mercoledì 8 novembre 2023

Intelligenza artificiale per far diventare i social veri costruttori di pace

Antonio Palmieri*
Intelligenza artificiale per far diventare i social veri costruttori di pace

Mentre a Londra è in corso il primo summit globale sulla Intelligenza Artificiale, ecco alcuni consigli per un uso corretto di social e messaggistica


Come avviene per ogni evento rilevante, il crudele e sanguinario attacco terroristico di Hamas contro la popolazione israeliana e la crisi che ne è derivata sono state accompagnate anche da una massa di fake news. In particolare Twitter/X e Tik Tok sono entrati nell’occhio del ciclone. A partire dal suggerimento (poi cancellato) di Elon Musk di seguire, per capire gli eventi in corso, due account che erano in realtà noti spacciatori di fake news e odio antisemita per arrivare alle clip diventate virali su Tik Tok di alcuni predicatori e imam radicali che hanno spinto l’Ufficio tedesco per la protezione della Costituzione a lanciare l’allarme sulla «Tiktokizzazione del Salafismo», come ha riportato sul Corriere Micol Sarfatti.

La proiezione social dei drammatici eventi in Israele sembrano quindi confermare la convinzione secondo cui la forza degli algoritmi ci imprigiona in una bolla comunicativa autoreferenziale e polarizzata. Ma insistere sulla «onnipotenza» dell’algoritmo rischia di avere come esito ultimo rinuncia, rassegnazione, deresponsabilizzazione. Ne avevo ragionato ai primi di ottobre con il professor Walter Quattrociocchi, docente alla Sapienza, dove dirige il Centro di Data Science and Complexity for Society. Il libro da lui scritto con Antonella Vicini, «Polarizzazioni. Informazioni, opinioni e altri demoni nell’infosfera», conferma con i dati di approfondite ricerche sulle conversazioni social le caratteristiche delle echo chamber (o «camere dell’eco»). Tendiamo ad aggregarci e a interagire tra persone con idee che confermano quanto già riteniamo giusto o vero. Lo facevamo anche prima dei social. Si tratta di «meccanismi tribali» che online spingono a concentrarsi su un piccolo numero di account, a dare visibilità a temi polemici che generano maggiori interazioni e per questo vengono resi più visibili dalle piattaforme. Siamo quindi in un vicolo social senza via d’uscita? No. Le straordinarie possibilità della tecnologia nell’era digitale esigono un di più di responsabilità, che è poi da sempre l’altra faccia della medaglia della libertà. È vero: l’algoritmo è lo strumento su cui si fonda l’economia dell’attenzione: più tempo stiamo sulle piattaforme più dati utili a profilarci per il mercato pubblicitario regaliamo. È però altrettanto vero che l’algoritmo lo «educhiamo» noi, con le nostre scelte. Se facciamo buon uso della nostra libertà e scelte intelligenti (chi seguire, in quali discussioni intervenire e come) l’algoritmo sarà al nostro servizio, non noi al suo.

Si tratta di saper usare a nostro vantaggio quegli stessi strumenti che se usati passivamente ci condannano alla tribalizzazione della comunicazione. Questo vale in modo particolare per le realtà del Terzo settore, la cui missione sotto certi aspetti è proprio questa: forzare i limiti di una visione angusta di economia e di società, proponendo un modo diverso di agire e di fare comunità. Vale anche online. Social e messaggistica possono essere adoperati in modo asocial(e) oppure social(e), per costruire relazioni significative tra gruppi omogenei di persone che non si ritengono migliori degli altri e che perseguono scopi di mutuo sostegno e di utilità sociale. Da diversi anni, ad esempio, la Fondazione FightTheStroke, che supporta bambini e giovani sopravvissuti all’ictus e con una disabilità di paralisi cerebrale infantile e le loro famiglie, usa i gruppi chiusi di Facebook per consentire a genitori e caregivers di confrontarsi e sostenersi tra loro. Possiamo usare gli stessi algoritmi che ci imprigionano nelle camere dell’eco per creare comunità digitali. Per esempio creando in Twitter/X liste di account «giusti» e scegliendo di visualizzare solo i loro contenuti.

Nulla ci vieta di usare i meccanismi dei social per valorizzare le caratteristiche positive di noi esseri umani, per essere costruttori di ambienti digitali più sani, per essere anche in questo modo costruttori di pace. Se ne dialogherà il 9 e 10 novembre a Milano, ai Techsoup Days. In conclusione, non consegniamoci a un uso passivo delle piattaforme, che peraltro stanno trasformandosi in piattaforme di intrattenimento, sempre più simili ai media broadcast tradizionali. Usiamole come strumenti utili per dare più consistenza a noi stessi e alle nostre realtà associative. Come diceva il «patrono di Internet», il beato Carlo Acutis, «tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie». Adoperiamo i social in modo adeguato e non saremo fotocopie. Men che meno fotocopie digitali.

*Fondazione Pensiero Solido
(fonte: Corriere - Buone notizie 02/11/2023)

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Vedi anche il post precedente: 
Il frate scelto dall’Onu: “L’intelligenza artificiale non deve spaventarci”