martedì 30 giugno 2020

«La cosa più importante della vita è fare della vita un dono.» Papa Francesco Angelus 29/06/2020 (testo e video)

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2020



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Festeggiamo oggi i santi patroni di Roma, gli Apostoli Pietro e Paolo. Ed è un dono ritrovarci a pregare qui, vicino al luogo in cui Pietro morì martire ed è sepolto. Però, la Liturgia odierna ricorda un episodio del tutto differente: racconta che diversi anni prima Pietro fu liberato dalla morte. Era stato arrestato, si trovava in prigione e la Chiesa, temendo per la sua vita, pregava incessantemente per lui. Allora un angelo scese a liberarlo dal carcere (cfr At 12,1-11). Ma anche anni dopo, quando Pietro era prigioniero a Roma, la Chiesa avrà certamente pregato. In quell’occasione, tuttavia, la sua vita non fu risparmiata. Come mai prima fu liberato dalla prova e poi no?

Perché c’è un percorso nella vita di Pietro, che può illuminare il percorso della nostra vita. Il Signore gli concesse tante grazie e lo liberò dal male: fa così anche con noi. Anzi, noi spesso andiamo da Lui solo nei momenti del bisogno, a chiedere aiuto. Ma Dio vede più lontano e ci invita ad andare oltre, a cercare non solo i suoi doni, ma a cercare Lui, che è il Signore di tutti i doni; ad affidargli non solo i problemi, ma ad affidargli la vita. Così può finalmente darci la grazia più grande, quella di donare la vita. Sì, donare la vita. La cosa più importante della vita è fare della vita un dono. E questo vale per tutti: per i genitori verso i figli e per i figli verso i genitori anziani. E qui mi vengono in mente tanti anziani, che sono lasciati soli dalla famiglia, come – mi permetto di dire – come se fossero materiale di scarto. E questo è un dramma dei nostri tempi: la solitudine degli anziani. La vita dei figli e dei nipoti non si fa dono per gli anziani. Farci dono per chi è sposato e per chi è consacrato; vale ovunque, a casa e al lavoro, e verso chiunque abbiamo vicino. Dio desidera farci crescere nel dono: solo così diventiamo grandi. Noi cresciamo se ci doniamo agli altri. Guardiamo a san Pietro: non è diventato un eroe per essere stato liberato dal carcere, ma per aver dato la vita qui. Il suo dono ha trasformato un luogo di esecuzioni nel bel luogo di speranza in cui ci troviamo.

Ecco che cosa chiedere a Dio: non solo la grazia del momento, ma la grazia della vita. Il Vangelo oggi ci mostra proprio il dialogo che cambiò la vita di Pietro. Egli si sentì chiedere da Gesù: “Chi sono io per te?”. E rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona» (Mt 16,16-17). Gesù lo dice beato, cioè, alla lettera, felice. Sei felice per aver detto questo. Notiamo: Gesù dice Tu sei beato a Pietro che gli aveva detto Tu sei il Dio vivente. Qual è allora il segreto di una vita beata, qual è il segreto di una vita felice? Riconoscere Gesù, ma Gesù come Dio vivente, non come una statua. Perché non importa sapere che Gesù è stato grande nella storia, non importa tanto apprezzare quel che ha detto o fatto: importa quale posto gli do io nella mia vita, quale posto do io a Gesù nel mio cuore. È a quel punto che Simone si sentì dire da Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Non fu chiamato “pietra” perché era un uomo solido e affidabile. No, farà tanti sbagli dopo, non era tanto affidabile, farà tanti sbagli, arriverà pure a rinnegare il Maestro. Però scelse di costruire la vita su Gesù, la pietra; non – dice il testo – su “carne e sangue”, cioè su se stesso, sulle sue capacità, ma su Gesù (cfr v. 17), che è la pietra. È Gesù la roccia su cui Simone è diventato pietra. Lo stesso possiamo dire dell’Apostolo Paolo, che si donò totalmente al Vangelo, considerando tutto il resto spazzatura, per guadagnare Cristo.

Oggi, davanti agli Apostoli, possiamo chiederci: “E io, come imposto la vita? Penso solo ai bisogni del momento o credo che il mio vero bisogno è Gesù, che fa di me un dono? E come costruisco la vita, sulle mie capacità o sul Dio vivente?”. La Madonna, che si è affidata tutta a Dio, ci aiuti a metterlo alla base di ogni giornata; e lei interceda per noi perché possiamo, con la grazia di Dio, fare della nostra vita un dono.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo prima di tutto il mio saluto a tutti i romani e a quanti vivono in questa città, nella festa dei santi Patroni, gli Apostoli Pietro e Paolo. Per loro intercessione, prego che a Roma ogni persona possa vivere con dignità e possa incontrare la lieta testimonianza del Vangelo.

In questa ricorrenza è tradizione che venga a Roma una delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, ma quest’anno non è stato possibile a causa della pandemia. Pertanto, mando spiritualmente un abbraccio al caro fratello il Patriarca Bartolomeo, nella speranza che possano riprendere al più presto le nostre reciproche visite.

Celebrando la solennità di San Pietro e San Paolo, vorrei ricordare i tanti martiri che sono stati decapitati, bruciati vivi e uccisi, specialmente al tempo dell’imperatore Nerone, proprio su questa terra nella quale voi vi trovate ora. Questa è terra insanguinata dai nostri fratelli cristiani. Domani celebreremo la loro commemorazione.

Saluto voi, cari pellegrini qui presenti: vedo bandiere del Canada, del Venezuela, della Colombia e altre… Tanti saluti! La visita alle tombe degli Apostoli rafforzi la vostra fede e la vostra testimonianza.

E a tutti auguro una buona festa. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

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«Il Signore chiama ciascuno di noi, per farci pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate.» Papa Francesco omelia 29/06/2020 (foto, testo e video)

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2020


Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, alle ore 9.30, all’Altare della Cattedra, nella Basilica Vaticana, Papa Francesco ha benedetto i Palli presi dalla Confessione dell’Apostolo Pietro e destinati al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno. Il Pallio verrà poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana. Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con i Cardinali dell’Ordine dei Vescovi e l’Arciprete della Basilica Papale di San Pietro, Card. Angelo Comastri. 


  








OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Nella festa dei due Apostoli di questa città, vorrei condividere con voi due parole-chiave: unità e profezia.

Unità. Celebriamo insieme due figure molto diverse: Pietro era un pescatore che passava le giornate tra i remi e le reti, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe. Quando andarono in missione, Pietro si rivolse ai giudei, Paolo ai pagani. E quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato, come Paolo non si vergogna di raccontare in una lettera (cfr Gal 2,11 ss.). Erano insomma due persone tra le più differenti, ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama. Però la familiarità che li legava non veniva da inclinazioni naturali, ma dal Signore. Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci. Ci unisce nelle differenze.

La prima Lettura di oggi ci porta alla sorgente di questa unità. Racconta che la Chiesa, appena nata, attraversava una fase critica: Erode infuriava, la persecuzione era violenta, l’Apostolo Giacomo era stato ucciso. E ora anche Pietro viene arrestato. La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. Il testo dice che «mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). L’unità è un principio che si attiva con la preghiera, perché la preghiera permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà.

Notiamo un’altra cosa: in quei frangenti drammatici nessuno si lamenta del male, delle persecuzioni, di Erode. Nessuno insulta Erode – e noi siamo tanto abituati a insultare i responsabili. È inutile, e pure noioso, che i cristiani sprechino tempo a lamentarsi del mondo, della società, di quello che non va. Le lamentele non cambiano nulla. Ricordiamoci che le lamentele sono la seconda porta chiusa allo Spirito Santo, come vi ho detto il giorno di Pentecoste: la prima è il narcisismo, la seconda lo scoraggiamento, la terza il pessimismo. Il narcisismo ti porta allo specchio, a guardarti continuamente; lo scoraggiamento, alle lamentele; il pessimismo, al buio, all’oscurità. Questi tre atteggiamenti chiudono la porta allo Spirito Santo. Quei cristiani non incolpavano ma pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Nessuno. Pietro, umanamente, aveva motivi di essere criticato, ma nessuno lo criticava. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera, la nostra unità della Chiesa? Preghiamo gli uni per gli altri?”. Che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno, con la lingua un po’ tranquillizzata? Quello che successe a Pietro in carcere: come allora, tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero. E noi saremmo meravigliati, come quella ragazza che, vedendo Pietro alla porta, non riusciva ad aprire, ma corse dentro, stupita per la gioia di vedere Pietro (cfr At 12,10-17). Chiediamo la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa (cfr 1 Tm 2,1-3). “Ma questo governante è…”, e i qualificativi sono tanti; io non li dirò, perché questo non è il momento né il posto per dire i qualificativi che si sentono contro i governanti. Che li giudichi Dio, ma preghiamo per i governanti! Preghiamo: hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta? Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, come a Pietro; solo la preghiera spiana la via all’unità.

Oggi si benedicono i palli, che vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Il pallio ricorda l’unità tra le pecore e il Pastore che, come Gesù, si carica la pecorella sulle spalle per non separarsene mai. Oggi poi, secondo una bella tradizione, ci uniamo in modo speciale al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità. Oggi, loro non sono riusciti a venire, per il problema dei viaggi a motivo del coronavirus, ma quando io sono sceso a venerare le spoglie di Pietro, sentivo nel cuore accanto a me il mio amato fratello Bartolomeo. Loro sono qui, con noi.

La seconda parola, profezia. Unità e profezia. I nostri Apostoli sono stati provocati da Gesù. Pietro si è sentito chiedere: “Tu, chi dici che io sia?” (cfr Mt 16,15). In quel momento ha capito che al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo. Anche la vita di Paolo è cambiata dopo una provocazione di Gesù: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Il Signore lo ha scosso dentro: più che farlo cadere a terra sulla via di Damasco, ha fatto cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene. Così il fiero Saulo è diventato Paolo: Paolo, che significa “piccolo”. A queste provocazioni, a questi ribaltamenti di vita seguono le profezie: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18); e a Paolo: «È lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni» (At 9,15). Dunque, la profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso. Nasce se noi ci lasciamo provocare da Dio. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta. Ed eccoli Pietro e Paolo, profeti che vedono più in là: Pietro per primo proclama che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16); Paolo anticipa il finale della propria vita: «Mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore mi concederà» (2 Tm 4,8).

Oggi abbiamo bisogno di profezia, ma di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Non servono manifestazioni miracolose. A me fa dolore quando sento proclamare: “Vogliamo una Chiesa profetica”. Bene. Cosa fai, perché la Chiesa sia profetica? Servono vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Incomincia a servire, e stai zitto. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, quello stare bene con tutti – da noi si dice: “stare bene con Dio e con il diavolo”, stare bene con tutti –; no, questo non è profezia. Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di quei progetti pastorali che sembrano avere in sé la propria efficienza, come se fossero dei sacramenti, progetti pastorali efficienti, no, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio. Così Pietro e Paolo hanno annunciato Gesù, da innamorati. Pietro, prima di essere messo in croce, non pensa a sé ma al suo Signore e, ritenendosi indegno di morire come Lui, chiede di essere crocifisso a testa in giù. Paolo, prima di venire decapitato, pensa solo a donare la vita e scrive che vuole essere «versato in offerta» (2 Tm 4,6). Questa è profezia. Non parole. Questa è profezia, la profezia che cambia la storia.

Cari fratelli e sorelle, Gesù ha profetizzato a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Anche per noi c’è una profezia simile. Si trova nell’ultimo libro della Bibbia, dove Gesù promette ai suoi testimoni fedeli «una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo» (Ap 2,17). Come il Signore ha trasformato Simone in Pietro, così chiama ciascuno di noi, per farci pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate. C’è sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia, ma il Signore crede in noi e chiede a te: “Tu, vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Fratelli e sorelle, lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.

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Per un esame di coscienza sulla scuola di Giuseppe Savagnone

Per un esame di coscienza sulla scuola 
di Giuseppe Savagnone



I ministri di ieri e di oggi

Che la ministra Azzolina non fosse destinata a rimanere negli annali della scuola italiana come una figura luminosa, lo si era già capito da vari indizi. Era il suo il curriculum più adatto per il ministero della Pubblica Istruzione in un governo che, a detta del premier, era intenzionato a promuovere un “nuovo umanesimo”?

Ma, a dire il vero, poco chiara è anche la motivazione che, nel governo precedente a questo, ha spinto alla nomina – in un ruolo svolto in passato da personalità come Aldo Moro, Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Spadolini, Sergio Mattarella, Tullio De Mauro – di Marco Bussetti (quello che ha censurato la professoressa perché non ha impedito ai suoi alunni di accusare Salvini di razzismo) o, nel governo Gentiloni, di Valeria Fedeli, rispettabilissima sindacalista, ma priva di un titolo propriamente scolastico.

Si potrà dire che un ministro non deve necessariamente essere un competente del settore a lui affidato, perché la sua funzione non è tecnica, ma politica. Giusto. Ma se si deve scegliere, come titolare del ministero dell’Economia, tra Mario Draghi e Franco Battiato, forse sarebbe più logico puntare sul primo… Senza dire che i nostri ultimi ministri dell’Istruzione non erano comunque, nel loro campo, quello che Franco Battiato è nel suo.

Il rituale del capro espiatorio

Ho precisato tutto questo per evitare equivoci sulla mia valutazione di fondo del nostro attuale ministro. Detto ciò, dico francamente che il fiume di indignate proteste che si sono scatenate da tutte le parti contro la Azzolina hanno lo stesso significato che aveva, nell’Antico Testamento, la solenne maledizione pronunciata dal sommo Sacerdote sopra un capro, detto “espiatorio”, che veniva simbolicamente caricato di tutte le colpe del popolo e poi mandato a morire nel deserto. Una liturgia tanto coinvolgente quanto ipocrita, che serviva soprattutto a esorcizzare, proiettandole su un povero animale, le reali responsabilità umane.

La Azzolina è diventata il capro espiatorio che professori, studenti, sindacati, forze politiche, fanno a gara nel massacrare con sadica soddisfazione. È vero, il piano che ha presentato scarica disinvoltamente sui dirigenti scolastici tutte le responsabilità, senza garantire loro i mezzi per far fronte ai problemi. Ma, come la sventurata ha cercato di spiegare, non è certo lei che può decidere quante e quali risorse destinare all’emergenza. I soldi per la scuola, in Italia, non si sono mai trovati, e meno che mai in questo momento. I ministri della Pubblica Istruzione, di fronte ai netti dinieghi dei loro colleghi dell’Economia, si sono sempre trovati a scegliere tra le dimissioni (come ha fatto il predecessore dell’Azzolina, Fioravanti) e il far buon viso a cattivo gioco, adattandosi a “fare le nozze con i fichi secchi”.

Su questa seconda via, si può anche esagerare, come ha fatto Mariastella Gelmini, ministro della Pubblica Istruzione, nel quarto governo Berlusconi, dal maggio 2008 al novembre 2011 che, di fronte alla stretta imposta dal ministro Tremonti, invece di limitarsi a piangere nottetempo e a sorridere alla stampa, ha avuto la faccia di bronzo di gabellare i tagli devastanti imposti al sistema scolastico come una «riforma epocale».


La distruzione della scuola è cominciata prima

Leggo su tutti i giornali – con particolare sarcasmo e accanimento su quelli di destra – che la ministra attuale sta distruggendo la scuola italiana. Non ne è in grado. Comunque l’hanno già fatto altri. Come, appunto, la Gelmini, che ha accorpato alla cieca scuole, classi, uffici, massacrando la continuità didattica e l’efficienza gestionale (ci sono stati dirigenti incaricati di governare istituti che distavano tra loro decine di chilometri…).

La selezione demonizzata

Questo l’ha fatto un governo di destra. Ma la “distruzione” della nostra scuola ha radici ancora più antiche. Senza minimizzare il ruolo notevolissimo di Berlusconi, con l’appoggio della Lega (che faceva parte del governo in cui la Gelmini era ministro), si deve riconoscere che la sinistra non è stata da meno. E le proteste di oggi sono forse un modo per eludere un esame di coscienza che risulterebbe troppo doloroso.

Perché, risalendo indietro nel tempo, dovrebbe cominciare ricordando l’appoggio indiscriminato alla protesta sessantottina, che aveva sicuramente degli aspetti positivi, ma nascondeva anche dei veleni di cui soprattutto la scuola ha poi scontato gli effetti remoti. Basti pensare alla lotta contro ogni forma di selezione proprio nell’ambito scolastico. Giustissima se rivolta contro quella economico-sociale , di cui erano vittima i ragazzi poveri. Assurda se generalizzata e trasformata in una rivendicazione del “6 politico”, grazie a cui il diritto allo studio, che era il senso profondo della prima, veniva trasformato nel diritto a non studiare, ampiamente confermato poi dal sistema dei “debiti” che nessuno era tenuto veramente a saldare.

Anche quella dei docenti

La demonizzazione della selezione non è stata fatta, peraltro, solo nei confronti degli studenti, ma anche dei professori. Ricordo ancora, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, i volantini dei sindacati confederali della scuola dove si rivendicava il diritto alla promozione automatica per tutti i partecipanti ai corsi abilitanti, accusando chi (come il sottoscritto) distingueva l’ingiusta selezione economico-sociale dei candidati dalla necessaria selezione culturale, chiedendo una verifica seria della competenza dei futuri docenti, di essere una minaccia per i lavoratori. E, dal loro punto di vista, che era quello meramente occupazionale, avevano pure ragione, perché l’abilitazione era importante per il lavoro. Ma era solo questa l’ottica da cui guardare la scuola?

La svalutazione della dimensione culturale

Di fatto, in tutti questi anni i sindacati, pur con i loro indubbi meriti nella difesa dei diritti e del trattamento economico del personale, hanno guardato all’istituzione scolastica più sotto il profilo delle assunzioni e del livello retributivo che sotto quello della qualità culturale. Assecondati peraltro da una classe politica che cercava soprattutto di tenerli buoni. Ricordo ancora di aver chiesto al ministro De Mauro, in una intervista che gli feci a Roma per «Avvenire», se non era il caso di prevedere un anno sabbatico per consentire ai docenti di studiare. Uomo mitissimo, a quella domanda quasi si arrabbiò. «Ma lei vuole che il governo proponga una cosa che neppure i sindacati ci chiedono?».

Alla base di tutto, c’è stato un cambiamento della società

Ma non sarebbe neppure giusto scaricare sui sindacati, (a cui peraltro deve andare, per altri versi, la nostra gratitudine) e sulla politica (a cui ne dobbiamo molto meno), le responsabilità del declino della scuola. È stato un profondo cambiamento di tutta la nostra società a far sì che, rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta – in cui il corpo insegnante doveva accontentarsi, dal punto di vista economico, di vacche magre, ma in compenso godeva di un notevole prestigio sociale –, oggi si parli spesso dei docenti con disprezzo, trattandoli anche fisicamente come inservienti invece che come “maestri” di cultura e di umanità.

Alla base di questo c’è stato l’avvento selvaggio del consumismo, che ha trasformato anche la cultura in una funzione economica e ha spinto a valutarla in questi termini. In questa logica, l’insegnamento era in partenza destinato a diventare un lavoro di serie B, e chi lo svolge a contare poco o nulla. A questo punto, se già prima la qualità culturale era poco considerata dalla politica, ora essa non ha più alcun peso. Non per nulla da tempo sono stati sospesi i concorsi, che in passato garantivano la selezione, favorendo l’inserimento giovani preparati ed entusiasti nel corpo docente.

Per una scuola davvero democratica

È il prezzo di una scuola democratica? Non credo. La vecchia scuola elitaria doveva essere superata, ma per dare a tutti quello che prima si dava a pochi. Così, invece, si rischia di non dare più quasi niente a nessuno. Meno male che ci sono ancora degli insegnanti motivati e coraggiosi – ne conosco personalmente parecchi – che non si lasciano scoraggiare da questa deriva del sistema!

No, non sarà certo migliorando il piano fallimentare della Azzolina che risolveremo i problemi di fondo della nostra scuola. Per quelli, non è un singolo ministro che può cambiare le cose. Neppure la classe politica e la dirigenza sindacale nel loro insieme. Perché esse sono, a loro volta, espressione di una cultura diffusa, che ha creato una scala di valori in cui il sistema d’istruzione ha un posto irrimediabilmente secondario. Forse la sola possibilità di costruire una scuola veramente democratica è in un lavoro di rieducazione dell’opinione pubblica, che richiede tempo e sacrifici da parte di chi ha coscienza dei problemi. In fondo È quello che ho cercato di fare in questo articolo. Una goccia nel mare, lo so. Ma il mare è fatto di gocce.
(fonte: TUTTAVIA 26/06/2020)


lunedì 29 giugno 2020

L'abbraccio e l'omaggio a tutte le vittime del Covid-19 (cronaca, foto e video)

L'abbraccio e l'omaggio a tutte le vittime del Covid

Le note di Donizzetti, i versi di Olivero  e le parole di Mattarella a Bergamo, 
che rappresenta l’intera Italia, il cuore della Repubblica, 
l’Italia che ha sofferto, che è stata ferita, che ha pianto... 
La strada della ripartenza è stretta e in salita. 
Va percorsa con coraggio e con determinazione. 
Con tenacia, con ostinazione, con spirito di sacrificio.


Tanta commozione per la commemorazione che il Comune di Bergamo ha organizzato per le circa seimila vittime bergamasche del Covid-19 tenutasi ieri sera, domenica 28 giugno 2020, nel piazzale antistante il cimitero monumentale della città.

Nel rispetto delle norme anti-assembramento, invitati i 243 dei sindaci dei Comuni bergamaschi. Presenti il sindaco Giorgio Gori, il governatore lombardo Attilio Fontana e soprattutto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha anche incontrato Luca Fusco, presidente del comitato dei familiari delle vittime.

Ad assistere al concerto inoltre i rappresentanti degli operatori sanitari e alcuni famigliari delle vittime, un pubblico ristretto per via delle misure di sicurezza.




Il capo dello Stato al suo arrivo ha deposto una corona sulla lapide in onore delle vittime, sulla quale è incisa una preghiera in poesia scritta da Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, e letta da una volontaria dell'Arsenale di Pace. 


Il testo della poesia/preghiera

Tu ci sei, sono convinto che tu ci sei accanto alle persone che muoiono sole, sole, con a volte incollato sul vetro della rianimazione il disegno di un nipote, un cuore, un bacetto, un saluto.

Tu ci sei, vicino a ognuno di loro, tu ci sei, dalla loro parte mentre lottano, tu ci sei e raccogli l’ultimo respiro, la resa d’amore a te. Tu ci sei, muori con loro per portarli lassù dove con loro sarai in eterno, per sempre.

Tu ci sei, amico di ogni amico che muore a Bergamo, in Lombardia, in ogni parte del nostro tormentato paese. Tu ci sei e sei tu che li consoli, che li abbracci, che tieni loro la mano, che trasformi in fiducia serena la loro paura. Tu ci sei perché non abbandoni nessuno, tu che sei stato abbandonato da tutti.

Tu ci sei perché la tua paura, la tua sofferenza, l’ingiustizia della tua morte le hai offerte per ciascuno di noi. Tu ci sei e sei il respiro di quanti in questi giorni non hanno più respiro. Tu ci sei, sei lì, per farli respirare, per sempre.

Sembra una speranza, ma è più di una speranza: è la certezza del tuo amore senza limiti.


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L'orchestra, diretta da Riccardo Frizza, ha eseguito l'inno di Mameli con tutti i musicisti posizionati a un metro di distanza l'uno dall'altro e con la mascherina. 


Il messaggio del Capo dello Stato 

Tra l'omaggio reso alla lapide con la preghiera in poesia di Ernesto Olivero e la Messa di Requiem di Donizetti, lo spazio delle parole è doverosamente limitato; e rivolto soltanto a riflessioni essenziali.

Qui a Bergamo, questa sera, c’è l’Italia che ha sofferto, che è stata ferita, che ha pianto. E che, volendo riprendere appieno i ritmi della vita, sa di non poter dimenticare quanto è avvenuto.

La mia partecipazione vuole testimoniare la vicinanza della Repubblica ai cittadini di questa terra così duramente colpita.

Bergamo, oggi, rappresenta l’intera Italia, il cuore della Repubblica, che si inchina davanti alle migliaia di donne e uomini uccisi da una malattia, ancora in larga parte sconosciuta e che continua a minacciare il mondo, dopo averlo costretto, improvvisamente, a fermarsi o, comunque, a rallentare le sue attività.

Oggi ci ritroviamo qui per ricordare. Per fare memoria dei tanti che non ci sono più. Del lutto che ha toccato tante famiglie, lasciando nelle nostre comunità un vuoto che nulla potrà colmare.

Il destino di tante persone e delle loro famiglie è cambiato all’improvviso. Vite e affetti strappati, spesso senza un ultimo abbraccio, senza l’ultimo saluto, senza poter stringere la mano di un familiare.

Tutti conserviamo nel pensiero immagini che sarà impossibile dimenticare. Cronache di un dolore che hanno toccato la coscienza e la sensibilità di tutto il Paese, ma che, per chi le ha vissute personalmente, rappresentano cicatrici indelebili.

Questi mesi, contrassegnati da tanta, intensa, tristezza, ci hanno certamente cambiato. Hanno in larga misura modulato diversamente le nostre esistenze, le nostre relazioni, le nostre abitudini. Dire che, d’ora in poi, la nostra vita non sarà come prima non è la ripetizione di un luogo comune.

Non sarà come prima perché ci mancheranno persone care, amici, colleghi.

Non sarà come prima perché la sofferenza collettiva, che all’improvviso abbiamo attraversato ha certamente inciso, nella vita di ciascuno, sul modo in cui si guarda alla realtà. Sulle priorità, sull’ordine di valore attribuito alle cose, sull’importanza di sentirsi responsabili gli uni degli altri.

Fare memoria significa, quindi, anzitutto ricordare i nostri morti e significa anche assumere piena consapevolezza di quel che è accaduto. Senza la tentazione illusoria di mettere tra parentesi questi mesi drammatici per riprendere come prima.

Ricordare significa riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere.

Significa allo stesso tempo rammentare il valore di quanto di positivo si è manifestato. La straordinaria disponibilità e umanità di medici, infermieri, personale sanitario, pubblici amministratori, donne e uomini della Protezione civile, militari, Forze dell’Ordine, volontari. Vanno ringraziati: oggi e in futuro.

Qui – come altrove – si è potuto misurare concretamente il valore e lo spessore di queste testimonianze.

Come ben sanno i sindaci - che, vorrei ricordare anche qui, oggi, nei giorni più difficili, hanno operato con la più grande dedizione - si sono formate e messe in opera, in ogni comune, tante reti di solidarietà.

Una maggioranza silenziosa ma concreta del nostro popolo che, senza nulla pretendere, si è messa in azione e ha consentito al Paese di affrontare le tante difficoltà e continuare a vivere.

Senso del dovere e buona volontà di singoli. Queste risorse, accanto allo spirito di sacrificio e al rispetto delle regole, che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini ha dimostrato, costituiscono un patrimonio prezioso per il Paese, da non disperdere.

Rammentiamoci delle energie morali emerse quando, chiusi nelle nostre case, stretti tra angoscia e speranza, abbiamo cominciato a chiederci come sarebbe stato il nostro futuro. Il futuro della nostra Italia.

La memoria ci carica di responsabilità. Senza coltivarla rischieremmo di restare prigionieri di inerzie, di pigrizie, di vecchi vizi da superare.

Da quanto avvenuto dobbiamo, invece, uscire guardando avanti. Con la volontà di cambiare e di ricostruire che hanno avuto altre generazioni prima della nostra.

La strada della ripartenza è stretta e in salita. Va percorsa con coraggio e con determinazione. Con tenacia, con ostinazione, con spirito di sacrificio.

Sono le doti di questa terra, che oggi parlano a tutta l’Italia per dire che insieme possiamo guardare con fiducia al nostro futuro.

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Prima di eseguire il Requiem di Donizetti, Francesco Micheli, direttore artistico del Festival Donizetti, ha recitato l’Addio ai monti di Manzoni de I Promessi sposi.




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(servizio di Rita Cavallo per il Tg3)


Religiosità popolare - Preghiere in dialetto - Lazio: ER CONSUMO DE LA FEDE (Il consumo della fede) - Il piede consunto di Pietro


La religiosità popolare di tutte le regioni italiane è ricca di preghiere dialettali, espressione di una cultura religiosa tramandata oralmente di generazione in generazione, per lo più dai nonni ai nipotini.
L'era moderna, purtroppo, tende a cancellare questo patrimonio, infatti le suddette preghiere permangono quasi esclusivamente nei ricordi delle persone più anziane. 

Nel periodo di Avvento del 2016 Padre Gregorio Battaglia, della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto - ME - (che i nostri lettori sicuramente conoscono attraverso i post da noi pubblicati) ci chiedeva se fosse stato possibile  pubblicare una preghiera in dialetto siciliano ricordata da una persona anziana che stava attraversando un momento molto difficile, questa richiesta ci ha stimolati a promuovere la pubblicazione di questa forma di devozione appartenente al nostro patrimonio culturale estendendo l'invito ai nostri lettori di tutte le regioni italiane.

Ci farebbe molto piacere avere un riscontro positivo da parte dei nostri lettori, che pertanto invitiamo a inviare il loro contributo o con un messaggio privato in Facebook nella pagina "Quelli della Via" o scrivendo una email alla casella di posta di "Tempo Perso": 
tempo-perso@libero.it .
Vi chiediamo cortesemente di indicare, accanto alla versione dialettale, anche quella in lingua italiana e, nel caso ne foste a conoscenza, di corredarla di diversi particolari (ad esempio se veniva recitata in particolari periodi dell'anno o momenti della giornata, o se rivolta a qualche Santo per chiederne l'intercessione, o a qualunque altra informazione riteniate opportuno fornirci). 
Sarà nostra cura selezionare i suggerimenti, verificandone ovviamente i contenuti, e preparare i post ed anche uno Speciale, sempre disponibile, in cui potere rintracciare con facilità tutte le preghiere.


Preghiere in dialetto

 Lazio 
Dialetto romanesco

Abbiamo inserito nella presente raccolta questi versi di Trilussa, pur non essendo una preghiera, perché riteniamo sia espressione di una tradizione popolare tutt'oggi presente nei fedeli che si recano nella basilica di San Pietro.

ER CONSUMO DE LA FEDE


Quer San Pietro de bronzo che se vede
drento San Pietro, co' la chiave in mano,
a furia de baciallo, piano piano
j'hanno magnato più de mezzo piede.

E quella è tutta gente che ce crede:
perché devi pensà ch'ogni cristiano
ch'ariva da vicino o da lontano
lo logra co' li baci de la fede.

Però c'è un sampietrino che m'ha detto
come er consumo pô dipenne pure
che lo vanno a pulì cór fazzoletto.

Ma questo qua nun sposta la questione:
e, a parte quele poche fregature,
è un gran trionfo pe' la religgione.

Trilussa



Il CONSUMO DELLA FEDE

Quel San Pietro di bronzo che si vede
dentro San Pietro, con la chiave in mano,
a furia di baciarlo, piano piano
gli hanno mangiato più di mezzo piede.

E quella è tutta gente che ci crede:
perché devi pensare che ogni cristiano
che arriva da vicino o da lontano
lo logora con i baci della fede.

Però c'è un sanpietrino*  che mi ha spiegato
come il consumo può dipendere anche
dal fatto che lo vanno a pulire con il fazzoletto.

Ma questo non cambia la sostanza:
e, a parte quelle poche fregature,
è un gran trionfo per la religione.

(Nome dato correntemente agli addetti alla manutenzione ordinaria e all'addobbo della basilica di S. Pietro in Roma)

Trilussa è il poeta romano Carlo Alberto Salustri, il quale scelse questo pseudonimo da un anagramma del proprio cognome. È autore di un gran numero di poesie in dialetto romanesco, alcune delle quali in forma di sonetti.

Per saperne di più sulla devozione di toccare e baciare il piede di san Pietro nella basilica romana a Lui dedicata leggi Il piede consunto di Pietro

Segui lo Speciale:


Restare credenti – Santi Pietro e Paolo di Antonio Savone

Restare credenti – Santi Pietro e Paolo

di Antonio Savone


Vie diverse di sequela dell’unico Maestro. Solo la fantasia dello Spirito poteva mettere insieme persone così distanti l’una dall’altra.

Pietro chiamato sulle rive del lago alle prese con il suo mestiere di pescatore, Paolo dalle derive del suo integralismo religioso. Così diversi da conoscere l’uno nei confronti dell’altro lo scontro aperto ma anche l’ammirazione più sincera.

Pur partendo da condizioni di vita molto differenti entrambi sono accomunati dall’esperienza di un Dio che prima ancora di scioglierli dalle catene di una prigione li introduce in un cammino di progressiva liberazione dalla paura e dalle precomprensioni e pregiudizi che portavano con sé.

Due che hanno conosciuto la fatica della fede. Proprio come ogni uomo sulla terra. Difficile credere a un Messia contraddetto, nel caso di Pietro. Arduo, in quello di Paolo, continuare ad annunciare il Vangelo quando più nessuno ti resta accanto – neanche i tuoi fratelli nella fede – e i risultati sembrano smentire il senso della tua opera.

Pietro che pure è testimone entusiasta della fede in Cristo a Cesarea di Filippo – in condizioni non avverse, dunque – la rinnega nella notte della passione quando non riconoscerà più il suo Maestro.

Paolo che sulla via di Damasco accetta di essere disarcionato da quel Gesù che stava perseguitando, conoscerà presto l’emarginazione e il silenzio prima di essere riconosciuto come annunciatore instancabile del vangelo del regno. Gli sarà costata cara la fedeltà al suo Signore se, nel rileggere la sua vicenda, la collocherà proprio all’insegna dell’essere riuscito a conservare la fede. Quale forza evocativa racchiude il fatto di guardare alla propria esistenza non misurando i risultati raggiunti o i consensi ottenuti o i fallimenti registrati ma semplicemente affermando di essere rimasto credente!

A caro prezzo la loro fede non solo perché conosceranno entrambi l’esperienza del martirio ma perché continuamente sollecitati a misurarsi con la rivelazione di un Dio mai circoscrivibile nelle ordinarie categorie di approccio al reale. Prima che essere strappati a un contesto di vita Pietro e Paolo sono strappati alle loro fedi. Strappati alla loro tradizione religiosa. Pietro a fatica dovrà riconoscere di rendersi conto che Dio non fa preferenze di persone. Quanto gli sarà costato acconsentire al fatto che il regno di Dio potesse essere aperto anche a dei non ebrei! Di lì a poco, infatti, sotto le pressioni della comunità ritratterà anche quella che era una apertura entusiasta sulla larghezza del cuore di Dio. Sarà necessario l’intervento e la resistenza di Paolo perché Pietro possa ricredersi.

Il loro andare geografico per i territori allora conosciuti credo possa essere letto come simbolo di una itineranza alla quale avevano acconsentito anzitutto nel loro mondo interiore, là dove più forti sono le resistenze a misurarsi con l’inedito. Non si muove un passo fuori di noi se non si è disposti a compierlo anzitutto dentro di noi.

Mi pare di poter individuare proprio nell’acconsentire a modificare il loro immaginario su Dio il punto di forza su cui poi si è dispiegata, pur nella diversità dei percorsi, la loro vicenda. Continuamente rovesciati nelle loro categorie di approccio al reale da un Dio dalla logica capovolta e che su di loro vorrebbe costituire una comunità cristiana come luogo di criteri rovesciati: luogo in cui i primi sono gli ultimi, il potere è il servizio, il tradimento può dischiudere addirittura una rinnovata fedeltà.

Credo sia questa la sfida consegnata a noi comunità cristiana: la capacità di riconoscere nelle trame della nostra storia la rivelazione di un Dio capovolto alla quale acconsentire anche a costo di mettere in gioco un nostro sistema di pensiero.

Vite, poi, quelle di Pietro e Paolo attraversate dalla passione di rendere ragione della speranza che aveva acceso la loro esistenza e perciò spezzate come quelle del loro Maestro. Vicende, le loro, a cui bastava la consapevolezza di un Dio che rimane vicino anche se non risparmia la possibilità che l’annuncio possa essere contraddetto: il Signore, però, mi è stato vicino – attesta Paolo in 2Tm 4,17 – e mi ha dato forza perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio… Uomini abbandonati e sotto processo (processo che finirà male) e che, tuttavia, vedono compiersi il Regno di Dio. Capaci di contemplare l’opera di Dio anche quando le circostanze sono mediocri o addirittura avverse, senza mai abbandonarsi a rivalse.

Non gente che consegna soltanto una dottrina ma fratelli disposti ad essere segno con la loro vita della irrevocabile vicinanza di Dio ad ogni uomo. Così la comunità cristiana. Segno della prossimità di Dio. Anche in questo nostro tempo, anche all’uomo che sono io.
(fonte: A Casa di Cornelio 28/06/2020)


«La pienezza della vita e della gioia si trova donando se stessi per il Vangelo e per i fratelli» Papa Francesco Angelus 28/06/2020 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 28 giugno 2020
 



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa domenica, il Vangelo (cfr Mt 10,37-42) fa risuonare con forza l’invito a vivere in pienezza e senza tentennamenti la nostra adesione al Signore. Gesù chiede ai suoi discepoli di prendere sul serio le esigenze evangeliche, anche quando ciò richiede sacrificio e fatica.

La prima richiesta esigente che Egli rivolge a chi lo segue è quella di porre l’amore verso di Lui al di sopra degli affetti familiari. Dice: «Chi ama padre o madre, […] figlio o figlia più di me non è degno di me» (v. 37). Gesù non intende di certo sottovalutare l’amore per i genitori e i figli, ma sa che i legami di parentela, se sono messi al primo posto, possono deviare dal vero bene. Lo vediamo: alcune corruzioni nei governi, vengono proprio perché l’amore alla parentela è più grande dell’amore alla patria, e mettono in carica i parenti. Lo stesso con Gesù: quando l’amore [per i familiari] è più grande di [quello per] Lui non va bene. Tutti potremmo portare tanti esempi al riguardo. Senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo. Quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa. In questo senso Gesù dice questa frase. Ricordiamo anche come Gesù rimprovera i dottori della legge che fanno mancare il necessario ai genitori con la pretesa di darlo all’altare, di darlo alla Chiesa (cfr Mc 7,8-13). Li rimprovera! Il vero amore a Gesù richiede un vero amore ai genitori, ai figli, ma se cerchiamo prima l’interesse familiare, questo porta sempre su una strada sbagliata.

Poi, Gesù dice ai suoi discepoli: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38). Si tratta di seguirlo sulla via che Egli stesso ha percorso, senza cercare scorciatoie. Non c’è vero amore senza croce, cioè senza un prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano. E portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio. Neanche serve agitarsi per preservare la propria vita, con un atteggiamento timoroso ed egoistico. Gesù ammonisce: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia – cioè per amore, per amore a Gesù, per amore al prossimo, per il servizio degli altri –, la troverà» (v. 39). È il paradosso del Vangelo. Ma anche di questo abbiamo, grazie a Dio, tantissimi esempi! Lo vediamo in questi giorni. Quanta gente, quanta gente, sta portando croci per aiutare gli altri! Si sacrifica per aiutare gli altri che hanno bisogno in questa pandemia. Ma, sempre con Gesù, si può fare. La pienezza della vita e della gioia si trova donando se stessi per il Vangelo e per i fratelli, con apertura, accoglienza e benevolenza.

Così facendo, possiamo sperimentare la generosità e la gratitudine di Dio. Ce lo ricorda Gesù: «Chi accoglie voi accoglie me […]. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli […] non perderà la ricompensa» (vv. 40; 42). La gratitudine generosa di Dio Padre tiene conto anche del più piccolo gesto di amore e di servizio reso ai fratelli. In questi giorni, ho sentito un prete che era commosso perché in parrocchia gli si è avvicinato un bambino e gli ha detto: “Padre, questi sono i miei risparmi, poca cosa, è per i suoi poveri, per coloro che oggi hanno bisogno per la pandemia”. Piccola cosa, ma grande cosa! È una riconoscenza contagiosa, che aiuta ciascuno di noi ad avere gratitudine verso quanti si prendono cura delle nostre necessità. Quando qualcuno ci offre un servizio, non dobbiamo pensare che tutto ci sia dovuto. No, tanti servizi si fanno per gratuità. Pensate al volontariato, che è una delle cose più grandi che ha la società italiana. I volontari… E quanti di loro hanno lasciato la vita in questa pandemia! Si fa per amore, semplicemente per servizio. La gratitudine, la riconoscenza, è prima di tutto segno di buona educazione, ma è anche un distintivo del cristiano. È un segno semplice ma genuino del regno di Dio, che è regno di amore gratuito e riconoscente.

Maria Santissima, che ha amato Gesù più della sua stessa vita e lo ha seguito fino alla croce, ci aiuti a metterci sempre davanti a Dio con cuore disponibile, lasciando che la sua Parola giudichi i nostri comportamenti e le nostre scelte.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

martedì prossimo, 30 giugno, si terrà la quarta Conferenza dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite per “sostenere il futuro della Siria e della regione”. Preghiamo per questo importante incontro, perché possa migliorare la drammatica situazione del popolo siriano e dei popoli vicini, in particolare del Libano, nel contesto di gravi crisi socio-politiche ed economiche che la pandemia ha reso ancora più difficili. Pensate che ci sono bambini con la fame, che non hanno da mangiare! Per favore, che i dirigenti siano capaci di fare la pace.

Invito a pregare anche per la popolazione dello Yemen. Anche qui, specialmente per i bambini, che soffrono a causa della gravissima crisi umanitaria. Come pure per quanti sono stati colpiti dalle forti alluvioni nell’Ucraina occidentale: possano sperimentare il conforto del Signore e il soccorso dei fratelli.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da altri Paesi. Vedo bandiere: polacca, tedesca, e tanti! In particolare, saluto quanti hanno partecipato questa mattina qui a Roma alla Messa in rito congolese, pregando per la Repubblica Democratica del Congo. Saluto la delegazione congolese qui presente. Sono bravi questi congolesi!

Auguro a tutti voi una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo! E arrivederci a domani per la festa dei Santi Pietro e Paolo.

Guarda il video


domenica 28 giugno 2020

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIII Domenica Tempo Ordinario – Anno A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

  XIII Domenica Tempo Ordinario – Anno A

28 giugno 2020  


Colui che presiede

Fratelli e sorelle, la Parola che oggi Dio ci ha donato è per noi luce e guida per affrontare il nostro quotidiano. Con la fiducia e la libertà dei figli rispondiamo ad essa, innalzando al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/ Ascolta, Signore, la nostra preghiera 

Lettore 

- Fa’, o Signore, che la tua Chiesa sia sempre più aperta al valore dell’ospitalità. Come la tenda di Abramo accolse i Tre, così anch’essa sia in mezzo all’umanità di oggi quella tenda, quell’“ospedale da campo” che sa accogliere e curare ogni esistenza umana. Dona, inoltre, alla tua Chiesa l’umiltà di saper accogliere il “bicchiere di acqua fresca”, che questo mondo, apparentemente indifferente, a volte le sa offrire come dono di sapienza. Preghiamo. 

- Ti preghiamo, Signore, per il mondo intero e per tutti i popoli che lo abitano. Riversa su tutti il tuo Spirito di sapienza, ma soprattutto sui paesi più industrializzati, perché prendano coscienza che la “casa comune” della nostra terra, a causa dell’inquinamento e del riscaldamento climatico, sta per trasformarsi in un luogo di morte e non di vita. Preghiamo. 

- Non distogliere, Signore, il tuo sguardo dal nostro Paese. Illuminati dalla tua Parola fa’ che possiamo ricostruire non solo il tessuto economico, ma ancor di più quello sociale, recuperando il valore della dignità di ogni persona e l’importanza del lavoro, affinché tale dignità sia salvaguardata. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore, quei parenti e quegli amici, che sono provati dalla malattia. Dona resistenza e coraggio a chi si trova ad affrontare le varie forme di tumore. Accompagna chi è in viaggio, guida i passi dei migranti e dona larghezza d’animo ai nostri governanti affinché sia offerta una vera ospitalità a quanti raggiungono il nostro Paese. Preghiamo. 

- Davanti a te, Signore Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo, ci ricordiamo di quanti sono morti a causa delle torture nelle carceri e dello sfruttamento cinico nel lavoro nelle campagne. Dona a tutti di incontrare il tuo Volto di Fratello accogliente e compassionevole. Preghiamo. 

Colui che presiede 

Accogli, Signore, le suppliche delle tua Chiesa in preghiera. L’abbondanza del tuo Spirito ci permetta di vivere con più fedeltà alla tua sequela nel dono sempre generoso della nostra vita. Te lo chiediamo, perché tu sei nostro Maestro e Pastore, vivente nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 34/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)




Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XIII DOMENICA  (ANNO A) 

Vangelo:

Mt 10,37-42


Si chiude con questi sei versetti il "Discorso Apostolico", il secondo dei cinque grandi discorsi attraverso i quali l'evangelista Matteo presenta il suo Vangelo. Il Regno di Dio è solo questione d'amore: l'amore verso il Padre che ha inviato il suo Figlio per la nostra salvezza; l'amore per Gesù, che ha condiviso con noi la sua vita fino a morire; l'amore per ogni creatura umana che è l'icona vivente di quel Dio Trinità che è tutto e solo amore. L'amore non è l'espressione di un sentimento passeggero; amare significa scegliere, coinvolgersi totalmente, decidersi per Gesù e per il suo Regno di giustizia . Amare è mettere in gioco ogni cellula del nostro essere senza tralasciare alcun aspetto e ambito della vita. Amare costa lacrime e sangue fino al dono totale di sé, fino all'infamia della croce, atroce supplizio che ci espone al ludibrio del mondo, che fa di noi dei reietti, dei "maledetti da Dio" (Dt 21,23 ; Gal 3,13). Se non accettiamo la croce non potremo dirci cristiani. Solo se ci impegniamo ad amare come siamo amati dal Padre, saremo degni di Gesù, adatti a far parte del Regno. La vita, dono gratuito del Padre, siamo chiamati a perderla perché «vivere è amare, e amare è far dono della vita, che non viene buttata via per disprezzo, ma donata per amore del Figlio e per la causa del Regno» (cit.)