giovedì 27 settembre 2018

"Fiorire d’inverno" di Nadia Toffa - Un libro che fa discutere: La malattia si può considerare un dono?

Nadia Toffa
Fiorire d’inverno

Ho sempre creduto che la vita fosse disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta.

Per ciascuno di noi l’esistenza è costellata di eventi che in prima battuta sono sembrati inaffrontabili, e invece poi hanno portato a una rinascita, a un nuovo equilibrio. Penso che ci sia un ordine più saggio che governa il mondo e di cui spesso ignoriamo il senso, la prospettiva. Per questo ho una grande fiducia, mi alzo sempre col sorriso. Certo che preferisco il sole, ma quando ci sei in mezzo scopri che anche la neve ha la sua bellezza.

La malattia, l’avere bisogno di aiuto, mi hanno costretto a riprendere contatto con la mia parte più tenera e indifesa, quella più umana. Era come se mi fossi dimenticata che la fragilità non è una debolezza, ma è la condizione dell’essere umano ed è proprio lei che ci protegge, perché ci fa ascoltare quello che proviamo, quello che siamo, nel corpo e nel cuore.

Nadia


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Nadia Toffa e il male come dono 
di Michela Marzano 
(“la Repubblica” del 25 settembre 2018)

“Aspetto di sapere cosa ne pensate della mia vita raccontata in questo libro in cui c’è tutta la mia intimità, in cui vi apro il mio cuore", ha scritto su Instagram Nadia Toffa postando la copertina di Fiorire d’inverno — il memoir in cui parla del suo tumore, delle sue battaglie e di come pian piano sia riuscita a trasformare "quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità" — e suscitando in breve tempo moltissime reazioni. 
Sono stati talmente tanto numerosi i commenti che # NadiaToffa è diventato in Italia una tendenza, secondo solo a # DecretoSalvini. 
E quindi? Niente di nuovo, si potrebbe commentare, visto che ormai ogni parola e ogni immagine resa pubblica suscita polemiche, e ognuno si sente sempre in dovere di dire la sua, soprattutto quando l’autore di un post è un personaggio celebre. Solo che questa volta la polemica sembra più assurda del solito, e se c’è chi saluta con estremo entusiasmo il coraggio di Nadia Toffa, c’è anche chi non esita a lanciare invettive parlando di "spettacolarizzazione del tumore". In un caso come nell’altro, però, il rischio è quello di cancellare le molteplici sfumature di tutta questa vicenda. Da un lato, si rischia di banalizzare la sofferenza e di ferire chi, come Nadia, il cancro lo ha vissuto e lo sta ancora combattendo; dall’altro, c’è il pericolo di colpire e addolorare chi questa battaglia la sta perdendo o l’ha già persa, e forse non accetta che il proprio dramma possa essere qualificato come "dono". La sofferenza, d’altronde, non è mai un dono. Ma può essere un’occasione di rinascita, può essere attraversata e raccontata, può diventare persino un motivo di speranza. E in questi casi, il dono, sta proprio nel raccontarlo. 
Dietro il libro di Nadia Toffa c’è senz’altro l’urgenza di dire la gioia che si prova quando si riesce a essere più forti della propria malattia, quando si è capaci di sormontare le difficoltà, quando ci si rende conto che si ha la forza di battersi. Oltre al coraggio, perché di coraggio ce ne vuole davvero tanto per aprire il proprio cuore e donare agli altri pezzi di sé. Ma forse c’è anche l’illusione che chiunque possa essere capace di vincere il cancro e riuscire a parlarne, perché purtroppo non è così, purtroppo c’è anche chi non ce la fa, purtroppo la vita è talvolta così inclemente che, nonostante si cerchi di sorridere ogni giorno, coma Nadia, le tenebre non passano mai. 
È sempre delicato parlare di sé ed esporsi, anche semplicemente perché non si può mai "dire tutto" — a meno di non diventare trasparenti e sbriciolarsi sotto il peso dello sguardo altrui — e l’equilibrio tra il racconto e la sovraesposizione non è mai facile. Ma partire dal presupposto che una persona come Nadia Toffa abbia scritto Fiorire d’inverno per motivi meramente commerciali, come suggerisce Filippo Facci sulle pagine di Libero, è offensivo e inaccettabile. Nadia ha fatto bene a rispondergli a tono: inutile rendersi protagonisti solo per motivi di visibilità. Anche se purtroppo, e lo dico con enorme rispetto per la sofferenza di Nadia e con ammirazione profonda per il suo coraggio, non basta "volere per potere", e quando si è confrontati alla malattia e alla sofferenza la volontà non basta, anzi, crederlo significa colpevolizzarsi, e forse anche lasciar passare il messaggio che chi non ce la fa, in fondo, non ce l’ha messa tutta.


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Nadia e gli altri
di Massimo Gramellini
(“CORRIERE DELLA SERA” del 25 settembre 2018)

Nadia Toffa ha trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Alla conduttrice delle Iene risulta perciò incomprensibile la reazione stizzita, talvolta rabbiosa, di molti potenziali beneficiari delle sue parole di speranza, ora racchiuse in un libro. L’ottimismo senza eccezioni di Nadia si inserisce nel flusso di quel pensiero positivo secondo cui tutto è nelle mani dell’uomo. Ciascuno di noi, se lo vuole davvero, può debellare il male, trovare l’anima gemella, crearsi una fortuna, fare tunnel a Ronaldo, diventare bello e felice. Purtroppo la volontà non basta. C’entrano anche il destino, il carattere, il Dna. La vita, come la malattia, è un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili quasi mai riconducibili a una ricetta collettiva.


Tante persone hanno cercato con accanimento l’amore o il lavoro dei propri sogni e poi hanno dovuto accontentarsi di compromessi mediocri, subordinando la volontà alla sopravvivenza. Affermare che «volere è potere» finisce per assegnare loro, senza volerlo, un marchio immeritato di falliti. E tanti pazienti affrontano da anni il dolore con immenso coraggio. Andrebbero considerati degli imbelli solo perché il male continua a sovrastarli? Il contagioso entusiasmo di Nadia Toffa può esaltare chi si accinge a un’impresa per la prima volta, ma anche deprimere chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana.

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MA IL CANCRO PUÒ ESSERE UN DONO?
di Pino Lorizio

(Famiglia Cristiana del 26/09/2018)

Fa discutere l'espressione di Nadia Toffa, che sta per uscire col suo libro "Fiorire d'inverno", dove racconta il triste calvario vissuto dopo la scoperta della sua malattia. Il teologo Pino Lorizio dà una risposta alla luce dei valori cristiani.


Fa molto discutere e speriamo anche molto riflettere l’espressione che ritroviamo nel libro in uscita in cui una nota conduttrice televisiva racconta la sua dolorosa esperienza. Sembrerebbe a prima vista un’espressione perfettamente in linea con l’etica cristiana e con la fede, che però ci impone di pensare la nostra vita, comprese le esperienze dolorose, nel confronto con Gesù di Nazareth, di cui il cristiano è chiamato ad “avere gli stessi sentimenti” (Fil 2,5).

Se interpretiamo la parola “dono” nel senso di qualcosa che ci è dato e che ci sopraggiunge non perché lo abbiamo scelto, allora è innegabile la profonda verità di questa espressione. Ma di fronte al dato-dono di qualcosa che non si desidererebbe, abbiamo due possibilità: la ribellione e/o l’accoglienza, l’urlo e/o la sottomissione. Ebbene in Gesù di Nazareth rinveniamo entrambi queste posizioni, peraltro in sequenza: dal rifiuto all’accoglienza, dall’urlo alla sottomissione. Ed egli vive questo drammatico “passaggio” sia nel Getsemani che sul calvario. Nell’orto degli ulivi tenta di convincere il Padre ad allontanare da sé il calice amaro della croce, per poi decidere di fare la Sua volontà e non la propria, sul calvario urla all’abbandono di Dio per poi rimettere nelle Sue mani il proprio spirito, ovvero la propria esistenza. E Gesù ci salva con la sua scelta libera di compiere la volontà del Padre prima ancora che con la sofferenza fisica subita e sofferta per la crudeltà degli uomini.

Il dono non desiderato non diventa per questo desiderabile, ma può consentirci di riflettere sulla fragilità della nostra esistenza, sul fatto che non tutto dipende da noi nella nostra storia personale e in quella della società e del mondo, ed anche della chiesa. Ciò che ci è dato e ci fa soffrire e persino morire, è solo un’occasione, ovvero una possibilità, di esercitare la nostra libertà di fronte al mistero dell’esistenza, che è il mistero della vita, della morte e dell’amore. Ed è quest’ultimo che offre un senso alla sofferenza e alla morte, che altrimenti sarebbero semplicemente assurde e crudeli.

Il cristiano non deve augurarsi la propria sofferenza, né augurarla ad alcuno, piuttosto pregare perché sia allontanato il calice amaro della malattia, della solitudine, della povertà, della violenza… E solo qualora la sua preghiera non venga esaudita, attingere alle proprie risorse spirituali e umane per cercare di trasformare-trasfigurare la propria croce, abbracciandola, insieme a quella del Signore Gesù.