martedì 24 marzo 2020

“Dio e la peste. ... Nel Padre non c’è castigo, ma solo perdono” di Alberto Maggi

“Dio e la peste... 
Nel Padre non c’è castigo, ma solo perdono”
di Alberto Maggi




Erano stati ormai quasi dimenticati. Se ne stavano ancora silenti e immobili nelle loro nicchie, confinati nel passato, quei santi che un tempo avevano svolto un ruolo talmente importante da oscurare persino la potenza di quel Dio al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,3). Ma il Padreterno era considerato troppo lontano, i santi erano più vicini. Di Dio si aveva timore, nei santi confidenza. Dal Signore ci si aspettava i castighi, dai santi la protezione. Erano queste le effigie e le statue dei santi protettori, ognuno per la sua specialità, e ognuno per il proprio campanile, spesso in concorrenza tra un paese e l’altro.

Alcuni santi sono stati imbattibili nella loro protezione, per esempio è difficile anche solo intaccare il primato assoluto di San Rocco, specializzato per la peste e protettore delle epidemie, alla pari con la “santa dei casi impossibili”, Santa Rita da Cascia. Tra questi, in maniera abusiva, si era inserito anche il martire San Sebastiano. Non c’entrava nulla con la peste, ma le ferite causate dalle frecce scagliate nel suo corpo, furono viste come i bubboni provocati dalla pestilenza.

E l’elenco è lungo, non c’è malattia che non abbia il suo santo protettore. Affidarsi all’intercessione di questi santi era, per i credenti nei secoli passati, l’unico rimedio per essere protetti da malattie, infezioni, epidemie. Poi a mano a mano che le scoperte scientifiche fecero grandi passi in avanti, (basta pensare l’invenzione, verso il XVII secolo, del microscopio), migliori condizioni igieniche, abitazioni più salubri, la creazione degli ospedali, la scoperta dei vaccini, fecero sì che gradualmente questi santi, pur rimanendo nell’affetto e nella devozione popolare, tornassero gradualmente a riposare nelle loro nicchie, muti custodi di un passato dove religiosità, superstizioni, credenze si mescolavano assieme.

Un tempo lontano, dove si faceva più ricorso alla loro intercessione, insieme con quella delle varie madonne, piuttosto che rivolgersi, come Gesù aveva insegnato, direttamente al Padre (“Voi dunque pregate così: Padre nostro…”, Mt 6,9), un Dio che “sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7). 

Mentre per pregare Dio occorreva situarsi in un luogo sacro, sinagoga o tempio, per pregare il Padre non c’è bisogno, si può restare nel proprio ambito, “quando tu preghi, entra nella tua camera” (Mt 6,6). Il destino di questi santi è stato identico a quello di una delle celebrazioni più importanti del passato, in un mondo prevalentemente agricolo, dove in aprile si svolgevano le processioni delle rogazioni, pressanti suppliche a Dio perché facesse piovere sui campi. Si dice, un poco irriverentemente, che sono state le irrigazioni a porre fine alle rogazioni… in realtà, con il perfezionarsi del servizio meteorologico, non c’è alcun bisogno di pregare per chiedere che cada la pioggia, basta osservare il meteo; se c’è una vasta area di alta pressione, si può pregare con tutta la fede possibile, ma non cadrà una sola goccia d’acqua. Era quello un mondo, dove tutto quel che accadeva si riteneva provenisse da Dio, sia il bene sia il male. Del resto, come insegnava la Bibbia, “Bene e male, vita e morte, tutto proviene dal Signore” (Sir 11,14), ed era credenza comune che non “avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?” (Am 3,6).

Per questo non c’era dubbio che la peste fosse un castigo, una maledizione mandata da Dio contro il popolo peccatore. Il capitolo ventotto del Libro del Deuteronomio, contiene una cinquantina di maledizioni scagliate contro i trasgressori del volere divino, e tra queste si legge che “Il Signore ti attaccherà la peste, finché essa non ti abbia eliminato dal paese” (Dt 28,21). La peste era usata come una minaccia sempre pendente sul popolo se non obbediva (“manderò in mezzo a voi la peste”, Lv 26,25), e quando questa arrivava, erano dolori: “il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato, da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone”. Poi, per fortuna, “il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: Ora basta! Ritira la mano!” (2 Sam 24,15-16). Se era Dio l’autore della peste, l’unico rimedio era mostrarsi pentiti dei propri peccati, digiunare, cospargersi il capo di cenere e vestire di sacco (Lc 10,13), offrirgli sacrifici sperando fossero a lui graditi.

Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), ha presentato un volto completamente diverso del Signore. È un Padre che è amore, e continuamente offre il suo amore agli uomini, indipendentemente dal loro comportamento. Nel Padre non c’è castigo, ma solo perdono. Il suo amore è talmente gratuito da essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). Sembrava che la comunità cristiana avesse finalmente capito questo, e compreso che in caso di calamità non c’è da rispolverare statue da portare in processione (con il progresso ora questi santi sono persino caricati su aerei che, come se fosse dei canadair, sorvolano il territorio in una sorta di disinfestazione spirituale). No, non c’è da supplicare Dio perché non mandi o arresti i suoi flagelli, perché non è lui l’autore, ma occorre collaborare attivamente con il Creatore, per la realizzazione del suo progetto sull’umanità sapientemente descritto nel Libro della Genesi (Gen 1-2), dove l’autore non descrive un paradiso irrimediabilmente perduto, da dover rimpiangere, ma profetizza un paradiso da costruire, realizzando la piena armonia delle creature con il creato e il suo Creatore.

Un appello questo, da sempre pressante e urgente, come scrive Paolo nella Lettera ai Romani, perché “l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”, una creazione che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,19.22). Non c’è da chiedere a Dio che arresti la peste, ma c’è da rimboccarsi le maniche e liberare nuove inedite energie d’amore e di generosità capaci di arginare il male, nella certezza di essere “più che vincitori” (Rm 8,37), perché “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5), e mai vinceranno.

(Fonte: Il libraio - 23.03.2020)

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*Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Maggi ha pubblicato diversi libri, tra cui: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi e Due in condotta.