venerdì 24 gennaio 2020

“Quando si apre una porta non si chiude più ... Tutti abbiamo bisogno di essere accolti.” Antonio Silvio Calò insieme alla moglie Nicoletta aveva adottato sei profughi che ora sono tutti integrati, realizzati e liberi.


Aveva adottato sei profughi, 
ora sono tutti integrati, realizzati e liberi

Anche l'ultimo dei sei rifugiati che era stato accolto dalla famiglia Calò ha trovato un lavoro e ha lasciato l'abitazione. Una storia a lieto fine


Il primo a lasciare la casa tre mesi fa è stato Saiou, 23 anni, ghanese, grazie a un lavoro regolare e alla possibilità di pagarsi un affitto. Dopo di lui hanno potuto lasciare il nido anche Braima, 34 anni e Tidajane 28 della Guinea Bissau. Poi è stata la volta di Saed e di Mohamed, gambiani di 29 anni entrambi. L’ultimo a salutare tutti il 31 dicembre scorso è stato Siaka, 23 anni, della Costa d’Avorio, anche lui ormai con un lavoro fisso e in grado di proseguire in autonomia la sua strada, con le proprie gambe. Dopo quattro anni e mezzo i sei profughi accolti dalla famiglia del professor Antonio Silvio Calò hanno lasciato tutti la casa di Camalò di Povegliano in provincia di Treviso.

Erano entrati per la prima volta l’8 giugno del 2015. Dopo esser scesi da un pullman partito dalla Sicilia. Oggi tutti e sei, oltre che sul riconoscimento giuridico ottenuto – il permesso umanitario o sussidiario - possono contare su un lavoro regolare. Per quattro di loro si tratta di un impiego a tempo indeterminato. Sono tutti perfettamente integrati e chi è sposato con figli potrà avere presto il ricongiungimento familiare: “Il nostro sogno di un’altra accoglienza, diversa ma possibile si è realizzato – spiega Antonio Silvio Calò, professore di Storia e Filosofia in un liceo trevigiano che per primo in Italia insieme alla moglie Nicoletta, anche lei insegnante, ha aperto la sua abitazione ai migranti coniando un’inedita forma di accoglienza “formato famiglia” – Come padre di famiglia sento che il cerchio si è chiuso, com’è nella natura delle cose.                                                                                                       

Così è stato per i miei quattro figli Andrea, Giovanni, Elena e Francesco quando per la prima volta chi per studio, chi per lavoro, hanno lasciato casa. Adesso anche questi figli se ne sono andati. Ma noi ci saremo sempre per loro e loro ci saranno per noi. Come cittadino invece mi sento di dire che questa esperienza lascia una grandissima gioia e una forza morale incredibile. E’ una forma di accoglienza possibile. Si può fare. E se ce la può fare una semplice famiglia come la nostra non vedo come non ce la possa fare uno Stato”. Il 18 novembre 2015, al Quirinale, Antonio Calò ricevette dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nomina di Ufficiale dell’ordine al Merito “per l’esempio di civiltà e generosità che ha fornito a sei giovani profughi giunti da Lampedusa alla provincia di Treviso”.

La sua famiglia, madre, padre e quattro figli è stata la prima in Italia a prendere la decisione di stringersi un po’ in casa propria per far posto a sei profughi sotto il loro stesso tetto. Era diventata per questo un simbolo di accoglienza. Un caso unico, senza precedenti, pionieri nell’emergenza sbarchi. Ora che la loro storia di accoglienza formato famiglia è giunta al suo lieto fine, la famiglia Calò è già pronta a presentare il progetto al Parlamento europeo e all’Onu: “Voglio poter spiegare come un modello di accoglienza diffusa sia possibile – spiega Calò – Certo ci vuole impegno, tenacia e determinazione. Serve una pianificazione a lungo termine. La questione non si risolve con uno schiocco di dita, ma se si vuole si può fare. Soltanto quando non c’è la volontà politica non si può fare nulla”.

La formula già pronta ad approdare in Europa prende il nome dagli stessi numeri dell’esperienza di accoglienza vissuta in casa. “Sei più sei, per sei”. Vale a dire sei migranti per ogni Comune di 5 mila abitanti. E ogni sei gruppi di richiedenti asilo un team di sei operatori, dai medici agli psicologi, dagli avvocati ai docenti, al lavoro insieme per favorire l’integrazione. E ora che anche l’ultimo dei migranti accolti, Siaka, ha lasciato l’abitazione in provincia di Treviso in casa restano solo i figli più giovani. Visto che Antonio e Nicoletta da dicembre 2017 hanno detto sì a una nuova esperienza di comunità pastorale tra consacrati e laici. Scegliendo di andare a vivere nella canonica della parrocchia di Santa Maria del Sile a Treviso insieme al parroco don Giovanni Kirschner per condividere ancora una volta l’abitazione con giovani, italiani e non.

Sono già sette i ragazzi e le ragazze che per periodi più o meno lunghi qui hanno trovato casa: “Quando si apre una porta non si chiude più – conclude il professor Calò – L’esperienza di accoglienza vissuta è stata unica nel suo genere. Portando un cambiamento di vita sul piano umano, sociale e familiare. Tutti abbiamo bisogno di essere accolti. Adesso vogliamo continuare sulla strada dell’accoglienza con una attenzione particolare alle persone sole. Soprattutto i giovani più deboli e fragili ai quali serve dare speranza”.