mercoledì 27 maggio 2026

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani, il suo messaggio è ancora vivo e attuale

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani,
il suo messaggio è ancora vivo e attuale



Don Milani, quel “peccato” imperdonabile: aver amato i ragazzi più di Dio

Il ventisette maggio non è mai una data qualunque per chi vive la scuola come una missione e non come un semplice mestiere. Oggi, lo scorrere del calendario ci impone una sosta riflessiva, un ritorno necessario e quasi terapeutico alle radici della nostra coscienza pedagogica.
Centotré anni fa nasceva don Lorenzo Milani, un uomo che ha scardinato le certezze granitiche di un sistema scolastico selettivo, classista e profondamente ingiusto, restituendo alla parola “educare” il suo significato più autentico e rivoluzionario: trarre fuori, emancipare, dare dignità a chi ne era stato privato.

Don Milani non è un santino da venerare nelle ricorrenze istituzionali, ma una presenza viva, uno specchio scomodo in cui specchiarsi. Il suo sguardo, attraverso le foto d’epoca in bianco e nero che spesso popolano le pareti dei nostri studi o i ripiani delle nostre scrivanie, continua a interrogarci da quell’esilio forzato di Barbiana, dove il nulla geografico e sociale si trasformò nel tutto pedagogico. La pedagogia di don Milani non è nata nelle aule universitarie, tra dotti dibattiti accademici, ed è forse proprio per questo che possiede ancora oggi una forza d’urto e una freschezza intellettuale totalmente intatte. È una pedagogia dell’aderenza totale alla realtà, dove il messaggio del Vangelo e i principi della Costituzione italiana si fondevano nell’urgenza quotidiana di dare la parola ai poveri, ai figli dei contadini, ai respinti. Sapeva con incrollabile certezza che il possesso della parola e la padronanza della lingua fossero gli unici strumenti in grado di aprire ogni porta, consapevole che il deficit linguistico rappresentasse il vero, insormontabile spartiacque sociale.

La scuola di Barbiana, con il suo celebre e severo motto “I care” – mi importa, mi sta a cuore, mi assumo la responsabilità –, si poneva in antitesi drammatica e militante con la scuola formalistica del tempo, quella che il Priore paragonava crudelmente a un ospedale che si limita a curare i sani e respinge i malati cronici. In un’epoca come la nostra, drammaticamente schiacciata dall’ansia della performance a tutti i costi, dalle griglie di valutazione standardizzate e da una burocrazia asfissiante che troppo spesso soffoca l’entusiasmo e la vocazione dei docenti, il richiamo che giunge da Barbiana risuona come un severo, accorato monito.

Che senso ha una scuola che si limita a certificare asetticamente le competenze di chi è già avvantaggiato per censo, patrimonio culturale e provenienza familiare? Il rigore pedagogico milaniano ci ricorda che l’uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. È l’atto di responsabilità suprema del maestro che non accetta di perdere nessuno lungo la strada, che considera ogni bocciatura come un fallimento personale e collettivo, una ferita inferta alla democrazia. C’è un passaggio, di una bellezza disarmante e quasi dostoevskijana, che riassume l’intera parabola umana, intellettuale e spirituale del Priore: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa straordinaria e provocatoria affermazione si condensa l’essenza stessa dell’educazione. Non siamo di fronte a una professione di fede mancata o a un momento di debolezza spirituale, ma all’adempimento più alto, radicale e coerente del mandato evangelico e civile.

Don Milani ha amato i suoi ragazzi di un amore carnale, totale, totalizzante, fino a consumarsi la salute e le forze in quella scuola di montagna aperta 365 giorni all’anno. Per lui, amare quelle creature concrete, vederle crescere, vederle finalmente capaci di difendersi, di argomentare e di pensare con la propria testa, era l’unico modo possibile di amare Dio e di servire lo Stato. Il trascendente si faceva immanente nella concretezza di un’aula spoglia e fredda, attorno a un tavolo di legno costruito dagli stessi alunni, davanti a un astrolabio autocostruito o a una vecchia mappa geografica appesa al muro. Oggi la “tecnica” della scuola non può e non deve ridursi a un mero insieme di procedure didattiche digitalizzate, a griglie Excel o a freddi algoritmi di apprendimento personalizzato. La vera tecnica, l’arte pedagogica suprema che don Milani ci ha lasciato in eredità, è la capacità di stabilire una relazione asimmetrica ma profondamente rispettosa, dove il maestro si fa carico, in prima persona, del destino umano e civile dell’allievo. I suoi insegnamenti non sono fossili del Novecento da studiare nei manuali di storia della pedagogia, ma bussole indispensabili per orientarsi nel caos e nelle derive della modernità liquida. Guardare oggi a quella figura significa ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la forza di denunciare le nuove povertà educative e le inedite marginalità, l’audacia di rimettere lo studente in carne e ossa, e non i programmi ministeriali o le scadenze burocratiche, al centro esatto del processo educativo.

Centotré anni dopo la sua nascita, la lezione più grande del Priore resta un invito alla fedeltà: fedeltà agli ultimi della terra, fedeltà alla cultura come unico strumento di reale liberazione, e soprattutto, quell’amore viscerale per i ragazzi che, lassù a Barbiana, ha cancellato ogni sottigliezza dottrinale per farsi carne, scuola e futuro.
(fonte: La tecnica della scuola, articolo di Monica Piolanti 27/05/2026)