domenica 30 giugno 2019

IL PATRIARCA DI VENEZIA: «SERVE PIANO MARSHALL», BARI DIGIUNA E PREGA

IL PATRIARCA DI VENEZIA: 
«SERVE PIANO MARSHALL», 
BARI DIGIUNA E PREGA

Monsignor Francesco Moraglia interviene dopo la ventilata ipotesi di costruire barriere a Est per bloccare gli ingressi irregolari. Non occorrono muri, occorre semmai la politica e occorrono sforzi comuni nel mondo, a partire dall'Europa, sostiene il patriarca. A Bari, intanto, nella serata di lunedì 1 luglio, riflessione, silenzio, preghiera e condivisione a Largo Giannella, sul lungomare



«Ritengo illusorio e non confacente con la realtà pensare di risolvere, oggi, la questione epocale dei migranti costruendo barriere fisiche alla nostra frontiera orientale che, pure, certamente va controllata e ‘regolata’». Lo dichiara il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, in una nota in cui rileva come «la risposta alla tragedia umana di interi popoli non può essere quella dei ‘muri’, ma quella della politica. Una politica che, una buona volta, voglia affrontare tale vicenda senza pregiudizi ideologici o ingenuo buonismo ma con realismo». 

Di "muri" a Est si parla di qualche giorno. «Alzare barriere ai confini per fermare gli arrivi è un'ipotesi al vaglio, testimonia l'attenzione del Viminale per gli ingressi irregolari dal confine orientale, ovvero dal Friuli Venezia Giulia», ha detto il Governatore Massimiliano Fedriga (Lega), Sul tema risulta programmato un vertice a Roma lunedì primo luglio e non è escluso che venerdì 5 luglio Salvini sia a Trieste.

In questo contesto si colloca la riflessione del patriarca di Venezia che tra l'altro è il presidente della Conferenza episcopale triveneta. Monsignor Moraglia ha ricordato che «accogliere chi si trova nello ‘status’ di migrante o rifugiato è un dovere e un principio fondamentale, riconosciuto dalla nostra Costituzione (articolo 10) e dalla Convenzione di Ginevra», il patriarca rileva, però, che «oggi nessun Paese è in grado di rispondere da solo». «Ecco, allora, l’appello veramente pressante – e che dovrebbe trovare tutti coesi – alla politica europea e mondiale perché attivi a livello planetario una sorta di ‘piano Marshall’. La politica europea, in particolare, deve trovare responsabilità, lucidità, volontà e modalità condivise, uscendo da angusti schemi e schieramenti, per regolamentare un fenomeno che tocca in modo universale non solo l’Italia ma l’intero continente europeo».

Moraglia indica all’interno di questa azione politica l’opera del volontariato considerata «necessaria». L’impegno di tutti, a livello personale e sociale, è quello di «garantire una integrazione reale, vera, dal volto umano, creando un contesto favorevole e culturalmente attrezzato». Infine, l’invito a «perseguire, in Italia e in Europa, sapendo guardare oltre gli interessi particolari, con realismo e lungimiranza, con senso della giustizia, tutelando i diritti e il rispetto dei doveri di tutti».

Tra le tante, e originali, mobilitazioni delle comunità ecclesiali italiane in questo travagliato periodo, una citazione a parte merita l'niziativa programmata sempre sul lato adriatico del nostro Paese, in Puglia, per la precisione a Bari. Si tratta, spiega chi ha avuto l'idea, di due “semplici segni” in giorni in cui “sentiamo più forti le preoccupazioni legate ai nostri fratelli e sorelle migranti”. Prima un digiuno che “si trasformi in gesto di carità e accoglienza”, poi un momento di riflessione, silenzio e preghiera, che si svolge lunedì 1°luglio, dalle 20.30 alle 21.30, sul lungomare di Bari, nel Largo Giannella. A organizzarlo sono la Caritas e l'ufficio Migrantes della diocesi di Bari-Bitonto. «Sentendo anche noi quella ‘immensa tristezza’ di cui parlava pochi giorni fa papa Francesco a seguito dell’immagine di quel papà con la figlioletta di due anni riversi morti nel Rio Grande accogliamo il suggerimento a pregare per questi nostri fratelli chiedendo al buon Dio un sussulto di umanità nelle nostre scelte”, si legge in una nota. Caritas e Migrantes segnalano, inoltre, che “non è una manifestazione contro nessuno», ma che si tratta di «piccoli gesti per non rinunciare a farci accoglienti».



Matteo Salvini arriva in regione venerdì 5 luglio, ufficialmente in occasione della firma che concretizzerà l'interesse dell'Ungheria per il porto di Trieste. Ma il vicepremier è atteso soprattutto per meglio definire le intenzioni del governo in merito alle annunciate barriere fisiche ai confini con la Slovenia per fermare il flusso di migranti sulla rotta balcanica. Anche perché la prossima settimana è previsto l'avvio dei controlli delle pattuglie miste italo – slovene.

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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 34/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino 


Vangelo: Lc 9,51-62 















"Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la  ferma decisione (lett.= indurì il suo volto) di mettersi in cammino verso Gerusalemme"  (9,51). Questo versetto ha una grande importanza perché rappresenta lo spartiacque che  conclude la prima parte del Vangelo di Luca segnandone la svolta decisiva e inaugurando la seconda che condurrà il lettore fino al cap.18. E' l'inizio di quello che viene definito "il grande viaggio verso Gerusalemme", dove per Gesù terminerà la sua missione terrena. 
"D'ora in poi il Vangelo non è solo una Parola da ascoltare, ma anche e soprattutto una via da seguire"(cit.). Ancora una volta Gesù si vede costretto a fare i conti con le errate attese messianiche dei suoi discepoli, con la loro diabolica sete di potere. Come il Battista che di fronte al vissuto di Gesù fu invitato a modificare le sue aspettative sul Messia (Mt 11,3), così i discepoli dovranno modificare le loro. La richiesta di Giacomo e Giovanni scatena la ferma reazione di Gesù che ancora una volta li rimprovera anzi, li esorcizza (Epetìmesen Autòis). Davanti al volto indurito di Gesù, decisamente rivolto verso l'estrema testimonianza d'amore al Padre e ai fratelli, anche noi siamo chiamati a discernere " di che spirito siamo"
"Siamo saldi, come Gesù, nell'amore o chiusi nella durezza del nostro cuore ? Siamo veramente immersi, battezzati nel suo Spirito o in quello opposto ? Il vero discepoli è colui che riconosce questo Volto indurito, rivolto ai poveri, agli umili, agli umiliati perché povero, umile e umiliato, ed opera secondo il suo Spirito di Misericordia"(cit.).

sabato 29 giugno 2019

"Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" di Enzo Bianchi - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Lascia che i morti seppelliscano i loro morti

Commento
 XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Letture:  1Re 19,16.19-21; Salmo 15; Galati 5, 1.13-18; Luca 9, 51-62


Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. 
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».


Con questo brano si apre la seconda parte del vangelo secondo Luca, quella che ci testimonia il viaggio di Gesù a Gerusalemme, dove egli sarà arrestato, condannato e crocifisso.

L’ouverture è solenne: “Ora, avvenne che, mentre stavano per compiersi i giorno della sua elevazione, egli indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”. Stanno per compiersi dei giorni, sta per avvenire nella vita di Gesù l’evento della sua elevazione, ed egli lo sente dentro di sé come una necessitas innanzitutto umana (il profeta non può non essere perseguitato e ucciso proprio a Gerusalemme; cf. Lc 13,34-35), nella quale è inscritta la necessitas divina: se Gesù obbedisce alla vocazione e non si sottrae ai nemici, difendendosi o fuggendo, allora sarà tolto, elevato da questa terra verso il Regno, verso il Padre. Sarà l’ora del suo esodo (cf. Lc 9,31), e questa dipartita è chiamata da Luca – che si ispira al racconto della fine di Elia (cf. 2Re 2,8-11) – elevazione, ascensione, rapimento (análempsis). È significativo che Luca usi lo stesso termine (per l’esattezza il verbo analambáno) per parlare dell’ascensione di Gesù al cielo (cf. At 1,2.11.22).

Gesù allora “indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”, cioè, diremmo noi, serrò i denti, assunse un volto severo e determinato perché, sapendo di andare incontro a una fine tragica, doveva anche lui sconfiggere la paura che lo assaliva. Gesù radunò tutte le sue forze, prese coraggio dal profondo del cuore e, leggendosi come il Servo sicuro che il Signore era con lui, “rese il suo volto duro come pietra, sapendo di non restare confuso” (cf. Is 50,7). L’esperienza dell’indurire il volto è tipica del profeta che a volte sperimenta che è il Signore a rendergli il volto duro, per aiutarlo contro i nemici, altre volte è lui stesso a dover indurire la faccia per poter accettare il destino di persecuzione. Profezia a caro prezzo, a costo di dover stringere i denti e predicare ciò che non si vorrebbe, operare come non si vorrebbe (cf. Ez 3,8-9). Spesso non pensiamo alla fatica, alla paura e all’angoscia vissute da Gesù, ma la sua condizione di piena umanità non lo ha preservato da questi sentimenti di fronte a ciò che si profilava davanti a sé: rigetto, condanna religiosa e politica, morte violenta. Umanamente Gesù ha provato lo sconforto di Elia davanti alla persecuzione di Gezabele (cf. 1Re 19,1-8), ha provato l’angoscia di Geremia quale agnello condotto al macello (cf. Ger 11,19), ha faticato come il Servo ad accettare di dare la sua vita per i peccatori (cf. Is 53,12).

In quella situazione di svolta, Gesù invia alcuni messaggeri davanti a sé, discepoli inviati a preparargli la strada come nuovi precursori, ma questi, entrati in un villaggio di samaritani, vengono respinti. È l’esperienza dell’opposizione a Gesù e al suo Vangelo da parte di quei samaritani che egli amava a tal punto da assumere alcuni di loro come esemplari, nella famosa parabola (cf. Lc 10,33-35) e nel leggere in un incontro personale il risultato delle sue azioni messianiche (cf. Lc 17,15-16). I samaritani, scismatici e ritenuti impuri dai giudei, disprezzati e considerati come feccia, dunque oppressi, non accolgono però il Vangelo e, diffidando di Gesù in quanto galileo diretto a Gerusalemme, lo rifiutano.

Luca registra allora la reazione dei due discepoli fratelli, Giacomo e Giovanni, “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc 3,17), che appartenendo alla comunità di Gesù si sentono offesi e si rivolgono a Gesù stesso confidando nel potere che egli ha affidato loro: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ovvero, “vuoi che facciamo come Elia, il quale invocò il fuoco dal cielo che divorò i suoi nemici” (cf. 1Re 18,36-40; 2Re 1,10)? Era un’azione compiuta da un profeta grande come Elia, dunque può essere ripetuta a causa della presenza di Gesù, profeta più grande di Elia. Giovanni e Giacomo non vanno condannati troppo facilmente: comprendere che la via di Gesù non è quella della condanna ma della misericordia, non era facile per loro, ebrei osservanti e zelanti! D’altronde, non erano i più vicini a Gesù, interpreti della sua volontà? Accettare la sua debolezza, la possibilità del fallimento della sua missione, accogliere il suo ministero non di condanna ma di salvezza del peccatore, non era facile…

Ma Gesù respinge questa sollecitazione o tentazione da parte dei due discepoli, si volta verso di loro che lo seguivano e li rimprovera, dicendo (secondo alcuni manoscritti): “Voi non sapete di che spirito siete! Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle”. Gesù registra la loro ignoranza dei suoi sentimenti e dello stile della sua missione e denuncia che il loro cuore è abitato da uno spirito non conforme al suo. Nella storia purtroppo succederà spesso che i discepoli di Gesù, proprio credendo di eseguire la volontà e il desiderio del Signore, in realtà lo contraddiranno e gli daranno il volto di un giudice venuto per castigare e distruggere i malvagi…

Se vi sono quelli che rifiutano Gesù, ve ne sono però altri che lo vogliono seguire, diventando suoi discepoli. Luca testimonia anche questo correre dietro a Gesù e ci presenta tre fatti accaduti durante il suo cammino verso la città santa. Innanzitutto racconta di un tale che grida a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Parole molto generose, apparentemente convinte, che contengono una proposta senza condizioni. Gesù ascolta, discerne che in quella persona c’è entusiasmo, ma sa che questo non è sufficiente per durare nella vocazione. Colui che fa questa affermazione non chiama Gesù “Signore”, non ha fede in lui, ma è uno di quelli che vuole dare a se stesso una vocazione, non riceverla: è un autocandidato alla sequela, con un entusiasmo da militante. A differenza del comportamento della pastorale odierna, che definisce la vocazione “facile”, “senza rinunce”, “scelta di tutto”, Gesù proclama con chiarezza le difficoltà del cammino del discepolo, perché non vuole fare un “reclutamento”, un’“incetta” di discepoli. Diventare discepoli significa accettare la povertà, l’insicurezza, il fardello del fratello o della sorella da portare, la sottomissione reciproca, l’insicurezza e poi anche il fallimento, quella fine verso cui il Signore cammina con il volto indurito. Sì, peggio della sorte degli animali selvatici! E così quella auto-vocazione non ha neppure il tempo della prova…

Vi è un altro a cui Gesù dice: “Seguimi”, ma si sente rispondere: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Richiesta legittima, fondata sul comandamento che richiede di onorare il padre e la madre (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Gesù però chiede che, seguendo lui, si interrompa il legame con l’ordine familiare e con la religione della legge, dei doveri: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Quando Gesù chiama, non si può preferire un comandamento, seppur santo, al suo amore: o si sceglie lui radicalmente o si continua a stare insieme ai morti! Di fronte a queste nette affermazioni di Gesù, come ci poniamo noi? Le assumiamo come una necessitas, oppure le leggiamo volentieri come iperboli massimaliste, oppure facciamo come la pastorale dominante oggi, che ha paura di chiedere la rottura con la famiglia a causa di Cristo e continua a beatificare la famiglia come se fosse la realtà ultima ed essenziale per la vita eterna?

Infine, un terzo si avvicina a Gesù e gli promette di seguirlo, chiedendogli solo una dilazione per dare addio alla famiglia, alla gente della sua casa, padre, madre, fratelli e sorelle. D’altronde Eliseo aveva fatto la stessa richiesta a Elia, dopo essere stato chiamato da lui (cf. 1Re 19,20), dunque tale esigenza pare legittima. Gesù però non afferma l’esemplarità di queste parole di Eliseo né il suo comportamento, ma anzi proclama con forza che se uno che ha in mano l’aratro guarda indietro, non solo scava male il solco, ma non sa concentrarsi sulla meta, mostrando così di non essere adatto per il regno di Dio.

Concludo questi cenni di commento con una certa tristezza. Innanzitutto perché non siamo noi stessi capaci di questa radicalità, perciò non dobbiamo giudicare gli altri. Ma tristezza anche perché ormai la voce di molti cristiani, sì la voce di molti, anche pastori della chiesa, non sa più ripetere le parole del Vangelo con il prezzo che esse esigono. Nell’angoscia dovuta alla mancanza di vocazioni per le opere che essa decide, la tentazione è quella di abbellire la chiamata, come chi fa pubblicità per un prodotto senza indicarne i costi: questa è mondanità, non radicalità evangelica!


Mai sparlare, magari alle spalle, ma pregare e amare ... Non viviamo da cristiani tiepidi, ma come Pietro e Paolo doniamo noi stessi Non accontentiamoci di mezze misure, ma assumiamo l’unica misura possibile per chi segue Gesù: quella di un amore senza misura. Papa Francesco (Testi e video)

Mai sparlare, magari alle spalle, ma pregare e amare ... 
Non viviamo da cristiani tiepidi, ma come Pietro e Paolo doniamo noi stessi
 Non accontentiamoci di mezze misure, 
ma assumiamo l’unica misura possibile per chi segue Gesù: 
quella di un amore senza misura.
Papa Francesco
(Testi e video)


Santi Pietro e Paolo Apostoli – Santa Messa
e benedizione dei Palli 
per i nuovi Arcivescovi Metropoliti

Basilica di S. Pietro

29 giugno 2019







Gli Apostoli Pietro e Paolo stanno davanti a noi come testimoni. Non si sono mai stancati di annunciare, di vivere in missione, in cammino, dalla terra di Gesù fino a Roma. Qui lo hanno testimoniato sino alla fine, dando la vita come martiri. Se andiamo alle radici della loro testimonianza, li scopriamo testimoni di vita, testimoni di perdono e testimoni di Gesù.

Testimoni di vita. Eppure le loro vite non sono state pulite e lineari. Entrambi erano di indole molto religiosa: Pietro discepolo della prima ora (cfr Gv 1,41), Paolo persino «accanito nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,14). Ma fecero sbagli enormi: Pietro arrivò a rinnegare il Signore, Paolo a perseguitare la Chiesa di Dio. Tutti e due furono messi a nudo dalle domande di Gesù: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,15); «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Pietro rimase addolorato dalle domande di Gesù, Paolo accecato dalle sue parole. Gesù li chiamò per nome e cambiò la loro vita. E dopo tutte queste avventure si fidò di loro, di due peccatori pentiti. Potremmo chiederci: perché il Signore non ci ha dato due testimoni integerrimi, dalla fedina pulita, dalla vita immacolata? Perché Pietro, quando c’era Giovanni? Perché Paolo e non Barnaba?

C’è un grande insegnamento in questo: il punto di partenza della vita cristiana non è l’essere degni; con quelli che si credevano bravi il Signore ha potuto fare ben poco. Quando ci riteniamo migliori degli altri è l’inizio della fine. Il Signore non compie prodigi con chi si crede giusto, ma con chi sa di essere bisognoso. Non è attratto dalla nostra bravura, non è per questo che ci ama. Egli ci ama così come siamo e cerca gente che non basta a sé stessa, ma è disposta ad aprirgli il cuore. Pietro e Paolo sono stati così, trasparenti davanti a Dio. Pietro lo disse subito a Gesù: «sono un peccatore» (Lc 5,8). Paolo scrisse di essere «il più piccolo tra gli apostoli, non degno di essere chiamato apostolo» (1 Cor 15,9). Nella vita hanno mantenuto questa umiltà, fino alla fine: Pietro crocifisso a testa in giù, perché non si credeva degno di imitare il suo Signore; Paolo sempre affezionato al suo nome, che significa “piccolo”, e dimentico di quello ricevuto alla nascita, Saulo, nome del primo re del suo popolo. Hanno compreso che la santità non sta nell’innalzarsi, ma nell’abbassarsi: non è una scalata in classifica, ma l’affidare ogni giorno la propria povertà al Signore, che compie grandi cose con gli umili. Qual è stato il segreto che li ha fatti andare avanti nelle debolezze? Il perdono del Signore.

Riscopriamoli dunque testimoni di perdono. Nelle loro cadute hanno scoperto la potenza della misericordia del Signore, che li ha rigenerati. Nel suo perdono hanno trovato una pace e una gioia insopprimibili. Con quello che avevano combinato avrebbero potuto vivere di sensi di colpa: quante volte Pietro avrà ripensato al suo rinnegamento! Quanti scrupoli per Paolo, che aveva fatto del male a tanti innocenti! Umanamente avevano fallito. Ma hanno incontrato un amore più grande dei loro fallimenti, un perdono così forte da guarire anche i loro sensi di colpa. Solo quando sperimentiamo il perdono di Dio rinasciamo davvero. Da lì si riparte, dal perdono; lì ritroviamo noi stessi: nella confessione dei nostri peccati.

Testimoni di vita, testimoni di perdono, Pietro e Paolo sono soprattutto testimoni di Gesù. Egli nel Vangelo di oggi domanda: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte evocano personaggi del passato: «Giovanni il Battista, Elia, Geremia o qualcuno dei profeti». Persone straordinarie, ma tutte morte. Pietro invece risponde: «Tu sei il Cristo» (cfr Mt 16,13.14.16). Cristo, cioè Messia. È una parola che non indica il passato, ma il futuro: il Messia è l’atteso, la novità, colui che porta nel mondo l’unzione di Dio. Gesù non è il passato, ma il presente e il futuro. Non è un personaggio lontano da ricordare, ma Colui al quale Pietro dà del tu: Tu sei il Cristo. Per il testimone, più che un personaggio della storia, Gesù è la persona della vita: è il nuovo, non il già visto; la novità del futuro, non un ricordo del passato. Dunque, testimone non è chi conosce la storia di Gesù, ma chi vive una storia di amore con Gesù. Perché il testimone, in fondo, questo solo annuncia: che Gesù è vivo ed è il segreto della vita. Vediamo infatti Pietro che, dopo aver detto: Tu sei il Cristo, aggiunge: «il Figlio del Dio vivente» (v. 16). La testimonianza nasce dall’incontro con Gesù vivo. Anche al centro della vita di Paolo troviamo la stessa parola che trabocca dal cuore di Pietro: Cristo. Paolo ripete questo nome in continuazione, quasi quattrocento volte nelle sue lettere! Per Lui Cristo non è solo il modello, l’esempio, il punto di riferimento: è la vita. Scrive: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). Gesù è il suo presente e il suo futuro, al punto che giudica il passato spazzatura di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo (cfr Fil 3,7-8).

Fratelli e sorelle, davanti a questi testimoni, chiediamoci: “Io rinnovo ogni giorno l’incontro con Gesù?”. Magari siamo dei curiosi di Gesù, ci interessiamo di cose di Chiesa o di notizie religiose. Apriamo siti e giornali e parliamo di cose sacre. Ma così si resta al che cosa dice la gente, ai sondaggi, al passato, alle statistiche. A Gesù interessa poco. Egli non vuole reporter dello spirito, tanto meno cristiani da copertina o da statistiche. Egli cerca testimoni, che ogni giorno Gli dicono: “Signore, tu sei la mia vita”.

Incontrato Gesù, sperimentato il suo perdono, gli Apostoli hanno testimoniato una vita nuova: non si sono più risparmiati, hanno donato sé stessi. Non si sono accontentati di mezze misure, ma hanno assunto l’unica misura possibile per chi segue Gesù: quella di un amore senza misura. Si sono “versati in offerta” (cfr 2 Tm 4,6). Chiediamo la grazia di non essere cristiani tiepidi, che vivono di mezze misure, che lasciano raffreddare l’amore. Ritroviamo nel rapporto quotidiano con Gesù e nella forza del suo perdono le nostre radici. Gesù, come a Pietro, chiede anche a noi: “Chi sono io per te?”; “mi ami tu?”. Lasciamo che queste parole ci entrino dentro e accendano il desiderio di non accontentarci del minimo, ma di puntare al massimo, per essere anche noi testimoni viventi di Gesù.

Oggi si benedicono i Palli per gli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Il pallio ricorda la pecorella che il Pastore è chiamato a portare sulle spalle: è segno che i Pastori non vivono per sé stessi, ma per le pecore; è segno che, per possederla, la vita bisogna perderla, donarla. Condivide con noi la gioia di oggi, secondo una bella tradizione, una Delegazione del Patriarcato ecumenico, che saluto con affetto. La vostra presenza, cari fratelli, ci ricorda che non possiamo risparmiarci nemmeno nel cammino verso l’unità piena tra i credenti, nella comunione a tutti i livelli. Perché insieme, riconciliati da Dio e perdonatici a vicenda, siamo chiamati a essere testimoni di Gesù con la nostra vita

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Omelia integrale



Angelus 
Solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo
29 giugno 2019


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I Santi Pietro e Paolo, che festeggiamo oggi, nelle icone sono a volte raffigurati mentre sorreggono l’edificio della Chiesa. Questo ci ricorda le parole del Vangelo odierno, in cui Gesù dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt16,18). È la prima volta che Gesù pronuncia la parola “Chiesa”, ma più che sul sostantivo vorrei invitarvi a pensare all’aggettivo, che è un possessivo, “mia”: la mia Chiesa. Gesù non parla della Chiesa come di una realtà esterna, ma esprime il grande amore che nutre per lei: la mia Chiesa. È affezionato alla Chiesa, a noi. San Paolo scrive: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25), cioè, spiega l’Apostolo, Gesù ama la Chiesa come sua sposa. Per il Signore noi non siamo un gruppo di credenti o un’organizzazione religiosa, siamo la sua sposa. Egli guarda con tenerezza la sua Chiesa, la ama con fedeltà assoluta, nonostante i nostri errori e tradimenti. Come quel giorno a Pietro, oggi dice a tutti noi: “mia Chiesa, voi siete mia Chiesa”.

E possiamo ripeterlo anche noi: mia Chiesa. Non lo diciamo con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo. Non per differenziarci dagli altri, ma per imparare la bellezza di stare con gli altri, perché Gesù ci vuole uniti e aperti. La Chiesa, infatti, non è “mia” perché risponde al mio io, alle mie voglie, ma perché io vi riversi il mio affetto. È mia perché me ne prenda cura, perché, come gli Apostoli nell’icona, anch’io la sorregga. Come? Con l’amore fraterno. Col nostro amore fraterno possiamo dire: la mia Chiesa.

In un’altra icona i Santi Pietro e Paolo sono ritratti mentre si stringono a vicenda in un abbraccio. Fra loro erano molto diversi: un pescatore e un fariseo con esperienze di vita, caratteri, modi di fare e sensibilità alquanto differenti. Non mancarono tra loro opinioni contrastanti e dibattiti franchi (cfr Gal 2,11 ss.). Ma quello che li univa era infinitamente più grande: Gesù era il Signore di entrambi, insieme dicevano “mio Signore” a Colui che dice “mia Chiesa”. Fratelli nella fede, ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa. In questa festa, che unisce due Apostoli tanto diversi, sarebbe bello che anche ognuno di noi dica: “Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono per la mia Chiesa”. Siamo diversi ma questo ci arricchisce, è la fratellanza. Fa bene apprezzare le qualità altrui, riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie. L’invidia! L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto sul cuore. Gli invidiosi hanno uno sguardo amaro. Tante volte, quando uno trova un invidioso, viene voglia di domandare: ma con che ha fatto colazione oggi, col caffelatte o con l’aceto? Perché l’invidia è amara. Rende amara la vita.
Quant’è bello invece sapere che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore. Ci apparteniamo gli uni gli altri e questo è splendido, dire: la nostra Chiesa! Fratellanza.

Alla fine del Vangelo Gesù dice a Pietro: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,17). Parla di noi e dice “le mie pecore” con la stessa tenerezza con cui diceva mia Chiesa. Con quanto amore, con quanta tenerezza ci ama Gesù! Ci sente suoi. Ecco l’affetto che edifica la Chiesa. 
Per intercessione degli Apostoli, chiediamo oggi la grazia di amare la nostra Chiesa. Chiediamo occhi che sappiano vedere in essa fratelli e sorelle, un cuore che sappia accogliere gli altri con l’amore tenero che Gesù ha per noi. E chiediamo la forza di pregare per chi non la pensa come noi – questo la pensa altrimenti, prego per lui – pregare e amare, che è il contrario di sparlare, magari alle spalle. Mai sparlare, pregare e amare. La Madonna, che portava concordia tra gli Apostoli e pregava con loro (cfr At 1,14), ci custodisca come fratelli e sorelle nella Chiesa.

Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle!
In questa festa dei Patroni principali di Roma auguro ogni bene ai romani e a quanti vivono in questa città. Esorto tutti a reagire con senso civico dinanzi ai problemi della società.
Rinnovo la mia riconoscenza alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e invio un cordiale e fraterno saluto a mio fratello Sua Santità Bartolomeo I.
Saluto con affetto i pellegrini venuti per festeggiare gli Arcivescovi Metropoliti per i quali stamani ho benedetto i Palli.

Ringrazio vivamente i maestri infioratori e tutti i collaboratori che hanno realizzato la storica infiorata promossa dalla Pro Loco romana.

Saluto tutti voi, cari pellegrini, in particolare quelli venuti dal Vietnam, dalla Slovacchia, da El Paso (Texas), Kansas City e dalla Germania. Saluto la “Yago School” di Siviglia, con il grande coro dei bambini, e il Colegio “Ahlzahir” di Cordoba; il gruppo della Radio “Voix de la Charité” del Libano e quello del Movimiento Eucaristico Juvenil de España; e i sacerdoti Resurrezionisti.

Saluto i fedeli di Donori, Forlì, Lanciano, Brindisi e Castelfranco Veneto, e il Piccolo Coro Francesco d’Assisi di Mesagne.

A tutti auguro una buona festa e chiedo, per favore, una preghiera per me per intercessione dei Santi Pietro e Paolo. Buon pranzo e arrivederci!











Angela: suora e medico, mi imbarco perché la mia vita è degli altri

Angela: suora e medico,
mi imbarco perché la mia vita è degli altri


«La mia esperienza con gli immigrati nasce dall’esortazione che ha fatto Papa Francesco a uscire dal proprio contesto per andare a prestare aiuto dove c’è più bisogno. Ascoltandolo mi sono detta: io sono un medico, potrei dare un aiuto a queste persone che fuggono dalle guerre, cercando la pace, perché solo dove c’è pace ci può essere anche giustizia». Suor Angela Bipendu, 46 anni, congolese, da quindici vive in Italia, ha preso i voti tra le Discepole del Redentore e ha trascorso gli ultimi tre anni proprio accanto a coloro che chiama “ultimi tra gli ultimi”: rifugiati, richiedenti asilo, migranti. «La terra è di tutti. Davanti a Dio non ci sono rifugiati — racconta —. Siamo tutti suoi figli. Anche se il primo rifugiato è stato proprio Gesù di Nazareth che è stato costretto a fuggire in Egitto con la sua famiglia». Il suo tono di voce è una porta aperta. Quello di chi ha un orecchio abituato all’ascolto e pratica l’accoglienza senza formalismi e cerimonie, ancorandola all’essenziale: la comune natura di esseri umani, che abitano lo stesso mondo. «Era il 2016, sono partita da Agrigento e sono andata a Lampedusa senza sapere cosa mi aspettasse. Avevo paura del mare, non sapevo nuotare però ho detto: “Signore, eccomi”. Mi veniva in mente il profeta Geremia quando ha ricevuto la chiamata di Dio. Il Signore insisteva per mandarlo e lui diceva “sono ancora piccolo, come devo fare, non so parlare”. La stessa cosa ho pensato io, anche se sentivo una forza che mi spingeva a fare questo passo, sentivo un coraggio straordinario, come se mi venisse detto “sei tu che devi andare”».

Questa spinta ha portato Suor Angela a lasciare la sua comunità e a imbarcarsi nel Mediterraneo: «Ho fatto del mare la mia seconda casa. Con i team sanitari del Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, sulle navi della Guardia costiera italiana, ho scoperto la drammatica realtà di queste persone».

Le storie sono tante, ma in particolare suor Angela ne ricorda una: «Arrivammo in mare aperto per soccorrere un gommone in avaria. C’era una donna, madre di due bambine di 5 e 3 anni. Aveva visto morire le sue figlie e le aveva seppellite a mani nude in una spiaggia libica dove stavano aspettando la partenza. Ci raccontò che erano morte per il freddo; era il 2 febbraio del 2017, giornata dedicata alla vita consacrata». Non lo dimenticherà mai, dice, «la donna era molto provata, dopo otto ore di traversata, ed era inconsolabile. Mi chiedevo: cosa le posso dire? Qualunque cosa mi sembrava inopportuna. Allora le sono stata semplicemente vicina, l’ho accarezzata, ho fatto di tutto per proteggerla e consolarla». Quella donna, come le altre, e come tanti uomini, aveva lasciato l’Africa per fuggire da omicidi, violenze, abusi. «È facile dire aiutiamoli a casa loro — osserva suor Angela — ma abbiamo mai visto una mobilitazione di massa o un impegno concreto da parte di un paese occidentale per dire “adesso basta”? Mai. La vera giustizia non è dire “aiutiamoli a casa loro” ma agire, con fatti concreti».

L’azione per suor Angela è complementare alla preghiera. «La prima cosa — sottolinea — è avere un cuore materno. Agire con tenerezza e comprensione. Noi donne siamo madri anche senza una maternità fisica. E il cuore che Dio ci ha dato è un cuore materno. La Chiesa non deve stancarsi mai di predicare il Vangelo attraverso la nostra testimonianza. Deve incoraggiare chi sceglie di lasciare le comunità per evangelizzare in mezzo alla gente. Se io ho il dono che Dio mi ha dato gratuitamente di curare le persone perché non lo devo condividere altrettanto gratuitamente con chi ne ha bisogno? Non è sempre facile comprendere perché una suora si imbarchi, alcuni pensano che non sia opportuno. Accetto questa idea, ma io sento che devo fare qualcos’altro, perché la mia vita da religiosa non è mia ma degli altri».

Un servizio di A Sua Immagine su Suor Angela Bipendu Nama

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Una Chiesa stanca e ancora mondana di Enzo Bianchi

Una Chiesa stanca e ancora mondana
 
di Enzo Bianchi

Pubblicato su Vita Pastorale
Rubrica “Dove va la chiesa” 
Giugno 2019







San Basilio, il grande padre della chiesa del IV secolo, poco prima di morire scrisse il De judicio Dei, un testo breve ma munito di grande autorevolezza, un testo pieno di parrhesía, con il quale egli denunciava la situazione patologica che le chiese stavano attraversando. Basilio osservava “il disaccordo tra i vescovi delle chiese”, partecipava al turbamento sofferto dal gregge di Dio, constatava la stanchezza e la tiepidezza di molti cristiani, e soprattutto si interrogava sul motivo di tante divisioni, discordie e accuse reciproche tra le chiese di Dio.

Confesso che questo testo del sapiente padre della chiesa è sempre stato da me meditato, ma in questi ultimi anni quasi mi attrae e mi costringe a una sua rilettura, per trovare nella grande tradizione sentimenti simili a quelli che provo di fronte alla chiesa di oggi. Sì, occorre dirlo e denunciarlo senza paure: viviamo una situazione ecclesiale caratterizzata da “giorni cattivi” (Ef 5,16). Oggi non si vive bene nella chiesa e – anche se l’aria che respiriamo non è più quella denunciata qualche anno fa da un teologo e da uno storico in un libro del 2011 intitolato Manca il respiro – si respira però un’aria avvelenata.

Molti, tra quelli che sono più coscienti della vita ecclesiale, si dichiarano stanchi, addirittura depressi, oltre che delusi per aver nutrito speranze che appaiono ora soltanto illusioni… Parole come stanchezza, depressione, scoraggiamento, sembrano non essere più rifiutate nello spazio ecclesiale. Ma cerchiamo di delineare con più precisione e chiarezza alcune di queste patologie.

Secondo il mio povero ma attento discernimento ciò che ammorba la vita ecclesiale è in primo luogo la mondanità che l’ha invasa. Sempre più sento dire: “Siamo come gli altri fuori, nel mondo… La chiesa non è diversa dal mondo in cui vive…”. È venuta meno, non in tutti ma certamente nella gente cattolica, la “differenza cristiana”, quella possibilità di essere diversi, di non fare “come fan tutti”. Sembra che il Vangelo, posto nuovamente al centro della vita cristiana dal concilio e dal rinnovamento che ne è seguito, non abbia più il primato nell’ispirare pensieri, sentimenti e azioni. Sono apparsi in modo evidente quelli che sono solito chiamare i “cristiani del campanile”, per i quali il cattolicesimo professato con maggiore o minore convinzione può anche essere in contraddizione con il Vangelo, ma resta coerente con l’identità culturale, la tradizione e l’ideologia dominante del mondo occidentale ricco e sazio.

Questa mondanità impedisce l’ascolto delle parole di Gesù, preferendo a esse i valori giudicati tradizionali. Proprio per questo, o non si ascoltano o addirittura si contestano in modo sguaiato gli interventi dei vescovi o dei presbiteri che ricordano alla comunità cristiana la presenza del povero, del migrante, degli scarti della società. E si faccia attenzione: non è la “religione cattolica” a essere contestata ma il Vangelo, al punto che si è sentita risuonare l’affermazione “Siamo cattolici romani innanzitutto!”. Nazioni celebrate per il loro cattolicesimo e per la loro fedeltà alla chiesa, come la Polonia e l’Ungheria, o regioni italiane fino a ieri malate di clericalismo, ora affermano una civiltà cattolica che contraddice il Vangelo di Gesù Cristo. Così la comunità cristiana è divisa non tra credenti ortodossi e credenti eretici, ma tra porzioni che si oppongono, si detestano e si delegittimano.

Questi anni sono inoltre vissuti con sofferenza anche a causa degli scandali che ogni giorno emergono e sono denunciati ossessivamente dai media. La chiesa ne esce umiliata e sta imparando ad assumere la responsabilità di delitti troppo a lungo non valutati nella loro gravità, trascurati e talvolta occultati. Ma se da un lato questo cammino doloroso significa purificazione e riparazione, per quanto possibile, del male inflitto, resta anche vero che ormai si è soffiato su un sentimento che potremmo chiamare “pretofobia”. Vi è paura dei preti, diffidenza nei loro confronti e verso la loro funzione educativa, sospetto per quegli atteggiamenti che non vengono più letti come manifestazioni di affetto ma solo come soprusi. E va riconosciuto: oggi i preti non ne possono più! Sono continuamente fustigati e in ogni caso non difesi come la giustizia richiederebbe…

I delitti che emergono, soprattutto quelli di pedofilia, sono gravissimi, ma sono veramente pochi quanti si macchiano di tali crimini e non appare giusto che la maggioranza dei preti, che oggi vivono una vita senza potere, sovente povera e faticosa, sia travolta da atteggiamenti di diffidenza, nonostante una vita fatta di dedizione, servizio e scarsamente riconosciuta. Anche chi commette delitti deve conoscere la misericordia di Dio e, come molte volte ho scritto a partire dal 2009, non deve più risuonare nello spazio ecclesiale l’espressione “tolleranza zero”. Sempre la chiesa ha annoverato tra i suoi figli peccatori, anzi tutti i suoi figli e figlie restano peccatori: cambiano solo i loro peccati, ma tutti restano bisognosi dell’infinita misericordia di Dio. Misericordia anche per i preti è il titolo di un libro scritto da un mio amico vescovo francese, Gérard Daucourt: ce n’è veramente bisogno!

Infine, non si può ignorare una patologia che minaccia fortemente la chiesa cattolica: quella riguardante papa Francesco, nei cui confronti si è ormai scatenata un’opposizione sconosciuta almeno nei confronti dei papi del secolo scorso. Francesco è delegittimato come papa da una piccola porzione di tradizionalisti, ma il suo magistero è spesso attaccato, contestato, giudicato eretico da gruppi di cattolici ben organizzati e con grande esposizione mediatica. Costoro si spingono fino ai limiti di fomentare uno scisma e trovano le loro ragioni in quella dinamica del magistero papale che essi denunciano come rottura con la tradizione, demolizione dell’istituzione cattolica, mutamento della forma ecclesiale ricevuta dalla tradizione.

Questa opposizione a papa Francesco, che si è focalizzata sull’Amoris laetitia e sulla disciplina riguardante l’indissolubilità del matrimonio e la vita ecclesiale dei coniugi divorziati, si scatena ogni volta che il papa mostra o chiede atteggiamenti di misericordia e di “compagnia con i peccatori”. Tutti sappiamo che in realtà papa Francesco è fedele alla tradizione, al punto da poter essere ascritto tra i conservatori in materia dottrinale, ma effettivamente con le sue parole e i suoi gesti mostra che l’intero suo ministero è volto non a ridare prestigio e grandiosità alla chiesa ma a conferire l’egemonia e il primato al Vangelo nella vita della chiesa. D’altronde, fin dall’inizio del suo pontificato l’avevo scritto: “Più nella chiesa appariranno il primato del Vangelo e la volontà di conformità a Cristo da parte della sua sposa, più le potenze demoniache, messe al muro, si scateneranno, così che nella chiesa la vita non sarà più pacifica, mondanamente bella, ma maggiormente segnata dall’apparire del segno del Figlio dell’uomo, la croce”.

Oggi dobbiamo essere consapevoli che la chiesa ha iniziato un esodo del quale per ora non si intravede la terra di arrivo. Camminiamo in un faticoso e accidentato deserto, “camminiamo alla luce della fede e non della visione” (cf. 2Cor 5,7), camminiamo nella calma del giorno e nell’oscurità della notte. A volte ci pare di essere ormai una carovana che procede incerta, mentre molti di quanti la compongono la lasciano o addirittura la fuggono, come accadde per la comunità di Gesù nei giorni della sua uccisione ignominiosa. Che cosa ci resta da fare come assoluto necessario? Nel cuore di chi aderisce al Vangelo e tenta con molta fatica di restare discepolo di Gesù, c’è una sola risposta: celebrare e vivere l’eucaristia. Al cuore della nostra crisi ecclesiale, l’atto che rifonda costantemente la chiesa come comunità del Signore Gesù e che le dà vita, è l’eucaristia: Gesù Cristo è con noi, noi entriamo in comunione con lui e viviamo della sua stessa vita, noi cadiamo e ci alziamo, cadiamo ancora e ci alziamo ancora. È il mistero della resurrezione!

venerdì 28 giugno 2019

«L'AFFIDO È UNA COSA SERIA, SE SI METTE AL PRIMO POSTO L'INTERESSE DEI BAMBINI»


«L'AFFIDO È UNA COSA SERIA, SE SI METTE AL PRIMO POSTO L'INTERESSE DEI BAMBINI»

Abbiamo chiesto a Ilaria Zambaldo, responsabile del Progetto affido di Fondazione l'Albero della vita, di commentare quanto è successo a Reggio Emilia, minori manipolati brutalmente per essere allontanati dalle famiglie di origine. «Occorre trasparenza, monitoraggio delle famiglie e collaborazione tra pubblico e privato»


La terribile vicenda di Reggio Emilia, che ha visto diciotto persone arrestate, compreso un sindaco, accusate di aver alterato, con metodi atroci, relazioni e ricordi dei bambini per toglierli ai genitori di origine e affidarli ad altre famiglie, porta al centro dell’attenzione l’istituto dell’affido. Ne abbiamo parlato con Ilaria Zambaldo, responsabile del Progetto affido della Fondazione l’Albero della Vita. «Questi casi suscitano in noi grande preoccupazione, perché generano pericolose generalizzazioni, e portano le persone a guardare con diffidenza all’affido, che invece rimane lo strumento elettivo per inserire i bambini in contesti adeguati alla loro crescita allontanandoli da situazioni familiari difficili. In linea con la legge 194 del 2001, che raccomanda l’affido come prima soluzione per i bambino, da preferire alle comunità e alle case famiglia. Purtroppo, pur essendoci un volume del Ministero che raccoglie le linee guida su come dovrebbe funzionare l’affido, non ci sono procedure uniche, e ci sono anche molte differenze tra regioni confinanti. Quello che mi stupisce del caso di Reggo Emilia è che in generale l’Emilia Romagna, così come la Toscana, sono regioni dove c’è una maggiore trasparenza e dove le cose funzionano in genere molto bene. eppure qualcosa è andato storto. Per quanto riguarda l’eventuale speculazione economica, posso dire che ogni comune corrisponde alle famiglie affidatarie per ogni bambino da un minimo di 100 euro a un massimo di 600 euro mensili. E’ sempre importante e fondamentale puntualizzare le caratteristiche dell’affido che lo differenziano dall’adozione: il primo, per legge e per prassi, è un supporto a una famiglia in difficoltà volto al rientro del minore nel nucleo familiare di origine; l’adozione è un percorso che porta a una genitorialità definitiva».

L’Albero della Vita si occupa di affido del 2005 e ha condotto a buon fine 142 affidi tra la Lombardia e il Piemonte, secondo una procedura collaudata che vede per prima cosa la necessità di formare le future famiglie affidatarie, indagare su quali sono le loro reali motivazioni. E per due anni la coppia a cui è stato affidato il minore viene monitorata con controlli periodici da parte di psicologi per assicurarsi che tutto proceda nel migliore dei modi. Accogliere un bambino che ha dei trascorsi spesso molto traumatici non è infatti semplice. 
...

Continua  a leggere il testo integrale su:
Famiglia Cristiana, articolo di Fulvia Degl'Innocenti 



Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 23.06.2019 - Corpus Domini (C)

Omelia di p. Aurelio Antista
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto

 Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (C)  -
23.06.2019
Basilica San Sebastiano
Barcellona PdG


La celebrazione e la processione Eucaristica a livello vicariale sono state presiedute da p. Aurelio Antista ocarm che il prossimo 10 luglio festeggerà il 50° anniversario di ordinazione presbiterale.


… Tutti sappiamo che ogni celebrazione eucaristica è rendimento di grazie al Signore per tutti i suoi doni, ma la celebrazione eucaristica è soprattutto memoriale, cioè ricordo vivo e attualizzante dell'ultima cena di Gesù con i suoi discepoli ... Al rito della Pasqua ebraica Gesù aggiunge delle parole che cambiano tutto, parole con cui identifica la sua persona con quelle offerte, parole che indicano che è Lui stesso che si offre ... tutto per Gesù è dono e servizio d'amore reso ai fratelli, nulla Egli trattiene per sé ... Il pane spezzato e il vino versato esprimono l'obbedienza di Gesù al progetto del Padre e la sua consacrazione ad un servizio d'amore per tutti gli uomini, per tutti noi. E alla fine della cena pasquale Gesù dice una parola importante, anzi un comando: "Fate questo in memoria di me", fate della vostra vita un dono, fate della vostra vita un servizio d'amore a Dio e ai fratelli. ...
Purtroppo però dobbiamo riconoscere che spesso le celebrazioni nelle nostre chiese rischiano di essere soltanto dei riti ... e non incidono nella vita concreta ...

Come comunità cristiana, che ogni domenica celebriamo l'Eucaristia, non possiamo chiudere gli occhi difronte al fenomeno dell'immigrazione, che è diventata una tragedia umanitaria; infatti l'Eucaristia ci chiama ad assumere una responsabilità eucaristica che consiste nella continua ricerca di nuove forme di solidarietà e di fraternità verso questa gente che fugge dalla guerra, dagli stenti, dalla fame. Pertanto la domenica noi non possiamo celebrare l'Eucaristia e al tempo stesso coltivare pensieri di ostracismo o compiere gesti di disumanità verso i migranti che muoiono di fame, non solo per mancanza di pane o di acqua, ma anche perché noi non riconosciamo loro nemmeno la dignità di esseri umani come noi ...

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Quanto dura l'effetto di una foto che ha risvegliato la nostra umanità?

Papà e bimba annegati in Messico. Morcellini (Agcom): 
“Una foto simbolo urtante può risvegliare nostra umanità”

"Quella foto dice molto del nostro tempo. Sospenderne la pubblicazione sarebbe un dramma e aumenterebbe il nostro disimpegno etico". Ne è convinto Mario Morcellini, Commissario dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) e studioso di giornalismo e reti digitali. Anche se la foto del papà e della bimba annegati alla frontiera tra Messico e Stati Uniti è scioccante, il suo impatto sull'opinione pubblica può "essere l’inizio di una riscossa" e dimostrare "che siamo comunque permeabili al dolore del mondo"


“E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti ma è anche vero che, se diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa”. Così il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) Mario Morcellini, studioso e docente di comunicazione, giornalismo e reti digitali della Sapienza Università di Roma, commenta la foto choc di Oscar Alberto Martinez Ramirez e della sua bambina di 23 mesi, Valeria, provenienti da El Salvador, annegati nel fiume Rio Grande nel tentativo di oltrepassare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una foto che ha fatto indignare gli Stati Uniti e sta facendo il giro del mondo, emblema di tutte le tragedie migratorie in corso nel nostro tempo. Anche Papa Francesco “è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria”, ha detto Alessandro Gisotti, direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede.

Mario Morcellini
La foto ricorda molto quella di Alan (Aylan) Curdi, il bimbo siriano annegato nel Mediterraneo nel 2015. Grande emozione, poi di nuovo indifferenza e cinismo per il dramma delle morti nel Mediterraneo. Ogni volta dobbiamo arrivare fino a questo punto per scuotere la coscienza civile?

La potenza della fotografia, per il modo in cui immobilizza la realtà, singolarmente urtante, soprattutto della nostra coscienza, la dice lunga sul fatto che almeno in profondità noi restiamo umani.

Bisognerebbe riflettere sul fatto che basta una fotografia per ripristinare elementi di coscienza ed autocoscienza del nostro tempo.

C’è un passaggio, in un romanzo di Graham Greene, in cui l’autore racconta di poliziotti aguzzini ad Haiti che portano gli occhiali scuri per non farsi vedere negli occhi e per non guardare le vittime, per evitare un indebolimento della loro coscienza e quindi provare pietà. Questo significa che negli occhi degli uomini è depositata una grande risorsa, quella di una lettura della realtà che può persino liberarsi dalle mode e dall’eccesso di pressioni politiche che sembrano fondarsi sulla rinuncia alla consapevolezza.

La foto immobilizza il nostro sguardo e dimostra che siamo comunque permeabili al dolore del mondo.

Come possiamo contrastare il disimpegno etico?

Dobbiamo cercare di capire come possa vincere, anche solo congiunturalmente, il disimpegno etico. C’è una frase di uno filosofo francese del ‘900, Paul Ricoeur, che dice: noi conosciamo l’altro attraverso i racconti che lo riguardano. Questa frase, a mio avviso, efficacemente commenta la nostra reazione di fronte alla fotografia: abbiamo bisogno di capire l’altro e, anzitutto, di introiettarlo nella nostra retina visiva.

Cosa sta succedendo alla nostra società, modellata anche da un certo modo di fare comunicazione?

In qualche modo abbiamo dichiarato guerra al cambiamento, compresi i migranti, come se fossero loro a rappresentare la foto ingiusta del cambiamento. A questo proposito gli studiosi devono cominciare a dire cose molto più dure di quelle che ci siamo scambiati finora: non basta più la parola “populismo”, che è solo la conseguenza. Una parte delle politiche pubbliche, quelle più improntate ad una idea plebiscitaria della politica, sembra invece puntare al disimpegno etico. Ci sono politici che hanno intuito che per vincere devono abbassare la soglia etica e dell’attenzione nei confronti degli altri. È così che vince la gigantesca fake sui migranti.

Qui c’è un gioco sconvolgente da parte della comunicazione e c’è da domandarsi quanto la comunicazione abbia esercitato la funzione per cui è nata, che non è solo quella di narrare, ma di farlo con responsabilità sociale.

Non accade solo in Italia, anche negli Stati Uniti e in altri Paesi.

Sta accadendo anche negli Stati Uniti e non a caso un grande studioso di questo fenomeno è Albert Bandura, grande personaggio della psicologia sociale premiato da Obama, ci spiega come si può essere eticamente disimpegnati restando in pace con se stessi. Aumentare cioè la nostra soglia di de-sensibilizzazione per poter dormire tranquilli.

Nel mondo dell’informazione si affronta spesso questo grande dilemma: fino a che punto è giusto mostrare immagini così dure della morte e della sofferenza?

Quella foto riguarda quelle due povere persone, ma dice anche molto del nostro tempo.

Sospenderne la pubblicazione sarebbe un dramma e aumenterebbe il nostro disimpegno etico.

Mentre non è detto che una foto, come è successo per Aylan, possa smuovere le nostre coscienze e riaccendere l’impegno sociale, etico e civile a cui siamo (o dovremmo sentirci) chiamati a rispondere.

Aylan è stato dimenticato visto che le politiche europee non sono cambiate?

Non è vero che Aylan è stato dimenticato perché continuiamo ad usare il suo nome. Ed è impressionante il fatto che lui sia rimasto nell’immaginario. Non attaccherei la comunicazione quando si interroga sui limiti di quello che deve fare. Piuttosto, l’attaccherei quando, per anni, ha moltiplicato il numero dei migranti “negli occhi” degli uomini.

Non si corre il rischio di attaccarsi ai simboli e non considerare il valore delle vite di persone vere che non hanno occasione di apparire in una foto ad alto impatto?

Sono in disaccordo. Perché noi abbiamo bisogno di elementi di simbolizzazione per riconoscere la nostra vita. Contrariamente a quanto pensa la maggioranza degli uomini non possiamo vivere di sola realtà, ma abbiamo bisogno di simboli. E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti, ma è anche vero che

se loro diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa.

Quindi possiamo sperare che una foto del genere provochi un sussulto di coscienza anche nella società italiana, rispetto ai temi che ci riguardano?

Direi che la fortuna virale di questa foto è la prova che c’è gente disponibile a pensare a ciò che facciamo.



... Perché una cosa è sapere che 286 migranti sono morti tra Messico e Usa nel 2018, e un altro è vedere solo due di questi poveretti immoti, un padre e la sua bambina che ancora gli cinge fiduciosa il collo. Certe volte la foto di un giornalista audace ci scuote: 286 è un numero astratto, quei due abbracciati nella morte somigliano invece a milioni di padri e figli come noi. L’umana immedesimazione scatta nel rapporto uno a uno: lì, quando vedi che sono genitori come te, con bambini come i tuoi, non puoi sfuggire, non puoi non vedere che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nello sbarrare, nell’alzare muri ciechi, o nel chiudere a prescindere i porti.

E, dunque, s’indigna l’America e non solo per quella foto. Come accadde nel 2015 con Alan, il piccolo annegato e ritrovato su una spiaggia turca. Anche allora la foto percorse il mondo e destò molta emozione, e anche un principio di mobilitazione in aiuto ai profughi. Ma tutto si esaurì presto. Immagini come quelle dal Rio Grande o di Alan sono punte di iceberg che ogni tanto emergono, da una marea di muti e tragici destini. Noi non vediamo i morti di sete nel Sahara, i deboli abbandonati dalle carovane, quelli che cedono nelle prigioni libiche, coloro che salpano dalla Libia e non risultano poi approdati in alcun porto
...

Sospettiamo, e la foto dal Rio Grande tenacemente insiste in questo senso, che accada ogni giorno e sia tragico anche ciò che non è giornalisticamente testimoniato. Ma, passata la commozione del momento, non stiamo forse, e in non pochi, scegliendo di non sapere? Perché il problema è enorme, perché "noi che ci possiamo fare", o, addirittura, perché nei miserabili delle barche bloccate al largo dalle nostre acque molti di noi vedono degli "invasori".

Ma se davvero l’Occidente, tacitamente o persino polemicamente, scegliesse di fare finta di non vedere, più di un governante si sentirebbe autorizzato ad alzare muri, aprire prigioni, decidere deportazioni. In un compiacente distratto silenzio prenderebbe forma un’ostilità che traccia nuovi confini di dignità umana. 

...

Leggi tutto l'articolo di Marina Corradi in Avvenire (27/06/2019):
 Valeria, suo padre e le altre vittime. Nessuno finga di non vedere


Vedi anche il post precedente:


giovedì 27 giugno 2019

«Se il tuo cuore è egoista tu non sei cristiano» Papa Francesco Udienza Generale 26/06/2019 (foto, testo e video)




UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 giugno 2019




Prima di arrivare in piazza Papa Francesco si è recato nell'aula Paolo VI per salutare malati e disabili sistemati lì a causa del caldo.


Saluto ai malati in Aula Paolo VI prima dell'Udienza Generale

Oggi siete venuti qui perché fuori è troppo caldo, troppo caldo… Qui è più tranquillo e potete vedere bene sullo schermo l’Udienza. Ci saranno due comunità: quella della Piazza e voi, insieme. Voi partecipate all’Udienza. Sicuramente vi sistemeranno bene per poter vedere bene lo schermo. E adesso, vi dò la benedizione, a tutti.

Benedizione

Pregate per me. E buona giornata!




 





Papa Francesco ha poi fatto il suo ingresso in piazza San Pietro, sulla jeep bianca scoperta, intorno alle 9.30 e come è ormai diventata quasi una consuetudine ha fatto subito la prima fermata per far salire a bordo cinque bambini, tre femminucce e due maschietti, tutti in t-shirt bianca, che si possono  così godere il giro tra i vari settori della piazza delimitata dal colonnato del Bernini.
Ad assistere all’appuntamento del mercoledì, stando ai dati forniti dalla Prefettura della Casa Pontificia, sono circa 13mila persone, nonostante il solleone che fin dalle prime ore del giorno ha fatto capolino sulla Capitale. Moltissime le bandiere colorate che sventolano oggi tra le transenne, tra cui quelle bianche e azzurre dell’Argentina: proprio per rispondere ai suoi connazionali che lo acclamavano, Francesco si è fermato nel settore occupato da gran parte di loro per salutarli e bere un sorso di mate, la bevanda tipica argentina, che gli è stato offerto. Protagonisti, anche oggi, i più piccoli, che il Papa ha baciato e accarezzato lungo il percorso grazie alla collaborazione dei solerti gendarmi della sicurezza vaticana. Tra i 13mila in piazza, anche un gruppo di camminatori della via Francigena, provenienti da Como, Lecco e Sondrio. Prima di compiere a piedi il tragitto verso la sua postazione al centro del sagrato, Francesco ha salutato uno per uno i suoi piccoli ospiti prima di farli scendere dalla papamobile.







Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 4. «Perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). La vita della comunità primitiva tra l’amore a Dio e l’amore ai fratelli.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il frutto della Pentecoste, la potente effusione dello Spirito di Dio sulla prima comunità cristiana, fu che tante persone si sentirono trafiggere il cuore dal lieto annuncio – il kerygma – della salvezza in Cristo e aderirono a Lui liberamente, convertendosi, ricevendo il battesimo nel suo nome e accogliendo a loro volta il dono dello Spirito Santo. Circa tremila persone entrano a far parte di quella fraternità che è l’habitat dei credenti ed è il fermento ecclesiale dell’opera di evangelizzazione. Il calore della fede di questi fratelli e sorelle in Cristo fa della loro vita lo scenario dell’opera di Dio che si manifesta con prodigi e segni per mezzo degli Apostoli. Lo straordinario si fa ordinario e la quotidianità diventa lo spazio della manifestazione di Cristo vivo.

L’evangelista Luca ce lo racconta mostrandoci la chiesa di Gerusalemme come il paradigma di ogni comunità cristiana, come l’icona di una fraternità che affascina e che non va mitizzata ma nemmeno minimizzata. Il racconto degli Atti ci permette di guardare tra le mura della domus dove i primi cristiani si raccolgono come famiglia di Dio, spazio della koinonia, cioè della comunione d’amore tra fratelli e sorelle in Cristo. Si può vedere che essi vivono in un modo ben preciso: sono «perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). I cristiani ascoltano assiduamente la didaché cioè l’insegnamento apostolico; praticano un’alta qualità di rapporti interpersonali anche attraverso la comunione dei beni spirituali e materiali); fanno memoria del Signore attraverso la “frazione del pane”, cioè l’Eucaristia, e dialogano con Dio nella preghiera. Sono questi gli atteggiamenti del cristiano, le quattro tracce di un buon cristiano.

Diversamente dalla società umana, dove si tende a fare i propri interessi a prescindere o persino a scapito degli altri, la comunità dei credenti bandisce l’individualismo per favorire la condivisione e la solidarietà. Non c’è posto per l’egoismo nell’anima di un cristiano: se il tuo cuore è egoista tu non sei cristiano, sei un mondano, che soltanto cerchi il tuo favore, il tuo profitto. E Luca ci dice che i credenti stanno insieme (cfr At 2,44). La prossimità e l’unità sono lo stile dei credenti: vicini, preoccupati l’uno per l’altro, non per sparlare dell’altro, no, per aiutare, per avvicinarsi.

La grazia del battesimo rivela quindi l’intimo legame tra i fratelli in Cristo che sono chiamati a condividere, a immedesimarsi con gli altri e a dare «secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45), cioè la generosità, l’elemosina, il preoccuparsi dell’altro, visitare gli ammalati, visitare coloro che sono nel bisogno, che hanno necessità di consolazione.

E questa fraternità, proprio perché sceglie la via della comunione e dell’attenzione ai bisognosi questa fraternità che è la Chiesa può vivere una vita liturgica vera e autentica. Dice Luca: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,46-47).

Infine, il racconto degli Atti ci ricorda che il Signore garantisce la crescita della comunità (cfr 2,47): il perseverare dei credenti nell’alleanza genuina con Dio e con i fratelli diventa forza attrattiva che affascina e conquista molti (cfr Evangelii gaudium, 14), un principio grazie al quale vive la comunità credente di ogni tempo.

Preghiamo lo Spirito Santo perché faccia delle nostre comunità luoghi in cui accogliere e praticare la vita nuova, le opere di solidarietà e di comunione, luoghi in cui le liturgie siano un incontro con Dio, che diviene comunione con i fratelli e le sorelle, luoghi che siano porte aperte sulla Gerusalemme celeste.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Questa Udienza, l’ultima prima della pausa estiva, si fa in due gruppi: voi che siete in Piazza, e un gruppo di ammalati che sono nell’Aula Paolo VI e seguono nel maxischermo, perché è tanto il caldo che è meglio che gli ammalati siano al riparo. Salutiamo il gruppo degli ammalati!

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Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Venerdì prossimo celebreremo la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Invito tutti a guardare a quel Cuore e ad imitarne i sentimenti più veri. Pregate per tutti i Sacerdoti e per il mio Ministero petrino, affinché ogni azione pastorale sia improntata sull’amore che Cristo ha per ogni uomo.


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