martedì 31 marzo 2020

#IoRestoaCasa e chi la casa non ce l'ha?

#IoRestoaCasa
e chi la casa non ce l'ha?


Appello che vi prego di diffondere con la massima urgenza facendolo arrivare ad autorità politiche e religiose locali, regionali, nazionali. E' importantissimo, perché nessuno pensa agli invisibili, indifesi sulle strade. Camminano per le strade con i piedi pieni di bolle, con lo stomaco vuoto e la pancia che brontola, la temperatura rigida, sono invisibili nella nostra città: i richiedenti asilo e rifugiati e non solo. Quasi tutti qui stanno a casa, loro sono invece per le strade, e sono tanti. Alcuni dormono sotto i ponti, alcuni ancora nei centri di Emergency freddo, ma alle 11 devono lasciare il Centro, non possono stare lì. Prima c’era la mensa a mezzogiorno, adesso non hanno niente. Iniziano a vagare senza una meta, con la pioggia che li bagna, alcuni con le lacrime che gli scendono in una città deserta; prima c’era la biblioteca dove si potevano andare a riscaldare, o nei corridoi dell'ospedale, ora niente, tutti sono chiusi per la paura del virus. Nemmeno possono andare in ospedale, che prima per qualche ora li accoglieva, li riscaldava, li teneva al riparo dalla furia dell’acqua. Prima potevano parlare con i volontari, ora questi hanno paura di avvicinarsi a loro, di essere contagiati e di contagiarli. Alcuni che dormano sotto i ponti magari hanno la febbre, non sanno se è il virus o derivi dal fatto che dormano fuori per il freddo; altro non sono che brandello di umanità. Sono diverse le storie di chi non ha una fissa dimora e si ritrova spesso una sofferenza davanti alla quale chiudiamo troppo gli occhi, in questa piccola e silenziosa tragedia. Camminano sempre, vagabondando in giro, fino alle 18 per andare alla mensa della Caritas. Così vivono in questi giorni nelle nostre città persone che hanno un nome, una storia alle spalle troppo dolorosa, che speravano di trovare qui salvezza. Il clima di paura di fronte al possibile contagio del coronavirus produce anche questa rinnovata sofferenza che sembra nessuno voglia vedere, su cui nessuno ha il coraggio di chinarsi. Si fa l’impossibile per curare chi è colpito dal virus, ma si potrebbe fare almeno qualche minimo passo possibile per aiutare, dare un rifugio, un sostegno, riconoscere una dignità a chi già da troppo tempo soffre. Mi rivolgo ai responsabili politici e religiosi del Territorio perché urgentemente si diano da fare.
Alidad Shiri 
(fonte: bacheca fb di Alidad Shiri 16/03/2020)


«Restate a casa» dicono. Ma se la casa non ce l’ho?

Ogni giorno, da molti giorni ormai, a tutte le ore in televisione, nelle radio, sui social si susseguono raccomandazioni, appelli, regole da mantenere e hastag che invitano a restare a casa per limitare e bloccare il COVID19.

Bene, ma per chi una casa non ce l’ha? In Italia ci sono oltre 55 mila persone che vivono per strada. Una cifra enorme che è aumentata negli ultimi tempi per effetto dei decreti sicurezza, voluti dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal Governo giallo verde, che ha messo fuori dalla porta migliaia di stranieri espulsi dai centri d’accoglienza e dagli Sprar.

I senzatetto sono una importante fetta di popolazione che oltre i quotidiani disagi di una vita difficile, oggi si trovano a fronteggiare a “petto nudo” il virus di inizio millennio, che ha già mietuto centinaia di vittime nel Paese, con il rischio di essere loro stessi degli strumenti di contaminazione.

In alcuni comuni le autorità non si stanno interessando dei protocolli per la gestione delle persone in strada: presi dal rispetto dei decreti emanati dal Presidente Conte hanno fatto chiudere centri di accoglienza con la conseguenza dell’interruzione di alcuni servizi igienici quali docce e distribuzione di indumenti e di ambulatori. Un vero paradosso se pensiamo che una delle raccomandazioni principali per difendersi dal contagio è quella di lavarsi spesso le mani. Come fanno a lavarsi spesso le mani con sapone o gel a base alcolica se non hanno un posto dove farlo?

Molte delle realtà associative che si dedicano al miglioramento delle condizioni di vita dei senza fissa dimora, con l’attuazione dei vari Decreti, ha dovuto modificare i servizi facendo accedere alla mensa poche persone per volta, fornendo pasti da asporto, spesso pasti non caldi, da mangiare fuori dalle strutture.

In alcune città i dormitori sono aperti tutto il giorno, per invogliare gli ospiti a non andare per strada. A Termoli, in Molise, è stata allestita come dormitorio la palestra di una scuola media: 15/20 posti letto per questo periodo di ‘quarantena’. Una iniziativa, concordata tra il sindaco Francesco Roberti e le associazioni di volontariato della città, che ha l’obiettivo di liberare i posti letto della locale sezione della Misericordia, luogo in cui solitamente si recano a dormire i senzatetto termolesi, per eventuali bisogni medico sanitari legati al Coronavirus.

Ma non solo: la mattina gli ospiti si recano per la colazione nei locali dell’associazione ‘La Città Invisibile’, dove hanno anche la possibilità di fare una doccia e di lavare i propri abiti. A pranzo si recano alla mensa della locale sezione della Caritas. Alle 16, dopo essere stata pulita e igienizzata, riapre la palestra dormitorio dove non solo tornano per dormire ma anche per cenare. Un vero percorso solidale con l’intento di tutelare il più possibile i senzatetto. Una solidarietà partecipativa e partecipata: tante le attività commerciali che si trovano sul territorio hanno donato e consegnato ogni genere di materiale, dagli alimenti ai prodotti igienizzanizzanti e di pulizia del corpo, alle associazioni di volontariato affinché lo utilizzino per i più poveri della città.

Ma nella stragrande maggioranza delle città non è così. A Bolzano, ad esempio, i centri chiudono alle 11:00 dopodiché il cloachard, con tutte le strutture chiuse, è costretto a “pascolare” per strada. Cosa fare? In tempi strettissimi tutte le associazioni hanno riorganizzato completamente il loro servizio, cercando di contenere al massimo le frustrazioni e le paure degli operatori e degli ospiti: sono state redatte indicazioni scritte per volontari, ospiti e operatori; sono stati acquistati contenitori monouso a norma per la somministrazione di alimenti caldi, messo a punto la logistica di distribuzione dei sacchetti e formato i volontari. Ma non basta perché con la maggioranza dei centri diurni chiusi, molti cloachard sono per strada. Ed è qui che scatta la seconda beffa per i senzatetto.

Accusati di non rispettare l’ordinanza del “restate a casa” vengono multati, secondo il DPCM del Presidente Conte, dalle forze dell’ordine. È già accaduto a Milano, Modena, Verona, Siena, Roma e in tante altre città. Una vera vergogna per la onlus ‘Avvocato di Strada’: «Siamo a lavoro per chiedere le archiviazioni delle denunce ma intanto continuiamo a porre la nostra domanda. Come fanno a restare a casa le persone che una casa non ce l’hanno?».

L’associazione ha scritto e inviato un appello, a firma del presidente Antonio Mumolo e di altri 60 avvocati, al premier Conte, ai presidenti di regione e ai sindaci: «Si tratta di persone che sono diventate talmente povere da finire in strada ed oggi non possono rispettare le ordinanze e decreti previsti dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, tanto da essere addirittura incriminate perché vengono trovate in giro senza giustificazione. Queste persone sono costrette a vivere in strada perché fino ad oggi pochi si interessavano di loro e perché le risorse destinate ai servizi di primaria assistenza e all’emergenza abitativa erano poche o inesistenti.

Adesso però non si può più far finta di nulla – si legge nell’appello – Bisogna occuparsi, e in fretta, di chi non ha un tetto sulla testa ed è costretto a vagare per le città. Diciamo da più di 20 anni che chi vive in strada ha bisogno di una casa e di una residenza per potersi curare ma oggi, ai tempi del coronavirus, queste necessità assumono una drammatica urgenza. Ad aggiungere un carico su una situazione già paradossale stanno iniziando a fioccare i verbali redatti ai senza tetto”. Abolizione e archiviazione dei verbali redatti e “prolungare l’apertura delle strutture utilizzate per ricoverare d’inverno le persone senza dimora; velocizzare le procedure per iscrivere queste persone nelle liste anagrafiche in modo da poterle anche monitorare dal punto di vista sanitario”.

Queste le richieste della onlus “Avvocato di Strada” a cui si aggiunge quella della fio.PSD, Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, una associazione che persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora, alle istituzioni competenti: ”prevedere dei protocolli di intervento e misure preventive soprattutto per i servizi bassa soglia. Un dispiegamento di forze professionali (unità mobili socio-sanitarie) in strada e presso i servizi per applicare misure preventive di screening, per evitare contagi e diffusioni del virus che in condizioni di estrema vulnerabilità potrebbero essere ancora più rapidi e aggravanti”.


Coronavirus, denunce ai senzatetto

La prima denuncia pochi giorni fa a Milano: un senzatetto ucraino con regolare permesso di soggiorno era stato multato da una volante della Polizia di Lambrate perché trovato in strada, in opposizione al decreto che impone a tutti di non uscire di casa. Ne parliamo con Stefano Zurlo inviato del quotidiano 'Il Giornale', in collegamento da Milano 

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Coronavirus, la denuncia di Cinzia:
“Multata di 280 euro perché sono una senzatetto”

Una testimonianza paradossale a Sestri Ponente: "Io una casa dove stare non ce l'ho, ma mi hanno detto che devo vergognarmi"

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(fonte: Genova24, articolo di Fabio Canessa - 25 Marzo 2020)

"Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora, 
in questo momento in cui ci si chiede di essere dentro casa. 
Perché la società di uomini e donne 
si accorgano di questa realtà e aiutino, 
e la Chiesa li accolga."

Con queste parole Papa Francesco questa mattina (31/03/2020) introduce la celebrazione della Santa Messa alla Casa Santa Marta.


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Mense aperte, con la distribuzione di pasti completi in piena sicurezza, al di fuori delle strutture di via della Lungaretta e di via Adige. L’attività del Circolo San Pietro non si ferma nella fase dell’emergenza, in cui a soffrire maggiormente sono le persone più fragili. Anzi, il sodalizio romano, nato oltre 150 anni fa, rilancia con la campagna #IONONHOCASA cui è possibile aderire per aiutare i tanti assistiti.

Il presidente del Circolo S. Pietro Niccolò Sacchetti parla di una «situazione certamente complessa, quasi surreale, ma è in momenti come questi che si fa più evidente il grande “cuore” di questa meravigliosa città e, direi, di tutto il nostro Paese. Istituzioni, associazioni, volontari e cittadini si sono subito resi disponibili per aiutare in ogni modo possibile e sotto qualsiasi forma, con spirito di grande collaborazione e generosità scevra da personalismi o secondi fini. Mi piace ripetere che il “bene” è meravigliosamente contagioso, mai come ora credo che questa frase sia calzante». ...


Chi non dimentica gli "invisibili"

Chi non ha dimora è un’emergenza nell’emergenza, non ha un’abitazione dove restare, né altri posti, a parte i marciapiedi. Le strutture di accoglienza, quelle che non hanno chiuso, sono strapiene e nei pronto soccorso (dove spesso andavano a rifugiarsi per trovare almeno un po’ più caldo) ovviamente non c’è più verso di entrare. «Veniamo qui la sera coi volontari che possono, per mostrare vicinanza alle persone che stanno per strada», spiega Carlo Santoro di Sant’Egidio. ...


In strada, le luci sono quelle bianche dei lampioni, quelle blu dei lampeggianti sulle macchine di Polizia e Carabinieri. Niente turisti, niente romani, niente e nessuno. Prima di cominciare il giro, Lucia Lucchini, anche lei della Comunità di Sant’Egidio, spiega ai volontari (stasera una quindicina) che «oltre a dare il cibo, dobbiamo dire alle persone due cose. Attenersi alla regola di stare distanti almeno un metro uno dall’altro. E che continuiamo a venire, che faremo di tutto per non lasciarli soli». Non ha finito Lucia, c’è dell’altro. Una raccomandazione: «Troviamo il modo di sorridere anche con le mascherine, si vede dagli occhi se sorridiamo…». Non sono eroi, né si sentono tali. Prendono ogni precauzione, indossano mascherine e guanti. Lo stesso giro, che fanno da anni, di questi tempi non si svolge come al solito: «Le nostre distribuzioni erano molto più lunghe, portavamo molte più cose da mangiare – spiega di nuovo Carlo –. Adesso andiamo dalla singola persona, lasciamo la monoporzione di cibo, salutiamo e andiamo». Tutto qui? Sembra. «In realtà ci serve per capire come sta». I militari sono nelle loro postazioni fisse e sono, qui, l’altro segno di vita. ...



Coronavirus, l'emergenza dei senza fissa dimora

La notte ai tempi del coronavirus è più dura per chi non ha una casa. Come vive chi sopravvive per strada? Lo abbiamo chiesto alla comunità di Sant’Egidio

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Coronavirus, l'aiuto dei francescani
Un’emergenza in questi giorni difficili è senz’altro rappresentata dalla situazione dei senza fissa dimora che già in tempi normali vivono in condizioni critiche. Servizio di Vito D’Ettorre

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Vedi anche:



«Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora... Gesù innalzato: sulla croce... il nocciolo della profezia è proprio che Gesù si è fatto peccato per noi. Non ha peccato: si è fatto peccato... Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
31 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per i senza fissa dimora: siano aiutati dalla società, la Chiesa li accolga

Nella Messa a Santa Marta, il Papa ha rivolto il suo pensiero a quanti in questo periodo non hanno una abitazione. Nell'omelia invita a contemplare Gesù sulla Croce: il Signore ha preso su di sé i nostri peccati per salvarci

Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel martedì della V settimana di Quaresima. L’antifona d’ingresso è un incoraggiamento: “Sta’ in attesa del Signore, prendi forza e coraggio; tieni saldo il tuo cuore e spera nel Signore” (Sal 26,14). Introducendo la celebrazione Francesco pensa a chi non ha casa in questo periodo caratterizzato dalla pandemia di coronavirus:

Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora, in questo momento in cui ci si chiede di essere dentro casa. Perché la società di uomini e donne si accorgano di questa realtà e aiutino, e la Chiesa li accolga.

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Nell’omelia, commentando le letture odierne tratte dal Libro dei numeri (Nm 21, 4-9) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8,21-30), ricorda che Gesù si è fatto peccato per salvarci. Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé: sulla croce non fa finta di soffrire e morire. Contempliamo Gesù sulla croce, e ringraziamo. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Il serpente certamente non è un animale simpatico: sempre è associato al male. Anche nella rivelazione il serpente è proprio l’animale che usa il diavolo per indurre al peccato. Nell’Apocalisse si chiama il diavolo “serpente antico”, quello che dall’inizio morde, avvelena, distrugge, uccide. Per questo non può riuscire. Se vuoi riuscire come uno che propone cose belle, queste sono fantasia: noi le crediamo e così pecchiamo. È questo che è successo al popolo d’Israele: non sopportò il viaggio. Era stanco. E il popolo disse contro Dio e contro Mosè. È sempre la stessa musica, no? “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto? Per farci morire in questo deserto? Perché non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero, la manna”. (Cf. Nm. 21,4-5) E l’immaginazione – l’abbiamo letto nei giorni scorsi – va sempre all’Egitto: “Ma, lì stavamo bene, mangiavamo bene …”. E anche, sembra che il Signore non sopportò il popolo, in questo momento. Si arrabbiò: l’ira di Dio si fa vedere, a volte … E allora il Signore mandò tra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente e morivano. “Un gran numero di israeliti morì” (Nm. 21,5). In quel momento, il serpente è sempre l’immagine del male: il popolo vede nel serpente il peccato, vede nel serpente quello che ha fatto il male. E viene da Mosè e dice: “Abbiamo peccato perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te. Supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21,7). Si pente. Questa è la storia nel deserto. Mosè pregò per il popolo e il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta di metallo. Chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita” (Nm. 21,8).

A me viene da pensare: ma questa non è un’idolatria? C’è il serpente, lì, un idolo, che mi dà la salute … Non si capisce. Logicamente, non si capisce, perché questa è una profezia, questo è un annuncio di quello che accadrà. Perché abbiamo sentito anche come profezia vicina, nel Vangelo: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso” (Gv. 8,28). Gesù innalzato: sulla croce. Mosè fa un serpente e lo innalza. Gesù sarà innalzato, come il serpente, per dare la salvezza. Ma il nocciolo della profezia è proprio che Gesù si è fatto peccato per noi. Non ha peccato: si è fatto peccato. Come dice San Pietro nella sua Lettera: “Portò i nostri peccati su di sé” (Cf. 1Pt 2,24) E quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero. Ma ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento, Tu sembri il più grande peccatore, Ti sei fatto peccato. Ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso. La croce, è vero, è un supplizio, c’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù: tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì.

Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione. In Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato … “Padre, perché mi hai abbandonato?” (Cf Mt 27,46; Mc 15,34). Un serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato.

Non è facile capire questo e, se pensiamo, mai arriveremo a una conclusione. Soltanto, contemplare, pregare e ringraziare.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"): 

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.

(fonte: Vatican News 31/03/2020)

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Quasi colpevoli di essere in vita di Enzo Bianchi

Quasi colpevoli di essere in vita
di Enzo Bianchi

Busto di Crisippo, British Museum
La Repubblica - Altrimenti 30 marzo 2020

La nostra vita arriva a settant’anni,
a ottanta se ci sono le forze:
la maggior parte sono pena e fatica,
passano presto e noi ce ne andiamo.


Questo versetto del salmo 90 è certamente sottoscritto da molti, e in particolare dagli anziani, i quali hanno una consapevolezza concreta e quotidiana dei loro limiti e della diminuzione a cui sono soggetti. Gli anziani, anche se magari tentano di rimuovere il pensiero dei giorni che stanno davanti a loro, sanno che questi non saranno molti. Sanno che inesorabilmente, in modo improvviso o dopo un itinerario di malattia, saranno i giorni ultimi della loro vita.

Proprio i vecchi sono i più attaccati dal coronavirus e dunque difficilmente in grado di attraversare la malattia con un esito positivo. Ce lo dicono le statistiche di ogni giorno: sono colpiti anche i più giovani, ma la frequenza di morti tra gli anziani non lascia spazio alla sicurezza di essere esenti da un cammino penoso. È quell’itinerario che conosciamo, perché lo vediamo quotidianamente attraverso i media: itinerario di solitudine, di isolamento, di impedimento alla comunicazione con i propri cari; è un cammino disperante, di cui ci si può augurare solo una rapida fine.

Mario Deaglio, in un suo articolo di qualche anno fa, aveva definito la generazione dei nati all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso come “la generazione perfetta”, nel senso di una generazione fortunata. In effetti così pareva essere, ma ora anche questa generazione sembra portare i segni della disgrazia. È la generazione che ha subito la rottamazione, teorizzata o semplicemente praticata, da parte di soggetti politici e sociali che si fregiavano della bandiera della novità, e ora si sente quasi colpevole di essere ancora in vita. E ognuno dal suo punto di vista vorrebbe fare a meno di questa esperienza di democratizzazione, dal momento che la pandemia colpisce tutti, sovrani e poveri, forti e deboli, giovani e vecchi: tutti minacciati allo stesso modo, tutti insieme sulla stessa barca.

Non si sente forse dichiarare che, di fronte alla necessità di salvare un malato su due, vista la scarsità dei mezzi tecnici a disposizione, si sceglie chi è più giovane e si lascia morire l’anziano? Parallelamente, questo è un discorso che, da testimonianze autentiche, sappiamo aver ispirato qualche malato anziano (come don Giuseppe Berardelli di Bergamo) a chiedere di curare un giovane piuttosto che se stesso. Si tratta di una scelta di chi è disposto a permettere a un altro di vivere al posto suo: gesto dettato da grande carità e fortezza d’animo, gesto che può essere ispirato solo da un amore per la comunità umana e dalla disposizione al sacrificio di sé per gli altri.

Resta però vero che questo discorso rientra nella logica dell’eugenetica, per la quale questo criterio viene applicato anche nei confronti dei disabili o dei malati gravi; come se costoro avessero meno diritto di vivere rispetto ad altri… Ma chi di noi sa in verità cosa significa la sua vita per gli altri, che lui sia giovane o vecchio, disabile o abile? Sì, molte persone fragili sono impaurite e, qualora vivano sole, diventano preda di fantasmi e incubi difficili da dominare. Solo la vicinanza e l’affetto mostrato nei loro confronti con molta tenerezza possono essere un balsamo alle loro fragilità. E gli anziani sono le nostre radici, sono l’esperienza diventata sapienza, sono anche – come recita un proverbio africano – “le nostre vere biblioteche”.

Più che mai occorre essere intelligenti e umani, affermando che il senso della vita viene prima del senso degli affari, che il senso della vita non riguarda alcuni, ma tutti, e che non può mai essere misurato e calcolato: infatti, vivere è il senso più profondo per ogni uomo e ogni donna venuti al mondo.

Pubblicato su: La Repubblica


lunedì 30 marzo 2020

«Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire... Ognuno di noi ha i propri peccati... Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per quanti non riescono a reagire, impauriti dalla pandemia

Nella Messa a Santa Marta, Francesco chiede a Dio di aiutare quanti sono spaventati dal coronavirus. Nell'omelia invita a ringraziare Dio se riconosciamo i nostri peccati perché in questo modo possiamo chiedere e accogliere la sua misericordia


L’Antifona d’ingresso del lunedì della V settimana di Quaresima è un’accorata invocazione a Dio: “Abbi pietà di me, Signore, perché mi calpestano; tutto il giorno mi opprimono i miei nemici” (Sal 55,2). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero alle persone spaventate dall’attuale pandemia:

Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire: rimane spaventata per questa pandemia. Il Signore li aiuti ad alzarsi, a reagire per il bene di tutta la società, di tutta la comunità.

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Nell’omelia, commenta le letture odierne, tratte dal Libro del profeta Daniele (Dn 13, 1-9. 15-17. 19-30. 33-62) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 1-11), che raccontano di due donne che alcuni uomini vogliono condannare a morte: l'innocente Susanna e un'adultera colta in flagrante. Francesco sottolinea che gli accusatori sono nel primo caso giudici corrotti e nel secondo degli ipocriti. Riguardo alle donne, Dio rende giustizia a Susanna, liberandola dai corrotti, che vengono condannati, e perdona l’adultera, liberandola da scribi e farisei ipocriti. Giustizia e misericordia di Dio, che vengono ben rappresentate dall’odierno Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla … Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Quindi, il Papa invita a ringraziare Dio se sappiamo di essere peccatori, perché possiamo chiedere con fiducia al Signore di perdonarci.

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Nel Salmo responsoriale abbiamo pregato: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa risposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

Questa è l’esperienza che hanno avuto queste due donne, la cui storia abbiamo letto nelle due Letture. Una donna innocente, accusata falsamente, calunniata, e una donna peccatrice. Ambedue condannate a morte. La innocente e la peccatrice. Qualche Padre della Chiesa vedeva in queste donne una figura della Chiesa: santa, ma con figli peccatori. Dicevano in una bella espressione latina: “La Chiesa è la casta meretrix”, la santa con figli peccatori.

Ambedue le donne erano disperate, umanamente disperate. Ma Susanna si fida di Dio. Ci sono anche due gruppi di persone, di uomini; ambedue addetti al servizio della Chiesa: i giudici e i maestri della Legge. Non erano ecclesiastici, ma erano al servizio della Chiesa, nel tribunale e nell’insegnamento della Legge. Diversi. I primi, quelli che accusavano Susanna, erano corrotti: il giudice corrotto, la figura emblematica nella storia. Anche nel Vangelo, Gesù riprende, nella parabola della vedova insistente, il giudice corrotto che non credeva in Dio e non gliene importava niente degli altri. I corrotti. I dottori della Legge non erano corrotti, ma ipocriti.

E queste donne, una è caduta nelle mani degli ipocriti e l’altra nelle mani dei corrotti: non c’era uscita. “Anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Ambedue le donne erano per una valle oscura, andavano lì: una valle oscura, verso la morte. La prima esplicitamente si fida di Dio e il Signore intervenne. La seconda, poveretta, sa che è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo – perché il popolo era presente in ambedue le situazioni – non lo dice, il Vangelo, ma sicuramente pregava dentro, chiedeva qualche aiuto.

Cosa fa, il Signore, con questa gente? Alla donna innocente la salva, le fa giustizia. Alla donna peccatrice, la perdona. Ai giudici corrotti, li condanna; agli ipocriti, li aiuta a convertirsi e davanti al popolo dice: “Sì, davvero? Il primo di voi che non ha peccati, che lanci la prima pietra”, e uno per uno se ne sono andati. Ha qualche ironia, l’apostolo Giovanni, qui: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, incominciando dai più anziani”. Lascia loro un po’ di tempo per pentirsi; ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio.

E alle donne il Signore risponde. A Susanna la libera da questi corrotti, la fa andare avanti, e all’altra: “Neanche io ti condanno. Va’, e d’ora in poi non peccare più”. La lascia andare. E questo, davanti al popolo. Nel primo caso, il popolo loda il Signore; nel secondo caso, il popolo impara. Impara come è la misericordia di Dio.

Ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverai. Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto. Ognuno di noi ha i propri peccati. Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso. Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti. Ringraziamo Dio di non essere corrotti, di essere peccatori. E ognuno di noi, guardando come Gesù agisce in questi casi, si fidi della misericordia di Dio. E preghi, con fiducia nella misericordia di Dio, preghi (per) il perdono. “Perché Dio mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura – la valle del peccato – non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum 
(fonte: Vatican News 30/03/2020)

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«La Vergine Maria ci aiuti ad essere compassionevoli come il suo Figlio Gesù, che ha fatto suo il nostro dolore. Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell’amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita.» Papa Francesco Angelus 29/03/2020 (testo e video)

Dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico, ancora una volta in streaming a causa delle restrizioni imposte dall’emergenza Coronavirus, Papa Francesco recita la preghiera mariana dell’Angelus. Il Pontefice, commenta il brano odierno del Vangelo di Giovanni (Gv 11,1-45) sulla risurrezione dell’amico Lazzaro, invitandoci a togliere dai nostri cuori ogni pietra che sa di morte, per far rifiorire la vita che viene da Cristo: Dunque, siamo chiamati a togliere le pietre di tutto ciò che sa di morte: ad esempio, l’ipocrisia... la critica distruttiva... l’offesa, la calunnia... l’emarginazione del povero... Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi. ... Senza Cristo, o al di fuori di Cristo, non solo non è presente la vita, ma si ricade nella morte.".



ANGELUS
Biblioteca del Palazzo Apostolico
Domenica, 29 marzo 2020


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima è quello della risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45). Lazzaro era fratello di Marta e Maria; erano molto amici di Gesù. Quando Lui arriva a Betania, Lazzaro è morto già da quattro giorni; Marta corre incontro al Maestro e gli dice: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (v. 21). Gesù le risponde: «Tuo fratello risorgerà» (v. 23); e aggiunge: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà» (v. 25). Gesù si fa vedere come il Signore della vita, Colui che è capace di dare la vita anche ai morti. Poi arrivano Maria e altre persone, tutti in lacrime, e allora Gesù – dice il Vangelo - «si commosse profondamente e […] scoppiò in pianto» (vv. 33.35). Con questo turbamento nel cuore, va alla tomba, ringrazia il Padre che sempre lo ascolta, fa aprire il sepolcro e grida forte: «Lazzaro, vieni fuori!» (v. 43). E Lazzaro esce con «i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (v. 44).

Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte. Gesù avrebbe potuto evitare la morte dell’amico Lazzaro, ma ha voluto fare suo il nostro dolore per la morte delle persone care, e soprattutto ha voluto mostrare il dominio di Dio sulla morte. In questo passo del Vangelo vediamo che la fede dell’uomo e l’onnipotenza di Dio, dell’amore di Dio si cercano e infine si incontrano. È come una doppia strada: la fede dell’uomo e l’onnipotenza dell’amore di Dio che si cercano e alla fine si incontrano. Lo vediamo nel grido di Marta e Maria e di tutti noi con loro: “Se tu fossi stato qui!...”. E la risposta di Dio non è un discorso, no, la risposta di Dio al problema della morte è Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita… Abbiate fede! In mezzo al pianto continuate ad avere fede, anche se la morte sembra aver vinto. Togliete la pietra dal vostro cuore! Lasciate che la Parola di Dio riporti la vita dove c’è morte”.

Anche oggi Gesù ci ripete: “Togliete la pietra”. Dio non ci ha creati per la tomba, ci ha creati per la vita, bella, buona, gioiosa. Ma «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24), dice il Libro della Sapienza, e Gesù Cristo è venuto a liberarci dai suoi lacci.

Dunque, siamo chiamati a togliere le pietre di tutto ciò che sa di morte: ad esempio, l’ipocrisia con cui si vive la fede, è morte; la critica distruttiva verso gli altri, è morte; l’offesa, la calunnia, è morte; l’emarginazione del povero, è morte. Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi. Cristo vive, e chi lo accoglie e aderisce a Lui entra in contatto con la vita. Senza Cristo, o al di fuori di Cristo, non solo non è presente la vita, ma si ricade nella morte.

La risurrezione di Lazzaro è segno anche della rigenerazione che si attua nel credente mediante il Battesimo, con il pieno inserimento nel Mistero Pasquale di Cristo. Per l’azione e la forza dello Spirito Santo, il cristiano è una persona che cammina nella vita come una nuova creatura: una creatura per la vita e che va verso la vita.

La Vergine Maria ci aiuti ad essere compassionevoli come il suo Figlio Gesù, che ha fatto suo il nostro dolore. Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell’amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

nei giorni scorsi, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha lanciato un appello per un “cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo”, richiamando l’attuale emergenza per il COVID-19, che non conosce frontiere. Un appello al cessate il fuoco totale.

Mi associo a quanti hanno accolto questo appello ed invito tutti a darvi seguito fermando ogni forma di ostilità bellica, favorendo la creazione di corridoi per l’aiuto umanitario, l’apertura alla diplomazia, l’attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità.

L’impegno congiunto contro la pandemia, possa portare tutti a riconoscere il nostro bisogno di rafforzare i legami fraterni come membri di un’unica famiglia. In particolare, susciti nei responsabili delle Nazioni e nelle altre parti in causa un rinnovato impegno al superamento delle rivalità. I conflitti non si risolvono attraverso la guerra! È necessario superare gli antagonismi e i contrasti, mediante il dialogo e una costruttiva ricerca della pace.

In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo, caserme… In modo particolare vorrei menzionare le persone nelle carceri. Ho letto un appunto ufficiale delle Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me; io lo faccio per voi. Buon pranzo e arrivederci.

Successivamente il Papa, ha voluto, anche questa domenica, affacciarsi dalla finestra su una Piazza San Pietro completamente vuota, per le restrizioni decise per contrastare il diffondersi del Coronavirus, e ha dato la sua benedizione.


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Il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo, il Papa solo nella piazza vuota



Il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo,

il Papa solo nella piazza vuota
di Andrea Tornielli


Immagini, segni e parole della preghiera per il mondo che Francesco ha voluto celebrare per implorare la fine della pandemia


Il Protagonista della preghiera che la sera del 27 marzo - anticipo del Venerdì Santo - Papa Francesco ha celebrato in una Piazza San Pietro vuota e sprofondata in un silenzio irreale, è stato Lui. Il Crocifisso, con la pioggia battente che gli irrigava il corpo, così da aggiungere al sangue dipinto sul legno quell’acqua che il Vangelo ci racconta essere sgorgata dalla ferita inferta dalla lancia. 

Quel Cristo Crocifisso sopravvissuto all’incendio, che i romani portavano in processione contro la peste; quel Cristo Crocifisso che san Giovanni Paolo II ha abbracciato durante la liturgia penitenziale del Giubileo del 2000, è stato protagonista silenzioso e inerme al centro dello spazio vuoto. Persino Maria, Salus populi Romani, incapsulata nella teca di plexiglass divenuta opaca a causa della pioggia, è sembrata cedere il passo, quasi scomparire, umilmente, di fronte a Lui, innalzato sulla croce per la salvezza dell’umanità.

Papa Francesco è apparso piccolo, e ancora più curvo mentre saliva non senza fatica e in solitudine i gradini del sagrato, facendosi interprete dei dolori del mondo per offrirli ai piedi della Croce: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. L’angosciante crisi che stiamo vivendo con la pandemia “smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità” e “ora mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore!”.

La sirena di un’ambulanza, una delle tante che in queste ore attraversano i nostri quartieri per soccorrere i nuovi contagiati, ha accompagnato insieme alle campane il momento della benedizione eucaristica Urbi et Orbi, quando il Papa, ancora solo, si è riaffacciato sulla piazza deserta e sferzata dalla pioggia tracciando il segno della croce con l’ostensorio. Ancora, il Protagonista è stato Lui, quel Gesù che immolandosi ha voluto farsi cibo per noi e che anche oggi ci ripete: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?... Voi non abbiate paura”.




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domenica 29 marzo 2020

No, l’emergenza Coronavirus non è una “guerra”, anche se alcuni aspetti sono molto simili. Ecco perché


Da più parti si usa in questi giorni e settimane il termine “guerra” per raccontare e descrivere ciò che sta succedendo nei nostri paesi, città e nazioni a seguito della diffusione mondiale di questo nuovo terribile e sconosciuto virus. Lo fanno in tanti e, devo confessarlo, anche io sono stato tentato di usare il termine più di una volta. Certo, vedere dei mezzi militari transitare nei nostri paesi e città per portar via da ospedali e cimiteri decine e decine di feretri di vittime della malattia Covid-19 è qualcosa che non può non farci pensare a un vero e proprio clima di “guerra”. Ma tutto questo lo è davvero?

Non siamo abituati, noi uomini e donne occidentali figli del secondo dopoguerra mondiale, a vederci limitati nella nostra libertà personale. Non lo siamo soprattutto dopo questi ultimi 30 anni in cui, terminata a suon di picconate la Guerra Fredda e la forzata divisione del Mondo in due soli blocchi, ci è stato offerto un modello di vita sociale completamente aperto ai viaggi, agli spostamenti, all’assoluta libertà nel disporre del nostro tempo e dello spazio. Proprio per questo riteniamo oggi la nostra libertà un bene talvolta più prezioso persino della nostra stessa vita e della sua dignità. Sembra un paradosso, ma è così realmente. Essere costretti a restare in casa per settimane senza poter uscire per una passeggiata, per assistere a un incontro di calcio, per partecipare a un concerto o uno spettacolo teatrale, per frequentare in compagnia bar, pub o ristoranti ci sembra come vivere in un’atmosfera di vera e propria guerra, quasi di coprifuoco. Non poter liberamente sederci al posto di guida di un’auto per andare dove ci pare o decidere di uscire per prendere un treno, un aereo o un traghetto per spostarci a nostro piacimento per una gita fuori porta, per una vacanza o per affari ci fa sentire come “in guerra”. Sentiamo come un peso questa solitudine, questo autoisolamento e questa sensazione di impotenza di fronte a qualcosa che non riusciamo a controllare e dominare.

Già, la guerra. Il nostro Mondo ha conosciuto tante guerre e tante pandemie nella sua lunghissima storia. Ce lo raccontano i libri di scuola, di letteratura e tante opere pittoriche che adornano i nostri musei, le nostre preziosissime chiese e basiliche. A dire il vero, l’umanità ha dovuto affrontare forse più guerre che pandemie, e questo la dice tutta su quanto l’uomo sia da sempre più responsabile delle sue sofferenze rispetto alla Natura che fa il suo corso e ci ricorda ogni tanto con dei sonori schiaffi che noi, umanità, non siamo i “padroni del pianeta e del Creato”. A rendermi più chiaro questo concetto sono state le parole di un anziano del mio paese. Lui non chiama tutto questo che stiamo vivendo oggi “guerra”. No, non ci pensa proprio e bacchetta severamente chi lo fa. Lui, che ha ancora due fratelli dispersi chissà dove in Russia, una madre morta sotto i bombardamenti alleati del 1943 e anni di prigionia trascorsi in un campo estero, usa altri termini. Parla di dura prova, di tremenda avversità, di terribile momento di difficoltà e sofferenza, ma non di guerra. Non lo fa perché ha vissuto sulla propria pelle la “guerra”, ne è stato testimone oculare e si rende conto da solo, senza bisogno di filosofi, professori o sociologi, che questa situazione, per quanto sia difficile, problematica, grave e luttuosa, non è una guerra. Non lo è neanche in quel senso figurato che noi siamo ormai abituati a dare a quel termine. Per lui la guerra ha solo un significato.

Oggi ci viene chiesto di stare in casa, di non abbracciare nessuno, di evitare strette di mano, di indossare guanti e mascherine, di limitare le nostre uscite a ciò che ci è strettamente indispensabile per vivere. Non c’è un nemico dietro l’angolo con il fucile già carico e la mano sul grilletto pronto a ucciderci. Non ci sono aerei in viaggio verso le nostre teste pronti a sganciare tonnellate di missili e bombe sui centri abitati. Non ci sono carri armati che assediano le nostre città e si affrontano in continui duelli. Non c’è uno Stato che ti arruola e ti manda al fronte per uccidere altri uomini senza neanche sapere il perché o per cosa. No, in Italia non c’è nulla di tutto questo mentre, invece, c’è da altre parti e non da una settimana o un mese, ma da tanti, troppi anni. Da noi c’è un virus naturale che non conosce confini, frontiere, passaporti “forti” e dichiarazioni di guerra. Un virus che vaga per il Pianeta cercando di entrare nel nostro corpo perché vuole vivere, sopravvivere, continuare ad esistere a nostro dispetto. Un virus che, paradossalmente, ha sfruttato proprio le nostre conquiste come gli aerei a basso costo, la globalizzazione dei commerci e della mobilità, l’interscambio rapido di manodopera e intelligenze per diffondersi e moltiplicarsi. Un virus che non è neanche il primo ad aver colpito l’umanità in questi ultimi anni, ma il primo ad aver portato morte nella nostra società, a casa nostra.

In questo contesto la nostra casa, il nostro appartamento, la nostra dimora è il nostro regno, il nostro nido, il nostro rifugio più sicuro. Lì possiamo essere protetti e certi di non correre pericoli e, restandovi, possiamo sfruttare anche quella tecnologia che ci offre tanto di utile. Solo 80 anni fa non era così neanche da noi in Occidente così come non lo è ancora così in tante parti dimenticate del Mondo. Non è così, ad esempio, in Siria, nello Yemen, in Iraq, in Libia, in Ucraina, nel Centrafrica e in tante porzioni della Terra. Durante una guerra, quella vera che si combatte con i missili, le bombe, i raid, gli attacchi aerei e l’odio dell’uomo per altri suoi simili, la casa è, al contrario, il posto meno sicuro. Stare in casa durante un bombardamento aereo o il cannoneggiamento a distanza dell’artiglieria pesante, significa essere a rischio concreto di morte, di ferimento, di mutilazione. Uscire e stare in strada lo è ugualmente. Per questo si realizzano i rifugi sotterranei dove, sentita la lugubre sirena della contraerea, bisogna correre subito lasciando ogni cosa che si sta facendo per vivere come topi silenti con gli occhi rivolti verso l’alto e l’orecchio teso ad ascoltare quanto più vicini si fanno gli echi delle esplosioni. In guerra si è in trappola, sempre e dovunque. Lo si è anche se si fugge, se si diventa profughi con in mano una bandiera bianca, se si cerca riparo verso i confini chiusi, sbarrati e presidiati. In guerra non ci sono luoghi sicuri, mai.

Durante le guerre, tutte le guerre, le case sono state e sono il terreno di scontro più usato e frequente. Non bisogna andare tanto a ritroso nel tempo per rendersene conto. Basta ricordarsi l’assedio di Sarajevo degli inizi degli anni 90, quello di Aleppo di qualche anno fa e, ora, quello di Iblid in Siria. Lì di case non ce ne erano e non ce ne sono quasi più. Lì uscire la mattina per cercare un po' di pane e di latte significava fare da bersaglio ai cecchini che si divertivano e, purtroppo lo fanno tuttora, a mettere alla prova la propria buona mira usando come bersaglio la testa della povera gente. Vi ricordate, ad esempio, la storia di Admira e Bosko? I due giovani innamorati, lei di fede mussulmana e lui cristiano ortodosso, che il 19 maggio del 1993 furono uccisi, mentre mano nella mano cercavano di fuggire attraversando il ponte Vrbanja, da 25 colpi sparati dai cecchini serbi appostati sulle montagne circostanti Sarajevo durante l'assedio della città. I loro corpi rimasero stretti l'uno all'altro, a terra, per otto lunghi giorni. Nessuno li soccorse, nessuna ambulanza si avvicinò a loro, nessuno poté raccogliere quelle spoglie perché avrebbe fatto la stessa fine. No, forse non ce ne ricordiamo più. Davanti alle immagini di quei corpi e di quella storia lancinante l’Europa promise “mai più assedi, mai più una città assediata, mai più cecchini, mai più guerre quartiere per quartiere”. Beh, non è andata così e oggi facciamo finta di non averla mai pronunciata quella promessa perché, in effetti, rappresenta una nostra sconfitta, fallimento e ipocrisia. Immagini come quella ci arrivano ogni giorno, sono sui nostri smartphone o tablet, ma noi possiamo decidere se guardarle o meno perché ne va della nostra sensibilità. Altri però sono costretti a viverle. Quella è la vera guerra.

Vivere una guerra è qualcosa di diverso rispetto a questa limitata privazione di libertà che le autorità ci chiedono e ci impongono affinché sia preservato il bene della salute di tutti noi. In guerra nessun luogo è sicuro. Non lo sono le case, non lo sono le scuole, non lo sono i mercati e non lo sono neanche gli ospedali, siano essi strutture fisse o da campo. In guerra si combatte ovunque per uccidere altri uomini, per terrorizzarli, per farli fuggire in massa, per annientarli fisicamente e psicologicamente, per affamarli. In guerra ci sono uomini che si sbattono e s’adoperano per portare morte, in questa emergenza virus ci sono uomini e donne che lottano soltanto per salvare più vite possibili. In guerra ci sono le code davanti alle panetterie, le latterie, gli spacci e i negozi di alimentari non perché si è presi dal panico immotivato di rimanere senza carta igienica, tabacco o senza nutrimento, ma perché di cibo non ce ne è proprio. Non se ne trova da nessuna parte, neanche al mercato nero dove ti rechi disposto a barattare tutto ciò che hai per una scatoletta di carne in scatola o un pezzo di formaggio da portare ai tuoi figli digiuni da giorni. In guerra non funzionano i bancomat, i canali televisivi a pagamento, le linea telefoniche, le App che ci permettono di videochiamarci o di dialogare con Twitter o Facebook. In guerra persino l’acqua corrente dei bagni o l’erogazione giornaliera di energia elettrica diventa un lusso, uno sfarzo irraggiungibile. In guerra non puoi uscire dal balcone di casa o sul tetto a cantare una canzone, suonare uno strumento o gridare un liberatorio “Si, andrà tutto bene”. No, in guerra devi stare zitto, nasconderti, farti vedere il meno possibile perché c’è chi ti sta aspettando al varco e vede in te un obiettivo da abbattere.

Ma allora cos’è simile alla guerra in tutto ciò che stiamo vivendo? Lo sono essenzialmente due cose. L’eroismo di certi uomini che diventa testimonianza per tutti e il sentimento di insicurezza recondito in ognuno di noi. Non vi è dubbio che difronte a questa grave emergenza sanitaria, ora diventata pandemia, ci troviamo ogni giorno dinnanzi a quell’eroismo di tante persone che emerge spesso anche in guerra e nei momenti più bui e tetri dell’umanità. Quello dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari (spesso volontari) che combattono in prima linea, come si fa in trincea, senza sosta e senza limite per strappare alla morte la vita di ogni paziente rischiando di contagiarsi e di crollare. L’eroismo semplice di tanti ammalati, come quello di Don Giuseppe Berardelli, l’arciprete di Casnigo che nei giorni scorsi è morto di coronavirus dopo aver volontariamente rifiutato il respiratore di cui aveva tanto bisogno perché lo si usasse su una vittima più giovane di lui. Un eroismo, quest’ultimo, che non può non farci ricordare quello di Padre Massimiliano Kolbe ad Auschwitz del 1941 quando, di fronte all’esigenza di salvare la vita di un padre di famiglia scelto a caso dai nazisti per essere ucciso come rappresaglia per la fuga di un altro internato del campo, decise di prendere il suo posto e morire nel così detto “bunker della fame”. L’eroismo silente e nascosto di tanti anziani, i più fragili e indifesi, che nonostante sentano da ogni parte essere definiti come sacrificabili ci offrono un esempio e una concreta testimonianza della voglia di vivere e di lottare che non bisogna mai abbandonare.

C’è poi quel sentimento recondito in ognuno di noi di insicurezza verso il futuro. Questa situazione ci angoscia, ci preoccupa, ci inquieta soprattutto per il futuro. Forse non tanto per il fatto di essere contagiati in prima persona e di poter così rischiare la propria vita, quando di dover ammettere a noi stessi che il futuro non sarà più così roseo come previsto e che l’incertezza dominerà il nostro cammino. Si ha paura di restare o diventare disoccupati, di non poter più pagare i mutui e far fronte all’impegni presi, di perdere quei punti di riferimento e anche quegli affetti che, forse, si sono dati troppo per scontati. Si ha timore per i figli, per il loro percorso di vita, benessere e crescita. L’incertezza è un elemento che accomuna, per quanto le situazioni materiali possano essere differenti, quanto stiamo vivendo con quanto è costretto a patire chi è vittima di una guerra, una persecuzione, un bisogno primario legato alla salvaguardia della propria vita e del proprio futuro. Ecco, questo ci accomuna tutti. Tuttavia, da sempre l’uomo ha superato questi momenti con l’unica cosa che si può e si deve perseguire. La solidarietà, il senso di comunità, lo spirito di servizio e l’altruismo contagioso che unisce le forze. Tutto questo è difficilissimo trovarlo in una vera guerra, non lo è in una emergenza come questa che ci sta sconvolgendo le vite. Ecco, pensiamo un attimo a chi vive davvero gli effetti di una guerra e comprenderemo quanto sono meno fortunati di noi, persino in questo momento.



«Gesù vede con gli occhi, ma vede con il cuore ed è capace di piangere. E noi, da questo altare, da questo sacrificio di Gesù, chiediamo la grazia di piangere. Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
29 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

La preghiera di Papa Francesco per chi piange

Nella Messa a Santa Marta, il Papa ha pregato per quanti sono nel dolore in questo tempo di afflizione. Nell'omelia ha ricordato che anche Gesù ha pianto: tante persone oggi piangono, chiediamo la grazia di saper piangere con loro, come fa il Signore. Oggi - ha detto - sia per tutti noi la domenica del pianto

Francesco ha presieduto questa mattina la Messa a Casa Santa Marta nella V Domenica di Quaresima. Sono tre settimane che la celebrazione eucaristica nella Cappella della Domus viene trasmessa in diretta streaming per volere del Papa, che desidera arrivare ai fedeli che non possono partecipare alla Messa a causa della pandemia di coronavirus. Oggi Francesco ha pregato per quanti sono afflitti.

Penso a tanta gente che piange: gente isolata, gente in quarantena, gli anziani soli, gente ricoverata e le persone in terapia, i genitori che vedono che, siccome non c’è lo stipendio, non ce la faranno a dare da mangiare ai figli. Tanta gente piange. Anche noi, dal nostro cuore, li accompagniamo. E non ci farà male piangere un po’ con il pianto del Signore per tutto il suo popolo.

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Nell’omelia, commentando il Vangelo di Giovanni (Gv 11, 1-45) sulla risurrezione di Lazzaro, ha parlato del pianto di Gesù per l’amico. Gesù piange con amore, piange con i suoi che piangono, piange sempre per amore, ha un cuore pieno di compassione. Oggi davanti a un mondo che soffre per la pandemia – si è chiesto – siamo capaci di piangere come Gesù? Tanti piangono oggi. Chiediamo la grazia di piangere.

Il Papa a Santa Marta: chiediamo la grazia di piangere con chi piange

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Gesù aveva degli amici. Amava tutti, ma aveva degli amici con i quali aveva un rapporto speciale, come si fa con gli amici, di più amore, di più confidenza … E tante, tante volte sostava a casa di questi fratelli: Lazzaro, Marta, Maria … E Gesù sentì dolore per la malattia e la morte del suo amico. Arriva al sepolcro e si commosse profondamente e molto turbato domandò: “Dove lo avete posto?”. E Gesù scoppiò in pianto. Gesù, Dio, ma uomo, pianse. Un’altra volta nel Vangelo si dice che Gesù ha pianto: quando pianse su Gerusalemme. E con quanta tenerezza piange Gesù! Piange dal cuore, piange con amore, piange con i suoi che piangono. Il pianto di Gesù. Forse, ha pianto altre volte nella vita - non sappiamo -; sicuramente nell’Orto degli Ulivi. Ma Gesù piange per amore, sempre.

Si commosse profondamente e molto turbato pianse. Quante volte abbiamo sentito nel Vangelo questa commozione di Gesù, con quella frase che si ripete: “Vedendo, ne ebbe compassione”. Gesù non può vedere la gente e non sentire compassione. I suoi occhi sono con il cuore; Gesù vede con gli occhi, ma vede con il cuore ed è capace di piangere.

Oggi, davanti a un mondo che soffre tanto, a tanta gente che soffre le conseguenze di questa pandemia, io mi domando: sono capace di piangere, come sicuramente lo avrebbe fatto Gesù e lo fa adesso Gesù? Il mio cuore, assomiglia a quello di Gesù? E se è troppo duro, (anche se) sono capace di parlare, di fare del bene, di aiutare, ma il cuore non entra, non sono capace di piangere, chiedere questa grazia al Signore: Signore, che io pianga con te, pianga con il tuo popolo che in questo momento soffre. Tanti piangono oggi. E noi, da questo altare, da questo sacrificio di Gesù, di Gesù che non si è vergognato di piangere, chiediamo la grazia di piangere. Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto.

Infine, il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli").
(fonte: Vatican News 29/03/2020)

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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 21/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino





Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) 

Vangelo:

Gv 11,1-45


Facciamo quotidianamente l'esperienza di una vita che è per la morte, mentre Gesù ci rivela una morte che è per la vita. Egli non è venuto a salvarci dalla morte - siamo mortali - ma nella morte; non annulla il nostro limite, la nostra "carne", ma li assume vivendoli da Figlio di Dio. Tema principale del brano è la fede in Gesù, resurrezione e vita di coloro che credono in lui. Tutta la sua esistenza è la conferma che l'uomo non è destinato a finire nel nulla, ma ad essere partecipe della stessa vita di Dio. Adesso, in Gesù, la Parola del Padre fa udire la sua voce anche ai morti, facendoli uscire dai loro sepolcri: è l'alba radiosa della nuova creazione. La resurrezione di Lazzaro è la conferma che la morte non ha l'ultima parola sulla storia umana, che la sua signoria sul creato è terminata perché essa è stata vinta e sconfitta per sempre. Il ritorno alla vita di Lazzaro è anticipo di quello che avverrà a Gesù e a coloro che crederanno in Lui. Costoro, anche se muoiono, già fin da ora sono viventi e risorti, perché in Gesù partecipano della stessa vita del Padre che è Amore senza fine. Infatti «sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14), come Gesù. Se invece non amiamo, avremo fallito miseramente la nostra vita, rimanendo prigionieri della morte, perché «chi non ama appartiene alla morte» (1Gv 3,14). Imploriamo allora anche noi, insieme a Sant'Ambrogio, il Signore Gesù : «Voglia tu, o Signore, degnarti di venire a questa mia tomba e di lavarmi con le tue lacrime. Chiama fuori dalla sua tomba il tuo servo e, alla tua chiamata, uscirò libero e diverrò uno dei commensali nel tuo convito. E così la tua casa si riempirà di soave profumo, se custodirai colui che ti sarai degnato di riscattare». (De Poenitentia)