giovedì 7 maggio 2026

Delitto di Garlasco, il dolore dimenticato dietro il caso mediatico


Delitto di Garlasco,
il dolore dimenticato dietro il caso mediatico

Tra nuove indagini, indiscrezioni e dibattiti televisivi, il caso Garlasco continua a occupare l’Italia. Ma dietro il clamore mediatico restano il dolore della famiglia Poggi e il costo umano di una vicenda senza fine

Andrea Sempio arriva negli uffici della Procura di Pavia,
dove è entrato in auto per evitare la folla di giornalisti e fotografi - ANSA

A furia di guardarlo come spettatori di una soap opera, a furia di schierarci come su ogni contrapposizione calcistica, in cui tutto si riduce a curva, a forza di raccontarlo a tutte le ore con ogni mezzo alla ricerca di ogni nuovo particolare, abbiamo forse tutti perso di vista un dettaglio, che anni fa una magistrata di lungo corso, spigolosa e garantista, raccontava così: «Cerco di non dimenticarmi mai che una carta processuale non è mai un fatto burocratico: dietro a un nullaosta a una sepoltura (spesso l’atto con cui si riconosce, dopo un primo vaglio, che dietro un decesso non c’era nulla di penalmente rilevante ndr.) c’è una persona che è morta e ci sono persone che stanno soffrendo».

Attorno a Garlasco siamo a cinque sentenze e a un altro anno di indagini e di quotidiane indiscrezioni. Ma Garlasco, a monte di questo, significa una ragazza di 26 anni, una ragazza senza ombre, sola a casa e lì dentro uccisa in modo violento. E significa una famiglia che, ammesso che ci si possa dare pace di una cosa simile, a distanza di 19 anni quella pace non può neanche cercarla a meno di non chiudersi in un bunker avulso rispetto al mondo, perché diversamente anche soltanto vivendo la quotidianità è costretta a vedere proprio malgrado, ogni giorno, a ogni ora, la figlia Chiara aprendo la Tv, uno smartphone, un tablet, un social network, un motore di ricerca: rivede la foto della figlia perduta sparata a tutto schermo, sempre la stessa rubata allora da un qualche canale digitale, perché nel mondo dell’immagine l’informazione non ne può fare a meno, una foto sorridente, grandi occhi blu, che congela una vita brutalmente interrotta lì: difficile immaginare che questo non rinnovi nella famiglia Poggi il lutto e lo strazio ogni minuto. Ma la sensazione è che di questo strazio, che pure ha un prezzo umano enorme, si sia nel tempo del tutto perduta la percezione.

C’è un groviglio di doveri e di diritti in tutto questo agire: la giustizia ha il dovere di riprendere a scavare perché un Paese democratico non può convivere con il dubbio di un innocente in carcere e ha contemporaneamente il dovere di ricerca della verità per non lasciare elusa la domanda di giustizia di fronte alla vita di una ragazza innocente persa così malamente.

Il diritto a essere informati è diritto primario e il dovere di informare il suo corollario, nemmeno questo è in discussione, vi insistono (e in qualche modo vi collaborano lasciando trapelare notizie) tra l’altro gli interessi contrapposti delle altre persone che hanno le vite appese a questa tragica vicenda: Alberto Stasi che sta scontando 16 anni, per l’omicidio, per cui è stato condannato con sentenza definitiva e per cui potrebbe aprirsi in base agli sviluppi una istanza di revisione. E Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara (chiamato pure a testimoniare nuovamente), che viene convocato, ora, come unico sospettato dell’inchiesta bis con la pesantissima accusa di omicidio volontario aggravato non più in concorso.

Comunque vada a finire questa vicenda avrà alla fine un costo elevato (i delitti e i processi lo hanno anche quando non ci sono errori o incertezze – che pure sono una variabile ineliminabile dalle cose umane - , ma questo di più, perché una ricostruzione esclude l’altra). Si tratta di un costo umano amplificato da una informazione (mista a intrattenimento, con un confine sempre più labile) che la moltiplicazione dello streaming, delle piattaforme, dei social, ha reso in questi 19 anni ogni giorno più pervasiva in un caleidoscopio (alla lettera quel tubo ottico in cui da piccoli guardavamo i colori ricomporsi in diverse figure variopinte e fantasiose) che ha perso tutto il kalòs, il bello della sua etimologia, per farsi sinistro e doloroso a ogni rotazione diventata vorticosa.

Il bisogno di sapere, l’interesse per il delitto sono esigenze vecchie come il mondo: Edmondo Bruti Liberati in un bel saggio intitolato Delitti in prima pagina (Raffaello Cortina) li fa risalire addirittura alla domanda della Genesi a Caino: «Dov’è tuo fratello?». I mezzi non sono solo cambiati si sono moltiplicati e accelerati, mentre algoritmi misurano il gradimento, amplificando l’offerta. È una spirale inarrestabile, ma non è gratis per chi la subisce, vittima, colpevole o sospettato che sia. Se solo ogni tanto, tutti, ognuno nel proprio ruolo, ci mettessimo un attimo nei loro panni aiuterebbe: loro, noi, il mondo che abitiamo. Prima che venga una parola fine e il tempo per ciascuno di guardare indietro e affrontare la propria dose inevitabile di autocritica.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 06/05/2026)