Stare davanti a Dio come figli
e con gli uomini come fratelli:
Mt 6,1-18
Alberto Neglia
VIDEO INTEGRALE
25.02.2026 - Terzo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026
Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)
«Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina» (Tb 12,8). Così dice l’angelo Raffaele a Tobia, evidenziando che queste esperienze sono i pilastri dell’esperienza di fede.
Gesù le evidenzia e le propone all’interno del discorso della montagna, nel brano evangelico sul quale questa sera rifletteremo, mettendoci in guardia, però, sul modo di esprimerle con il nostro vissuto. Infatti, qualunque nostra azione può essere fatta in due modi opposti: per autocompiacerci avere lode e riconoscimento dagli uomini, oppure per piacere a colui che da sempre ci loda e riconosce come figli.
Le opere, anche quelle per sé buone, sono buone, per me, solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà; diversamente se fatte davanti agli uomini, per autoaffermazione e vanità, da ipocriti (l’ipocrita è un attore, una maschera…). La vita è una sceneggiata, dove ognuno litiga con l’altro per primeggiare. L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio.
...
5. Preghiera e responsabilità del mondo
La preghiera sottrae la persona dalla banalità e da una logica perversa e di disordine, dalle alienazioni, la rende consapevole della sua dignità e della sua vocazione e rimette il credente in relazione, in libertà e senza paura, con Dio e con gli altri. La preghiera ci fa stare nel mondo da responsabili perché ci mette negli occhi l’orizzonte di Dio.
Se la preghiera ci introduce nel ritmo di Dio, ci fa vedere meglio la volontà del Padre, essa ci aiuta pure a penetrare più profondamente la realtà, e ci fa assumere la responsabilità con la stessa dedizione di colui che ci abita e impedisce alla nostra carità di disincarnarsi.
Pregando, allora, non abbandoniamo il mondo e i suoi drammi, ma impariamo a vederlo semplicemente in una mutata disposizione. È esperienza in cui viene spostato il centro del nostro pensare e del nostro agire: dall’io a Dio. Egli diventa la sorgente che coinvolge tutte le nostre potenzialità e le spinge al compimento.
Nella preghiera veniamo coinvolti da colui che ci visita a vivere da figli, da uomini liberi, e veniamo anche rassicurati: «Non abbiate paura, sono io» (Gv 6,20), dove quel “sono io” vuol dire io vi do il mio respiro, io vi accompagno, vi apro la strada della vita. Se, nella preghiera, ci affidiamo a lui e ci lasciamo plasmare dallo Spirito di Gesù, che si è aperto al futuro, agli altri fino a donare la vita, allora, assieme a lui impariamo anche noi ad aprirci e a saper donare la vita. Quando impariamo ad accettare di “dare la vita”, allora qualsiasi paura svanirà, perché il dono di sé, consumato fino alla fine in obbedienza al Padre,
è la difficile ma liberante risposta della fede alla paura.
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