lunedì 4 settembre 2017

L'eredità di Madre Teresa dopo un anno dalla canonizzazione

L’EREDITA’ DI MADRE TERESA 
di Andrea Acali


Un anno fa Papa Francesco proclamava santa Madre Teresa di Calcutta, alla vigilia della sua festa canonica, in una piazza S. Pietro gremita da 120.000 fedeli provenienti da tutto il mondo. Una celebrazione fissata in pieno Anno Santo straordinario della Misericordia, di cui la santa albanese e indiana d’adozione divenne quasi un’icona. “Penso che, forse, avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla Santa Teresa: la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle ‘Madre Teresa’” disse il Pontefice. 
La stanza di Madre Teresa nella casa di S. Gregorio al Celio
Cosa è cambiato a un anno di distanza? Per capirlo abbiamo chiesto aiuto alle Missionarie della Carità, nella loro casa di San Gregorio al Celio, la stessa dove soggiornava Madre Teresa quando era a Roma. Una stanzetta minuscola, con un letto, un comodino, un piccolo armadio e poco più, che si affaccia su un corridoio all’aperto, praticamente di fronte alla cappella dove ogni giorno le suore pregano davanti al Santissimo. Le domande a cui hanno risposto si sono trasformate in un colloquio quasi amichevole.

Lavoro di Dio

Cosa è cambiato, dunque? “In realtà non molto… è una domanda che è venuta spontanea anche anni fa, dopo la morte di Madre Teresa, ce l’hanno chiesto spesso. Non è cambiato molto perché come diceva sempre la Madre, ‘questo è lavoro di Dio, non mio‘. E aggiungeva che ‘se un giorno Dio trovasse un’altra persona più semplice, più povera di me, potrebbe fare anche molto di più’. A Madre Teresa sono succedute suor Nirmala e suor Prema e anche loro sono state matite nelle mani di Dio. Per cui questo lavoro di Dio è continuato, senza distacchi. E dopo la canonizzazione è accaduto un po’ lo stesso, per noi non è cambiato niente. La grandezza di questa matita è che Madre Teresa non ha fatto tanto ma ‘si è lasciata fare’, un po’ come la Madonna che dice ‘sono qui, si faccia la volontà del Signore’. E come Elisabetta ha riconosciuto questo nell’incontro con la Vergine, così possiamo dire che è stata riconosciuta la santità di Madre Teresa per questo ‘lasciarsi fare’ da Dio”.

Ricordo vivo

L’affetto e la venerazione nei confronti della fondatrice è palpabile. Lo dimostra anche il modo di recitare la preghiera “ufficiale”: “Comincia con ‘Santa Teresa di Calcutta’ ma noi aggiungiamo ‘la nostra carissima Madre‘. Per noi prima che santa è ancora la nostra Madre”. Tanto più per chi ha avuto il privilegio di viverle accanto, almeno per un certo periodo: “Ce la ricordiamo così, come la persona che si prende cura di noi, che quando uno è malato va a vedere come sta, gli rimbocca le coperte, quando siamo a tavola con trenta, quaranta suore si preoccupa che ci sia cibo sufficiente anche per chi sta in fondo. Questa è la Madre per noi”. Non a caso il verbo è declinato al presente, quasi che la piccola, grande suora fosse ancora lì, a portata di mano.

Devozione e grazie

Con la canonizzazione è cresciuta la devozione nei confronti di Madre Teresa? “Tante persone sono venute in quei giorni a vedere la sua stanza – spiega un’altra religiosa – e ancora adesso è lo stesso. Probabilmente a Calcutta ancora di più… Ma senza grande clamore: tante persone ci chiamano, chiedono preghiere. Però anche prima della canonizzazione era così, la nostra Madre ha toccato il cuore di tante persone. Poi ci sono tante grazie, piccole e grandi, che continua a fare. Molti chiedono reliquie da collocare in chiese e cappelle”. “Tanti ci scrivono per i favori ricevuti – riprende l’altra suora – ma nella maggior parte sono piccole cose. E Madre Teresa diceva ‘non è importante fare grandi cose ma piccole cose con grande amore’. Mi sembra che continui a fare lo stesso”. Un racconto è emblematico: quello di un adolescente che ha scritto alle suore che dopo la morte del padre era in crisi: non studiava, non mangiava… “Una notte ha sognato Madre Teresa che si è seduta, gli ha preso la testa in grembo e gli ha detto ‘ti capisco benissimo perché anch’io ho perso mio padre quando avevo 8 anni e so cosa significhi’. Al mattino il ragazzo si è svegliato e ha detto che la sua vita è cambiata”. Non un miracolo, in fondo è stato solo un sogno. Ma era quello che serviva.

Vocazioni? Non è questione di numeri

Il riconoscimento della santità di Madre Teresa ha aiutato le vocazioni? “Ogni vocazione è una chiamata unica, particolare. In questo momento stanno scendendo in tutta la Chiesa, anche se non ne mancano. Per esempio il prossimo dicembre qui a Roma quattro sorelle faranno i primi voti, nove faranno i voti perpetui, altre ci saranno a Calcutta e nei centri di altre nazioni. Forse non sono numeri elevati, però la Madre diceva sempre ‘non ho bisogno di numeri‘ ma di suore, di persone che si innamorano di Gesù. Che chiama sempre ma forse la difficoltà di oggi è quella di ascoltare, di avere il coraggio di rispondere”. Del resto, il contesto sociale è quello che è, sta cambiando: e come ci si sposa sempre più tardi, così l’esperienza religiosa si fa a un’età più alta, spesso intorno ai 30 anni: “Madre Teresa si è sempre abbandonata alla Provvidenza anche in questo”.

Scelta radicale

Ma cosa spinge una ragazza ad abbracciare uno stile di vita così austero? “I giovani, non solo quelli di oggi, sono sempre stati attirati da qualcosa che sia radicale, non dalle mezze misure. Quello che da noi attira di più forse è la povertà, l’amore per i poveri ma visto come condivisione. Madre Teresa non voleva che si sentisse la differenza tra chi dà e chi riceve, perché nel dare si riceve tantissimo. I poveri devono sentirsi importanti perché ci danno qualcosa. La Madre diceva che i poveri sono persone grandi, da cui dobbiamo imparare moltissimo”.

Le povertà moderne

Ci sono poi le povertà spirituali: è un approccio più difficile con queste realtà? “C’erano già ai tempi di Madre Teresa, quando uscì dall’India. Lei stessa disse che la povertà spirituale è molto più difficile da saziare. Però è quello che cerchiamo di fare, soprattutto in Occidente. Ogni società ha problemi diversi; noi però non tentiamo di risolverli; quello che proviamo a fare è raggiungere l’individuo, avere il contatto con la persona, non con il problema, per quelli ci sono altri enti preposti”. Così diventa importante la presenza, come spiegò la santa a una delle missionarie mandata in Germania, dove trovò uno scenario completamente diverso dalla miseria materiale dell’India. “Ma a volte di fronte a queste povertà moderne si tratta semplicemente di ascoltare, di esserci perché l’altro possa aprirsi, sfogarsi”. E’ accaduto così anche in occasione del terremoto in Centro Italia: le suore non sono andate all’inizio ma quando la gente non correva più. E quello che facevano era ascoltare le persone traumatizzate che avevano bisogno di raccontare quello che era accaduto.

L’affetto dei Papi

Da Giovanni Paolo II a Francesco. Cosa rappresenta per voi la benevolenza e l’affetto dei pontefici? “E’ uno stimolo per essere fedeli a questo carisma per i tempi di oggi”. Madre Teresa ha denunciato tante volte con forza le ingiustizie, le discriminazioni, l’orrore dell’aborto. La vostra congregazione continua a far sentire la sua voce facendosi eco della Santa di Calcutta? “Nel nostro piccolo, nella nostra vita quotidiana cerchiamo di portare la verità, non quella che taglia, ti fa a pezzettini ma quella che cura, che conforta. Dove c’è un’ingiustizia occorre dire ciò che è bene e ciò che è male. Però certo, Madre Teresa aveva tante persone che le stavano dietro, era naturale. Noi cerchiamo di fare lo stesso nel nostro piccolo, nell’incontro personale, di indicare una strada alternativa”.

L’eredità spirituale

Cosa può insegnare al mondo di oggi la figura di Madre Teresa? E’ forse la domanda più difficile per le suore che non sanno “da che parte cominciare… La prima cosa che viene spontanea è l’amore per i poveri. C’era sempre questa dualità, la parte spirituale e quella pratica. Fin dall’inizio affermava che la parte spirituale è la forza motrice che ci spinge. E questo è rimasto sempre. Madre Teresa affermava che non siamo assistenti sociali ma contemplative nel cuore del mondo e dobbiamo essere Marta e Maria (le sorelle di Lazzaro che ospitavano Gesù a Betania, ndr). La religione non è sentimentalismo ma qualcosa che diventa concreta. La seconda è l’ascolto: la Madre diceva che nel silenzio del tuo cuore devi ascoltare ciò che Dio ti dice. Possiamo creare un nuovo mondo solo se collaboriamo al suo piano di salvezza“.

(fonte: IN TERRIS)
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