lunedì 17 dicembre 2018

Carceri. Celle sovraffollate e suicidi: è di nuovo emergenza - Il coraggio che non c'è

Carceri. 
Celle sovraffollate e suicidi: è di nuovo emergenza

Le presenze negli istituti di pena aumentano ancora. Dossier del Partito radicale: 10mila reclusi in più. Preoccupazione dei Garanti dei detenuti. Il governo annuncia nuove strutture


Martedì sera, è successo ancora. Nel carcere Don Bosco di Pisa un detenuto è tornato in cella, dall’infermeria, e si è impiccato. Il compagno di cella era in bagno e non se n’è accorto subito. Ogni tentativo di rianimazione è stato vano. Era in custodia cautelare dal 7 novembre, in attesa di giudizio per il reato di spaccio. È il terzo suicidio, quest’anno, in un istituto toscano. Nelle stesse ore, un altro uomo si è tolto la vita nel penitenziario di Catania, portando a 64 le morti per suicidio nel sistema carcerario. Il dato più alto da anni (negli ultimi cinque, il picco era stato di 52 nel 2017). Non solo: in questo tragico 2018, le morti in carcere per altre cause sono state 74, per un totale di 135, compresi due bimbi: Faith (sei mesi) e Divine (1 anno e mezzo), uccisi dalla madre, reclusa nell’Istituto femminile di Rebibbia.

Un segnale estremo della situazione, divenuta più angosciante, per una serie di concause: alcune storiche (l’inadeguatezza strutturale di alcuni istituti, la fragilità di molti detenuti, la carenza di formazione e di esperienze lavorative), altre in ripresa, come l’aumento di presenze: 60.002 a fine novembre, a fronte di 50.583 posti regolamentari e con un sovraffollamento, dunque, del 118,6%.

L’allarme dei Garanti. 
Quel dato sale, se si tiene conto del fatto che – secondo il ministero della Giustizia –, ci sono almeno 4.600 posti inagibili, il che proietterebbe il sovraffollamento al 130,4%. Con punte altissime a Taranto, dove a fronte di 306 posti ci sono 609 persone (+199%), Busto Arsizio (+187,5%) o Como (+185,7%). Le analisi sul sovraffollamento, insieme a valutazioni dettagliate, sono contenute in un dossier del Partito radicale: 26 pagine di cifre e comparazioni che Avvenire ha visionato e che nei prossimi giorni il partito invierà al Consiglio d’Europa e alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

«Sovraffollamento non significa che la gente dorma per terra. Tuttavia, alcuni istituti sono talmente affollati che ciò, sommato ad altri problemi, genera depressione e altre conseguenze – ragiona Mauro Palma, Garante nazionale per i diritti delle persone private di libertà –. Nelle nostre visite, abbiamo riscontrato peggioramenti in istituti come Sollicciano, Como o Bolzano, dove servono lavori urgenti». Inoltre, secondo il Garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone, «la mancata riforma dell’ordinamento penitenziario ha provocato delusione ed esasperazione nella popolazione detenuta». Secondo Rita Bernardini, dirigente radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, «le misure prese dallo Stato italiano dalla sentenza Torreggiani a oggi, non sono state in grado di affrontare in modo strutturale il problema del sovraffollamento». Negli ultimi tre anni, rileva Bernardini, «la popolazione è tornata ad aumentare, dagli oltre 52mila del 2015 ai 60mila odierni. Con una sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute, costrette a vivere in ambienti insalubri e fatiscenti, private del diritto alla salute o agli affetti familiari».

Il governo: più istituti. 
La ricetta del governo giallo-verde (che ha congelato la riforma sull’accesso alle misure alternative al carcere, messa a punto dal precedente esecutivo) è stata ribadita dal vicepremier e leader di M5s Luigi Di Maio: «Dobbiamo costruire nuove carceri, rispetto agli 'svuota-carceri' del passato ». Nel decreto legge sulla semplificazione, approvato dal Consiglio dei ministri, si prevedono interventi per velocizzare il piano di edilizia penitenziaria: dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 (ferme restando le competenze del ministero delle Infrastrutture) si assegnano al Dap funzioni come progetti e perizie per la ristrutturazione e la manutenzione, ma anche per realizzare nuove strutture o recuperare immobili dismessi. E il Guardasigilli Alfonso Bonafede annuncia lo stanziamento di 196 milioni di euro per «migliorare la vita lavorativa» della polizia penitenziaria» e un piano straordinario d’assunzione di 1.300 agenti.

Un piano accolto con scetticismo da associazioni come Antigone, che chiede al governo di agire «senza slogan». Dove si trovano soldi per nuove carceri, domanda il presidente Patrizio Gonnella, se farne uno «di soli 300 posti costa in media 2530 milioni? E con tempi lunghissimi: per ogni struttura ci vogliono tra i 7 e i 10 anni». L’ipotesi delle caserme dismesse potrebbe accelerare i tempi, ma serviranno comunque tempo e denaro per ristrutturarle. E nel frattempo, il sovraffollamento potrebbe crescere.

(fonte: Avvenire, articolo di Vincenzo R. Spagnolo 14/12/2018)



Celle stracolme e scelte politiche.
Il coraggio che non c'è


Un Paese che ha le carceri piene non è un Paese in buona salute. Sappiamo che esistono correnti di pensiero per cui è vero il contrario, ma in genere sono fondate sulla paura di quelli che stanno "fuori" e la paura non è mai uno stato d’animo positivo. Sarà che viviamo un tempo ricco di paura, quindi povero sotto tanti altri aspetti, sarà che «il vento è cambiato», come usa dire soprattutto a Roma (dove però capita che il vento porti con sé anche miasmi tossici), fatto sta che le carceri italiane sono piene. Sono troppo piene. Di nuovo. Siamo tornati sopra quota 60mila persone recluse, ovvero circa 10mila oltre la capienza regolamentare, per altro teorica perché molti posti sono inagibili per varie ragioni.

E non serviva un mago - magari Houdini, il re degli evasi - per prevedere che, dopo un periodo di relativa deflazione, la situazione sarebbe nuovamente peggiorata. I segnali c’erano tutti. Sarebbe bastato, per esempio, sfogliare il Rapporto di Antigone, non l’edizione del 2018, ma quella del 2017. Citiamo: «Se i prossimi anni dovessero vedere una crescita della popolazione detenuta pari a quella registrata negli ultimi sei mesi, alla fine del 2020 saremmo già oltre i 67.000». Insomma, un film già visto al quale speravamo di non dover assistere di nuovo. Nel 2013, quando la Corte Europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per «trattamento inumano e degradante», i detenuti erano 65mila. Manca poco, di questo passo. Era la nota sentenza-pilota della causa "Torreggiani e altri". Pilota perché se entro un anno il quadro non fosse migliorato, oltre ai risarcimenti decisi a favore dei ricorrenti, l’Italia avrebbe dovuto versare milioni di euro in rimborsi per le altre cause pendenti, che erano poco meno di 7mila. Ci salvammo, allora, grazie ad alcune misure di alleggerimento. Cominciò così un periodo di discesa delle presenze, fino alle 52mila del 2015, comunque sopra la soglia regolamentare.

Tuttavia non poteva essere quella la soluzione definitiva. La svolta sarebbe dovuta avvenire l’anno scorso, con la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma la maggioranza di allora, capeggiata dal Partito democratico, non ebbe il coraggio di completare l’attuazione della legge delega, che pure aveva voluto e approvato in Parlamento. Le elezioni erano vicine e, annusando il vento di cui sopra, si pensò forse (sbagliando, a giudicare dai risultati delle urne) che non era il caso di insistere sull’estensione delle pene alternative alla prigione e dell’affidamento in prova. Perciò si lasciò la palla al Parlamento attuale, dove la nuova maggioranza, già contraria quando era opposizione, ha depotenziato la riforma, togliendo proprio le misure alternative che, lo dicono i dati, abbattono radicalmente la "ricaduta" nel crimine. Per quanto si è capito finora, il programma oggi prevede più carceri, con la costruzione di nuovi istituti e l’adattamento di caserme dismesse, e non meno detenuti. Nel frattempo aumentano i suicidi dietro le sbarre (il 2018 non si è ancora chiuso e già ostenta questo nero primato rispetto agli ultimi 5 anni) e l’Italia è di nuovo in "zona Torreggiani".


(fonte: Avvenire, articolo di Danilo Paolini 14/12/2018)