magistero. Qui siamo a un confronto improbabile, Il “magistero” di questi presunti dottori si sovrappone al magistero ecclesiale. Un teologo o un gruppo di teologi può esprimere un parere, non accusare di eresia. L’Esortazione postsinodale ha una qualifica di magistero ordinario e quindi va accolta come tale, non è la posizione di una scuola teologica. È l’espressione di un percorso di Chiesa. Come si fa ad ignorarlo? E come si fa ad ignorare che l’intento dell’Esortazione è preminentemente pastorale. Offre una visione dell’amore come fondamento del matrimonio che va al di là di una scansione normativa. E dicendo che è pastorale non diciamo che si tratta di un livello inferiore rispetto alla teologia. Diciamo proprio il contrario, perché la pastorale comprende e include la teologia. E non il contrario. Altrimenti il cristianesimo sarebbe una sorta di intellettualismo, proprio ciò che il Papa dice di voler evitare.
(fonte: Avvenire)

Redatta il 16 luglio 2017 e recapitata a Papa Francesco l'11 agosto 2017, la seguente “Correzione filiale”, visto il silenzio del Papa, è stata resa pubblica il 24 settembre 2017, attraverso un sito internet appositamente predisposto: corretio filialis
Il sito publica l'intero testo della lettera di 25 pagine in sei lingue, compreso l'italiano.
Pubblica anche l'elenco dei firmatari.
Notiamo che l'unico vescovo che ha sottoscritto il documento, non inizialmente, ma successivamente, dopo che esso era stato recapitato al Papa, è Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Noi, per comodità dei lettori, abbiamo composto un documento in formato pdf che comprende sia la lettera sia l'elenco dei firmatari al 24 settembre 2017.
Riportiamo di seguito la sintesi della Correzione filiale, pubblicata sullo stesso sito



martedì 26 settembre 2017

«Gesù: voi siete la mia famiglia se ascoltate la mia parola e se la mettete in pratica» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 settembre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Come una famiglia”


È «familiarità» la parola chiave dell’omelia tenuta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 26 settembre. Il centro è la prospettiva che ogni cristiano ha di «sentirsi famiglia di Gesù», vivere in «vicinanza» con lui ogni momento della giornata, anche quelli apparentemente più banali.

È stato proprio Gesù a offrire questa opportunità a ogni uomo, facendo egli stesso — ha detto il Pontefice — «un passo in più nella vicinanza che ha con noi». È quanto emerge chiaramente dal vangelo del giorno (Luca, 8, 19-21) nel quale si legge che «Gesù era con tanta folla a predicare» mentre «venne la sua famiglia» a trovarlo. «E quando gli dicono che c’è lì sua madre, i suoi parenti, la sua famiglia», Gesù «allarga il concetto e dice: “Questa è la mia famiglia, loro, e questa, tutti, tutti quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”». Ecco, ha spiegato il Papa, il «passo in più» che fa Gesù, il quale afferma: «Io ho una famiglia più larga di quella piccola nella quale sono venuto al mondo». In questo modo egli «ci fa pensare a noi che siamo la sua famiglia», cioè coloro «che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Un gesto, quello di Gesù, che rimanda «al concetto di familiarità con Dio, di familiarità con Gesù». Infatti, ha detto Francesco, «noi possiamo essere discepoli, possiamo essere amici ma essere famigliari è più ancora». C’è un salto di qualità se si ripensa al «primo comandamento che abbiamo ricevuto nella persona del nostro padre Abramo», ossia: «Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile». Oggi quel comandamento «è cresciuto ed è più grande, è più largo: “Ascolta la parola di Dio. Mettila in pratica, così sarai la mia famiglia, avrai familiarità con me”».

Da qui, ha suggerito il Pontefice, ognuno può valutare il proprio rapporto con Gesù e chiedersi: «È un atteggiamento formale, educato? Io vado a pregare, poi vengo alle mie cose, mi dimentico di Gesù e faccio le mie cose, torno a pregare». È, cioè, un «atteggiamento diplomatico»? Oppure «è un atteggiamento famigliare», nel quale si sente «familiarità col Signore»?

Per rispondere bisogna comprendere «cosa significa questa parola che i padri spirituali nella Chiesa hanno usato tanto e ci hanno insegnato: la familiarità con Dio». A tale riguardo, il Papa ha dato delle indicazioni. Prima di tutto, significa «entrare nella casa di Gesù: entrare in quella atmosfera, vivere quella atmosfera, che è nella casa di Gesù. Vivere lì, contemplare, essere liberi, lì». Quelli infatti che «abitano la casa del Signore», giacché sono «figli» e «hanno familiarità con lui», sono anche «liberi». C’è una differenza sostanziale con chi non ha questa familiarità: Francesco ha richiamato un’espressione biblica, ovvero «i figli della schiava» e l’ha applicata a coloro che «sono cristiani ma non osano avvicinarsi, non osano avere questa familiarità col Signore, e sempre c’è una distanza che li separa dal Signore».

Quindi, ed è il secondo aspetto da considerare, «familiarità con Gesù significa stare con lui, guardarlo, ascoltare la sua parola, cercare di praticarla, parlare con lui». Un dialogo semplice, ha spiegato il Pontefice, in cui si parla con il Signore delle proprie cose, con «quella preghiera che si fa anche di strada: “Ma, Signore cosa pensi?”». Si tratta, del resto, di quella familiarità che avevano i santi. Il Papa ha ricordato, ad esempio, santa Teresa «che trovava il Signore dappertutto, era famigliare col Signore dappertutto, anche fra le pentole in cucina».

Ma oltre allo «stare con il Signore», ha aggiunto Francesco, è importante «rimanere nel Signore». come egli stesso «nel discorso dell’ultima cena» ha consigliato. Il pensiero, ha detto il Pontefice, va «all’inizio del Vangelo, quando Giovanni indica: “Questo è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. E Andrea e Giovanni andarono dietro Gesù: “Maestro, dove stai?” — “Venite e vedrete”». I due discepoli lo seguirono e, dice il Vangelo con una «frase bellissima: “Rimasero, stettero con lui tutta la giornata, tutta la serata”».

Occorre quindi, ha concluso, il Papa, procedere «in questo atteggiamento di familiarità col Signore», e non rimanere dei cristiani che si accontentano di avere un «atteggiamento buono col Signore, ma tu lì e io qui». L’invito del Signore è chiaro e più coinvolgente: «Siamo famiglia, voi siete la mia famiglia se ascoltate la mia parola e se la mettete in pratica». Occorre far proprio lo stile di chi, con i suoi problemi, durante la giornata, «va nel bus, nel metro e interiormente parla col Signore o almeno sa che il Signore lo guarda, gli è vicino: questa è la familiarità, è vicinanza, è sentirsi della famiglia di Gesù».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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La Chiesa siciliana e le elezioni regionali: "La Sicilia non può più aspettare e grava su tutti la responsabilità di elaborare soluzioni praticabili ed efficaci nel superiore interesse dei cittadini e dei poveri e degli ultimi in modo prioritario"

La Chiesa siciliana e le elezioni regionali: 
"La Sicilia non può più aspettare 
e grava su tutti la responsabilità 
di elaborare soluzioni praticabili ed efficaci 
nel superiore interesse dei cittadini 
e dei poveri e degli ultimi in modo prioritario"


















Conferenza Episcopale Siciliana - Riuniti a Caltagirone per la Sessione autunnale (20 - 21 settembre 2017) in chiusura del quinquennio pastorale 2012 – 2017, i Vescovi di Sicilia hanno nominato i direttori degli Uffici regionali, assegnato le Deleghe episcopali e rinnovato la Presidenza della Cesi per il nuovo quinquennio pastorale 2018-2022.
Ai vertici della CESi sono risultati eletti: Presidente S.E. Mons. Salvatore Gristina, Vice Presidente S.E. Mons. Michele Pennisi, Segretario S.E. Mons. Carmelo Cuttitta.
Nel documento finale anche una lunga nota per le elezioni regionali del 5 novembre prossimo


UN APPELLO IN VISTA DELLE ELEZIONI

La Chiesa siciliana non può non interrogarsi sulle condizioni di vita delle donne e degli uomini della nostra Regione, sulle possibilità di trovare soluzioni ai numerosi bisogni che affliggono la popolazione: la disoccupazione (specie giovanile e femminile), ancora a livelli allarmanti, e poi la questione della formazione professionale, legata all’obbligo scolastico, bloccata sul nascere; oppure quella delle infrastrutture fragili e del dissesto idrogeologico, tanto per citare alcuni esempi. Non è difficile constatare che cresce nei cittadini la delusione per la cosa pubblica insieme a una forte disaffezione per la politica, tanto da indurre molte persone a scegliere la via dell’astensionismo. In prossimità delle elezioni regionali, noi vescovi di Sicilia sentiamo il dovere di condividere alcune riflessioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e di annunciare una parola di speranza. San Giovanni Paolo II ammonisce: "Nel presente momento storico, non ci può essere posto per la pusillanimità o l'inerzia. Esse infatti non sarebbero segno di saggezza o di ponderazione, ma piuttosto colpevole omissione" (Discorso tenuto a Catania il 4 novembre 1994). Nessuno, perciò, può esimersi dalla responsabilità di partecipare fornendo il proprio contributo di idee e di proposte sui temi di maggiore rilevanza politico-amministrativa. La costruzione della casa comune non può diventare appannaggio di gruppi autoreferenziali che pretendono di governare in forza dell’investitura di una parte minoritaria del popolo siciliano. Lo spettro dell’astensione allora non è facilmente superabile e assume sempre più i connotati di una lezione da impartire a chi non vuole capire. Con tutto il rispetto per le libere scelte di ciascuno, riteniamo in ogni caso che non si possa andare a votare passivamente, da rassegnati. Per questo intendiamo riproporre a tutti i cittadini siciliani il valore della democrazia partecipativa, alla luce del magistero sociale della Chiesa, con particolare riguardo a un saggio discernimento personale e comunitario dei candidati e dei programmi. Ai candidati si chiede competenza, correttezza e coerenza morale nell’impegno sociopolitico-amministrativo con un netto rifiuto delle varie forme di corruzione e di clientelismo, coerenza etica personale. Riteniamo, infatti, che coloro che hanno responsabilità politiche e amministrative debbano avere “sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà dei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi” (CEI, Educare alla legalità, n. 16). 
In merito ai programmi richiamiamo l'esigenza che essi mirino alla costruzione del bene comune, che è la "ragion d'essere della autorità politica" (Gaudium et Spes, n. 74). Ribadiamo, in proposito, l'opzione preferenziale per i ceti più poveri e per gli ultimi e l'urgenza di interventi promozionali per le periferie abbandonate e degradate, al fine di realizzare condizioni di effettiva uguaglianza in termini di cittadinanza. A tutti i cittadini-elettori della nostra Regione, alle associazioni, ai movimenti, alle organizzazioni operanti nel tessuto sociale e produttivo della nostra Regione chiediamo di promuovere incontri nel territorio per offrire agli elettori luoghi di confronto con i candidati all’Assemblea Regionale Siciliana e con i candidati alla Presidenza per un confronto sull’istruzione e sulla formazione professionale, sull’accoglienza e integrazione degli immigrati, sul patrimonio turistico e culturale dell’Isola, sul sostegno alla famiglia, sull'inclusione sociale e la lotta alla povertà, sulla gestione della sanità regionale. Auspichiamo una competizione elettorale corretta e leale, attenta ai problemi concreti della nostra gente e non preoccupata del successo di parte e dell'occupazione dei posti di potere. La Sicilia non può più aspettare e grava su tutti la responsabilità di elaborare soluzioni praticabili ed efficaci nel superiore interesse dei cittadini e dei poveri e degli ultimi in modo prioritario.


“La mia passione per la pace” di Thomas Merton - Recensione di Aldo Pintor



“La mia passione per la pace”

di Thomas Merton

Recensione di Aldo Pintor



In questi giorni abbiamo tutti una pace da chiedere. La situazione Stati Uniti e Nord Corea sembra avviarsi verso un tragico conflitto le cui conseguenze non possono non preoccupare tutte le persone sensibili e che hanno a cuore il futuro del nostro pianeta e delle generazioni future. Dobbiamo alla Casa Editrice Garzanti la pubblicazione quanto mai opportuna di “La mia passione per la pace” testi pubblicati fin dagli anni cinquanta da uno dei profeti del ventesimo secolo. Il monaco americano Thomas Merton di cui si ricorda, soprattutto, la sua splendida autobiografia “La montagna dalle sette balze” che se non avete ancora letto vi invito a procurarvi al più presto. Da sempre sensibile al tema della pace Thomas Merton nel 1962 mentre stava per esplodere la crisi dei missili a Cuba ha scritto “La pace nell'era post cristiana” scritti pubblicati solo postumi nella madre patria dell'autore e che la Casa Editrice Qiqajon ha messo a disposizione del lettore italiano nel 2005 durante lo svolgersi dei conflitti scaturiti dopo l'11 settembre 2001. 

I testi che oggi sono in libreria in contemporanea ai test nucleari della Corea del Nord sono stati invece raccolti nel 1995 da William H Jhannon e leggendoli ci si accorge che sono di una tragica attualità. Questi scritti sono opportunamente contestualizzati e suddivisi in due gruppi: L'anno delle lettere sulla guerra fredda che riguardano i mesi che vanno da ottobre 1961 a ottobre 1962, mesi dove il rischio di un nuovo conflitto mondiale, forse raggiunse il suo apice. Queste lettere riguardano il periodo di tempo forse più drammatico dopo la seconda guerra mondiale. Oltre a queste abbiamo quelle scritte dopo il 1962. Leggendo la prima serie di scritti apprendiamo come “la radice della guerra è nella paura” e il nostro monaco invita ogni cristiano alle proprie responsabilità davanti alla tragica possibilità di un conflitto che rischia di andare completamente fuori controllo e compromettere il futuro del pianeta e dell'umanità. Purtroppo l'attuale crisi Nordcoreana ci fa scorrere brividi gelidi lungo la schiena leggendo questi testi. Più ampio invece il contenuto dei testi che riguardano il periodo successivo al drammatico 1962 dove si narrano vari episodi dove il rifiuto della forza ha sconfitto quest'ultima. Conosceremo così la storia della resistenza non violenta dei danesi nei confronti delle truppe naziste che occupavano il loro territorio e ci verranno nuovamente ricordati gli insegnamenti di giganti dell'umanità come Gandhi e Martin Luther King. Da questi scritti non mancano i racconti degli abissi di orrore di cui è capace l'umanità quando si scatenano le barbarie della guerra: dall'osceno sterminio che è stato Auschwitz agli orrori commessi durante la guerra in Vietnam. La raccolta si chiude con una preghiera per la pace che sgorga pure dal cuore di Thomas Merton. Preghiera che come si vedrà è tutt'altro che contemplativa e mai si lascia sconfiggere dallo sconforto per il tragico baratro in cui rischia di cadere il mondo (ahimè oggi come ieri). Questa preghiera è un appello talmente concreto all'umanità che chiede che ognuno si prenda la sua responsabilità etica e politica tanto che Frank Kowalski deputato del Connecticut la lesse davanti alla camera. Thomas Merton era un profeta e come tale sapeva discernere i segni dei tempi. Purtroppo come tutti i profeti non ha avuto vita facile e fu scomodo a molti sino alla misteriosa fine della sua vita quanto fu trovato morto in un albergo di Bangkok, nel 1968. Preghiamo e auspichiamo il sorgere di profeti nella nostra epoca tragica per molti versi. Un profeta dei nostri giorni è senz'altro anche papa Francesco e per questo vediamo come è contrastato spesso dentro la stessa Chiesa quanto almeno a memoria ma mai nessun altro papa dei tempi moderni lo è stato.

Guarda la scheda del libro “La mia passione per la pace” di Thomas Merton

Preghiera per la pace di Thomas Merton.

Nella tua volontà, o Dio, è la nostra pace!

Onnipotente e misericordioso Dio, 
Padre di tutti gli uomini,
Creatore e Dominatore dell'universo, Signore della storia,
i cui disegni sono imperscrutabili,
la cui gloria è senza macchia,
la cui compassione per gli errori degli uomini è inesauribile,
nella tua volontà è la nostra pace!

Ascolta nella tua misericordia questa preghiera
che sale a te dal tumulto e dalla disperazione di un mondo in cui tu sei dimenticato,
in cui il tuo nome non è invocato, le tue leggi sono derise,
e la tua presenza è ignorata.
Non ti conosciamo, e così non abbiamo pace.
Concedici prudenza in proporzione al nostro potere,
saggezza in proporzione alla nostra scienza,
umanità in proporzione alla nostra ricchezza e potenza.
E benedici la nostra volontà di aiutare ogni razza e popolo
a camminare in amicizia con noi,
lungo la strada della giustizia, della libertà e della pace perenne.
Ma concedici soprattutto di capire che le nostre vie non sono necessariamente le tue vie,
che non possiamo penetrare pienamente il mistero dei tuoi disegni,
e che la stessa tempesta di potere che ora infuria in questa terra
rivela la tua segreta volontà e la tua inscrutabile decisione.
Concedici di vedere il tuo volto alla luce di questa tempesta cosmica,
o Dio di santità, misericordioso con gli uomini.
Concedici di trovare la pace dove davvero la si può trovare!
Nella tua volontà, o Dio, è la nostra pace!