lunedì 30 giugno 2014

«Il linguaggio della testimonianza» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

30 giugno 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
La nostra testimonianza sia senza condizioni

Oggi è ancora il tempo dei martiri: i cristiani sono perseguitati in Medio oriente dove sono uccisi o costretti a fuggire, anche «in modo elegante, con i guanti bianchi». Nel giorno in cui la Chiesa fa memoria dei martiri dei primi secoli, Papa Francesco ha invitato a pregare «per i nostri fratelli che oggi vivono nella persecuzione». Perché, ha affermato, oggi «non ci sono meno martiri» che ai tempi di Nerone. È, dunque, proprio al martirio, alla sua attualità e a ciò che lo caratterizza, che il Pontefice ha dedicato la celebrazione eucaristica di lunedì mattina 30 giugno nella cappella della Casa Santa Marta.


«Nella preghiera all'inizio della messa — ha detto il Papa — abbiamo invocato il Signore così: “Signore, che hai fecondato con il sangue dei martiri i primi germogli della Chiesa di Roma”». È una invocazione appropriata, ha spiegato, per la commemorazione dei «primi martiri di questa Chiesa». 
...
Anzitutto, ha spiegato il Papa, «sappiamo che non c'è crescita senza lo Spirito: è lui che fa la Chiesa, è lui che fa crescere la Chiesa, è lui che convoca la comunità della Chiesa». Ma, ha proseguito, «è necessaria anche la testimonianza del cristiano». E «quando la testimonianza arriva alla fine, quando le circostanze storiche ci chiedono una testimonianza forte, lì ci sono i martiri: i più grandi testimoni!». Ed ecco, allora, che «quella Chiesa viene annaffiata dal sangue dei martiri». Proprio «questa è la bellezza del martirio: incomincia con la testimonianza, giorno dopo giorno, e può finire con il sangue, come Gesù, i primo martire, il primo testimone, il testimone fedele».
Però, per essere vera, la testimonianza «deve esser senza condizioni» ha affermato il Pontefice. Il Vangelo proposto dalla liturgia odierna (Matteo 8, 18-22) è chiaro in proposito. «Abbiamo sentito quello che dice il Signore» al discepolo che per seguirlo chiede una condizione: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma «il Signore lo ferma: no!». Infatti, ha precisato il Papa, «la testimonianza è senza condizioni, deve essere ferma, deve essere decisa, deve avere quel linguaggio, tanto forte, di Gesù: sì sì, no no!». È esattamente «questo il linguaggio della testimonianza».
Guardando la storia di «questa Chiesa di Roma che cresce, guidata dal sangue dei martiri», il Papa ha quindi invitato a pensare «a tanti martiri di oggi che danno la loro vita per la fede: i cristiani perseguitati». Perché, ha affermato, «se in quella persecuzione di Nerone ce ne sono stati tanti, oggi non ce ne sono meno di martiri, di cristiani perseguitati». I fatti sono noti. «Pensiamo al Medio oriente» ha detto, «ai cristiani che devono fuggire dalla persecuzione» e «ai cristiani uccisi dai persecutori». E «anche ai cristiani cacciati via in modo elegante, con i guanti bianchi: anche quella è una persecuzione!».
Ai nostri giorni, ha ripetuto il Papa, «ci sono più testimoni, più martiri nella Chiesa che nei primi secoli». E «facendo memoria nella messa dei nostri gloriosi antenati qui a Roma», ha invitato a pensare e a pregare anche per «i nostri fratelli che vivono perseguitati, che soffrono e che col loro sangue fanno crescere il seme di tante Chiese piccoline che nascono». Sì, ha concluso, «preghiamo per loro e anche per noi».

Leggi tutto: Messa a Santa Marta-Martirio in guanti bianchi

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Solennità dei Santi Pietro e Paolo - Papa Francesco: Messa e imposizione dei Palli e Angelus (foto, testi e video)




"Il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana". Così il Papa questa mattina celebrando la Messa nella Basilica Vaticana nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, durante la quale è stato imposto il pallio a 24 nuovi arcivescovi metropoliti. Assenti tre presuli per i quali la consegna del paramento, simbolo del Buon Pastore, avverrà nelle rispettive sedi metropolitane. Francesco ha messo in guardia dal potere, dalle gratificazioni e dall’orgoglio.

Nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali di Roma, accogliamo con gioia e riconoscenza la Delegazione inviata dal Patriarca Ecumenico, il venerato e amato fratello Bartolomeo, guidata dal Metropolita Ioannis. Preghiamo il Signore perché anche questa visita possa rafforzare i nostri fraterni legami nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese sorelle, da noi tanto desiderata.
«Il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,11). Agli inizi del servizio di Pietro nella comunità cristiana di Gerusalemme, c’era ancora grande timore a causa delle persecuzioni di Erode contro alcuni membri della Chiesa. C’era stata l’uccisione di Giacomo, e ora la prigionia dello stesso Pietro per far piacere al popolo. Mentre egli era tenuto in carcere e incatenato, sente la voce dell’Angelo che gli dice: «Alzati in fretta! ... Mettiti la cintura e legati i sandali ... Metti il mantello e seguimi!» (At 12,7-8). Le catene cadono e la porta della prigione si apre da sola. Pietro si accorge che il Signore lo «ha strappato dalla mano di Erode»; si rende conto che Dio lo ha liberato dalla paura e dalle catene. Sì, il Signore ci libera da ogni paura e da ogni catena, affinché possiamo essere veramente liberi. L’odierna celebrazione liturgica esprime bene questa realtà, con le parole del ritornello al Salmo responsoriale: «Il Signore mi ha liberato da ogni paura».
Ecco il problema, per noi, della paura e dei rifugi pastorali. Noi – mi domando –, cari fratelli Vescovi, abbiamo paura? Di che cosa abbiamo paura? E se ne abbiamo, quali rifugi cerchiamo, nella nostra vita pastorale, per essere al sicuro? Cerchiamo forse l’appoggio di quelli che hanno potere in questo mondo? O ci lasciamo ingannare dall’orgoglio che cerca gratificazioni e riconoscimenti, e lì ci sembra di stare sicuri? Cari fratelli vescovi, dove poniamo la nostra sicurezza?...
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Ha assistito alla celebrazione una delegazione del Patriarcato ecumenico guidata dal metropolita di Pergamo, Ioannis, e inviata dal Patriarca Bartolomeo I:
“Preghiamo il Signore perché anche questa visita possa rafforzare i nostri fraterni legami nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese sorelle, da noi tanto desiderata”.
Segno del desiderio di unità tra le Chiese, i canti che hanno animato la liturgia, eseguiti insieme dal coro del Patriarcato di Mosca e dalla Cappella Musicale Pontificia in linea con un progetto avviato da Benedetto XVI e portato avanti con forza da Francesco e che vede nell'arte uno strumento per creare ponti di dialogo, nella riscoperta delle fonti comuni.
Papa Francesco prega insieme al metropolita di Pergamo, Ioannis sulla tomba di S. Pietro "TU ES PETRUS"
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Fin dai tempi antichi la Chiesa di Roma celebra gli Apostoli Pietro e Paolo in un’unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. La fede in Gesù Cristo li ha resi fratelli e il martirio li ha fatti diventare una sola cosa. San Pietro e San Paolo, così diversi tra loro sul piano umano, sono stati scelti personalmente dal Signore Gesù e hanno risposto alla chiamata offrendo tutta la loro vita. In entrambi la grazia di Cristo ha compiuto grandi cose, li ha trasformati. Eccome li ha trasformati! Simone aveva rinnegato Gesù nel momento drammatico della passione; Saulo aveva perseguitato duramente i cristiani. Ma entrambi hanno accolto l’amore di Dio e si sono lasciati trasformare dalla sua misericordia; così sono diventati amici e apostoli di Cristo. Perciò essi continuano a parlare alla Chiesa e ancora oggi ci indicano la strada della salvezza. Anche noi, se per caso cadessimo nei peccati più gravi e nella notte più oscura, Dio è sempre capace di trasformarci, come ha trasformato a Pietro e a Paolo; trasformarci il cuore e perdonarci tutto, trasformando così il nostro buio del peccato in un’alba di luce. Dio è così: ci trasforma, ci perdona sempre, come ha fatto con Pietro e come ha fatto con Paolo.
...

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,
le notizie che giungono dall’Iraq sono purtroppo molto dolorose. Mi unisco ai Vescovi del Paese nel fare appello ai governanti perché, attraverso il dialogo, si possa preservare l’unità nazionale ed evitare la guerra. Sono vicino alle migliaia di famiglie, specialmente cristiane, che hanno dovuto lasciare le loro case e che sono in grave pericolo. La violenza genera altra violenza; il dialogo è l’unica via per la pace. Preghiamo la Madonna, perché custodisca il popolo dell’Iraq.
Ave Maria...
...
A tutti voi auguro buona domenica, buona festa dei Patroni. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.
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Intervista di Papa Francesco al Messaggero «Serve un argine alla deriva morale. Nella Chiesa non decido da solo»

Il quotidiano romano “Il Messaggero” pubblica oggi un’intervista a Papa Francesco realizzata dalla giornalista Franca Giansoldati: nelle sue risposte il Santo Padre si sofferma tra l’altro sulle sfide rappresentate dall’attuale cambiamento “di epoca” e “di cultura”, che ha conseguenze sulla vita politica, finanziaria e sociale. Sfide a cui le istituzioni e la Chiesa devono rispondere tutelando il bene comune e custodendo la vita umana e la sua dignità. 

L'appuntamento è a Santa Marta, di pomeriggio. Una veloce verifica e uno svizzero mi fa accomodare in un piccolo salottino. 
Sei poltroncine verdi di velluto un po' liso, un tavolino di legno, un televisore di quelli antichi, col pancione. Tutto in ordine perfetto, il marmo tirato a lucido, qualche quadro. Potrebbe essere una sala d'aspetto parrocchiale, una di quelle dove si va per chiedere un consiglio, o per fare i documenti matrimoniali.
Francesco entra sorridendo: «Finalmente! Io la leggo e ora la conosco». Arrossisco. «Io invece la conosco e ora la ascolto». Ride. Ride di gusto, il Papa, come farà altre volte nel corso di un'ora e passa di conversazione a ruota libera. Roma con i suoi mali di megalopoli, l'epoca di cambiamenti che indeboliscono la politica; la fatica nel difendere il bene comune; la riappropriazione da parte della Chiesa dei temi della povertà e della condivisione («Marx non ha inventato nulla»), lo sgomento di fronte al degrado delle periferie dell'anima, scivoloso abisso morale in cui si abusa dell'infanzia, si tollera l'accattonaggio, il lavoro minorile e, non ultimo, lo sfruttamento di baby prostitute nemmeno quindicenni. E i clienti che potrebbero essere i loro nonni; «pedofili»: il Papa li definisce proprio così. Francesco parla, spiega, si interrompe, ritorna. Passione, dolcezza, ironia. Un filo di voce, sembra cullare le parole. Le mani accompagnano il ragionamento, le intreccia, le scioglie, sembrano disegnare geometrie invisibili nell'aria. E’ in ottima forma a dispetto delle voci sulla sua salute.
...
Leggi il testo integrale dell'intervista di Franca Giansoldati pubblicata dal Messaggero: 


domenica 29 giugno 2014

Omelia di P. Alberto Neglia (video)



Santi Pietro e Paolo
29-06-2014


Omelia di P. Alberto Neglia
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto



Abbiamo anche noi pregato in questa Messa e con il canto abbiamo ripetuto più volte "Il Signore mi ha liberato da ogni paura" e poi abbiamo pregato "Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode". Credo che ognuno di noi ha tanti motivi per benedire e lodare il Signore, questa mattina abbiamo anche motivo tutti noi insieme di lodare e benedire il Signore per questi fratelli che ci ha donato: Pietro e Paolo; ce li ha dati, ce li presenta e ce li propone come fratelli e come modello per il nostro cammino di fede perchè i Santi non sono degli eroi che sono nati così, sono persone fatte di carne e di ossa come tutti noi che piano piano si sono lasciati coinvolgere da Gesù e piano piano lo hanno seguito con fatica anche loro... 

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Ss. 
PIETRO 
E 
PAOLO - 

 Restare credenti… di Antonio Savone


Ss. 
PIETRO 
E 
PAOLO 


Restare credenti… 
di Antonio Savone


At
 12,1-­11;

Sal 33
2Tm
 4,6­-8.17-­18;
 
Mt
16,13-­19




Vie
 diverse
 di
 sequela
 dell’unico
 Maestro.
 Solo
 la
 fantasia
 dello
 Spirito
 poteva
 mettere
 insieme
 persone
 così 
distanti 
l’una 
dall’altra.


Pietro 
chiamato 
sulle 
rive 
del 
lago 
alle
 prese 
con 
il 
suo 
mestiere 
di 
pescatore, 
Paolo
 dalle 
derive
 del
 suo 
integralismo 
religioso.
 Così
 diversi 
da 
conoscere 
l’uno 
nei 
confronti
 dell’altro
 lo 
scontro 
aperto ma
 anche 
l’ammirazione 
più 
sincera.

Pur 
partendo 
da
 condizioni
 di 
vita 
molto 
differenti
 entrambi 
sono
 accomunati
 dall’esperienza 
di 
un
 Dio
 che
 prima
 ancora
 di
 scioglierli
 dalle
 catene
 di
 una
 prigione
 li
 introduce
 in
 un
 cammino
 di
 progressiva 
liberazione 
dalla 
paura
 e 
dalle
 precomprensioni 
e
 pregiudizi 
in
 cui 
si
 ritrovavano.


Due 
che 
hanno 
conosciuto 
la
 fatica
 della 
fede.
 Proprio 
come
 ogni
 uomo 
sulla 
terra.
...
Il 
loro 
andare 
geografico 
per 
i 
territori 
allora 
conosciuti
 credo 
possa 
essere letto 

come 
simbolo 
di
 una
 itineranza
 alla
 quale
 avevano
 acconsentito
 anzitutto
 nel
 loro
 mondo
 interiore,
 là
 dove
 più
 forti
 sono
 le 
resistenze 
a
 misurarsi 
con 
l’inedito.
 Non
 si
 muove 
un 
passo
 fuori 
di
 noi 
se
 non 
si
 è 
disposti
 a
 compierlo 
anzitutto 
dentro
 di
 noi.
 Che
 dobbiamo
 forse 
ascrivere
 a 
questo
 le non 
poche 
resistenze 
che
 registriamo 
oggi 
nella 
comunità 
cristiana?

Mi
 pare
 di
 poter
 individuare
 proprio
 nell’acconsentire
 a
 modificare
 il
 loro
 immaginario
 su
 Dio
 il
 punto 
di 
forza
 su
 cui 
poi
 si 
è
 dispiegata,
 pur 
nella
 diversità
 dei
 percorsi,
 la
 loro 
vicenda. 
Continuamente
 rovesciati
 nelle
 loro
 categorie
 di
 approccio 
al
 reale
 da
 un 
Dio
 dalla 
logica
 capovolta
 e
 che
 su
 di
 loro
 vorrebbe 
costituire 
una
 comunità 
cristiana 
come 
luogo 
di 
criteri 
rovesciati: 
luogo
 in 
cui 
i 
primi sono
 gli 
ultimi, 
il
 potere 
è 
il
 servizio, 
il 
tradimento
 può
 dischiudere 
addirittura 
una 
rinnovata 
fedeltà.


Credo 
sia
 questa 
la
 sfida 
consegnata 
a 
noi 
comunità 
cristiana: 
la 
capacità 
di 
riconoscere 
nelle 
trame
 della 
nostra storia 
la
 rivelazione 
di 
un 
Dio 
capovolto 
alla 
quale acconsentire 
anche 
a 
costo 
di
 mettere
 in 
gioco 
un 
nostro 
sistema 
di 
pensiero. 
...

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sabato 28 giugno 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 31/2013-2014 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
di Santino Coppolino


Vangelo: Mt 16,13-19





Gesù è il Figlio dell'uomo, l'Io-Sono che è nel seno del Padre, ed ora chiede a noi:
"Chi sono io per voi ?"
Non è una crisi di identità, piuttosto è posta in gioco la nostra identità di credenti, sono messe a nudo le nostre attese, è svelato il volto del Messia che attendiamo, troppo somigliante al volto dei profeti che lo hanno preceduto.
"Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente !" è il grido di Simon Pietro, lui che è l'uomo dell'ascolto della Parola del Padre (questo il significato del nome Shimon), lui che come Giona vuol fare sempre di testa sua ma che alla fine si converte, lui a cui Gesù cambia il nome in Pietro - testa dura.
E' lui che riconosce il Volto del Dio della vita nel volto finalmente svelato e a noi manifestato di Gesù di Nazareth, il Ben-Adam, vero Figlio dell'uomo.
E' a lui che Gesù affida la responsabilità (non il potere) della sicurezza dei fratelli nella Chiesa, il compito di vigilare sul cammino faticoso dei figli degli uomini, nella consapevolezza che la mentalità di morte che domina il mondo mai prevarrà sulla nuova realtà che il Signore è venuto a edificare, poiché essa non poggia le sue fondamenta sulle diaboliche promesse (Mt4, 1-11) del danaro e del potere, che presto o tardi condurranno alla morte, ma sulla solida roccia che è Gesù (1Cor 10,4) figlio dell'uomo e Figlio di Dio, che "da ricco che era, s'è fatto povero per noi, affinché noi diventassimo ricchi della sua povertà"(2Cor 8,9).


"Maria, donna dell'attesa" di Don Tonino Bello

MARIA
Donna dei nostri giorni 


Maria, donna dell'attesa
di Don Tonino Bello

La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita.
E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio.
Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun'anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere.
La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco.
Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero.
Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno.
...
Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.
...
Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell' attesa.
...
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Iraq, la grande fuga - Il grido del vescovo: «Salvateci»

Iraq, la grande fuga
dall'avanzata jihadista

​Gli sguardi dei bambini dicono tutto. L'emozione, la curiosità, la fiducia. Qualche volta anche la paura. 
Con un panino in mano sul retro di un pullman o agitando il biberon da dietro un finestrino. 
 
Ma anche a fianco dell'auto carica, dove un piccolo riposa tranquillo per terra, su un telo. 
Ad aspettarli c'è una vita da profughi nei villaggi del Kurdistan iracheno non (ancora?) minacciato dagli jihadisti. Loro non lo sanno, e (quasi sempre) sorridono. Mentre le madri e i padri attendono pazienti di superare i controlli dei militari curdi. 


 

Qualcuno a Erbil già prepara un gigantesco cous-cous, in una moschea improvvisata a centro di accoglienza. 
E ad Ainkawa, il sobborgo cristiano, si preparano distese di indumenti. Avranno bisogno di tutto, le famiglie dell'esodo, quando arriveranno. (A.M.Brogi - Avvenire)

Qaraqosh è quasi una città fantasma. Più del 90% degli oltre 40mila abitanti, quasi tutti cristiani appartenenti alla Chiesa siro-cattolica, sono fuggiti negli ultimi due giorni davanti all'offensiva degli insorti sunniti guidati dai jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis), che sottopongono l'area urbana al lancio di missili e granate.
Tra i pochi rimasti in città ci sono l'arcivescovo di Mosul dei Siri, Yohanna Petros Moshe, alcuni sacerdoti e alcuni giovani della sua Chiesa, che hanno deciso di non fuggire. Nel centro abitato, nelle ultime due giornate, sono arrivate armi e nuovi contingenti a rafforzare le milizie curde dei peshmerga che oppongono resistenza all'avanzata degli insorti sunniti. L'impressione è che si stia preparando il terreno per lo scontro frontale.
Nella giornata di giovedì, l'arcivescovo Moshe ha tentato una mediazione tra le forze contrapposte con l'intento di preservare la città dalla distruzione. Per il momento, il tentativo non ha avuto esito. Gli insorti sunniti chiedono alle milizie curde di ritirarsi. I peshmerga curdi non hanno alcuna intenzione di consentire agli insorti di avvicinarsi ai confini del Kurdistan iracheno.
In questa situazione drammatica, l'arcivescovo Moshe attraverso l'Agenzia Fides vuole lanciare un pressante appello umanitario a tutta la comunità internazionale: “Davanti al dramma vissuto dal nostro popolo” dice a Fides l'arcivescovo, “mi rivolgo alle coscienze dei leader politici di tutto il mondo, agli organismi internazionali e a tutti gli uomini di buona volontà: occorre intervenire subito per porre un argine al precipitare della situazione, operando non solo sul piano del soccorso umanitario, ma anche su quello politico e diplomatico. Ogni ora, ogni giorno perduto, rischia di rendere tutto irrecuperabile. Non si possono lasciar passare giorni e settimane intere nella passività. L'immobilismo diventa complicità con il crimine e la sopraffazione. Il mondo non può chiudere gli occhi davanti al dramma di un popolo intero fuggito dalle proprie case in poche ore, portando con sé solo i vestiti che aveva addosso”...

Leggi il nostro post precedente:


IRAQ: No, così no!



IRAQ: No, così no!


Non ci rassegniamo ad una situazione che peggiora di ora in ora e degenera in tragedia per centinaia di migliaia di persone.

Non ci rassegniamo a una comunità internazionale che, mentre ricorda in questi giorni i 100 anni dall’inizio della prima guerra mondiale, appare distratta, lontana o forse in parte complice di un progetto di spartizione dell’Iraq in tre parti: Kurda, Sunnita, Sciita. Ci uniamo all’appello dell’amico Patriarca Caldeo Louis Sako e di tutti vescovi caldei riuniti in Sinodo in questi giorni: “E le minoranze come si collocano nella spartizione? e i Cristiani che fine faranno?”

Non ci rassegniamo al vedere in quella terra, culla della civiltà, spartizione dei campi petroliferi e proliferare del commercio di armamenti, con un governo iracheno che distribuisce armamenti a civili e bande irregolari reponsabili di terribili violazioni pur di ingrossare le fila dell’esercito. Ogni esportazione di armi verso l’Iraq va interrotta.

Non ci rassegniamo al vedere migliaia di famiglie fuggire, lasciando le proprie case e tutto ciò che hanno, per essere ospitate in altri villaggi nelle famiglie, nelle chiese, nelle scuole che sono però insufficienti a contenere il flusso dei rifugiati interni in fuga.

Per rispondere alla drammatica emergenza umanitaria, con particolare attenzione alle minoranze, dona ora!


Segue un aggiornamento su quanto sta succedendo in Iraq in queste ore nelle enclave delle minoranze.

Leggi tutto: IRAQ: No, così no!



LE SFIDE PASTORALI SULLA FAMIGLIA NEL CONTESTO DELL’EVANGELIZZAZIONE INSTRUMENTUM LABORIS



Presentato l’«Instrumentum laboris» dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia - Una realtà universalmente riconosciuta

Il Vangelo della famiglia; le situazioni familiari difficili; l’educazione alla fede e alla vita dell’intero nucleo familiare. Sono questi i tre ambiti nei quali si sviluppa l’Instrumentum laboris per l’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, che si riunirà dal 5 al 19 ottobre di quest’anno per riflettere sul tema «Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto generale dell’evangelizzazione». Il contenuto del documento è stato presentato giovedì 26 giugno, nella Sala Stampa della Santa Sede.

La prima parte del testo tratta del disegno di Dio, della conoscenza biblica e magisteriale e della loro ricezione, della legge naturale e della vocazione della persona in Cristo. Il riscontro della scarsa conoscenza dell’insegnamento della Chiesa domanda agli operatori pastorali una maggiore preparazione e l’impegno a favorirne la comprensione da parte dei fedeli, che vivono in contesti culturali e sociali diversi.

La seconda parte, che affronta le sfide pastorali inerenti alla famiglia, considera in maniera particolare le situazioni pastorali difficili, che riguardano le convivenze e le unioni di fatto, i separati, i divorziati, i divorziati risposati e i loro eventuali figli, le ragazze madri, coloro che si trovano in condizione di irregolarità canonica e quelli che richiedono il matrimonio senza essere credenti o praticanti. Nel documento si sottolinea l’urgenza di permettere alle persone ferite di guarire e di riconciliarsi, ritrovando nuova fiducia e serenità. Di conseguenza, è invocata una pastorale capace di offrire la misericordia che Dio concede a tutti senza misura. Si tratta dunque di «proporre, non imporre; accompagnare, non spingere; invitare, non espellere; inquietare, mai disilludere».

La terza parte presenta dapprima le tematiche relative all’apertura alla vita, quali la conoscenza e le difficoltà nella ricezione del magistero, i suggerimenti pastorali, la prassi sacramentale e la promozione di una mentalità accogliente.

Nel documento si denuncia poi la scarsa conoscenza dell’enciclica Humanae vitae. Nella stragrande maggioranza delle risposte vengono messe in risalto le difficoltà che si incontrano sul tema degli affetti, della generazione della vita, della reciprocità tra l’uomo e la donna, della paternità e maternità responsabili. Quanto alla responsabilità educativa dei genitori, dal documento emerge la difficoltà nel trasmettere la fede ai figli e nel dar loro un’educazione cristiana soprattutto in situazioni familiari difficili, i cui riflessi sui figli si estendono anche alla sfera della fede.

Il documento sarà ora oggetto di studio e di valutazione da parte delle conferenze episcopali e confrontato con le diverse realtà locali in modo da evidenziare i punti focali sui quali avanzare proposte pastorali da discutere e approfondire durante i lavori dell’assemblea straordinaria e poi in quella ordinaria che si svolgerà dal 4 al 25 ottobre del 2015 e che avrà come tema «Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione della famiglia».
(fonte: L'Osservatore Romano)

Presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione dell'Instrumentum laboris della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi (5-19 ottobre 2014), sul tema: "Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell'evangelizzazione". Alla conferenza stampa sono intervenuti il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi; il Cardinale Péter Erdö, Arcivescovo di Esztergom-Budapest (Ungheria), Relatore Generale della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi; il Cardinale André Vingt-Trois, Arcivescovo di Paris (Francia), Presidente Delegato; l'Arcivescovo Bruno Forte, di Chieti-Vasto (Italia), Segretario Speciale e i coniugi Professor Francesco Miano e Professoressa Pina De Simone, con una loro testimonianza.

venerdì 27 giugno 2014

"Cuore di carne" di Gianfranco Ravasi


Cuore di carne
di
Gianfranco Ravasi
(biblista e teologo)

Il termine che noi traduciamo con "cuore" è uno dei più usati nella Bibbia. Ma esso ha un significato molto più denso di quello che gli hanno attribuito il devozionalismo misticheggiante o quella sorta di sentimentalismo laico da "posta del cuore".
La solennità del Cuore di Cristo, che si celebra il 27 Giugno, è una devozione che fu divulgata soprattutto in seguito alle rivelazioni avute tra il 1673 e il 1689 da una mistica francese dell' Ordine della Visitazione (fondato da san Francesco di Sales), santa Margherita Maria Alacoque, nata nel 1647 e morta nel 1690 nel monastero di Paray-le-Monial (Saona e Loira).
Il cuore di Gesù è certamente un tema ormai classico della fede e della devozione cristiana e, in particolare, cattolica, ma esso affonda le sue radici nelle pagine bibliche che meritano di essere sfogliate al riguardo, proprio per togliere quella patina di pietismo popolare e di sacralismo liquoroso che sembra essergli attaccato dopo qualche secolo di devozionalismo.
...
Vorremmo ora, sia pure in modo molto semplificato, illustrare i significati vari del "cuore" biblicoche, pur nella sua dominante simbolica, non perde il suo ancoraggio fisiologico.
...
Ma il cuore è soprattutto un segno di interiorità.
Così il libro dei Proverbi è lapidario: «Il cuore intelligente cerca la conoscenza» (15, 14) e «il cuore saggio rende prudenti le labbra» (16, 23). Per questo il salmista prega Dio così: «Insegnaci a contare i nostri giorni e conquisteremo un cuore sapiente » (90, 12).
Curiosa è la locuzione «pensare in cuor suo/ loro», che sta semplicemente per un «pensarci», oppure «parlare al cuore» o «dire in cuor proprio», da intendere come il nostro «riflettere».«Rubare il cuore» di un altro significa «fargli perdere la testa, ingannarlo», Come la «mancanza di cuore» non è la crudeltà ma la stupidità.
...
E' facile, allora, comprendere come il cuore divenga anche la sede della volontà, delle decisioni e dell'etica.
...
Il cuore è, dunque, espressione anche della cosciente determinazione e dedizione della volontà, ed è grazia divina avere un cuore aperto al bene e non "impietrito" nella decisione perversa. Suggestive le parole divine proclamate dal profeta Ezechiele: «Io darò loro un altro cuore ... : toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (11, 19).
Avere una religione del cuore allora, non significa entrare in una spiritualità sentimentale ed effervescente quanto piuttosto pensare, decidere e operare secondo verità e giustizia.
Questo, però, non esclude che il cuore biblico celi al suo interno anche la dimensione affettiva e passionale.
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Vorremmo concludere questo nostro essenziale itinerario nel piccolo mondo del cuore, secondo la Bibbia, con un profilo più strettamente " teologico".
Sì, per la Bibbia anche Dio ha un cuore che, più o meno, ricalca al positivo le esperienze del cuore umano.
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Cristo entra in scena con questi sentimenti di amore e vicinanza nei confronti di chi lo cerca e di tutti coloro che lo circondano.
Ma è solo una volta che si fa esplicitamente menzione del suo cuore (anche nel celebre episodio del costato trafitto dalla lancia del soldato, l'evangelista Giovanni non usa il termine "cuore").
E' in un mirabile appello riferito solo da Matteo: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero» (11,28-30). Dio - si dice negli Atti degli Apostoli (1, 24 e 15, 8) - è kardiognóstes, cioè "conoscitore dei cuori", delle coscienze, dell' intimo più segreto dell' uomo. Cristo, invece, svela il suo stesso intimo all'umanità e lo rivela segnato dalla mitezza e umiltà, cioè dalla bontà e dalla tenerezza, dalla comprensione e dalla condivisione.

Leggi tutto: "Cuore di carne" di Gianfranco Ravasi


«La ninna nanna del Signore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

27 giugno 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“Per capire l'amore di Dio dobbiamo farci piccoli”

Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninna nanna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.

La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».

E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».

Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».

«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».

Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».

Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.

Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.

Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninna nanna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».

Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».

Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».

Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».

Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».

Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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VISITA PASTORALE A CASSANO ALL'JONIO (21 giugno 2014) - cronaca, testi, foto e video - seconda parte



Grandissima emozione per una famiglia calabrese che ieri ha avuto in casa un ospite davvero eccezionale: Papa Francesco. Ne dà notizia su Facebook Ivan Vania che ha tappezzato l'esterno della sua abitazione con striscioni e scritte: "Francesco Fermati! Qui c'è un angelo che ti aspetta!".
Ad avere l'idea è stata Pamela Mauro, sorella di Roberta, una ragazza 21enne disabile dalla nascita che vive a Sibari, proprio sulla strada che il corteo papale doveva percorrere per raggiungere l'area dell'incontro del Santo Pontefice con la comunità calabrese.
«Ho cercato di attirare l'attenzione del Papa con questi carteloni - racconta Pamela - ma ero quasi sicura che non potesse fermarsi. Poi però, visto com'è il nostro Papa, ho voluto provarci lo stesso... e ancora non ci crediamo. Siamo emozionatissimi».
Papa Francesco, che viaggiava a bordo di una normalissima auto, una Ford Focus, ha fatto cenno all'autista di accostare ed è sceso dall'auto: «Appena ha visto i cartelli si è fermato - racconta ancora Pamela - è sceso, ci ha sorriso, ha baciato e benedetto mia sorella Roberta poi è risalito in auto. Un'emozione grande, grandissima. Grazie Francesco».
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Papa Francesco raggiunge quindi la spianata di Sibari, dove ad attenderlo per la celebrazione della Santa Messa ci sono oltre duecentocinquantamila persone. 
 
Papa Francesco, però, durante il tragitto verso Marina di Sibari – secondo quanto riportato dalle agenzie – si ferma prima in preghiera davanti alla parrocchia dove il 3 marzo scorso è stato assassinato padre Lazzaro Longobardi. 
Una vera marea umana di persone ha aspettato sotto al sole cocente papa Francesco a Sibari, dove c'è l'ultimo atto dell'intensa giornata calabrese. 
Concelebrano con il Papa i Vescovi della Calabria e 270 sacerdoti.
Nel corso della Messa, mons. Nunzio Galantino, Vescovo di Cassano e Segretario Generale della Cei, saluta il Pontefice ringraziandolo per aver guardato con attenzione a questa piccola ma bella parte di Chiesa.
Grazie per il dono della sua presenza, – prosegue mons. Galantino – in un territorio che ha visto tanti uomini e donne spendersi per rendere credibile la Chiesa e vivibile il territorio. Grande è, però, anche la fatica che molti fanno in questa parte di Chiesa; in questo – dichiara con vibrante schiettezza Galantino – ci si mette la malavita organizzata, che rallenta i processi di crescita. “La‘ndrangheta non si nutre solo di soldi e di malaffare ma anche di coscienze addormentate e conniventi. Lei qui, Santo Padre, trova la Chiesa calabrese disposta a risvegliare queste coscienze, ma trova anche una Chiesa che a volte rallenta il suo passo. La Sua presenza ci aiuterà a recuperare l’uno e l’altro aspetto”.
Papa Francesco celebra la Messa prefestiva della solennità del Corpus Domini, ed è a partire da questa festa – in cui la Chiesa loda il Signore per il dono dell’Eucaristia – che il Pontefice offre alcuni spunti di riflessione.
Non era mai accaduto che un Papa dicesse pubblicamente, senza giri di parole, che «i mafiosi sono scomunicati». Papa Francesco l'ha fatto dal pulpito, in una terra di mafia. 
Guarda il video dell'omelia


Guarda il video integrale della Celebrazione nella Piana di Sibari

Al termine della Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre raggiunge l’eliporto di Marina di Sibari da cui parte per rientrare a Roma.

"Le ragioni del cuore" di Antonio Savone



Le ragioni del cuore 
Sacro Cuore di Gesù
di Antonio Savone




Dio ha un cuore… È di questo che ci parla l’odierna solennità. 
Certo, si tratta di una festa recente, istituita in seguito alle rivelazioni del Sacro Cuore a Santa Margherita Alacoque. Eppure è una festa che ha le sue radici nella Trinità stessa.

Dio ha un cuore… e lo manifesta come? Proprio come faremmo noi: individuando qualcuno a cui legarsi per sempre. Dio, infatti, sceglie un popolo a cui appartenere in maniera unica perché tutti gli altri popoli possano conoscere ciò che Egli vorrebbe compiere con ogni uomo. Israele diventa il segno di come Dio voglia stabilire con ciascuno di noi un legame forte e personale, un vincolo così saldo che nulla potrà mai spezzare.

Il Signore si è legato a te perché ti ama…

Un amore che ha la sua linfa nella gratuità: Israele non avrebbe caratteristiche di importanza, di forza o di numero. È addirittura il più piccolo fra tutti i popoli. La sua grandezza sta nel fatto che il Signore ha posato su di lui il suo sguardo e a lui ha consegnato il suo cuore. Il segno più vero di questo amore è la liberazione dalla condizione di schiavitù. Quale rivelazione per le nostre relazioni! È amore quando all’altro è riconosciuta la sua dignità ed è posto in condizione di vivere fuori da un regime di oppressione.

Quando Israele non conosceva se non un’esperienza di schiavitù, quel cuore trasforma la condizione del popolo in un grido accorato che lo porta ad intervenire per liberarlo. E Israele si scopre così chiamato a fare suo il cuore stesso di Dio, a far sì che il suo cuore sia sempre trasformato in un cuore di carne.

Dio ha un cuore e questa festa vorrebbe essere un invito a varcarne la soglia e prendervi dimora perché il nostro venga dilatato sulla misura del cuore di Dio. Anzi, il cuore è il punto prospettico da cui guardare il mistero di Dio. Vorremmo fare nostro il gesto del discepolo amato che prova a sostare sul petto di Gesù quasi per cogliere le ragioni di quel cuore. In tal senso è vero il detto di Pascal: Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce (Pensieri, 146)

Un cuore appassionato, anzitutto. Un cuore cioè che pulsa, batte secondo la condizione del cuore dell’uomo. È la condizione dell’uomo a dettarne i battiti più o meno veloci e a farlo fremere di compassione. Che bello sapere che il cuore di Dio pulsa secondo quanto io sto vivendo, secondo ciò che sto attraversando. Ed è sempre un battere nel segno della tenerezza: un uomo può dare sfogo all’ardore della sua ira ma non Dio.

Un cuore che ha i tratti dell’esperienza materna: ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Così attesterà il profeta Osea. Ma paradossalmente più Dio manifestava segni di prossimità, più essi si allontanavano da lui. Nonostante una dedizione incondizionata come può essere quella di una madre, non scontata è la risposta. E tuttavia il sentire della madre non è mai di ripicca o di rivalsa nell’istante in cui il figlio dovesse opporre rifiuto.

Cuore trafitto perché non compreso. Addirittura rifiutato l’amore che dal cuore promana. E tuttavia, pur sempre cuore spalancato, mai risentito, mai indurito. Non conosce preclusioni o esclusioni, tantomeno espulsioni. Anche quando è offeso quel cuore non smette di attendere. Ed è il sapere che in quel cuore c’è sempre spazio per l’attesa verso di me che io posso essere riscattato dalla resa al carattere irrimediabile del mio vagare lontano da lui.

Imparate da me… è l’invito rivoltoci dal Signore Gesù. Imparare dal cuore di Dio. Cosa dobbiamo imparare? L’umiltà e la mitezza: il giusto sentire di sé e il lasciare che l’altro sia. Scuola difficile da frequentare ma quanto feconda se non vogliamo che le relazioni si trasformino in prevaricazioni reciproche!