domenica 24 marzo 2019

Domenica 24 marzo: 27ª Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri di Giulio Albanese


Domenica 24 marzo: 27ª Giornata di preghiera e digiuno 
in memoria dei missionari martiri
di Giulio Albanese

“Per amore del mio popolo non tacerò” è lo slogan della 27ª Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, appuntamento nel cuore della Quaresima per ricordare quanti nel mondo hanno offerto con coraggio e generosità la loro vita per il Vangelo.


La violenza che si è scatenata e continua ad imperversare nelle periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo non si limita ai sanguinosi fatti, già di per sé gravissimi, che riguardano spesso i nostri missionari e missionarie. La loro uccisione, infatti, si fa sempre più dolore per la diffusione, le motivazioni e le conseguenze dei fenomeni che generano morte e distruzione, dall’Africa, all’America Latina, dal Medio all’Estremo Oriente. Basti pensare all’arruolamento forzato dei baby soldier o baby kamikaze, giovani attirati nelle spire dell’inganno; alle tante famiglie gettate nella disperazione; alle tante attività produttive soffocate dalle estorsioni; alle tante vite stroncate; alla diffusa rassegnazione tra le popolazioni, quasi si trattasse di una calamità ineluttabile.

Come battezzati, avendo ricevuto il mandato di annunciare il Vangelo liberatore di Cristo, non possiamo tacere di fronte al dilagare di tanto male, facendo tesoro dell’insegnamento del profeta: «Per amore del mio popolo, non tacerò» (Is 62,1).

In effetti, nelle Scritture sono molteplici le declinazioni che riguardano il ministero profetico, un impegno che non deve e non può venire meno nella vita personale e comunitaria. Basti pensare al profeta Ezechiele che venne chiamato da Dio ad essere sentinella: egli vide l’ingiustizia, la denunciò, richiamando il progetto divino originario (3,16-18); o ad Isaia che fece memoria del passato, servendosene per cogliere nel presente la verità del nuovo (Is 43). E cosa dire di Geremia che indicò come prioritaria la via della giustizia (22,3)? Coscienti che «il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra» (Sl 124,8), è legittimo domandarsi oggi, in che modo sia possibile dare voce a chi voce non ha, nell’ambito di una società postmoderna, in cui la sfera valoriale è spesso ignorata, profondamente segnata dall’esclusione sociale che penalizza una moltitudine di uomini e di donne relegati nei bassifondi della Storia, dall’intolleranza nei confronti dei migranti e di ogni genere di alterità.

Romero, modello d’impegno

A questo proposito, non possiamo fare a meno di ricordare la straordinaria figura di sant’Oscar Arnulfo Romero, recentemente elevato all’onore degli altari, a quasi 40 anni dalla sua cruenta scomparsa. Egli, infatti, come pastore della Chiesa salvadoregna, diede la propria vita per la causa del Regno. I suoi gesti e il suo spirito costituiscono uno straordinario modello di impegno per la fede e per la giustizia. Ebbe il merito di esprimersi sempre con libertà e franchezza evangelica, affermando la parresia, il coraggio di osare, come attestano le sue prediche domenicali alla Santa Messa delle otto di mattina, omelie nelle quali, dopo aver commentato le letture proposte dalla liturgia della Parola, ne confrontava gli insegnamenti con la situazione del suo Paese. Un metodo missionario in linea con il Concilio Vaticano II e il magistero di papa Francesco oggi, che sollecitava i fedeli a scrutare i segni dei tempi, nella cristiana certezza che la Storia, con la “S” maiuscola, nella fede, è sempre e comunque “Storia di Salvezza”. Il suo impegno pastorale, specialmente per i più poveri, non faceva assolutamente riferimento, come dissero e scrissero i suoi detrattori, a categorie ideologiche, ma al Vangelo di nostro Signore. Proprio per questa ragione, l’azione e la predicazione di Romero vennero percepite come una minaccia dall’oligarchia salvadoregna allora dominante, quella che armò la mano di chi lo uccise. Monsignor Alvaro Ramazzini, vescovo guatemalteco, grande estimatore di Romero, racconta che alcuni sacerdoti del Salvador gli riferirono che spesso, dopo l’omelia che teneva durante l’eucarestia domenicale, il santo martire diceva: «Che cosa ho detto oggi che vi ha fatto spaventare?». «Ah, monsignore, ha detto questo e questo». E lui rispondeva: «Ma io non pensavo di dirlo. Credo che sia stato lo Spirito Santo che mi ha spinto a dire queste cose». Poi aggiungeva: «Adesso ho paura di quello che ho detto, ma quando l’ho detto non ho avuto paura».

Uomo di grande umanità e dal cuore aperto per le vittime di qualsiasi schieramento (guerriglieri, poliziotti, sacerdoti, politici e civili inermi), Romero accettò la morte in un atteggiamento di totale abbandono a Dio. E il suo sacrificio, il cosiddetto dies natalis dei martiri, si compì di fronte all’altare eucaristico, in mistica unione con il Cristo crocifisso e risorto. La sua Chiesa fu davvero una Chiesa dei poveri che egli servì fedelmente nei tre anni in cui svolse il ministero episcopale come arcivescovo di San Salvador, sempre attento alle grida e ai lamenti del suo popolo. Da questo punto di vista, come scrisse di lui il compianto cardinale Carlo Maria Martini, Romero è stato «un vescovo educato dal suo popolo».

Il sangue dei martiri

Nel contesto della nostra Chiesa italiana, la sua testimonianza di vita, com’è noto, ha trovato accoglienza innanzitutto e soprattutto negli ambienti del mondo missionario quando, il 24 marzo 1993, si celebrò a livello nazionale la prima Giornata dei martiri missionari, istituita dal Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere Missionarie, oggi Missio Giovani. Una memoria, nel nome dell’arcivescovo salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980, che celebriamo anche quest’anno in Quaresima, segno di compartecipazione – con la lode, il digiuno e l’elemosina – alla “passione” della Chiesa missionaria nel mondo.

Stando ai dati forniti recentemente dall’Agenzia Fides, continua a scorrere sangue innocente. Nel corso del 2018, sono stati uccisi nel mondo 40 missionari, quasi il doppio rispetto ai 23 dell’anno precedente, e si tratta per la maggior parte di sacerdoti: 35 in tutto. Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è il continente africano ad essere al primo posto di questa tragica classifica. Oltre ai 35 sacerdoti del computo di Fides, nel 2018 hanno anche perso la vita un seminarista e quattro laici. In Africa sono stati uccisi 19 sacerdoti, un seminarista ed una laica; in America 12 sacerdoti e tre laici; in Asia tre sacerdoti; in Europa un sacerdote. Nella fede, il pegno è che il loro sacrificio sarà comunque generatore di vita. Proprio come scriveva Tertulliano: «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
(fonte: Missio)