mercoledì 8 luglio 2020

"Il mestiere di vivere insieme" di Enzo Bianchi

Il mestiere di vivere insieme
di Enzo Bianchi

WRDSMTH, All Together Altogether

La Repubblica - Altrimenti 
6 luglio 2020


Viviamo in un tempo di incuria delle parole, nel quale abbondano neologismi eufemistici: si parla di “guerra preventiva” per definire l’aggressione militare; si ricorre al termine “flessibilità” per parlare di disoccupazione o licenziamento. Vi è più che mai bisogno di filo-logia, cioè di amore delle parole; o anche, per dirla con un’altra metafora, di ecologia del linguaggio.

A questa sorte non sfugge nemmeno un termine che spesso sentiamo risuonare: “con-vivere/con-vivenza”. Nel linguaggio comune esso è ormai sinonimo quasi unicamente di coabitazione tra persone non sposate. Quale impoverimento! Questa è solo una piccolissima parte della questione. Più in profondità, con-vivere significa imparare a vivere insieme e apprenderlo come un vero e proprio mestiere. Chi appartiene alla mia generazione non può non collegare tale espressione al titolo dei diari di Cesare Pavese: “Il mestiere di vivere”. Ebbene, se apprendere l’arte del vivere è una fatica personalissima a caro prezzo, così lo è anche apprendere l’arte, il mestiere del vivere insieme: non io senza o contro gli altri, ma io insieme agli altri.

Tale cammino non va pensato in termini di impoverimento: “‘Gli altri sono l’inferno’ (Sartre) perché mi tarpano le ali, mi impediscono di sviluppare la mia personalità, costringendomi al compromesso”. No, è ora di comprendere che l’incontro, il vivere insieme, in uno scambio di sguardi, gesti, parole e anche silenzi, può aiutare a far fiorire la personalità del singolo: può aiutarlo a passare dall’individuo alla persona. Non si dimentichi che, secondo un’ardita etimologia, “persona” potrebbe derivare dal verbo latino per-sonare: io sono in quanto risuono all’appello dell’altro…

Partendo da tale dimensione di prossimità, il convivere si allarga anche al senso della convivenza civile. Come scrive giustamente Andrea Riccardi, “senza una cultura condivisa non si può fare molto nel nostro mondo e, soprattutto, si rischia tanto. La coscienza della necessità della civiltà del convivere è l’inizio di una cultura condivisa tra uomini e donne differenti”. In una semplice domanda: è davvero più felice chi innalza muri sempre più alti e sofisticati oppure chi sa condividere (sinonimo di convivere!) ciò che ha ed è, giungendo così a un reciproco arricchimento?

La mia cultura cristiana di provenienza mi spinge infine quasi naturalmente a collegare il tema del convivere a un’espressione di Paolo di Tarso. Nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto egli definisce così il fine della vita cristiana: “Siete nel nostro cuore per morire insieme e vivere insieme” (“ad commoriendum et ad convivendum”: 7,3). Sembra un assurdo logico e invece può esprimere mirabilmente il fine del con-vivere, anche a livello umano: solo chi è disposto a dare la vita per chi gli è accanto, al limite fino a morire, può giungere davvero a con-vivere, a vivere insieme agli altri con coscienza di causa. E così si impara, nelle profondità del cuore, la laboriosa arte dell’intrecciare vite, storie e destini.

Pubblicato su: La Repubblica
(fonte: Bose)