domenica 29 marzo 2020

No, l’emergenza Coronavirus non è una “guerra”, anche se alcuni aspetti sono molto simili. Ecco perché


Da più parti si usa in questi giorni e settimane il termine “guerra” per raccontare e descrivere ciò che sta succedendo nei nostri paesi, città e nazioni a seguito della diffusione mondiale di questo nuovo terribile e sconosciuto virus. Lo fanno in tanti e, devo confessarlo, anche io sono stato tentato di usare il termine più di una volta. Certo, vedere dei mezzi militari transitare nei nostri paesi e città per portar via da ospedali e cimiteri decine e decine di feretri di vittime della malattia Covid-19 è qualcosa che non può non farci pensare a un vero e proprio clima di “guerra”. Ma tutto questo lo è davvero?

Non siamo abituati, noi uomini e donne occidentali figli del secondo dopoguerra mondiale, a vederci limitati nella nostra libertà personale. Non lo siamo soprattutto dopo questi ultimi 30 anni in cui, terminata a suon di picconate la Guerra Fredda e la forzata divisione del Mondo in due soli blocchi, ci è stato offerto un modello di vita sociale completamente aperto ai viaggi, agli spostamenti, all’assoluta libertà nel disporre del nostro tempo e dello spazio. Proprio per questo riteniamo oggi la nostra libertà un bene talvolta più prezioso persino della nostra stessa vita e della sua dignità. Sembra un paradosso, ma è così realmente. Essere costretti a restare in casa per settimane senza poter uscire per una passeggiata, per assistere a un incontro di calcio, per partecipare a un concerto o uno spettacolo teatrale, per frequentare in compagnia bar, pub o ristoranti ci sembra come vivere in un’atmosfera di vera e propria guerra, quasi di coprifuoco. Non poter liberamente sederci al posto di guida di un’auto per andare dove ci pare o decidere di uscire per prendere un treno, un aereo o un traghetto per spostarci a nostro piacimento per una gita fuori porta, per una vacanza o per affari ci fa sentire come “in guerra”. Sentiamo come un peso questa solitudine, questo autoisolamento e questa sensazione di impotenza di fronte a qualcosa che non riusciamo a controllare e dominare.

Già, la guerra. Il nostro Mondo ha conosciuto tante guerre e tante pandemie nella sua lunghissima storia. Ce lo raccontano i libri di scuola, di letteratura e tante opere pittoriche che adornano i nostri musei, le nostre preziosissime chiese e basiliche. A dire il vero, l’umanità ha dovuto affrontare forse più guerre che pandemie, e questo la dice tutta su quanto l’uomo sia da sempre più responsabile delle sue sofferenze rispetto alla Natura che fa il suo corso e ci ricorda ogni tanto con dei sonori schiaffi che noi, umanità, non siamo i “padroni del pianeta e del Creato”. A rendermi più chiaro questo concetto sono state le parole di un anziano del mio paese. Lui non chiama tutto questo che stiamo vivendo oggi “guerra”. No, non ci pensa proprio e bacchetta severamente chi lo fa. Lui, che ha ancora due fratelli dispersi chissà dove in Russia, una madre morta sotto i bombardamenti alleati del 1943 e anni di prigionia trascorsi in un campo estero, usa altri termini. Parla di dura prova, di tremenda avversità, di terribile momento di difficoltà e sofferenza, ma non di guerra. Non lo fa perché ha vissuto sulla propria pelle la “guerra”, ne è stato testimone oculare e si rende conto da solo, senza bisogno di filosofi, professori o sociologi, che questa situazione, per quanto sia difficile, problematica, grave e luttuosa, non è una guerra. Non lo è neanche in quel senso figurato che noi siamo ormai abituati a dare a quel termine. Per lui la guerra ha solo un significato.

Oggi ci viene chiesto di stare in casa, di non abbracciare nessuno, di evitare strette di mano, di indossare guanti e mascherine, di limitare le nostre uscite a ciò che ci è strettamente indispensabile per vivere. Non c’è un nemico dietro l’angolo con il fucile già carico e la mano sul grilletto pronto a ucciderci. Non ci sono aerei in viaggio verso le nostre teste pronti a sganciare tonnellate di missili e bombe sui centri abitati. Non ci sono carri armati che assediano le nostre città e si affrontano in continui duelli. Non c’è uno Stato che ti arruola e ti manda al fronte per uccidere altri uomini senza neanche sapere il perché o per cosa. No, in Italia non c’è nulla di tutto questo mentre, invece, c’è da altre parti e non da una settimana o un mese, ma da tanti, troppi anni. Da noi c’è un virus naturale che non conosce confini, frontiere, passaporti “forti” e dichiarazioni di guerra. Un virus che vaga per il Pianeta cercando di entrare nel nostro corpo perché vuole vivere, sopravvivere, continuare ad esistere a nostro dispetto. Un virus che, paradossalmente, ha sfruttato proprio le nostre conquiste come gli aerei a basso costo, la globalizzazione dei commerci e della mobilità, l’interscambio rapido di manodopera e intelligenze per diffondersi e moltiplicarsi. Un virus che non è neanche il primo ad aver colpito l’umanità in questi ultimi anni, ma il primo ad aver portato morte nella nostra società, a casa nostra.

In questo contesto la nostra casa, il nostro appartamento, la nostra dimora è il nostro regno, il nostro nido, il nostro rifugio più sicuro. Lì possiamo essere protetti e certi di non correre pericoli e, restandovi, possiamo sfruttare anche quella tecnologia che ci offre tanto di utile. Solo 80 anni fa non era così neanche da noi in Occidente così come non lo è ancora così in tante parti dimenticate del Mondo. Non è così, ad esempio, in Siria, nello Yemen, in Iraq, in Libia, in Ucraina, nel Centrafrica e in tante porzioni della Terra. Durante una guerra, quella vera che si combatte con i missili, le bombe, i raid, gli attacchi aerei e l’odio dell’uomo per altri suoi simili, la casa è, al contrario, il posto meno sicuro. Stare in casa durante un bombardamento aereo o il cannoneggiamento a distanza dell’artiglieria pesante, significa essere a rischio concreto di morte, di ferimento, di mutilazione. Uscire e stare in strada lo è ugualmente. Per questo si realizzano i rifugi sotterranei dove, sentita la lugubre sirena della contraerea, bisogna correre subito lasciando ogni cosa che si sta facendo per vivere come topi silenti con gli occhi rivolti verso l’alto e l’orecchio teso ad ascoltare quanto più vicini si fanno gli echi delle esplosioni. In guerra si è in trappola, sempre e dovunque. Lo si è anche se si fugge, se si diventa profughi con in mano una bandiera bianca, se si cerca riparo verso i confini chiusi, sbarrati e presidiati. In guerra non ci sono luoghi sicuri, mai.

Durante le guerre, tutte le guerre, le case sono state e sono il terreno di scontro più usato e frequente. Non bisogna andare tanto a ritroso nel tempo per rendersene conto. Basta ricordarsi l’assedio di Sarajevo degli inizi degli anni 90, quello di Aleppo di qualche anno fa e, ora, quello di Iblid in Siria. Lì di case non ce ne erano e non ce ne sono quasi più. Lì uscire la mattina per cercare un po' di pane e di latte significava fare da bersaglio ai cecchini che si divertivano e, purtroppo lo fanno tuttora, a mettere alla prova la propria buona mira usando come bersaglio la testa della povera gente. Vi ricordate, ad esempio, la storia di Admira e Bosko? I due giovani innamorati, lei di fede mussulmana e lui cristiano ortodosso, che il 19 maggio del 1993 furono uccisi, mentre mano nella mano cercavano di fuggire attraversando il ponte Vrbanja, da 25 colpi sparati dai cecchini serbi appostati sulle montagne circostanti Sarajevo durante l'assedio della città. I loro corpi rimasero stretti l'uno all'altro, a terra, per otto lunghi giorni. Nessuno li soccorse, nessuna ambulanza si avvicinò a loro, nessuno poté raccogliere quelle spoglie perché avrebbe fatto la stessa fine. No, forse non ce ne ricordiamo più. Davanti alle immagini di quei corpi e di quella storia lancinante l’Europa promise “mai più assedi, mai più una città assediata, mai più cecchini, mai più guerre quartiere per quartiere”. Beh, non è andata così e oggi facciamo finta di non averla mai pronunciata quella promessa perché, in effetti, rappresenta una nostra sconfitta, fallimento e ipocrisia. Immagini come quella ci arrivano ogni giorno, sono sui nostri smartphone o tablet, ma noi possiamo decidere se guardarle o meno perché ne va della nostra sensibilità. Altri però sono costretti a viverle. Quella è la vera guerra.

Vivere una guerra è qualcosa di diverso rispetto a questa limitata privazione di libertà che le autorità ci chiedono e ci impongono affinché sia preservato il bene della salute di tutti noi. In guerra nessun luogo è sicuro. Non lo sono le case, non lo sono le scuole, non lo sono i mercati e non lo sono neanche gli ospedali, siano essi strutture fisse o da campo. In guerra si combatte ovunque per uccidere altri uomini, per terrorizzarli, per farli fuggire in massa, per annientarli fisicamente e psicologicamente, per affamarli. In guerra ci sono uomini che si sbattono e s’adoperano per portare morte, in questa emergenza virus ci sono uomini e donne che lottano soltanto per salvare più vite possibili. In guerra ci sono le code davanti alle panetterie, le latterie, gli spacci e i negozi di alimentari non perché si è presi dal panico immotivato di rimanere senza carta igienica, tabacco o senza nutrimento, ma perché di cibo non ce ne è proprio. Non se ne trova da nessuna parte, neanche al mercato nero dove ti rechi disposto a barattare tutto ciò che hai per una scatoletta di carne in scatola o un pezzo di formaggio da portare ai tuoi figli digiuni da giorni. In guerra non funzionano i bancomat, i canali televisivi a pagamento, le linea telefoniche, le App che ci permettono di videochiamarci o di dialogare con Twitter o Facebook. In guerra persino l’acqua corrente dei bagni o l’erogazione giornaliera di energia elettrica diventa un lusso, uno sfarzo irraggiungibile. In guerra non puoi uscire dal balcone di casa o sul tetto a cantare una canzone, suonare uno strumento o gridare un liberatorio “Si, andrà tutto bene”. No, in guerra devi stare zitto, nasconderti, farti vedere il meno possibile perché c’è chi ti sta aspettando al varco e vede in te un obiettivo da abbattere.

Ma allora cos’è simile alla guerra in tutto ciò che stiamo vivendo? Lo sono essenzialmente due cose. L’eroismo di certi uomini che diventa testimonianza per tutti e il sentimento di insicurezza recondito in ognuno di noi. Non vi è dubbio che difronte a questa grave emergenza sanitaria, ora diventata pandemia, ci troviamo ogni giorno dinnanzi a quell’eroismo di tante persone che emerge spesso anche in guerra e nei momenti più bui e tetri dell’umanità. Quello dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari (spesso volontari) che combattono in prima linea, come si fa in trincea, senza sosta e senza limite per strappare alla morte la vita di ogni paziente rischiando di contagiarsi e di crollare. L’eroismo semplice di tanti ammalati, come quello di Don Giuseppe Berardelli, l’arciprete di Casnigo che nei giorni scorsi è morto di coronavirus dopo aver volontariamente rifiutato il respiratore di cui aveva tanto bisogno perché lo si usasse su una vittima più giovane di lui. Un eroismo, quest’ultimo, che non può non farci ricordare quello di Padre Massimiliano Kolbe ad Auschwitz del 1941 quando, di fronte all’esigenza di salvare la vita di un padre di famiglia scelto a caso dai nazisti per essere ucciso come rappresaglia per la fuga di un altro internato del campo, decise di prendere il suo posto e morire nel così detto “bunker della fame”. L’eroismo silente e nascosto di tanti anziani, i più fragili e indifesi, che nonostante sentano da ogni parte essere definiti come sacrificabili ci offrono un esempio e una concreta testimonianza della voglia di vivere e di lottare che non bisogna mai abbandonare.

C’è poi quel sentimento recondito in ognuno di noi di insicurezza verso il futuro. Questa situazione ci angoscia, ci preoccupa, ci inquieta soprattutto per il futuro. Forse non tanto per il fatto di essere contagiati in prima persona e di poter così rischiare la propria vita, quando di dover ammettere a noi stessi che il futuro non sarà più così roseo come previsto e che l’incertezza dominerà il nostro cammino. Si ha paura di restare o diventare disoccupati, di non poter più pagare i mutui e far fronte all’impegni presi, di perdere quei punti di riferimento e anche quegli affetti che, forse, si sono dati troppo per scontati. Si ha timore per i figli, per il loro percorso di vita, benessere e crescita. L’incertezza è un elemento che accomuna, per quanto le situazioni materiali possano essere differenti, quanto stiamo vivendo con quanto è costretto a patire chi è vittima di una guerra, una persecuzione, un bisogno primario legato alla salvaguardia della propria vita e del proprio futuro. Ecco, questo ci accomuna tutti. Tuttavia, da sempre l’uomo ha superato questi momenti con l’unica cosa che si può e si deve perseguire. La solidarietà, il senso di comunità, lo spirito di servizio e l’altruismo contagioso che unisce le forze. Tutto questo è difficilissimo trovarlo in una vera guerra, non lo è in una emergenza come questa che ci sta sconvolgendo le vite. Ecco, pensiamo un attimo a chi vive davvero gli effetti di una guerra e comprenderemo quanto sono meno fortunati di noi, persino in questo momento.