Crans-Montana, le vite spezzate a 16 anni di
Chiara, Giovanni, Achille, Emanuele, Sofia e Riccardo
Ufficialmente identificate le sei vittime italiane, tutte sedicenni: Giovanni Tamburi, di Bologna, Achille Barosi, di Milano, ed Emanuele Galeppini, originario di Genova ma residente a Dubai. Confermata anche la morte della milanese Chiara Costanzo. Gli ultimi due identificati sono Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi
Hanno tutte sedici anni le prime tre vittime italiane ufficialmente identificate nella tragedia della notte di Capodanno al Constellation, il disco bar di Crans-Montana trasformato in una trappola di fiamme e fumo. Si chiamavano Giovanni Tamburi, Achille Barosi ed Emanuele Galeppini. I loro nomi, confermati dall’ambasciatore d’Italia in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, segnano un primo, passaggio doloroso in una vicenda che continua a tenere con il fiato sospeso molti.
Le famiglie dei tre ragazzi sono state informate nelle scorse ore, mentre proseguono le complesse procedure di identificazione delle altre vittime. L’incendio, scoppiato mentre nel locale si festeggiava l’arrivo del nuovo anno, ha provocato un bilancio drammatico: decine di morti e oltre un centinaio di feriti, molti dei quali giovanissimi.
Chi erano le vittime italiane
Giovanni Tamburi, bolognese, era stato inizialmente dato per disperso. Un amico aveva raccontato di averlo perso di vista durante la fuga concitata dal locale, quando il panico si è diffuso tra i presenti e l’aria è diventata irrespirabile. La notizia della sua morte ha colpito profondamente Bologna, dove il ragazzo viveva con la famiglia ed era conosciuto come uno studente solare, legato agli amici e alla sua città.
Achille Barosi, milanese, si trovava spesso a Crans-Montana, dove la sua famiglia possiede una casa. Secondo le testimonianze, era stato visto per l’ultima volta intorno all’una e mezza di notte: stava rientrando nel locale per recuperare la giacca e il telefono lasciati all’interno. Un gesto istintivo, comune a molti in quelle fasi concitate, che purtroppo si è rivelato fatale. Milano, nelle ultime ore, si è stretta attorno ai genitori e ai compagni di scuola, in un silenzio carico di dolore.
Emanuele Galeppini, originario di Rapallo (Genova) ma residente a Dubai con la famiglia, era conosciuto per la sua grande passione per il golf. Un talento promettente, già apprezzato nell’ambiente sportivo, e un tifoso dichiarato del Genoa. La notizia della sua scomparsa ha raggiunto non solo la Liguria, ma anche la comunità sportiva che lo seguiva e lo incoraggiava, spezzando sogni e progetti appena iniziati.
Accanto ai tre nomi ufficialmente identificati, nelle stesse ore è arrivata anche la conferma della morte di Chiara Costanzo, sedicenne milanese, annunciata dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana con un messaggio di cordoglio. La ragazza era amica di Achille Barosi e si trovava con lui a Crans-Montana per festeggiare il Capodanno.
Sofia Prosperi, 15 anni, italosvizzera, abitava a Castel San Pietro, una frazione di Mendrisio, capoluogo del Canton Ticino, dove si era trasferita da piccola per seguire il padre andato in Svizzera per lavoro. La notte di Capodanno la 15enne stava festeggiando al «Constel» insieme con alcune amiche quando è rimasta bloccata nel seminterrato non appena scoppiato l’incendio. Le altre ragazze non l’hanno più vista uscire dal locale e per ore sui social numerosi messaggi che invitavano a pregare per lei. La 15enne frequentava l’International School of Como di Fino Mornasco (Como). Secondo alcune testimonianze era entrata anche con altri amici, almeno quattro, nel locale di Crans. Con lei c’era un 16enne di Cantù ora fra i feriti, ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere stato trasferito da Ginevra con ustioni su almeno il 30 per cento del corpo.
Riccardo Minghetti, 16 anni, era originario di Roma e abitava nel quartiere Eur-Laurentino, dove viveva con la sua famiglia. Frequentava il Liceo Cannizzaro nella capitale ed era descritto come un appassionato di montagna: trascorreva tempo sulle Alpi svizzere fin da bambino, dato che la sua famiglia aveva seconde case nella zona e lui amava sciare durante le vacanze invernali.
Le indagini, avviate dalla procura del Cantone Vallese, dovranno chiarire le responsabilità e le condizioni di sicurezza del locale. Ma intanto, davanti a questa strage di giovani, restano il silenzio, le domande e una preghiera che sale dalle famigliem colpite.
(fonte: Famiglia Cristiana 04/01/2026
aggiornato alle ore 20.33)
aggiornato alle ore 20.33)
*************
Alberto Pellai:
La fine dell’illusione del controllo: noi genitori “geolocalizzatori” spiazzati davanti al caso e alla morte
Gli strascichi di ciò che è accaduto a Capodanno in Svizzera resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Ma noi adulti non dobbiamo smettere di augurare ai nostri ragazzi di non avere paura della vita, anche quando si fa terribile e spaventosa

Persone in lacrime davanti al bar "Le Constellation" di Crans-Montana REUTERS
La strage di Crans Montana è il peggiore inizio d’anno che il mondo poteva avere. Vedere morte e dolore dentro quella che doveva essere un’occasione di celebrazione e festa produce un senso di impotenza e di ingiustizia senza uguali. Anche perché questa strage ha colpito ragazzi e ragazze che potrebbero essere i nostri figli. Ragazzi nel pieno dell’adolescenza, desiderosi di bellezza, di gioia, probabilmente vestiti con i loro abiti più belli per celebrare l’inizio di un nuovo anno che per alcuni ha comportato la fine della vita e, per i sopravvissuti, la partecipazione ad un dramma collettivo che rappresenterà un trauma di portata gigantesca nella loro memoria emotiva.
Il dolore mediatico
In queste ore, tutti i media ci bombardano di notizie e immagini, testimonianze e resoconti che amplificano il dolore, lo stratificano nella mente e nel cuore di tutti. Ci sentiamo mamme e papà di quei ragazzi uccisi, dispersi, ustionati. Ci viene da piangere e sentiamo un brivido correrci lungo la schiena. Perché dentro di noi si accende la consapevolezza di quanto facciamo ogni giorno per assicurare protezione e sicurezza ai nostri figli e di come eventi del genere ci obblighino a renderci conto che la vita, a volte, segue le regole del gioco d’azzardo, fa avvenire cose che sfuggono a ogni logica e legge delle probabilità, diventando un territorio in cui il controllo di tutto è solo un ingrediente inefficace, che non può nulla di fronte all’avversità del destino.
L’illusione del controllo
Proprio noi, la generazione dei genitori geolocalizzatori, ci troviamo di fronte ad una tragedia in cui tutto è stato deciso dal caso fortuito e da condizioni di sicurezza imprecise che mai ci saremmo aspettati in una Nazione così ligia al dovere e così rispettosa delle leggi, come la Svizzera.

Fiori e lumini davanti al luogo della tragedia (REUTERS)
Adolescenti e iperprotezione
Gli adolescenti del terzo millennio stanno combattendo contro la tentazione di rimanere chiusi in vite ultraprotette. Molti genitori faticano a far uscire i figli dalle loro stanze. Vorremmo mandarli fuori nel mondo, ma al tempo stesso siamo i genitori che più temono che, una volta fuori nel mondo, i nostri figli possano farsi male e andare incontro a rischi di cui non sanno calcolare la portata e le implicazioni. In questo inizio di terzo millennio, il mondo adulto ha messo controllo e iperprotezione al centro di un modello educativo che ha reso molti figli fragili e riparati in vite poco esplorative, spesso rifugiate nella cameretta. La strage di Crans Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo.
Traumatizzazione indiretta
Visionare di continuo, come sta accadendo in questi giorni, le immagini della strage ci fa sperimentare tutto il dolore e tutta l’ansia del mondo. La psicologia chiama questo fenomeno traumatizzazione indiretta. Anche se noi non siano dentro i fatti di cronaca, i fatti di cronaca entrano dentro le nostre vite e la nostra psiche, sollecitando un’angoscia che diventa pervasiva e divorante. Sentiamo il dolore dei genitori che hanno perso i figli come se fosse il nostro. E ci immaginiamo quanto gigantesca sia la disperazione e lo stordimento di quelle mamme e quei papà i cui figli risultano dispersi. Non si sa nulla di loro perché non appaiono in alcune lista ufficiale: non sono tra i feriti e i ricoverati, non sono tra i tornati a casa. Forse appartengono alla lista dei deceduti irriconoscibili che richiederà tempi lunghi e analisi complesse effettuate sul Dna, per accertarne un’identità e per poterne decretare il decesso. È questo un dolore amplificato che tiene chi lo vive sospeso sul filo dell’incertezza angosciante, della traumatizzazione senza fine e che anche per noi terapeuti risulta essere di estrema difficoltà nel maneggiarla sul piano clinico.
Psicologia e limiti del conforto
È difficile usare la psicologia per affrontare stragi come quelle di Crans Montana, perché essa non è in grado di fornire alcun conforto. Può solo raccontare il dolore della mente di chi si trova dentro a questo incubo e di chi lo osserva da fuori. Gli strascichi di ciò che è accaduto a Crans Montana resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Saranno respiri mozzati quando li cercheremo al telefono e lo sentiremo squillare senza risposta. Si trasformeranno in risvegli improvvisi di notte quando avremo figli partiti per brevi vacanze insieme ai loro amici e proveremo l’impulso di geolocalizzarne la posizione, certificarne in modo diretto o indiretto il loro essere vivi.
Il coraggio di vivere
Invece, l’unica cosa che a loro, ai nostri figli, serve veramente è non smettere mai - noi adulti - di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro. Che raramente e purtroppo è tragico, come in questo caso. Ma che quasi sempre sa accoglierti con opportunità che non coglieresti mai se rinunciassi ad andarlo a cercare, rimanendo nel territorio ultraprotetto della tua comfort zone.
(fonte: Famiglia Cristiana 02/01/2026)
*************
Leggi anche il post precedente:
Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale