lunedì 29 ottobre 2018

«Riuscirò a farmi santo?» Causa di Beatificazione di Don Oreste Benzi: in chiusura la fase diocesana


Causa di Beatificazione di Don Oreste Benzi:
in chiusura la fase diocesana

L'intervista al giudice don Giuseppe Tognacci


È in corso il processo per la causa di beatificazione di Don Oreste Benzi.

«Riuscirò a farmi santo?», si chiedeva in uno scritto del 1958 il giovane sacerdote riminese di ritorno dagli Stati Uniti, dove si era recato per raccogliere fondi con cui avrebbe dato vita alla sua opera, diffusa oggi in 42 Paesi del mondo.

Quella tensione interiore di don Oreste Benzi si è trasformata via via in un programma di vita, che lo ha portato ad essere il sacerdote dei poveri, dei diseredati, dei bambini abbandonati, dei disabili, dei tossicodipendenti, delle donne schiavizzate dalla prostituzione, di tutti coloro che avevano bisogno di una parola, di una guida, tanto da essere definito da Benedetto XVI «l’infaticabile apostolo della carità».

Sono trascorsi 11 anni da quel 2 novembre del 2007 in cui don Oreste ha lasciato questa terra, e da subito la gente lo ha considerato “santo”, perché in lui ha colto la tangibilità del Vangelo.

«Si può parlare di un santo. Si può parlare a un santo. Si può far parlare un santo. Don Oreste non è ancora stato proclamato santo, neanche beato, ma noi non saremmo qui, oggi, se la sua vita non parlasse di santità» raccontava il Vescovo di Rimini mons. Francesco Lambiasi il 27 settembre 2014, alla cerimonia di apertura della causa di beatificazione.

Dopo quattro anni di lavoro, la prima fase, quella diocesana, potrebbe essere ormai alle ultime battute.

«Nell’ascolto dei testimoni, ad oggi stiamo veramente finendo» ci spiega don Giuseppe Tognacci, giudice del processo. Ma «proprio in questo ultimo periodo alcune persone hanno chiesto di essere ascoltate. E questo ha richiesto più tempo.»

Perciò la chiusura del processo non coinciderà con il 50° anniversario della nascita della Comunità Papa Giovanni XXIII, come tutto faceva presagire?

«Per quanto dipende da me, penso che andremo a prima dell’estate del 2019».

Cosa succederà dopo la chiusura del processo di beatificazione di Don Oreste?

«Terminata l’inchiesta ci sarà la sessione di chiusura che sarà pubblica della fase diocesana del processo – così come è stata pubblica quella di apertura – in cui tutti i componenti del tribunale presteranno nuovamente giuramento. Si sigilleranno gli scatoloni contenenti i documenti, che verranno poi spediti alla Congregazione delle cause dei santi.»

Fino ad ora quanti testimoni avete ascoltato?

«131 persone. Oltre 90 sono stati presentati dalla postulazione, altri convocati d’ufficio, perché alcuni testimoni hanno indicato altre persone durante l’interrogatorio, che a loro avviso meritavano di essere ascoltate, permettendo di ampliare la conoscenza di don Oreste.»

Un lavoro lungo e metodico, a quanto pare.

«Dipende dal testimone. Diciamo che mediamente ha richiesto per ciascuno cinque mattinate di incontro.»

Don Oreste, almeno pubblicamente, non parlava del suo stato di salute, eppure il suo cuore ha ceduto. È emerso qualcosa su questo aspetto?

«Chi gli era vicino aveva consapevolezza del suo stato di salute e non era affatto ignaro di come don Oreste si rapportava alla sua condizione di salute. Che lui non ne parlasse apertamente è vero. Dall’ascolto dei testimoni si può perfettamente ricostruire ed essere a piena conoscenza di tutta la parabola clinica di don Oreste, fino alla sua morte.»

Si è fatto qualche idea di come lui ha affrontato tutto ciò?

«Don Oreste era cosciente della sua condizione di salute, seria e meritoria di maggiori attenzioni e cure, ma per tutta la sua storia, ben consapevolmente, ha deciso di non fermarsi se non con la morte.»

Dunque non ha anteposto la sua salute alla salvezza delle anime?

«Questo lo può dire solo il Signore. Chi lo può misurare? Non sta a me e neppure posso dire cosa è emerso. L’impressione che mi sono fatto è che lui abbia risposto ad una verità, ad una responsabilità che sentiva totalmente sua. Aveva il senso dell’eterno. Se il sacerdote è chiamato ad essere dono di sé, non aveva senso per lui risparmiarsi per un anno e mezzo di vita in più, perché tanto non finisce niente con la morte, anzi, la morte non è altro che un passaggio in cui si compie tutto e non finisce nulla. Un pensiero che lui ha esplicitato nella celeberrima frase di “Pane Quotidiano”.» (nel commento del 2 novembre 2007, giorno che ha coinciso proprio con la sua morte – ndr)

Come tribunale vi siete recati nei luoghi dove don Oreste è vissuto.

«Tra i luoghi visitati sorprende in particolare la casa canonica: un luogo di estrema semplicità, caratteristica che appartiene anche a tante altre case canoniche delle nostre parti costruite in quel periodo. Ma se pensiamo alla notorietà di don Oreste, un prete che ha viaggiato come pochi, ai vari livelli di frequentazione – era uno che contattava anche il Presidente del Consiglio dei Ministri – al giro di risorse materiali che ha avuto tra le mani per portare avanti la sua opera, questo rimarca ancora di più non solo l’essenzialità ma anche l’estrema povertà in cui viveva.»

Che idea si è fatto di questo sacerdote in odore di santità?

«Non è facile far emergere dai testimoni tutto quello che è stato veramente don Oreste. Mi rimane una domanda: questo sacerdote dalla vita così intensa, immersa nella profondità del vissuto degli uomini, con tutte le luci e le ombre, le comprensioni e incomprensioni che avrà dovuto vivere, la sequela alla sua proposta ma anche l’avversione e l’abbandono, con chi ha avuto la possibilità di raccontare se stesso nella profondità della sua anima di prete? Non solo essere guida e trascinatore, come è stato, ma poter raccontare di sé da fratello o magari anche da figlio.»

Forse raccontava direttamente al Padreterno.

«Può essere…»

Lei come sacerdote cosa si sente di aver ricevuto da questa esperienza di giudice per la causa di don Oreste?

«Tanta soddisfazione nel poter comunicare con una grande anima sacerdotale. Da bambino sentivo i miei genitori parlare di don Oreste con stima e ammirazione e mai avrei potuto pensare di trovarmi in questa vicenda: uno stupore rimasto vivissimo fino ad oggi. Un altro aspetto è che questo impegno e servizio mi ha permesso di entrare in una relazione di conoscenza e stima con varie persone che altrimenti non sarebbero mai entrate nella mia vita e questo mi fa vedere certi frutti di bene impensabili e inimmaginabili.»


Le tappe della causa di beatificazione di Don Benzi


27 ottobre 2012

Il responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, consegna la richiesta di avvio della causa di canonizzazione al Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, al termine del convegno Don Oreste Benzi, testimone e profeta per le sfide del nostro tempo.

24 ottobre 2013

La postulatrice Elisabetta Casadei consegna a monsignor Lambiasi, la richiesta formale di aprire la causa, dopo un anno di ricerche circa la “fama di santità” di don Benzi, sostenuta da molte lettere tra cui quelle di 9 cardinali, 41 vescovi italiani e 11 vescovi e arcivescovi stranieri, oltre a vari movimenti ecclesiali e, naturalmente, la Comunità Papa Giovanni XXIII.

3 gennaio 2014

Nulla osta da parte della Congregazione delle cause dei Santi

31 marzo 2014

Parere favorevole della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna

8 aprile 2014

Decreto di avvio della causa. Il vescovo Lambiasi lo rende pubblico.

27 settembre 2014

Cerimonia pubblica di apertura della causa di beatificazione di don Oreste Benzi nella chiesa della parrocchia La Resurrezione, da lui fondata nel 1968 e che per 32 anni ha avuto il sacerdote riminese come parroco.

Una curiosità: il processo ha inizio lo stesso giorno dell’apertura della causa di canonizzazione della sua figlia spirituale Sandra Sabattini avvenuta il 27 settembre 2006. Sandra il 6 marzo 2018 è stata dichiara “venerabile” da Papa Francesco.

Come è costituito il Tribunale Ecclesiastico

Giudice delegato: don Giuseppe Tognacci; Promotore di giustizia: padre Victorino Casas Llana (avvocato del diavolo), Notaio: Alfio Rossi e il notaio aggiunto Paolo Bonadonna. 131 sono stati i testimoni ascoltati, seguendo una traccia composta da oltre 150 domande.


(fonte: Comunità Giovanni XXIII articolo di Nicoletta Pasqualini del 28/10/2018)