giovedì 2 luglio 2020

5 domande scomode alla Farnesina su Padre Paolo Dall’Oglio


5 domande scomode alla Farnesina
su Padre Paolo Dall’Oglio
di Amedeo Ricucci*


Fra un mese, il 29 luglio, saranno passati esattamente sette anni dalla sparizione a Raqqa, in Siria, di padre Paolo Dall’Oglio. E purtroppo non c’è alcuna certezza sulla sua sorte. E’ stato sequestrato? Da chi? E soprattutto: è ancora vivo oppure è morto? In tutti questi anni c’è stata una ridda di voci, tutte difficili da verificare – visto che Raqqa era nel frattempo diventata la “capitale” dell’Isis – e tutte contradditorie, senza uno straccio di prova a sostegno. Alle voci che sono circolate le nostre autorità hanno sempre risposto con il silenzio – com’è d’uopo in questi casi – senza lasciar mai trapelare la benché minima informazione che potesse risultare utile e confortante, per la famiglia e per la folta comunità dei credenti, di Mar Musa e non solo, che in Paolo ha sempre avuto il suo punto di riferimento spirituale.

Sette anni dopo, a me pare che le condizioni per mantenere tutto questo riserbo non ci siano più. Da tre anni infatti, dall’ottobre del 2017, la regione nella quale Padre Paolo è sparito non è più in mano all’ISIS ed è stata pacificata. C’è quindi accesso ai fatti e ai testimoni dell’epoca – un accesso parziale, certo, visti gli sconvolgimenti che ci sono stati – ed è dunque possibile ricostruire con una certa precisione gli ultimi giorni della sua permanenza a Raqqa, in modo da capire meglio quello che gli può essere successo. Le nostre autorità l’hanno già fatto? Hanno cioè mandato i nostri servizi di intelligence a Raqqa? E l’Unità di Crisi della Farnesina ha acquisito così delle informazioni più attendibili sulla sorte toccata a Padre Paolo Dall’Oglio? Oppure dopo tanti anni si brancola ancora nel buio e non si dispone di alcuna certezza?

Dopo tutto questo tempo, a me pare che la famiglia e gli amici di Paolo abbiano il diritto di avere qualche risposta. Sarebbe infatti una beffa, oltre che una profonda ferita, se si arrivasse nel silenzio all’appuntamento con il decennale della sua scomparsa, vale a dire alla dichiarazione di “morte presunta”, come è di prassi in questi casi. E d’altra parte, trincerarsi ancora oggi dietro il riserbo ufficiale e ostinarsi a difendere il silenzio stampa su questa vicenda è del tutto fuori luogo. A meno che non si abbia la certezza che Padre Paolo sia ancora in vita, il che vorrebbe dire che si sta trattando per liberarlo. Ma è così? E allora, se lo è, che lo si dica, in modo da placare la sete di verità che angoscia la famiglia e l’opinione pubblica italiana. E che si parli anche in caso contrario, se cioè le notizie che si hanno a conclusione di sette lunghi anni di indagine non lasciano più speranze al riguardo. Ostinarsi a non dire nulla serve solo a nascondersi dietro un dito, vuol dire preferire l’inerzia quando invece servirebbe una chiara assunzione di responsabilità.

Il sottoscritto è l’unico giornalista italiano che si è preso la briga di andare a Raqqa, nel giugno del 2018, per provare a mettersi sulle tracce di Padre Paolo Dall’Oglio (1). E’ stata un’inchiesta lunga e difficile, perché molti testimoni che potevano essere utili non ci sono più – vittime della ferocia dell’ISIS, dei massicci bombardamenti anglo-franco-americani, oppure fuggiti all’estero senza più essere rintracciabili – e perché la devastazione è tale da rendere irriconoscibili i luoghi e complicate le ricostruzioni. Ciononostante, nel complicato puzzle di questa scomparsa, qualche tassello è andato al suo posto, grazie alle testimonianze degli amici che hanno accolto Padre Paolo in occasione di quel suo breve e sfortunato soggiorno e ne hanno condiviso la missione e gli spostamenti.

Secondo questi testimoni Padre Paolo è entrato nella tarda mattinata del 29 luglio 2013 nell’ex governatorato di Raqqa, diventato da poco il quartier generale dei miliziani dell’ISIS, e da lì non sarebbe più uscito. Sarebbe cioè sparito lì, inghiottito da quell’edificio che per gli abitanti di Raqqa all’epoca era un incubo e di cui si parla ancora oggi con il terrore sulle labbra, anche se quel lugubre edificio è ridotto a un cumulo di macerie. Pare che Padre Paolo volesse parlare con l’emiro, Abu Luqman, ed era al suo terzo tentativo. Era teso, preoccupato, e prima di andare avrebbe chiesto a chi lo ospitava: “Se non mi vedete tornare, aspettate qualche giorno e poi date l’allarme”. Ma già nel tardo pomeriggio, due dei suoi amici sarebbero andati a chiedere sue notizie. Dopo una lunga attesa sarebbero stati ricevuti da un emiro dell’ISIS di secondo livello, Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal. “Noi gli abbiamo spiegato che Padre Paolo era stato visto entrare lì e volevamo sapere dov’era adesso – racconta Eyas, uno dei due – Ma lui ha ripetuto più volte che non era possibile, che lì non l’avevano mai visto. A un certo punto l’ha giurato su Dio. E noi non abbiamo potuto più insistere. Anche se abbiamo avuto la netta sensazione che, mentiva”.

Fin qui i fatti. Almeno quelli verificabili, attraverso testimoni diretti e attendibili, che non hanno esitato a metterci la faccia. E allora mi chiedo: risulta anche alla Farnesina che le tracce di Padre Paolo si perdono quel giorno nel quartier generale dell’ISIS? E si può dunque affermare con una ragionevole certezza che sia stato sequestrato dall’ISIS? La domanda non è retorica: da un lato perché il sequestro non è mai stato rivendicato – né all’epoca né successivamente, quando pure l’ISIS avrebbe potuto ben gestirlo mediaticamente, così come ha fatto con altri ostaggi – e dall’altro perché sono circolate in questi anni altre ipotesi, di cessioni dell’ostaggio o di baratto, da fonti però anonime e mai precise. Sono solo voci, a cui non ha senso dar credito, oppure c’è qualcosa di vero, da approfondire? (2)

A questo proposito non bisogna poi dimenticare che da un anno a questa parte ci sono nelle prigioni irachene, curde e turche centinaia di miliziani dell’ISIS catturati dalla Coalizione Internazionale. Molti di loro hanno operato a Raqqa e potrebbero quindi avere informazioni utili sulla sorte di Padre Paolo. Lo stesso Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal – l’emiro di cui parlano i suoi amici, quello che ha negato di averlo mai visto, il 29 luglio, ma probabilmente mentiva – vive indisturbato a Raqqa. Io ho provato ad avvicinarlo ma non c’è stato verso. Non avevo però le risorse e i contatti dei nostri servizi di intelligence, i quali invece sono in ottimi rapporti con i loro colleghi turchi, iracheni e anche curdi. E allora mi chiedo: l’Italia ha provato a cercare informazioni su Padre Paolo mettendo sotto torchio i prigionieri dell’ISIS? E quali informazioni utili ne ha ricavato? 

Il punto è cruciale. Avere infatti la conferma ufficiale che Padre Paolo Dall’Oglio è finito nelle mani dell’ISIS sarebbe una notizia di fondamentale importanza. Non solo perché chiarirebbe definitivamente la dinamica e il contesto della sua sparizione – si darebbe cioè una risposta al chi, dove, quando e come – ma soprattutto perché finirebbe per condizionare la risposta alla madre di tutte le domande, quella che sta più a cuore a tutti: Padre Paolo è ancora vivo? Può darsi che l’Unità di Crisi della Farnesina non abbia ancora una risposta definitiva e chiarificatrice a questa domanda. Ma è innegabile che i servizi di intelligence che lavorano con e per la Farnesina hanno avuto tutto il tempo per investigare sul campo – visto che Raqqa è pacificata da due anni – e vagliare quindi le varie ipotesi, coadiuvati magari dai servizi dei Paesi alleati dell’Italia. A questo punto, perciò, mettere le carte in tavola pare doveroso, nei confronti della famiglia di Paolo Padre innanzitutto, anche per non alimentare inutilmente delle false speranze.

E’ vero d’altra parte che molte di queste carte sono note a tutti. Tutti sanno che l’ISIS in quanto “entità statuale” è stata sconfitta – il suo sedicente Califfato non ha più un territorio su cui regnare – e tutti sanno che la sua struttura di comando è stata decapitata. E’ quindi altamente improbabile che possano esserci ancora oggi dei prigionieri occidentali nelle mani dei suoi miliziani sparsi fra Siria e Iraq: se non altro perché si trovano alla macchia e non sarebbero perciò in grado di gestirli con profitto. Ai tempi dell’ultima battaglia, a Baghouz, tra febbraio e marzo del 2019, c’erano sì state delle voci secondo cui l’ISIS si apprestava a usare gli ostaggi occidentali ancora nelle sue mani in cambio della libertà per i suoi miliziani in fuga. Si fece sia il nome del giornalista britannico John Cantlie che quello di Padre Paolo. Ma quelle voci non ebbero alcun seguito e si dimostrarono prive di ogni fondamento: d’altronde c’era da aspettarselo, perché in quella battaglia all’ultimo sangue – durata più di un mese. con le famiglie dei miliziani che morivano di stenti ed erano esposte giorno e notte ai bombardamenti a tappeto della Coalizione Internazionale – se l’ISIS avesse avuto in mano degli ostaggi li avrebbe di certo usati come merce di scambio, oppure per un’ultima messa in scena mediatica, di quelle che hanno reso il gruppo di Abu Bakr Al Baghdadi tristemente famoso.

Se si esclude dunque che Padre Paolo Dall’Oglio possa essere ancora oggi nelle mani dell’ISIS – e se anche altre eventuali ipotesi sono da escludere – non resta che rassegnarsi e accettare l’idea che sia morto. Può essere stato ucciso quello stesso 29 luglio del 2013 nel quartier generale dell’ISIS – alcuni testimoni parlano di un alterco con un miliziano – oppure potrebbe essere morto durante la sua detenzione – c’è qualche testimonianza, ma è indiretta e imprecisa – oppure ancora potrebbe essere deceduto durante i bombardamenti su Raqqa o sulle altre città dove l’ISIS ha via via spostato il suo centro di comando (e forse i suoi prigionieri). La Farnesina ha informazioni al riguardo? E che senso ha, se questa è la terribile verità, trincerarsi ancora dietro il riserbo?

Sgombrare il campo da ogni equivoco sulla sorte che è toccata a Padre Paolo ha una sua urgenza, dettata dalle circostanze. Nella regione di Raqqa sono state infatti scoperte nel corso degli ultimi due anni diverse fosse comuni, ma nonostante gli appelli di diversi organismi internazionali e delle Associazioni delle famiglie dei desaparecidos – si parla di 50mila siriani a cui è toccata la stessa sorte di Padre Paolo – non c’è ancora oggi al lavoro nessun team che si occupi, con metodo e su larga scala, dell’identificazione dei corpi. Certo i numeri in ballo sono da capogiro, eppure a Srebrenica è stato fatto, com’era giusto che fosse. A Raqqa invece mancano i soldi e manca il personale, forse manca anche la voglia, perché la priorità oggi è la ricostruzione, quanto mai urgente.

Cosa dice la Farnesina? Si stanno cercando le spoglie di Padre Paolo? E in che modo? Ho appreso sul posto che l’Italia non ha mai avanzato alle autorità civili di Raqqa la richiesta di cercare le spoglie di Padre Paolo nelle fosse comuni che sono state scoperte. Come mai? Dipende forse dal fatto che – come sostengono in tanti – l’ISIS non era solita seppellire gli infedeli accanto ai musulmani? E allora cosa si sta facendo per provare a rintracciare le sue spoglie? Le mie sono le stesse domande che immagino si facciano i familiari di Padre Paolo e che di certo si fanno i suoi amici. Sono domande che dopo sette mani le autorità italiane non ha più il diritto di eludere. Il tempo è scaduto. Ed è ora di dire la verità.



*Amedeo Ricucci è vice-presidente dell’Associazione Giornalisti Amici di padre Paolo Dall’Oglio

(fonte: Articolo 21 - 30 Giugno 2020)