sabato 17 novembre 2018

Perché cambia il Padre nostro di Enzo Bianchi

Perché cambia il Padre nostro 
di Enzo Bianchi

I testi vanno rivisti per facilitare una comprensione più aderente al contenuto. L'espressione che i cristiani usavano da decenni, "non ci indurre in tentazione", rischiava di dare un'immagine perversa di Dio. Ora si dirà "non abbandonarci alla tentazione"




Sono ormai passati quasi cinquant’anni dalla traduzione ufficiale in italiano del Messale romano, riformato da Paolo VI in obbedienza al concilio Vaticano II: un tempo molto lungo per una lingua viva come l’italiano.
Occorreva dunque una nuova traduzione, una revisione dei testi liturgici e la Conferenza episcopale italiana ha approvato ieri il lungo lavoro svolto da vescovi ed esperti a partire dal 2002.
In realtà non ci sono grandi novità: più che "nuova" potremmo definire questa edizione come "riveduta"; eppure, di fronte a questo aggiornamento si sono subito levate voci pretestuose: "Ci cambiano la messa, ci cambiano il Padre nostro, ci cambiano il Gloria...". Infatti, per i cattolici che frequentano la messa domenicale, risulteranno evidenti solo due espressioni, il cui cambiamento si è reso necessario per facilitare una comprensione più aderente al testo del Vangelo che contengono.
Era certo bella e piena di significato l’espressione "pace in terra agli uomini di buona volontà", che traduceva letteralmente il latino della Vulgata, ma non l’originale greco del Vangelo di Luca. A molti questa locuzione indicava che Dio ama gli uomini oltre le frontiere cristiane, ama anche quelli che, pur senza la fede, hanno la bontà nel loro cuore e cercano di realizzarla. In questo senso la usò pure papa Giovanni XXIII, indirizzando alcuni suoi scritti, a cominciare dalla Pacem in terris, non solo alle persone di chiesa ma anche, appunto, "a tutti gli uomini di buona volontà". Tuttavia l’espressione ora adottata — "pace agli uomini amati dal Signore" — ( nel greco "pace agli uomini che egli ama") non esclude nessuno, ma afferma che Dio ama tutta l’umanità. La nuova traduzione della Bibbia pubblicata dalla Cei nel 2008 l’aveva già adottata, così come nella versione di Matteo del Padre nostro era apparsa allora l’altra espressione innovativa: "non abbandonarci alla tentazione".
Questa traduzione è una delle possibili, non la sola: tradurre a volte può sconfinare nel tradire, ma è un rischio che va assunto con consapevolezza. Infatti, la traduzione che tutti i cristiani usavano da decenni, molto fedele al testo latino, suonava "non ci indurre in tentazione" e rischiava di dare un’immagine perversa di Dio, quasi che Dio possa essere l’autore della tentazione. Dio invece non ci tenta e non può tentare nessuno al male, come afferma l’apostolo Giacomo nella sua lettera (Gc 1,13-15). Come comprendere allora questa richiesta rivolta al Padre? Non è facile tradurre un’espressione greca che forse trova ispirazione in un salmo in aramaico ritrovato a Qumran, dove il fedele prega: "Fa’ che non entri in situazioni troppo difficili per me!". Il termine greco (peirasmos) indica "prova" oppure "tentazione"? E il verbo "non farci entrare" ( nella prova o nella tentazione), essendo in forma causativa, non significa forse "fa’ che non entriamo in tentazione"? I vescovi francesi, nella traduzione adottata alcuni anni or sono, hanno scelto di cambiare il precedente "non sottometterci alla tentazione" con " non lasciarci entrare in tentazione". La scelta per la nostra lingua poteva essere: "non abbandonarci nella tentazione", oppure "non abbandonarci alla tentazione", ma anche "non lasciarci cadere in tentazione" (come scelto dalla traduzione spagnola).
In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenta al male, al peccato: sarebbe una bestemmia! Dio ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione. D’altronde già sant’Ambrogio di Milano nel IV secolo commentava così: "Non permettere che siamo condotti nella tentazione da colui che tenta più di quanto possiamo sopportare; non si dica quindi non ci indurre in tentazione", vietando così di attribuire a Dio la responsabilità delle nostre tentazioni.
Va comunque ricordato che la comprensione della liturgia e del suo linguaggio è una sfida incessante: si tratta di veicolare un messaggio in modo fedele all’intento originale e, al contempo, comprensibile dal destinatario concreto.

(Pubblicato su "La Repubblica" - il 16.112018)