mercoledì 24 febbraio 2021

INSIEME TROVARE IL CORAGGIO DI LOTTARE PER "LA BUONA VITA" - Intervista al NUOVO ARCIVESCOVO DOMENICO BATTAGLIA, PER TUTTI “DON MIMMO”, di Maria Elefante

INSIEME TROVARE 
IL CORAGGIO DI LOTTARE 
PER "LA BUONA VITA" 
Intervista al NUOVO ARCIVESCOVO DOMENICO BATTAGLIA, 
PER TUTTI “DON MIMMO”, 
di Maria Elefante

                                    

Buonasera, vi chiedo permesso». Prima i volti e le storie che ha incontrato nel suo primo giorno da arcivescovo metropolita di Napoli, poi lui. E, una volta in chiesa, giunto all’altare, monsignor Domenico Battaglia, 58 anni, calabrese come l’allenatore del Napoli Rino Gattuso, ha salutato e ha chiesto di poter entrare a fare parte di una nuova comunità.

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Questo vuole dire “Chiesa aperta”. Come la intende lei? 
«Credo e vivo la Chiesa che parte dall’uomo, dal basso. Senza fughe e senza infngimenti. Il nostro è un Dio di parte, e compito della Chiesa è di vivere senza “neutralità”. Non la diplomazia o la nostalgia, ma solo parresìa e la profezia sono capaci di farci essere ciò che siamo chiamati a essere, vivendo l’unica fedeltà a Dio e al Vangelo. Sine glossa. Una Chiesa che vive l’Essenziale, perciò dalle porte aperte in cui non occorre nemmeno bussare perché sei già atteso, salvato dalla tua solitudine e capace di indicare anche tu traguardi inediti. Sono i traguardi del Regno».

Parole che rimandano al concetto di “autorità”, da lei inteso come speranza, perché chi ha questo compito deve «aumentare la bellezza della vita delle prossime generazioni». Una grande responsabilità. 
«È in crisi il concetto di autorità. Ma la vera autorità non può non poggiare su una più solida autorevolezza, che è capace di coniugare insieme, senza schizofrenie, gesti e parole. È di autorevolezza che c’è bisogno. Ne hanno bisogno soprattutto le nuove generazioni che, spesso senza dirlo, si attendono adulti più significativi, capaci di amare il territorio e quanti lo abitano, oltre il culto del benessere individuale. È da una più solida cultura del “noi” e della “cura” che potremo fare spazio anche a una politica dagli orizzonti più ampi, dialettici sì ma non divisivi, capace di avere a cuore la sorte di tutti, dentro pratiche di giustizia, di liberazione, di prossimità».

Ancora prossimità. A Napoli, terra difficile, può diventare la chiave per aiutare i più fragili a non cedere alle tentazioni dell’anti-Stato? 
«Recentemente papa Francesco ha detto che dovremmo poter chiedere ai poveri: “Come posso aiutarti?”. Questa è la prospettiva delle comunità cristiane, una prossimità accogliente e carica di umanità che ha bisogno di risposte complete e lungimiranti che solo insieme possiamo cercare e dare, dando precedenza alle persone più che alla burocrazia, ascoltando il grido talvolta inascoltato di quanti non ce la fanno più, evitando di rendere gli altri invisibili ai nostri occhi e a quelli della città. Questo tempo pandemico, con tutte le deprivazioni che ha portato, sollecita che emerga anzitutto “la buona vita” a poter offrire la propria mano, prima che arrivino altri consegnando i poveri a un sistema iniquo e difficile da abbandonare. Senza deleghe, occorre far crescere il senso di cittadinanza, attiva e consapevole, dando e ridando ai giovani il gusto dell’impegno disinteressato e gratuito per gli altri, per il territorio, per la città, per il futuro. Il male e ciò che nuoce al bene delle collettività, e si vince alla radice solo con una più convinta consapevolezza del bene comune, ma anche con percorsi di crescita e di promozione della dignità di ciascuno. Non possiamo più rimandare e nessuno può rimanere spettatore. Solo insieme potremo trovare il coraggio di lottare contro culture che si annidano nelle pieghe di questa terra capace di stupire, ma sottomessa alla camorra e ad affaristi che ingrassano sulle sofferenze dei disoccupati, di chi, per portare il pane a casa, è capace di tutto».
 
(Testo parziale tratto da "Famiglia Cristiana"  n. 7 del 14 febbraio 2021)

Guarda anche il post già pubblicato:
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