domenica 30 settembre 2018

Papa Francesco: "In ottobre preghiamo tutti il Rosario per proteggere la Chiesa dal diavolo che vuole dividerci da Dio e tra noi" - Come si recita il Rosario



Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub tuum praesídium”, e con l’invocazione a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse 12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo capitolo del Libro di Giobbe – è l’arma contro il grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub tuum praesídium”.

L’invocazione “Sub tuum praesídium” recita così:

“Sub tuum praesídium confúgimus,
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus,
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta.]

Con questa richiesta di intercessione, il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la santa Madre di Dio ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Míchael Archángele, defénde nos in próelio;
contra nequítiam et insídias diáboli esto praesídium.
Imperet illi Deus, súpplices deprecámur,
tuque, Prínceps milítiae caeléstis,
Sátanam aliósque spíritus malígnos,
qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo,
divína virtúte, in inférnum detrúde. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo supremo delle milizie celesti, fa’ sprofondare nell’inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.]


Vedi anche:

Come si recita il Rosario: l'approfondimento di Don Ivan Licinio, Vice Rettore del Santuario della Madonna di Pompei
Guarda il servizio di Tv2000


"Con Cristo sulle strade del mondo" 31 meditazioni di Don Tonino Bello per una Chiesa in missione

Don Tonino Bello:
 “La Chiesa è chiamata fuori dai recinti sacri
 per mettersi sulle strade del mondo”

Anche la Chiesa oggi è chiamata a questa transumanza, a questo passaggio esodale; è chiamata fuori, tirata fuori dai recinti sacri, dal tempio, dai suoi cenacoli, per mettersi sulle strade del mondo, per condividere la storia del mondo, la passione del mondo, le gioie, le sofferenze...



Pubblichiamo un capitolo tratto dal volume “Con Cristo sulle strade del mondo”, dal 21 settembre in libreria per le edizioni San Paolo, per gentile concessione del curatore Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione “Don Tonino Bello”. Il libro raccoglie 31 riflessioni che sintetizzano il pensiero di don Tonino sul tema missionario, tanto importante per la Chiesa e sempre centrale nelle indicazioni di Papa Francesco, che nei mesi scorsi si è recato sui luoghi dove ha vissuto il vescovo. Le meditazioni sono tratte da due audiocassette donate da don Tonino al curatore del volume nella seconda metà degli anni Ottanta. Il libro viene proposto per la prima volta al grande pubblico dopo un’edizione locale del 2008.

Buona giornata!
Questa mattina io vorrei spiegarvi, in parole molto semplici, che cosa deve significare per la Chiesa, oggi, camminare. Mi rifaccio a un concetto: quello della transumanza. È una parola che ormai è entrata anche nel vocabolario corrente se non forbito, ma è di origini molto umili. Circolava nel mondo dei pastori. Transumanza, difatti, viene dal latino trans humus e significa passare da una terra all’altra. Quando i pastori passano da un pascolo all’altro, vanno verso l’Adriatico selvaggio dai monti, allora si verifica la transumanza.
Bene, anche la Chiesa oggi è chiamata a questa transumanza, a questo passaggio esodale; è chiamata fuori, tirata fuori dai recinti sacri, dal tempio, dai suoi cenacoli, per mettersi sulle strade del mondo, per condividere la storia del mondo, la passione del mondo, le gioie, le sofferenze… Ricordate tutti il primo paragrafo della Gaudium et spes: “Le gioie e le ansie, i dolori e le sofferenze del mondo sono anche le gioie e le ansie, le tristezze della Chiesa, di tutti i credenti in Gesù Cristo”.


Ora, la Chiesa, proprio per vocazione deve mettersi sulle strade del mondo!

E che cosa significa in concreto? Significa, per noi credenti, contemplare la vita dalle postazioni prospettiche del Regno di Dio, assumere la logica del Signore nel giudicare le vicende della storia, allargare gli orizzonti sino agli estremi confini della terra, non lasciarsi sedurre dall’effimero o intristire dalla banalità del quotidiano, introdurre nei propri criteri di valutazione la misura dei tempi lunghi, non comprimersi l’esistenza nelle strettoie del tornaconto o nei vicoli ciechi dell’interesse o nei labirinti delle piccole ritorsioni, non deprimersi per i sussurri del pettegolezzo da cortile o per le grida dello scandalo farisaico o per l’avvilimento improvviso di una immagine puntigliosamente curata.

Mettersi in cammino significa superare la freddezza di un diritto senza carità, di un sillogismo senza fantasia, di un calcolo senza passione, di un logos senza sofia…

Ho adoperato volutamente due vocaboli greci per indicare proprio che il logos è il ragionamento puntiglioso e la sofia, invece, è la sapienza esperienziale, così carica, greve di fantasia, di creatività, di estro. Significa, per la Chiesa, mettersi in cammino oggi, uscire dagli stalli rassicuranti dei suoi recinti, significa non accontentarsi dell’armamentario delle nostre virtù umane. Ecco: Maria, questa icona della Chiesa in cammino, questa donna abituata alle salite, al viaggio, questa donna che non sta mai ferma nel Vangelo, neppure alle nozze di Cana, mette sottosopra un banchetto intero e provoca l’irruzione della felicità, della gioia, del vino nuovo sul banchetto degli uomini. Maria deve tenere sulla spalla di tutti quanti noi la sua leggerissima mano.
Buona giornata!
(fonte: SIR)


Con Cristo sulle strade del mondo

31 meditazioni per una Chiesa in missione



In questo volume, che viene proposto al grande pubblico dopo un’edizione locale del 2008, sono raccolte 31 riflessioni che sintetizzano perfettamente il pensiero di don Tonino sul tema missionario, tanto importante per la Chiesa e sempre più centrale nelle indicazioni di papa Francesco che, nei mesi scorsi, ha anche reso omaggio ai luoghi della vita del sacerdote di Alessano.

Don Tonino sapeva che le missioni non sono riducibili, per il cristiano, a un luogo dove mandare offerte, ma devono sempre più diventare spazi di riflessione globale, richiami ad aprirsi a una coscienza planetaria, territori e popoli grazie ai quali riflettere sul futuro delle relazioni umane, luoghi ove impegnarsi per trasformare la terra e accelerare la venuta del Regno.

Ogni meditazione raccolta in questo volumetto – una per ogni giorno del mese –, aprendosi con un ideale “buongiorno!”, può diventare la perfetta compagna di viaggio per chi si mette sulle strade del mondo, al mattino, con Cristo.


Matteo Maria Zuppi al clero: "Dobbiamo essere azzimi di sincerità e verità ... Parliamo di Dio con semplicità, ritornare all'essenziale dell'annuncio ..."

Matteo Maria Zuppi al clero: 
Dobbiamo essere azzimi di sincerità e verità ... 
Parliamo di Dio con semplicità, 
ritornare all'essenziale dell'annuncio ...


Omelia integrale dell'arcivescovo di Bologna monsignor Matteo Zuppi pronunciata il 12.09.2018 durante la S. Messa con i sacerdoti 
presenti a conclusione della "Tre giorni del clero"





Non sapete che un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. La Parola di Dio ci aiuta sempre a trovare noi stessi liberi dagli specchi deformanti delle nostre considerazioni, ci interroga perché impariamo quello che abbiamo dimenticato, reso vuoto perché lontano dalla vita, perché conosciamo solo nella conoscenza sempre nuova e piena perché illuminata dallo spirito di Dio. Quanto facilmente in maniera pratica di fronte alle difficoltà, alla pasta che sembra indifferente o troppa, ai frutti che non sono quelli desiderati e meritati, davanti ad un mondo che mette paura o che sembra indifferente ai nostri sforzi, pensando alle personali contraddizioni oppure perché avvolti dalla nebbia della rassegnazione che guadagna poco a poco il cuore, spegne le passioni, rende tutto ordinario, ripetitivo non sappiamo più che il lievito fa fermentare tutta la pasta! Altre volte è la fretta di vedere il risultato, la necessità di misurare lo spazio che in realtà abbiamo e hanno gli altri intorno a noi, perché il tempo appare troppo poco soggettivo per un mondo che pensa vero solo quello che l'io occupa o dove l'io è la vera unità di misura. Altre volte ancora non ci interessa più la pasta, anche perché non ricordiamo come cresce, e siamo presi dalla logica del lievito, dimenticando a che serve e perché lo abbiamo. La domanda dell'Apostolo, rivolta ad una comunità che faceva fatica a essere tale, a vivere la comunione e a riunirsi in una città confusa e seduttiva, è tanto opportuna per noi. Essa ci aiuta a riconoscere i numerosi segni che abbiamo se "contempliamo" il mondo intorno a noi, la città, i poveri, le persone, comprendendo in modo nuovo, in quella lectio che è la storia e sono i segni dei tempi, indispensabile per leggere la Parola. Se non lo sappiamo che il lievito poco, insignificante nella logica della grandezza, finiamo anche noi per cercare quello dei Farisei e di Erode, anche perché largamente indicato e offerto dal mondo, dal demone di mezzo giorno o da quello del tramonto quando vince l'accidia o la cupidigia della ricompensa. Il lievito solo dopo essere gettato nella pasta può farla crescere. Occorre davvero dare l'anima. Non serve accumulare tanto lievito nell'illusione così di avere la certezza del risultato! Lo ha ricordato con una certa ironia Papa Francesco dicendo che quando "ci prende la rassegnazione, viviamo con l'immaginario di un passato glorioso che, lungi dal risvegliare il carisma iniziale, ci avvolge sempre più in una spirale di pesantezza esistenziale. La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l'acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania» (n. 84). "Ma io non ho mai visto un pizzaiolo che per fare la pizza prenda mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina, no. E' al contrario. Il lievito, poco, per far crescere la farina". Sì, siamo una minoranza benedetta, che è invitata nuovamente a lievitare, in sintonia con quanto lo Spirito Santo ispira oggi a noi e a tanti nostri fratelli. 
L'icona della Pentecoste che ci accompagnerà questo anno ci aiuterà a meravigliarci anche noi del lievito che siamo, perché credo che anche Pietro e gli altri si stupirono quel giorno, quando videro che il loro galileo, segno della loro storia e dei tratti umani concreti, diventa una lingua nuova capace di fermentare tutta la pasta dell'universo, quella di ogni cuore, della grande e difficile città. E la pasta senza il lievito è e resta inerte, senza vita. Non ci possiamo permettere di sciupare il lievito. E' la tradizione più vera della nostra storia, della Chiesa e delle nostre persone.
Il ministero del presbitero mi sembra proprio questo: sapere la forza misteriosa eppure efficace che è affidata e, ministri della comunione e della compassione gettarlo e aiutare tanti a farlo perché la pasta tutti fermenta. Le sfide che abbiamo davanti ci chiedono, ci aiutano a credere e sapere che il lievito fermenta tutta la pasta. Siamo azzimi di sincerità e verità. Sì, sincerità è la trasparenza della nostra vita, la semplicità del nostro essere e del nostro parlare, non l'esibizione volgare o raffinata dell'io, ma il riflesso nella nostra umanità di quella santità che Dio – Dio - ha posto nella nostra debolezza e nella quale riflette la sua luce. I tanti che vivono nel buio la sapranno riconoscere. Lievito di verità, non il sabato vuoto di amore, la lettera senza lo spirito, ma l'amore di Gesù, verità, centro che orienta tutto e fa comprendere la nostra grandezza rendendoci come Lui e come il Padre perché liberi dall'orgoglio. 
Chi mette al centro la Parola, cioè il Verbo, avrà sempre al centro l'uomo, l'uomo che ha sempre bisogno, paralizzato dalla sua debolezza: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!».
Gesù che guarisce il lebbroso e così protegge i sani, che mette al centro la sua sofferenza per salvare il sabato ci aiuti a sapere con gioia il lievito che siamo e abbiamo, a fermentare tutta la pasta liberi dalla perfezione ipocrita dei farisei, che amano la verità ma non l'amore che ne è l'anima e la lettera. Scegliamo di fare il bene e non di rimandare, di decidere, di salvare una vita, una, perché si salva davvero così il mondo intero, per non sopprimerla lasciandola senz'amore. L'uomo è per il sabato. Vedere un uomo che ritrova se stesso, che si rimette in cammino, che trova l'unità con quello che il male aveva deformato o reso inutile, questa è la nostra gioia. Così la nostra ferita si rimarginerà presto. Non è vero che abbiamo poco. Abbiamo tutto. Siamo noi quel lievito, è la santità della nostra chiamata e della nostra vita, che dobbiamo curare e fare crescere. Non abbiamo paura dei piccoli passi e confidiamo nel lievito che penetra nella pasta e la fa crescere tutta in modo misterioso ma reale.
"Parliamo di Dio con semplicità, ritornare all'essenziale dell'annuncio: la Buona Notizia di un Dio che è reale e concreto, un Dio che si interessa di noi, un Dio-Amore che si fa vicino a noi in Gesù Cristo fino alla Croce e che nella Risurrezione ci dona la speranza e ci apre ad una vita che non ha fine, la vita eterna, la vita vera".


GUARDA IL VIDEO
Omelia integrale



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI domenica del Tempo Ordinario / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 44/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Mc 9,38-43.45.47-48



Parola chiave della pagina del Vangelo di questa settimana è "NOME", che nella cultura ebraica rappresenta la realtà profonda e singolare della persona, l'individuo stesso, la sua essenza e la sua stessa presenza. Il termine (haShem) viene utilizzato anche per indicare Dio, onde evitare di pronunciarne il Nome (YHWH).  La prima parte del brano è un avvertimento che Gesù dà alla sua comunità perché eviti di esercitare forme autoritarie di monopolio (Ecclesiolatrìa), sapendo cogliere ed apprezzare la presenza vivificante dello Spirito Santo di Dio anche al di fuori della propria Comunità. Agire nel Nome di Gesù significa assumere i suoi stessi atteggiamenti, comportarsi come lui, fare le sue scelte, seguire il suo cammino. L'unico segno di autenticità e di appartenenza del cristiano al Regno di Dio è proprio il sigillo del Nome di Gesù e l'unico suo potere è quello di porsi dietro al suo Signore, unico Maestro, nel servizio ai fratelli. Il contrario del servizio, cioè dell'agire nel suo Nome, è lo scandalo, cioè la pietra di inciampo con cui facciamo cadere i fratelli sul cammino della sequela. Dietro le immagini della mano, del piede e dell'occhio, ai quali bisogna rinunciare, si nascondono le insormontabili barriere che impediscono la sequela come servizio ai fratelli. La mano, che invece di operare per il bene è usata per afferrare e possedere; il piede, che ci conduce per vie di perdizione, e l'occhio che ci fa desiderare ciò che non dovremmo. Se questi tre organi del corpo umano - buoni in se stessi - sono di impedimento al servizio, e perciò alla sequela, essi vanno necessariamente amputati. Diversamente non si entra nel Regno e la nostra sarà una vita degna della Geenna, il luogo della non realizzazione e del fallimento totale.

sabato 29 settembre 2018

"Se tutto il Vangelo sta in un bicchiere d'acqua" di p. Ermes Ronchi - XXVI Domenica – Tempo Ordinario Anno B

Se tutto il Vangelo sta in un bicchiere d'acqua

Commento
XXVI Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Numeri 11,25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9,38-43.45.47-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile». [...]

Maestro, quell'uomo guariva e liberava, ma non era dei nostri, non era in regola, e noi glielo abbiamo impedito. Come se dicessero: i malati non sono un problema nostro, si arrangino, prima le regole. I miracoli, la salute, la libertà, il dolore dell'uomo possono attendere.
Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, i partiti, le chiese, le nazioni, i sovranisti. Separano. Invece noi vogliamo seguire Gesù, l'uomo senza barriere, il cui progetto si riassume in una sola parola “comunione con tutto ciò che vive”: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi. Chiunque aiuta il mondo a fiorire è dei nostri. Chiunque trasmette libertà è mio discepolo. Si può essere uomini che incarnano sogni di Vangelo senza essere cristiani, perché il regno di Dio è più vasto e più profondo di tutte le nostre istituzioni messe insieme.

È bello vedere che per Gesù la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di trasmettere e custodire umanità, gioia, pienezza di vita. Questo ci pone tutti, serenamente e gioiosamente, accanto a tanti uomini e donne, diversamente credenti o non credenti, che però hanno a cuore la vita e si appassionano per essa, e sono capaci di fare miracoli per far nascere un sorriso sul volto di qualcuno. Stare accanto a loro, sognando la vita insieme (Evangelii gaudium).

Gesù invita i suoi a passare dalla contrapposizione ideologica alla proposta gioiosa, disarmata, fidente del Vangelo. A imparare a godere del bene del mondo, da chiunque sia fatto; a gustare le buone notizie, bellezza e giustizia, da dovunque vengano. A sentire come dato a noi il sorso di vita regalato a qualcuno: chiunque vi darà un bicchiere d'acqua non perderà la sua ricompensa. Chiunque, e non ci sono clausole, appartenenze, condizioni. La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato dai briganti, si china, versa olio e vino, e chi invece tira dritto.

Un bicchiere d'acqua, il quasi niente, una cosa così povera che tutti hanno in casa.
Gesù semplifica la vita: tutto il Vangelo in un bicchiere d'acqua. Di fronte all'invasività del male, Gesù conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d'acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà.
Se il tuo occhio, se la tua mano ti scandalizzano, tagliali... metafore incisive per dire la serietà con cui si deve aver cura di non sbagliare la vita e per riproporre il sogno di un mondo dove le mani sanno solo donare e i piedi andare incontro al fratello, un mondo dove fioriscono occhi più luminosi del giorno, dove tutti sono dei nostri, tutti amici della vita, e, proprio per questo, tutti secondo il cuore di Dio.


La rivoluzione che avanza. Quella dei migranti - Impariamo dal naufragio di Giona di Raniero La Valle


La rivoluzione che avanza. 
Quella dei migranti
Paul Brill, Il naufragio di Giona (1589)

“Approdi e naufragi” è stato il tema del convegno de L’altra pagina a Città di Castello l’8 e 9 settembre scorso. A queste parole ha dato un senso – anche alla luce della successiva approvazione, il 24 settembre, del Decreto sicurezza e immigrazione del “Governo Salvini” – il primo giorno dei lavori, Raniero La Valle con la sua relazione “Impariamo dal naufragio di Giona”
Il naufragio è innanzitutto quello dei migranti. Per ciò stesso, si porta dietro il «naufragio della comune umanità». L’approdo, di questi tempi tanto negato ai naufraghi, è «la rivoluzione che riesce»: il rivolgimento operato dai migranti, perché «i migranti non si possono fermare», disarmati come sono; e perché ci insegnano che «se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri», «siamo tutti stranieri». 

A seguire il testo integrale della relazione.

Impariamo dal naufragio di Giona
di Raniero La Valle

Un discorso sui migranti dovrebbe cominciare con le statistiche. Dovrebbe dire per esempio che nel 2016 cinquemila sono stati i morti nel Mediterraneo, in media 14 al giorno: è la cifra più alta perché nel 2015 i morti erano stati 3.771, mentre nel 2017 le vittime sono state 3.081.

Dovrebbe poi dire che dal 1 gennaio al 22 giugno 2018 i migranti sbarcati in Italia sono stati solo 16.316, e che in Italia ci sono solo 2,4 rifugiati ogni 1000 abitanti, che è tra le percentuali più basse in Europa.

Un discorso sui migranti dovrebbe dire che nel 2017 ci sono stati 68 milioni e cinquecentomila persone vaganti e costrette alle fuga. I richiedenti asilo che all’inizio dell’anno scorso erano in attesa di una decisione sulla loro richiesta di protezione erano 3 milioni centomila.

Un discorso sui migranti dovrebbe dire che la maggior parte delle persone in fuga sono giovani, nel 53 per cento dei casi sono minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Dovrebbe dire che entro il 2050 si prevede che ci saranno nel mondo 250 milioni di migranti ambientali ed esuli che fuggono da guerre e repressioni.

Però un discorso sui migranti non si può fare sui numeri. Le persone non sono numeri. I 150 naufraghi che il governo italiano si è rifiutato per giorni e giorni di far sbarcare a Catania dalla motonave Diciotti rappresentano una tragedia morale e politica più grave rispetto ai 3.000 naufraghi scomparsi in mare senza che nessuno potesse dar loro soccorso.

D’altronde ci sono altri numeri non meno agghiaccianti di quelli che riguardano i profughi: per esempio i numeri che denunciano l’orrore di un fenomeno che credevamo scomparso, la schiavitù. Nel mondo ci sono 45 milioni e 800.000 schiavi; 18 milioni 300.000 solo in India, ma alcune stime parlano di 200 milioni di persone che nel mondo sono in condizioni di schiavitù, nonostante la sua abolizione ufficiale. Anche l’Europa non ne è esente, in Italia si calcola che ce ne siano 128.000, per molti si parla di nuove schiavitù, come quella della tratta degli esseri umani, dello sfruttamento sessuale di donne e bambine considerate come oggetto di proprietà, della vendita di organi. E poi ci sono i numeri spaventosi di tutte le guerre, dal mezzo milione di morti della guerra irachena ai 350.000 della guerra siriana, alle innumerevoli vittime della guerra mondiale a pezzi che, come dice il papa, abbraccia di fatto tutto il mondo. Quindi ci sono statistiche peggiori di quelle che riguardano i migranti.

Però ci sono numeri e numeri. E c’è una ragione per la quale i numeri che riguardano i migranti sono oggi più importanti di tutti gli altri numeri. Perché sono i numeri di un fenomeno che segnala e causa un passaggio d’epoca. Le grandi migrazioni in corso ci dicono che stiamo passando da una a un’altra età del mondo, che siamo nel pieno di una discontinuità storica. È come se stessimo scoprendo un’altra volta che la terra è tonda, e tutto dipende da come vi reagiremo, così come tutto dipese da come si reagì alla scoperta dell’America. È su come rispondere a questa novità dirompente che massimamente sono chiamate in causa la nostra etica, la nostra cultura, la nostra politica, il nostro diritto, cioè la nostra capacità di stare al mondo e di dare un ordine al mondo.

Naturalmente è chiamata in causa anche la nostra fede; ma io oso sperare che la nostra fede la risposta ce l’abbia e che anzi, con papa Francesco, questa risposta l’abbia già data, come del resto l’ha data qualche giorno fa la Chiesa italiana nel caso della liberazione dei migranti prigionieri a Catania, e non certo per fare un piacere a Salvini.

Vi ho detto i motivi per i quali il discorso sui migranti non può essere il discorso dei numeri, dei flussi, non può essere il calcolo di quanti ne potremmo accogliere perché facciano loro i lavori che ci servono o di quanti addirittura ne avremmo bisogno in Italia e in Europa per compensare il nostro deficit demografico, il nostro egoismo procreativo; questo sarebbe ancora un modo utilitaristico e usuraio di affrontare il problema, anche se purtroppo è proprio questo il modo mercantile e meschino con cui questo problema è affrontato dall’Europa in declino.

Il naufragio fondatore

Vorrei invece parlare dei migranti come del kairós del tempo che viene. E prima di parlare degli approdi, che del resto sono negati, dobbiamo parlare dei naufragi.

Per farlo io vorrei risalire dai naufragi di oggi a un altro naufragio, che è un po’ il prototipo dei naufragi nel Mediterraneo, è un po’ il naufragio fondatore della storia del Mediterraneo. Freud parla di un delitto fondatore che sta all’origine delle società e delle culture. Io vorrei parlare qui di un naufragio fondatore.

Il naufragio fondatore è quello di Giona, il profeta. Come sapete dal racconto biblico, la sua presenza sulla nave che da Giaffa andava a Tarsis è causa di una grande tempesta, e allora i marinai per salvarsi lo gettano a mare, e lì nel cuore del mare le acque lo sommergono, l’abisso lo avvolge, l’alga si avvince al suo capo, la terra chiude le sue spranghe dietro di lui, e nel contempo il mare placa la sua furia.

Dunque col naufragio di Giona sembra che tutto sia finito; i marinai che lo hanno gettato in mare sono in salvo, e così anche la nave, il Mediterraneo è ritornato calmo, le terre che lo circondano sono al sicuro, mentre il naufrago è scomparso, inghiottito dai flutti, non darà più fastidio e pena a nessuno. È un po’ quello che pensiamo noi, che pensa l’Europa, quando i barconi dei profughi spariscono dai radar, non importa dove siano andati a finire, tanto sono numeri, di morti, di dispersi oppure di respinti, di deportati lì dove non vorrebbero andare.

Ma così non è, non tutto è finito: Giona, inghiottito da un pesce, è da questo rigettato sull’asciutto e torna a incombere sul futuro come una partita che non si è chiusa. Infatti il pericolo rappresentato da Giona diventa ancora maggiore di quello di prima, perché si volgerà contro la grande città che troneggia sulla terraferma a cui egli annunzierà addirittura la distruzione, in pratica il genocidio, pretendendo che sia Dio stesso ad eseguirlo. In effetti non si sa in che modo debba avvenire la distruzione e lo sterminio di Ninive; secondo la Bibbia sarà opera di Dio, ma qui la Bibbia si sbaglia, Dio non fa nessun genocidio, però ancora non era venuto Gesù a dirlo, non era ancora venuto a fare l’esegesi di Dio, e quindi la Bibbia non lo sa. E così anche noi oggi non sappiamo chi sarà nel nostro tempo a perpetrare devastazioni e genocidi. Però una cosa la Bibbia ebraica sapeva, e una cosa possiamo sapere anche noi; che se Ninive si converte, se i cittadini di Ninive, dal più grande al più piccolo, si ravvedono e cambiano la loro condotta, e se i re di Ninive, invece di diffondere odio e paura, si alzano dal trono e chiedono che ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani, la città non sarà distrutta, e il genocidio non ci sarà.

Il nostro naufragio

Questo apologo può aiutarci a capire la situazione in cui siamo.

Siamo in una situazione di naufragio. Ma il naufragio non è principalmente quello dei migranti. È il nostro naufragio. Quando a livello di governo, col favore dell’opinione pubblica monitorato dai sondaggi, si arriva a concepire una sorta di Guantanamo italiana, e si tengono prigionieri 150 naufraghi su un nave militare italiana nel porto di Catania, questo è un naufragio. È il naufragio della comune umanità; ma è anche il naufragio della Costituzione italiana, che all’art. 13 dice che la libertà personale è inviolabile, che nessuno può coartarla se non un giudice e secondo la legge, e questo vale non solo per i cittadini ma per tutti, né possono esistere nel nostro ordinamento zone franche dal diritto. Il ministro dell’Interno è giustamente indagato perché egli non ha alcun potere sulla vita e sulla libertà delle persone recuperate in mare alle quali non può impedire lo sbarco e l’esercizio dei propri diritti, sia il diritto di chiedere l’asilo, sia il diritto alla protezione dei minori, sia il diritto alla salute, e in ogni caso il diritto alla vita.

Ma il naufragio è anche quello dell’Europa, e qui Salvini ha ragione, perché le frontiere che si chiudono in Italia sono le frontiere che aveva già chiuso l’Europa, sono le norme di sbarramento dello scellerato trattato di Dublino, sono i fili spinati tesi a bloccare la rotta dei Balcani, sono la caccia ai profughi a Ventimiglia e sulle Alpi francesi, sono le baracche dei migranti rase al suolo e bruciate nella città satellite o “giungla” di Calais, come sono le motovedette italiane fornite dal ministro Minniti alla Libia perché catturino e riportino i fuggiaschi negli inferni da cui sono usciti.

E il naufragio è anche quello degli Stati Uniti dove Trump innalza ed allunga il muro col Messico già costruito da Clinton e da Obama.

Allora ecco in che consiste il vero naufragio. Esso consiste nel ricadere in quella notte oscura da cui l’Europa e il mondo erano usciti alla fine della Seconda guerra mondiale. E fu quando essi decisero che mai più avrebbe dovuto esserci un genocidio, e che anzi quella parola nuova che era stata coniata per definirlo sarebbe stata una parola destinata a morire insieme alla realtà da lei nominata, che non avrebbe dovuto prodursi mai più. Per questo il primo atto che le Nazioni che si erano unite nella guerra antifascista e si incontrarono a San Francisco per dare inizio a un mondo nuovo, fu la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Il Novecento non era stato avaro di genocidi, anche se nessuno ancora li aveva chiamati così: dal genocidio degli Armeni a inizio del secolo a quello degli Ebrei al culmine dei suoi orrori, ma anche degli zingari e di altre specifiche aggregazioni umane che si volevano eliminare come tali, dagli omosessuali ai dissidenti politici, agli uomini considerati di qualità inferiore.

Perciò nella Convenzione contro il genocidio si ebbe cura di affermare che si intende per genocidio non solo lo sterminio di un popolo intero, ma ogni atto volto «a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso come tale»; dunque il popolo che la Convenzione intende tutelare è ogni gruppo umano accomunato da fattori e circostanze che fortemente lo identificano; e tra gli atti sanzionati per tale crimine vengono esplicitati le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, la sottoposizione del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, le misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo.

Se ora applichiamo tali criteri alla specifica condizione umana dei migranti, vediamo come anch’essi siano un popolo, un popolo in cammino, di uomini e donne che in gruppi ed aggregazioni le più diverse, insieme affrontano il mare o le rotte terrestri per andare da un Paese all’altro, tutti muovendosi con le stesse motivazioni e condividendo lo stesso destino; ed è questo popolo come tale, nelle sue diverse espressioni, che l’Occidente e molti Paesi d’arrivo respingono e perseguono per la sola e comune ragione che si tratta di un popolo di migranti; si tratta cioè di aggregati umani che le politiche e gli ordinamenti di questi Stati negano nel loro stesso diritto di esistere, di avere una cittadinanza, di essere ricompresi nelle regole del diritto; e proprio come è vietato nella Convenzione dell’ONU, i membri di questi gruppi sono esposti a lesioni gravi della loro integrità fisica e mentale, e i gruppi stessi sottoposti a condizioni che di fatto li distruggono in modo totale o parziale, le donne sono messe in condizioni per cui sono impedite le nascite, e spesso i fanciulli sono separati dal gruppo e forzatamente inclusi in un altro.

Perciò in un appello partito da un’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, appello che ha poi raccolto migliaia di firme a cominciare da quelle di quattro Premi Nobel per la pace, noi abbiamo definito il delitto che si commette nei confronti delle collettività dei migranti come un genocidio. Si tratta di un appello a resistere a questa deriva omicida, per dare luogo invece a «un mondo non genocida» – non più genocida – che, come vorrebbe essere la Chiesa di papa Francesco, sia patria di tutti e soprattutto patria dei poveri.

Il documento parte dalla denuncia che oggi si ragiona, si decide e si governa come se la scelta di porre fine all’età dei genocidi nel ‘45 non ci fosse stata. E infatti il rifiuto, anche italiano, di firmare il Trattato per l’interdizione delle armi nucleari, la minaccia di combattersi con l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti, la distruzione di popoli interi per abbatterne dittatori e regimi, l’economia che uccide concentrando le ricchezze nelle mani di pochi e attentando alla vita di popolazioni intere, la devastazione dell’habitat naturale della terra, sono altrettante forme di genocidio, attuato o promesso; e quanto alla questione dei profughi il genocidio consiste nel fatto che «intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare la civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio».

E ancora possiamo dire, come dice il documento che «riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di salvare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché il rifiuto di accogliere migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo che li accoglie ma lo stesso sangue» umano che li nutre.

Una resistenza messianica

È contro tutto questo allora che bisogna reagire e resistere. Però c’è un’importante novità. Ci sembra infatti di dover dire che la resistenza oggi necessaria non sia una resistenza qualsiasi, una resistenza ordinaria come quella che nel Novecento si oppose ai fascismi, ma debba essere una resistenza messianica.

Perciò quel nostro appello a resistere l’abbiamo chiamato katécon. Katécon è la parola che usa san Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi per descrivere la resistenza, la forza frenante che dovrà intercettare le forze della distruzione e impedire che il mondo abbia fine. Perché saremo in pericolo. Quello che sarà all’opera, in quei tempi decisivi, dice san Paolo, sarà il mistero dell’anomia, sarà l’anomos, che alcuni interpreti traducono come l’anticristo. Nella realtà si tratta della perdita di ogni legge, dello scempio e della perdita del diritto, della pretesa dell’uomo e del potere “senza legge”, anomos appunto, di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Sono gli idoli. Questa è la previsione di san Paolo. Ora, secolarizzando questo concetto teologico, come l’Occidente a dire di Carl Schmitt ha sempre fatto fin qui, possiamo dire che è proprio questo il punto a cui oggi noi siamo, in questa fase selvaggia della globalizzazione capitalistica, che riconosce solo la legge del denaro e calpesta ogni altra legge, riducendo a nulla i diritti di tutti.

La resistenza messianica, il katècon, consiste appunto in questo, che contro il meccanismo idolatrico avanzante, sia in campo una forza frenante, una volontà antagonista che lo trattenga, lo arresti, ne abbia ragione. Noi pensiamo che questa forza che trattiene, questo antagonista che si alzi e impedisca che i popoli siano devastati, siano i popoli stessi. Sono i popoli stessi che devono operare il cambiamento, cambiando anzitutto se stessi, uscendo ciascuno dall’autoidolatria del “noi per primi”, del “prima l’America”, “prima l’Europa”, “prima l’Italia”, “prima la Padania”. Sono i popoli che cambiando se stessi cambiano la storia, sono Ninive che si ravvede, sono i re di Ninive che invece di esercitare il dominio convertono il potere e lo mettono al servizio della causa della liberazione.

Quello che noi vediamo è un rovesciamento, del resto annunciato dal Vangelo, per cui le vittime diventano esse stesse le artefici della vittoria.

Una rivoluzione che riesce

Protagonista di questo rivolgimento è proprio il popolo dei migranti. È chiaro che le migrazioni non si potranno fermare, e in questo Salvini è già sconfitto, ma anche l’Europa è sconfitta. Del resto non siamo stati noi a deciderlo; a deciderlo sono stati proprio gli apprendisti stregoni che vorrebbero ora fermare i flussi che essi stessi hanno suscitato. Hanno voluto una globalizzazione incontrollata, che il denaro avesse libero transito da un capo all’altro della Terra, hanno creato supermercati e centri commerciali che sono uguali in tutto il mondo, hanno voluto cancellare le differenze, sopprimere le monete, ridurre l’uomo all’unico modello dell’homo oeconomicus, e farne nient’altro che un consumatore, hanno voluto trasformare i cittadini in clienti, i partiti in comitati d’affari, hanno mercificato e uniformato i format televisivi in tutto il mondo, livellato la comunicazione, censurato l’informazione, e dopo tutto questo vorrebbero che persone e popoli se ne stessero fermi dove stanno, non si mettessero in movimento per andare da una parte all’altra della Terra creando nuovi equilibri, come fanno i liquidi in un sistema di vasi comunicanti? I migranti non si possono fermare perché non arrivano con armi e bastoni, come forse avrebbero motivo di fare dato che, come ha detto l’arcivescovo di Palermo, noi siamo stati i loro predoni, siamo stati «i predoni dell’Africa» e non solo. Ma se venissero in armi sarebbe un gioco fermarli, potenti come siamo. Invece arrivano nudi ed inermi e si fanno salvare da noi. Per questo sono invincibili. Salvini dice di aver vinto perché 100 profughi della Diciotti li ha presi la Chiesa italiana. Ma appunto questo vuol dire che sono entrati in Italia, insieme ai malati sbarcati già prima, non sono stati respinti e sono stati salvati da noi. E così avverrà anche in futuro. Se i migranti sono una rivoluzione, questa è una rivoluzione che riesce.

I soggetti della liberazione

E qui c’è la risposta ad una domanda che ci ponemmo in un convegno a Cortona nel 1986, nel momento in cui il comunismo stava finendo e noi dicemmo che non per questo doveva venir meno l’istanza della rivoluzione. Insieme a Claudio Napoleoni e alla migliore intelligenza cattolica del tempo, dicemmo che la rivoluzione che restava necessaria non era definibile, come avevano fatto i comunisti fino ad allora, solo come un’«uscita dal capitalismo», ma più radicalmente doveva essere un’uscita dal sistema di dominio e di guerra. Uscire dal sistema di dominio voleva dire anche rovesciare il dominio delle cose sull’uomo, del prodotto su chi lo produce, voleva dire rovesciare il dominio dell’uomo sull’uomo, di un popolo sugli altri popoli, e privare lo stesso dominio del suo strumento sovrano, la guerra. Una bella rivoluzione da fare, non violenta. Ma quali avrebbero potuto essere i soggetti di questa rivoluzione? La classe operaia non c’era più, qualcuno disse che allora sarebbero state le donne, altri dissero i giovani, altri i popoli nuovi, le masse oppresse del Terzo Mondo. Nessuna di queste ipotesi si è avverata, e la rivoluzione non c’è stata.

Ora quella dei migranti è una vera rivoluzione. Basta vedere come stiano facendo saltare gli equilibri politici in Europa, basta vedere come stiano smascherando il mitico sogno americano negli Stati Uniti. Ebbene, l’unico modo in cui la crisi dei migranti si può concludere, che sia all’altezza della sfida, è il riconoscimento dello ius migrandi, del diritto di migrazione come diritto fondamentale umano universale, come fu già proclamato all’inizio della modernità ma oggi è negato. E allora sarà una vera rivoluzione, in quanto tutto dovrà cambiare nell’economia, nella cultura e nel diritto, perché un mondo dove nessuno sia straniero non può essere organizzato come è stato fin qui, cioè come un mondo di cittadini e stranieri, comunitari ed extracomunitari, Romani e Barbari, Greci e Sciti, Ebrei e Gentili.

Ebbene i soggetti di questa rivoluzione sono i migranti stessi. Essi non sono turisti, viaggiatori, deportisti, “palestrati” come dice la volgarità di quanti lottano contro di loro. L’ONU non li chiama nemmeno migranti. Sono rifugiati, fuggiaschi, richiedenti protezione e asilo, sfollati interni, Internally Displaced People, ed è impossibile distinguere tra migranti economici e politici. Sono soggetti rivoluzionari perché non dicono, ma fanno, mettono in gioco i loro corpi, usano mani e piedi, lottano per la vita dando la vita, perseguono un fine che se raggiunto non vale solo per loro, ma per tutti, perché ne verrebbe un mondo diverso e magari questo fine sarà raggiunto per altri, non da loro. Per questo sono rivoluzionari, e sono non violenti perché non mettono in questione il sistema con le armi, ma ne svelano l’ottusità e ingiustizia col semplice muoversi, andare, sfidare il mare ma anche le torture e i lager. Fanno obiezione di coscienza a un mondo che non li vuole.

Si può fare la controrivoluzione contro di loro, ma come si è visto non funziona. E allora ci vuole un’altra risposta. La risposta politica è quella di passare, nell’ordinamento giuridico, dal riconoscimento del diritto d’asilo (come c’è anche nella Costituzione italiana) all’affermazione come diritto universale dello ius migrandi (che non è solo il diritto di lasciare il proprio Paese, già riconosciuto dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, ma è il diritto di stabilirsi in qualsiasi Paese); ciò vuol dire aprire porti e frontiere, far viaggiare su navi ed aerei, sancire la libertà di circolazione delle persone e non solo del denaro e delle merci in tutto il mondo.

Ma questa risposta politica ha bisogno di una motivazione non solo di opportunità o utilità, ha bisogno di una motivazione molto più profonda. Si tratta infatti di rispondere a una radicale esigenza che riguarda lo stesso ordine umano. La vera risposta è riconoscere la vera ragione per cui questa diversa risposta deve essere data.

E la ragione è l’unità e l’eguaglianza della intera famiglia umana, che forma un solo corpo oltre ogni diversità di nazioni, di culture, di lingua, di condizioni economiche e sociali, di religioni.

In molti modi si può parlare di questa unità della famiglia umana, che storicamente è sempre stata lacerata e divisa, ma anche sempre ha conosciuto l’anelito a una ricomposizione, ha sentito la spinta a una progressiva contaminazione e integrazione. Il meticciato è stato storicamente un fenomeno ben più potente della fissità identitaria. Francisco De Vitoria all’inizio dell’età moderna, vi rintracciava un diritto originario, quando scriveva nella sua Relectio de Indis che «all’inizio del mondo, quando tutto era comune, era lecito a ognuno trasferirsi e muoversi in qualunque regione volesse; ora non pare che la divisione dei territori abbia annullato questo diritto, dal momento che l’intenzione dei popoli non è mai stata di abolire, con quella divisione, la comunicazione reciproca fra gli uomini. Non sarebbe lecito ai francesi proibire agli spagnoli di muoversi in Francia o anche di vivervi, né viceversa, purché questo non rechi loro danno e tanto meno faccia loro torto», e questo perché totus orbis aliquo modo est una respublica, tutto il mondo in qualche modo è una repubblica. Questa dunque è un’aspirazione che già appartiene alla nostra cultura: un’unità che non faccia torto alle differenze.

Ma la risposta più radicale che dà ragione dell’innegabile unità della famiglia umana, la vorrei trarre da una suggestione ricevuta in occasione dell’ultima festa del Corpus Domini. Nella lettura biblica prima della festa una suora camaldolese, ha ricordato che in un’antica liturgia romana della Messa c’erano due “epiclesi”, cioè due invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che fossero i partecipanti al rito a trasformarsi essi stessi nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. In tal modo mentre il pane e il vino diventano il “corpo mistico” di Cristo, rappresentando così il “mistero” che non si vede, gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale di Cristo”, che invece si vede. «Non è un’immagine, ma è realmente carne» hanno scritto di recente i gesuiti della Civiltà Cattolica.

Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della Didaché, ci ha trasmesso la celebre analogia: «Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo». Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così si ristabilisce l’unità.

Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.

Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione che non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che papa Francesco ha chiamato «globalizzazione dell’indifferenza».

È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge, “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e gli altri sono cittadini per noi. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma questo è il cammino da iniziare, questo è il percorso, su questo va giudicato ogni cambiamento e promessa di cambiamento.

Se questo faremo non faremo naufragio, o almeno torneremo ad uscire dal ventre del pesce, e tutti insieme arriveremo all’approdo.


(fonte: Adista Documenti n° 34 del 06/10/2018)

Giotto, Giona e la balena

Vedi anche i post:


Il Presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti: “Decreto Salvini, noi non ci stiamo!

Il Presidente di Pax Christi, 
mons. Ricchiuti:
“Decreto Salvini, 
noi non ci stiamo!



“Siamo all’indomani dell’unanime approvazione, da parte del CdM, del Decreto Sicurezza, meglio conosciuto come Decreto Salvini, osannato dal Ministro dell’Interno come risolutore, finalmente, di tutti i guai che i profughi e i migranti stanno apportando a questo nostro paese e dal coro assordante di quella paurosa percentuale, si dice del 60%, di cittadini italiani che applaudono e condividono” Così scrive il Presidente di Pax Christi, mons. Giovanni Ricchiuti nel messaggio inviato ai partecipanti al convegno nazionale Capo-Volti, riconoscersi popolo migrante, in programma sabato 29 settembre al Centro Antonianum di Padova, in occasione della Giornata Nazionale in memoria delle vittime delle migrazioni “Si ha l’impressione – continua mons. Ricchiuti – di trovarsi davanti ad un atteggiamento, da parte del ministro dell’Interno, del Viminale e del Governo tutto (fatta eccezione per qualcuno che invita ad una maggiore moderazione dei toni e delle scelte operative, vedi Aquarius, Diciotti ecc.), ossessivo, violento e razzista. Ormai, i profughi e i migranti sono considerati nient’altro che delinquenti, criminali, stupratori, prostitute e spacciatori. Ladri di case e di lavoro degli italiani! Questi sono i messaggi che, purtroppo, stanno passando nei mass-media, nelle piazze e nelle strade e …perfino nelle chiese e tra i “buoni” cristiani, narcotizzando menti, cuori e coscienze.” 
“Credo che anche questo Decreto – afferma ancora il presidente nazionale di Pax Christi – sia da inserire in quella ‘guerra a pezzi’ di cui spesso parla papa Francesco. Le conseguenze di questo decreto (se dovesse entrare in vigore, ma spero vivamente che possa essere fermato), sarebbero devastanti sulla pelle delle persone ‘migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace’, come scrisse il papa per la scorsa giornata mondiale della Pace. Si va verso un ammasso di persone in grandi ghetti con conseguenze facilmente immaginabili, invece di favorire un’accoglienza diffusa in tantissime piccole realtà come sta già succedendo anche in molte comunità….”
“…non ci riconosciamo – conclude mons. Ricchiuti – in chi propone leggi disumane, e non ci riconosciamo in quel 60%, che applaude. Noi non ci stiamo e non ci vogliamo essere! 
Lo abbiamo scritto più volte come Pax Christi e lo ribadisco anche oggi.”

Firenze, Casa per la Pace, 28 Settembre 2018

+ Giovanni Ricchiuti, Presidente Nazionale di Pax Christi

venerdì 28 settembre 2018

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXV Domenica del Tempo Ordinario / B - 23/09/2018


Omelia p. Gregorio Battaglia

XXV Domenica del Tempo Ordinario / B - 

23/09/2018

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Gesù sta insegnando ai discepoli che la sua esistenza, proprio perché vissuta in obbedienza al Padre, è un'esistenza che non ha altra modalità di essere vissuta se non come consegna.
La vita di Gesù è una vita che viene consegnata, viene donata, viene offerta, viene spezzata come il pane. Questo è il modo di come Gesù intende manifestare la paternità di Dio, la regalità di Dio.
Ma questo modo di vivere la sua esistenza è in effetti qualcosa che per noi è inimmaginabile ...

Gesù insegna come si deve vivere, insegna come Lui si sta presentando a noi, si presenta come un bambino ... come uno che non ha potere, anzi il potere di Gesù è il potere di consegnarsi, è il potere dell'amore! Solo chi ama si consegna ...


Guarda il video




Ricordando Giovanni Paolo I ... Le sue ultime parole pubbliche: "Mai fermarsi, progredire con l’aiuto di Dio, nell’amore di Dio. D’accordo?"


Quarant'anni fa moriva Papa Luciani

Uniti sotto il primato di Pietro. Maturò questo pensiero nelle sessioni del Vaticano II. Apprezzò la creazione del Sinodo



Era vescovo da 29 giorni (destinato alla diocesi di Vittorio Veneto), quando il Concilio venne annunciato. Nei suoi testi di quei primi mesi non compare traccia della novità innescata da Giovanni XXIII, tranne un invito alla preghiera del 27 aprile. Dal votum antepraeparatorium, che inviò a Roma il 25 agosto 1959, si ricava l’impressione di un vescovo ancorato al regime di cristianità: Luciani chiedeva che il Concilio riaffermasse l’obbligatorietà dell’adesione al magistero, individuasse mezzi per trasmettere la dottrina agli adulti; annotava poi questioni canonistiche e liturgiche, suggerendo di tutelare nella liturgia ' venerabiles antiquitates', pur aprendosi a una 'sana modernità'.

Se queste erano i desiderata, lo immaginiamo sorpreso, se non frastornato, quando il dibattito conciliare si spostò su altri temi. Egli ammise la revisione a cui si sentì chiamato, innanzitutto studiando. Dalla ricerca per la Positio è emerso il ritratto di un vescovo che in breve tempo fu presente alla discussione in corso. Nell’aprile 1962, pubblicava una serie di «Note sul Concilio», per spiegare ai diocesani l’evento. E già sorprende lo sviluppo dei temi ecclesiologici, quando scrive: «Non è però a credere che, attorno al Papa, i vescovi siano al Concilio soltanto consultori, consiglieri, persone decorative»; infatti il Signore «ha voluto che la responsabilità completa sul gregge cristiano Papa e vescovi l’avessero insieme». Luciani partecipò a tutte le sessioni conciliari. Dopo la prima sessione, nel maggio 1963, propose ai suoi preti una sua riflessione sulla Chiesa: «Cristo non ha soltanto chiamato attorno a sé degli apostoli, ma apostoli fusi in un gruppo unito, adunati in famiglia o comunità».

A chi obiettava che «i vescovi sono nelle loro diocesi nient’altro che funzionari del Papa», ricordava che essi sono «rappresentanti di Cristo, non del Papa». Tornò a Roma per la seconda sessione, quella in cui si affrontò il punto cruciale della collegialità episcopale. In questo contesto, presentò per iscritto il suo unico intervento al Concilio, proprio su quel tema: «Cristo stesso ha voluto il collegio, composto di Papa e vescovi, e dotato della suprema autorità su tutta la Chiesa». Per provarlo bastava la ' constantem praxim Ecclesiae', comprovata dall’istituto conciliare, dove «nel corso dei secoli l’esercizio della suprema potestà collegiale si è sviluppato parallelamente con l’esercizio della suprema autorità primaziale».

Per singolare coincidenza, riportò una citazione del camaldolese Mauro Cappellari, che poi fu il primo papa bellunese, Gregorio XVI. Dopo l’assise, i temi conciliari divennero la principale ispirazione della predicazione di Luciani. Ma la ricezione del Concilio generò anche aspre polarizzazioni, di cui egli diede atto durante un corso di esercizi spirituali predicati nel 1965, fissando così la questione: «Il collegio non esiste senza Pietro». Nel 1969 stigmatizzò di nuovo gli avanguardismi: «Si vanno chiedendo: primato papale o collegialità vescovile? Del tutto oziosamente, perché il Concilio afferma che la collegialità suppone e completa il primato. Ma essi vogliono ignorare i testi scomodi del Concilio e invocano un esercizio di collegialità, che svuota il primato e compromette l’unità della Chiesa».

Nel 1971 - ormai era patriarca di Venezia - fu nominato da Paolo VI membro del Sinodo. Qui fece un coraggioso intervento sul rinnovamento delle pratiche penitenziali e sulla tassazione degli enti ecclesiastici in favore dei poveri. L’intervento fece rumore e di lì a poco Avvenire ottenne un’intervista; al giornalista che insinuava dubbi su 'taluni difetti procedurali' del Sinodo, Luciani rispose: «Il mio giudizio è positivo per quanto attiene il vero fine del Sinodo: Papa informato e consigliato; incremento dell’affetto collegiale dei vescovi tra loro e con il Papa». Ammise alcune criticità, ma riconobbe la validità dell’istituto, composto «di vescovi tenuti ad avere uno per uno 'sollecitudine di tutta la Chiesa', e 'in modo particolare... di quelle parti del mondo, dove la parola di Dio non è ancora stata annunciata'».

Dopo che il 16 settembre 1972 Paolo VI visitò Venezia, il patriarca Luciani annotò in un testo, che risulta inedito, il resoconto di quella storica giornata. Spostandosi sul motoscafo, aveva indicato al Papa il convento, dove Cappellari aveva scritto «un libro che sosteneva chiarissimamente quella collegialità episcopale, che poi sarebbe stata espressa nel Concilio Vaticano II». Era il libro da lui citato al Concilio. Che cosa avrebbe fatto da Papa? Il cardinale Aloisio Lorscheider (arcivescovo brasiliano di Aparecida), legato a Luciani da reciproca stima, riteneva che avrebbe «privilegiato l’attenzione alla diocesi di Roma e al tempo stesso avrebbe favorito la collegialità». Il Papa la evidenziò infatti nel radiomessaggio del 27 agosto, salutando così l’episcopato mondiale: «vogliamo fermamente rinsaldare la loro configurazione collegiale, richiedendo la loro cooperazione nel governo della Chiesa universale ». Nell’udienza generale del 6 settembre, rimarcò la presenza di altri vescovi, dicendo: «Io sono soltanto il loro fratello maggiore »; al termine delle udienze del 13 e del 20 settembre con gesto inedito chiamò attorno a sé i vescovi presenti a impartire la benedizione. Recentemente, commemorando il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo, papa Francesco riconosceva che nell’attuazione della collegialità «siamo a metà cammino, a parte del cammino».

Con i 'se' non si fa la storia, ma vien voglia di scriverne uno, immaginando il percorso che 40 anni fa Giovanni Paolo I custodiva per la Chiesa: non per nulla nel suo nome aveva unito i due Papi del Concilio.

Canale d’Agordo lo ricorda a 40 anni dalla morte

Il 28 settembre di 40 anni fa moriva improvvisamente Giovanni Paolo I, Papa da 33 giorni. Un fulmine a ciel sereno che lasciò costernati i fedeli di tutto il mondo, che avevano già imparato ad apprezzarlo e amarlo per il suo stile di pastore vicino alla gente. A 40 anni da quel giorno (la morte avvenne nella notte e fu scoperta solo l’indomani mattina) il suo paese natale, Canale d’Agordo (in provincia di Belluno) ha preparato una serie di appuntamenti. Si inizia alle 17 di oggi presso la parrocchia di Canale d’Agordo dove Stefania Falasca, giornalista di Avvenire e vice postulatrice nella causa di beatificazione di Giovanni Paolo I, parlerà del suo libro «Papa Luciani. Cronaca di una morte» (Edizioni Piemme). Seguirà alle 18 la Messa con la presenza dei parroci e catechisti dell’Agordino. Alle 21, infine, diretta su TelePace dell’incontro «Signore, fammi diventare come tu desideri» dedicato all’anniversario, con Stefania Falasca; don Davide Fiocco, collaboratore della causa di beatificazione; don Mariano Baldovina, arciprete di Canale d’Agordo; Gianni Luciani, nipote di papa Luciani, e Loris Serafini, direttore del Musal - Museo Albino Luciani, presso il quale è allestita la mostra 'L’elezione a Papa e la morte di Albino Luciani. La gioia e il lutto del paese natale del Papa 40 anni fa'.

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Giovanni Paolo I: l’amore può tutto

Il 28 settembre 1978, 40 anni fa, si spegneva Papa Albino Luciani, dopo solo 33 giorni di pontificato. Un ricordo con le parole dell’ultimo Angelus e dell’ultima udienza generale, il giorno prima della morte, commentate da san Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. “’L'amore sarà sempre vittorioso. Ecco la parola giusta: non la violenza può tutto, ma l'amore può tutto".

Quarant'anni fa, all’alba del 28 settembre 1978, si spegneva nel suo letto, nel Palazzo apostolico, Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, che il 17 ottobre avrebbe compiuto 66 anni. Il “Papa del sorriso” ci lasciava dopo solo 33 giorni di pontificato, eletto il 26 agosto in un conclave nel quale era entrato da patriarca di Venezia.

Il motto "Humilitas" e la stola di Paolo VI

Bellunese di Canale d’Agordo, come motto episcopale, da vescovo di Vittorio Veneto, scelse “Humilitas”, lui che era diventato “tutto rosso” in viso, raccontava, quando sei anni prima di diventare il successore del beato Paolo VI, Papa Montini, in piazza San Marco, gli aveva messo sulle spalle la sua stola pontificale.

La martire carmelitana: l'amore sarà sempre vittorioso

Lo ricordiamo con le parole con le quali introdusse la sua ultima preghiera dell’Angelus, citando il commiato della beata martire carmelitana Teresa di sant’Agostino, davanti alla ghigliottina della rivoluzione francese:

"L'amore sarà sempre vittorioso, l'amore può tutto". Ecco la parola giusta, non la violenza può tutto, ma l'amore può tutto. Domandiamo al Signore la grazia che una nuova ondata di amore verso il prossimo pervada questo povero mondo.
Giovanni Paolo II: "E' il suo testamento spirituale"

Parole ricordate dieci anni dopo da San Giovanni Paolo II a Col Cumano, nel bellunese, tra le montagne tanto care a Papa Luciani, incontrando i fedeli della diocesi:

Queste parole, che egli aveva pronunciate nell’ultimo discorso domenicale, il 24 settembre, costituiscono quasi il suo testamento spirituale, il significato più profondo di tutta la sua vita di sacerdote, Vescovo, Patriarca e Pontefice. L’amore può tutto, è sempre vittorioso, anche di fronte alle leggi inesorabili del tempo e della morte.

La prima udienza: "Siate umili, siamo servi inutili"

Nella prima delle sue quattro udienze generali, il 6 settembre, dedicata proprio alla grande virtù dell’umiltà, Giovanni Paolo I, che Papa Francesco ha dichiarato venerabile, riconoscendo le sue virtù eroiche, nel novembre del 2017, si rivolgeva così ai fedeli in Aula Paolo VI:

Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra.

Benedetto XVI: "La sua umiltà per parlare a tutti"

Venti anni dopo, a Castel Gandolfo, Benedetto XVI ricordava queste parole di Papa Luciani, prima dell’Angelus:

L’umiltà può essere considerata il suo testamento spirituale. Grazie proprio a questa sua virtù, bastarono 33 giorni perché Papa Luciani entrasse nel cuore della gente. Nei discorsi usava esempi tratti da fatti di vita concreta, dai suoi ricordi di famiglia e dalla saggezza popolare. Facciamo tesoro del suo esempio, impegnandoci a coltivare la sua stessa umiltà, che lo rese capace di parlare a tutti, specialmente ai piccoli e ai cosiddetti lontani.

L'ultima udienza: "Progredire nell'amore di Dio"

Amore di Dio e umiltà degli uomini, sono anche nelle ultime parole pubbliche di Giovanni Paolo I, al termine dell’udienza generale del 27 settembre 1978, poche ore prima della morte:

Il Signore ha detto a tutti i cristiani: «Voi siete la luce del mondo, il sale della terra», «siate perfetti com'è perfetto il vostro Padre celeste». Mai fermarsi, progredire con l’aiuto di Dio, nell’amore di Dio. D’accordo?


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