La scuola non è una frontiera né uno slogan.
Le proposte di Meloni dividono i bambini e cancellano la storia educativa italiana
La scuola italiana rischia di diventare il terreno privilegiato di una politica che sostituisce l’educazione con l’identità e la cultura con il marketing. Gli annunci di Giorgia Meloni – un tetto agli studenti stranieri per classe e la trasformazione di tutti gli istituti superiori in “licei” – non sono semplici riforme amministrative: toccano il cuore della Costituzione e la tradizione pedagogica del nostro Paese.
Il tetto agli stranieri: una pericolosa scorciatoia
Dal palco della festa di Gioventù Nazionale la presidente del Consiglio ha annunciato un imminente provvedimento che introdurrebbe per legge un numero massimo di studenti stranieri in ogni classe, sostenendo che “i bambini italiani non possono sentirsi minoranza”.
È una frase destinata a colpire l’opinione pubblica, ma che pone un problema enorme: la Costituzione non conosce bambini di serie A e bambini di serie B. L’articolo 3 afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza. L’articolo 34 aggiunge che la scuola è aperta a tutti. Non dice “a tutti fino al 30%”. Non dice “a tutti purché non siano troppi”. Dice semplicemente a tutti.
Naturalmente esiste un problema reale: classi con molti alunni che non conoscono l’italiano richiedono più docenti, mediatori culturali e sostegno linguistico. Ma la risposta costituzionale è investire nell’inclusione, non costruire quote basate sulla nazionalità. La difficoltà educativa non si risolve cambiando la composizione anagrafica delle classi, bensì rafforzando la scuola pubblica.
Non a caso già dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica come obiettivo orientativo il 30% di alunni stranieri, prevedendo però numerose deroghe proprio perché la realtà dei territori è molto più complessa di uno slogan. In molte province quella soglia è stata superata migliaia di volte per garantire il diritto allo studio.
La vera domanda è un’altra: davvero vogliamo dire a un bambino nato a Milano da genitori egiziani, o arrivato in Italia a cinque anni, che il suo posto dipende dalla percentuale raggiunta nella sua classe?
Chiamare tutto “liceo” significa svuotare le parole
L’altro annuncio appare meno drammatico, ma è forse ancora più insidioso sul piano culturale. Meloni ha dichiarato di voler attribuire la denominazione di “liceo” anche agli istituti tecnico-professionali, sostenendo che così sarà evidente la pari dignità dei diversi percorsi formativi.
L’intenzione dichiarata – riconoscere pari valore agli studenti – è condivisibile. Il metodo è profondamente sbagliato.
L’Italia possiede una delle tradizioni educative più ricche d’Europa proprio perché ha costruito identità diverse e complementari: il liceo classico, lo scientifico, l’artistico, gli istituti tecnici, i professionali. Ciascuno nasce da una storia, da una cultura del sapere e da una funzione sociale specifica.
Un istituto tecnico non vale meno di un liceo perché non porta quel nome. Al contrario, forma competenze scientifiche, industriali, economiche e tecnologiche decisive per il Paese. Un professionale rappresenta il sapere del lavoro, dell’artigianato, dei servizi, della manifattura. Chiamarli tutti licei non li valorizza: li omologa.
È la logica del marchio applicata all’istruzione. Come se bastasse cambiare l’etichetta per risolvere il problema del prestigio sociale. Ma il prestigio nasce dagli investimenti, dai laboratori, dai docenti, dall’orientamento e dall’occupazione dei diplomati, non da un’operazione lessicale.
Le parole hanno una storia. E quando si cancella il significato delle parole, si impoverisce anche la cultura che esse custodiscono.
La scuola della Repubblica non divide, unisce
Colpisce che entrambe le proposte abbiano un filo conduttore: trasformare la scuola in uno spazio simbolico dove affermare un’identità nazionale anziché una comunità educativa.
La scuola repubblicana è nata dopo il fascismo con un’idea radicalmente diversa. Don Lorenzo Milani ricordava che “sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. La Costituzione affidò proprio all’istruzione il compito di ridurre le disuguaglianze, non di certificarle.
Oggi le vere emergenze sono altre: dispersione scolastica, edifici insicuri, precariato degli insegnanti, tempo pieno insufficiente, divari territoriali, povertà educativa. Sono questi i muri che andrebbero abbattuti.
Una scuola che conta gli stranieri invece di contare i libri mancanti, e che cambia il nome agli istituti invece di finanziarne i laboratori, rischia di tradire la sua missione fondamentale.
La Repubblica non ha bisogno di classi più omogenee. Ha bisogno di una scuola più giusta, capace di far crescere insieme bambini diversi, perché è proprio lì – e non nei comizi – che si costruisce il futuro dell’Italia.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 21/09/2026)
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La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco di Fenix a Roma:
"A breve norma per tetto a numero studenti stranieri in classe e divieto di burqa a scuola"
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