Verso un Iran libero e democratico?
di Giuseppe Savagnone
Il diavolo e l’acquasanta
Il quotidiano cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».
È proprio questa la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».
Parole che ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace».
Già, perché l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si persegue la pace facendo la guerra.
È la smentita della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il riarmo. Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”.
Il contrario di ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.
Curiosamente, l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica, detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno coinvolto i suoi più stretti collaboratori.
Ebbene, proprio Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito “storico”).
«La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe».
Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».
I danni collaterali
Questa inedita convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali “signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande maggioranza dei paesi che ne fanno parte.
Dopo avere ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran.
Il massimo della presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale».
Anche se poi il mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio Oriente, alleati dell’Occidente.
Ma per il resto, ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata, del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali, scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono in quest’ottica un legittimo bersaglio.
Ma l’entusiasmo per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra presidente del Consiglio, ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni morte nel bombardamento del loro collegio.
Forse perché Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.
Ritornano le parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo» ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere. Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo, imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».
La memoria cancellata
Ma anche se ci si limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.
A cominciare dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al Quaeda. La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.
In questa stesso arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore, Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa contro l’Occidente.
La campagna militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di destabilizzazione.
Nel 2011 l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi, che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.
Nel suo discorso Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».
Una previsione tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure avvertiti.
E i protagonisti solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa, il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur tentare di avviare un vero processo democratico.
Come ha detto il cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della democrazia?