La voce di Prevost contro la legge della violenza,
della guerra, del suprematismo economico-militare
Leone XIV ha sempre scelto un tono pacato e fermo di esprimersi nelle settimane in cui il mondo è tornato a familiarizzare con il linguaggio della distruzione totale, dell’orrore, della guerra ingiustificabile. Mentre alcuni governi calibrano le proprie minacce nucleari con la disinvoltura di chi aggiorna un comunicato stampa, il primo Papa americano della storia parla di pace in un mondo segnato dai venti di guerra che soffiano dal suo stesso Paese.
Sabato scorso nella preghiera per la pace a San Pietro Leone è stato particolarmente duro. Ha parlato di «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo», di un mondo diventato «un incubo notturno», in cui «la realtà si popola di nemici». Ha denunciato che «il nome santo di Dio, il Dio della vita» viene «trascinato nei discorsi di morte». E alla fine un grido: «basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!». A che cosa si stesse riferendo era chiaro per tutti. La parola “delirio” associata a “incubo” proiettava il suo discorso in un’atmosfera cupa, malata, ossessiva.
Ma si stava riferendo a qualcuno? A Donald Trump? Mai, nei giorni scorsi, il Papa ha fatto il suo nome, sebbene il ritratto per molti corrispondesse alle parole, ai toni e alle intenzioni del presidente americano. Il Papa, secondo la tradizione consolidata dei suoi predecessori, non attacca i leader politici. Ridurre Leone a un duello personale favorisce chi vorrebbe trasformarlo in un avversario partigiano.
Il Papa non è contro un presidente. È contro il meccanismo che rende la guerra pensabile, accettabile e infine inevitabile, il meccanismo attivato dal presidente Trump, certo, ma anche da altri leader politici che lo motivano e lo sostengono. Leone ha colpito il suo impianto morale – e quello con precisione chirurgica: è entrato nel buco nero della retorica della deterrenza, dell’eccezionalismo nazionale, della provvidenza armata che innerva il discorso pubblico americano. E così di quello di ogni teocrazia, incluse quelle che ammantano l’ingiustificabile con i panni della democrazia.
I riferimenti di Leone ai bombardamenti del Libano sono stati molto chiari la scorsa domenica. Leone non ha preso di mira The Donald come presidente degli statunitensi, ma il suo software, diciamo così. Lo ha fatto, dunque, senza replicare, senza entrare nella sua logica, senza salire sul ring nel quale Trump ha trasformato la diplomazia e la politica internazionale. Ma adesso è accaduto qualcosa di diverso, di inedito: Trump ha preso di mira papa Leone XIV con due interventi – uno scritto su Truth e uno orale rispondendo a una giornalista – alquanto sconnessi, ma molto chiari. In estrema sintesi il presidente ha detto che Leone è «pessimo in politica estera». Lo oppone poi a suo fratello Louis Prevost, attaccandolo dunque sui suoi affetti personali.
Quindi punta i piedi dicendo «non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti». E lo invita a essergli grato perché è grazie a lui che è diventato pontefice e quindi a «rimettersi in carreggiata come Papa, a usare il buon senso», perché agendo come agisce «sta danneggiando la Chiesa cattolica». Con queste parole The Donald ha tradito un disagio profondo. Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump, in fondo, sta implorando il pontefice a rientrare in un linguaggio che egli possa dominare. Ma il Papa parla un’altra lingua, che non si lascia ridurre alla grammatica della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale. In questo senso, l’attacco è da intendersi come una tragica dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma, così facendo, ne riconosce implicitamente il peso.
Se Leone fosse irrilevante e inoffensivo, non meriterebbe una parola. Invece viene chiamato in causa, nominato, combattuto: segno che la sua parola incide, anche nella coscienza dei cattolici americani, molti dei quali lo hanno eletto e dei quali adesso si sta alienando il favore, giorno dopo giorno. Il rapporto tra Roma e i cattolici degli Stati Uniti è sempre stato segnato da una tensione strutturale: universalismo della Chiesa contro particolarismo ed eccezionalismo della nazione. Con Leone questa tensione ha cambiato forma. Per la prima volta il Papa ha parlato dall’interno di quel mondo. Eppure la sua stessa figura rompe lo schema: Leone è americano, ma porta con sé il Perù, l’esperienza missionaria, una sensibilità irriducibilmente internazionale.
In lui l’America incontra il proprio fuori. O, meglio, scopre che il proprio dentro è già abitato da un altrove nel momento in cui esercita la sua leadership morale di più ampio valore globale. Ed è qui che emerge la forza morale della Chiesa. Non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone risponde dicendo durante il volo che lo portava in Algeria: «parlo del Vangelo» e quindi «continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra»: «non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo». Ha specificato quindi: non ho «paura dell’amministrazione Trump»: «non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui».
Leone non risponde sul terreno della polemica, e proprio per questo resta fuori dalla presa. È libero. E quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta. E, nello stesso tempo, ciò che più conta. L’episodio è, in realtà, l’ultimo di una serie. In una intervista televisiva prima del Conclave, Steve Bannon – fedelissimo di Trump e leader del movimento Maga – era stato chiaro: la peggiore scelta possibile sarebbe stata quella di Robert Francis Prevost: the worst pick ever. Successivamente i segnali lanciati dall’amministrazione americana – al di là delle formalità – non sono stati incoraggianti, ma il primo discorso di Leone al corpo diplomatico pare abbia davvero fatto traboccare il vaso. Leone aveva puntato il dito contro «una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». E aveva denunciato: «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Tutta l’impostazione del discorso era orientata a criticare il nuovo caos globale. Questo ha provocato, pochi giorni dopo, la convocazione al Pentagono del nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christoph Pierre.
Il fatto stesso che il Pentagono sia stato sede dell’incontro con il rappresentante del Papa è eloquente e, nel contempo, del tutto irrituale. Era un segnale forte. La parola della Santa Sede ha richiesto una risposta dall’apparato militare più potente del mondo. La linea vaticana ha perseguito anche in questo caso la sua linea: massima nettezza morale in pubblico, massimo dialogo possibile nei luoghi del potere.
Al di là delle narrazioni differenti di quell’incontro, la conclusione non è tanto che ci sia stata una “rottura” – perché la diplomazia della Santa Sede non taglia, ma cuce sempre – quanto che ci siano in gioco due visioni e che il loro confronto “franco” è avvenuto. Da un lato, una logica di deterrenza, potenza, sicurezza; dall’altro, una logica di dialogo, limite morale, diritto internazionale. La Santa Sede non si è mai posta come controparte, ma come interlocutrice. E in questo Leone è stato seguito dall’episcopato statunitense, anche di stampo conservatore, in modo inequivoco.
Oggi quell’episcopato esprime il suo “sconforto” per le parole “così denigratorie” usate da Trump. Quando un Papa argentino, polacco – si pensi a Giovanni Paolo II e l’attacco all’Iraq – o tedesco criticava la politica estera degli Stati Uniti, l’obiezione – sebbene infondata – era pronta: non capisce l’America. Con Leone questa scorciatoia è del tutto preclusa. E anzi pare che l’amministrazione americana non riesca a capire la Santa Sede e la sua particolare natura. Aveva ben inteso Leone, affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni subito dopo la sua elezione: quell’appello alla pace «disarmata e disarmante» avrebbe plasmato da subito il suo pontificato.
Oggi quella formula acquista spessore e peso. Non è più un auspicio: è un programma. Che ha escluso la partecipazione della Santa Sede al Board of Peace trumpiano che, nelle parole diplomatiche di metà febbraio del cardinale Parolin, presenta «punti che lasciano un po’ perplessi».
Il fuoco del discorso di Prevost si è stretto attorno a due nodi. Il primo è teologico: Dio non può essere invocato per benedire la guerra. Questo è “abusare” del Vangelo. Che Trump sul suo social personale, grazie all’IA, abbia indossato i panni di Gesù è solamente l’espressione retorica e volgare di questo abuso. Il secondo è morale e giuridico: la minaccia contro l’intero popolo iraniano è «davvero inaccettabile»; gli attacchi alle infrastrutture civili violano il diritto internazionale. A Castel Gandolfo Leone è andato oltre: ha invitato i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti perché lavorino per la pace. Ha, insomma, invitato alla mobilitazione.
A sostegno di tutto questo c’è un principio teologico radicale: lo smantellamento di ogni teologia politica che arruoli il sacro nella legittimazione della forza. Il Gott mit uns è sempre stato un modo per giustificare la guerra elevando il conflitto a livello metafisico. Leone smonta questo meccanismo dall’interno: svuota la grammatica morale che giustifica la guerra. È un lavoro lento, paziente, ostinato. Un’opera di disarmo delle coscienze prima ancora che delle istituzioni. E questo in un momento davvero pericoloso a causa della convergenza di alcuni fattori: l’azione Usa in Medio Oriente appare caotica e priva di strategia, e dunque causa di frustrazione; l’attacco al Papa appare come uno sfogo per l’impotenza a dominare la sua voce morale; la perdita di credibilità sia nel mondo cattolico conservatore sia in quello Maga. Sono tre fattori che stanno mettendo all’angolo il presidente generando un certo allarme per le possibili conseguenze caotiche in questa «ora drammatica della storia».
(Fonte: “la Repubblica” - 14 aprile 2026)
