lunedì 31 agosto 2015

Martini, così corre la parola di Enzo Bianchi

Martini, così corre la parola
di Enzo Bianchi

A tre anni dalla morte esce un volume che raccoglie 111 ritratti inediti del cardinale. Pubblichiamo in anteprima quello di Enzo Bianchi



Il significato fondamentale della nostra vita consiste nella vita di Cristo stesso donataci nel battesimo, nella giustizia e nell’amore di Cristo che operano in noi a servizio dei fratelli e danno un senso diverso, gioioso, a ogni tipo di esperienza o di incontro quotidiano.
Da Messaggio per l’ingresso nell’arcidiocesi di Milano, 10 febbraio 1980 
(in Le ragioni del credere. Scritti e interventi, Mondadori, Milano 2011, p. 6)

È a Gerusalemme che ci siamo incontrati di persona la prima volta: padre Carlo Maria Martini era professore al Pontificio Istituto Biblico e teneva il consueto semestre di insegnamento in Terrasanta; io stavo vivendo alcuni mesi sabbatici in cui approfondivo la conoscenza dell’ebraico biblico. All’epoca già ero familiare con i suoi studi esegetici, che sempre mi impressionavano per la rara capacità di mettere in risalto la “lettera” così da andare con maggior penetrazione allo “spirito” dello “sta scritto”.

Ci trovavamo all’Istituto biblico, in città nuova, per conversare o cenare insieme, anche perché padre Martini era molto interessato al mio Pregare la Parola, il testo che avevo pubblicato sulla pratica della lectio divina. Dagli incontri e dalla frequentazione di quei mesi è nata un’amicizia profonda. Rientrati entrambi in Italia, padre Martini non mancava mai di passare per Bose quando da Roma si recava presso la sua famiglia d’origine a Torino: la preghiera comunitaria, a volte il pasto fraterno, sempre la sollecitudine per la Chiesa di Dio era ciò che amavamo condividere.

La sua nomina ad arcivescovo di Milano ha poi mutato tempi e modalità dei nostri incontri, così come il suo ministero, ma non ha cambiato il cuore del suo essere cristiano e pastore. Durante i lunghi anni di episcopato e poi quelli successivi di progressivo indebolimento, ci vedevamo alcune volte all’anno: non solo per iniziative, come la Cattedra dei non credenti, nelle quali aveva pensato di coinvolgermi, ma ancor più per momenti di confronto in arcivescovado a Milano su quanto stava a cuore a entrambi circa la presenza della chiesa nella società contemporanea, l’impatto del Vangelo nella vita quotidiana odierna, in Italia come nel mondo. Quando poi veniva a trovarmi a Bose, ero sempre stupito dalla sua attenzione e sollecitudine per i fratelli e le sorelle della Comunità, in particolare per quelli provenienti dalla sua diocesi, che avevano compiuto il cammino di cristiani adulti sotto la sua guida pastorale: le sue erano parole di incoraggiamento e fiducia, squarci di visione dilatata, pensieri e parole ricche di parresia evangelica e di macrothymia, capacità di pensare in grande, di offrire un respiro a misura dell’umanità.

Incontrare con il cardinal Martini per me significava sempre riandare all’essenziale di cosa significa essere uomini della Parola: letta, studiata, meditata, pregata, amata, la parola di Dio per Martini era “lampada per i suoi passi, luce per il cammino” ed era anche, e proprio per questo, chiave di lettura dell’agire quotidiano, luogo di ascolto, di discernimento, di visione profetica. Ma l’aspetto ancor più impressionante del suo essere uomo, cristiano, vescovo della Parola, emergeva dalla sua grande capacità di ascolto: dialogare con lui era sperimentare di persona cosa sia un orecchio attento e un cuore accogliente, cosa significhi pensare e pregare prima di formulare una risposta, cogliere il non detto a partire dalle poche parole proferite dall’interlocutore, capirne i silenzi. Era da questo ascolto attento, della Parola e dell’interlocutore, che ho visto nascere nel card. Martini la capacità di gesti profetici, la sollecitudine per la chiesa e per la sua unità, la vicinanza ai poveri, il farsi prossimo ai lontani, il dialogo con i non credenti. In lui coglievo una delle rare figure di ecclesiastici senza tattiche, né strategie, né calcoli di governo, ma quella vita di Cristo e in Cristo che aveva posto come chiave di lettura dell’esistenza di ogni battezzato e del suo ministero pastorale, fin dal messaggio alla diocesi nel giorno del suo ingresso a Milano.

Vorrei concludere questo ricordo rievocando l’ultima sua visita a Bose, quando le forze già cominciavano ad abbandonarlo senza minimamente intaccare la sua lucidità e la sua passione per il Vangelo e per la “corsa della Parola” tra gli uomini e le donne del nostro tempo. “Vedo ormai davanti a me la vita eterna – ci disse con grande semplicità e forza – sono venuto per darvi il mio ultimo saluto, il mio grazie al Signore per questa lunga amicizia nel Suo nome: conto sulla vostra preghiera e sul vostro affetto”. E così, come un padre pieno di sollecitudine, ci parlò della morte e del morire, della risurrezione e della vita: “Si muore soli! Tuttavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’abisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. L’anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose”.

Per me aver conosciuto e amato il card. Martini, aver avuto il grande dono della sua amicizia è stata occasione di questa letizia e gioia profonda, ha significato comprendere perché i padri della chiesa erano soliti dire che i discepoli autentici del Signore sono sequentiae sancti Evangelii, brani del Vangelo, narrazioni dell’amore di Dio per l’umanità tutta.
(Fonte: Avvenire)

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Il primato dell’interiorità, cioè il primato del “cuore” - Papa Francesco - Angelus 30 agosto 2015

Il primato dell’interiorità, 
cioè il primato del “cuore


Papa Francesco

Angelus  30 agosto 2015





"...se non amiamo il prossimo, siamo duri di cuore, siamo superbi, orgogliosi. L’osservanza letterale dei precetti è qualcosa di sterile se non cambia il cuore e non si traduce in atteggiamenti concreti: aprirsi all’incontro con Dio e alla sua Parola nella preghiera, ricercare la giustizia e la pace, soccorrere i poveri, i deboli, gli oppressi. Tutti sappiamo, nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie, nei nostri quartieri, quanto male fanno alla Chiesa e danno scandalo quelle persone che si dicono molto cattoliche e vanno spesso in chiesa ma dopo, nella loro vita quotidiana, trascurano la famiglia, parlano male degli altri e così via. Questo è quello che Gesù condanna, perché questa è una contro-testimonianza cristiana.
...
Proseguendo nella sua esortazione, Gesù focalizza l’attenzione su un aspetto più profondo e afferma: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro» (v. 15). In questo modo sottolinea il primato dell’interiorità, cioè il primato del “cuore”: non sono le cose esteriori che ci fanno santi o non santi, ma è il cuore che esprime le nostre intenzioni, le nostre scelte e il desiderio di fare tutto per amore di Dio. Gli atteggiamenti esteriori sono la conseguenza di quanto abbiamo deciso nel cuore, ma non il contrario: con l’atteggiamento esteriore, se il cuore non cambia, non siamo veri cristiani.
La frontiera tra bene e male non passa fuori di noi ma piuttosto dentro di noi. Possiamo domandarci: dov’è il mio cuore? Gesù diceva: “Dov’è il tuo tesoro, là è il tuo cuore”. Qual è il mio tesoro? E’ Gesù, è la sua dottrina? Allora il cuore è buono. O il tesoro è un’altra cosa? Pertanto, è il cuore che dev’essere purificato e convertirsi. Senza un cuore purificato, non si possono avere mani veramente pulite e labbra che pronunciano parole sincere di amore - tutto è doppio, una doppia vita -, labbra che pronunciano parole di misericordia, di perdono. Questo lo può fare solo il cuore sincero e purificato."
...

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A tre anni dalla scomparsa del Card. Carlo Maria Martini- "Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” don Virginio Colmegna

A tre anni dalla scomparsa del Card. Carlo Maria Martini- 
"Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” 
don Virginio Colmegna


A tre anni dalla sua scomparsa, voglio ricordare il Cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, il papà della Casa della carità da lui voluta per dotare la città di un “segno di accoglienza verso i più sprovveduti”, ripercorrendo il discorso da lui pronunciato del giugno del 2002 davanti al Consiglio comunale, poco tempo prima di lasciare Milano per trasferirsi a Gerusalemme.


Tra i tanti testi del Cardinale nei quali cerco rifugio e ispirazione , “Paure e speranze di una città” (questo il titolo del discorso) è uno di quelli che ho letto e riletto non so quante volte, trovandovi sempre un invito e un impulso a confrontarmi e dialogare con tutti, per provare a reagire ai problemi immaginando strategie di risposta, e uno stimolo a proseguire nel lavoro per costruire e ricostruire in continuazione una città ospitale, che era quella che lui chiamava "amicizia civica".

Tredici anni dopo quel discorso, il messaggio di Martini a Milano, alla sua Milano, è più che mai attuale. Egli parla di città “a misura di sguardo”, “palestra di costruzione politica generale”, di città capace di non perdere “la propria vocazione all’apertura” e tanto meno “la sua capacità di integrare il nuovo e il diverso”. Agli amministratori, il Cardinale ricorda una delle qualità storiche di Milano: quell’accoglienza che, spiega Martini, “non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva”. Ricorda la Milano che guarda al futuro grazie alla sua propensione a “integrare il nuovo e non solo a contenerlo spazialmente dentro le sue mura”.

A proposito dei deboli, il Cardinale ammonisce che la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane: “Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità", diceva Ambrogio, ma ciò non significa un’accettazione passiva, subita e dissennata, né l’accoglimento solo di quell’ospite che sia simile a noi: "il magnanimo ospitante non teme il diverso perché è forte della propria identità”. E infine indica la strada, Martini: “Facciamo in modo che si moltiplichino i piccoli luoghi di conoscenza, di condivisione, di ascolto e a un certo punto da questi tanti piccoli luoghi nascerà una città” . Insomma, una città che guarda al futuro con speranza, capace di integrare il nuovo e i nuovi, che non sceglie chi e quando ospitare ma accoglie, che chiede ad ognuno il rispetto di regole, comportamenti e doveri e garantisce i diritti di tutti, cominciando dai senza diritti e dai più deboli: i più piccoli, le donne, i profughi e i migranti, i poveri di non importa quale nazionalità, meneghini o magrebini che siano.

Voglio qui riportare per esteso un passo di quel discorso. Quello che io rileggo ogni volta che lo sconforto supera la mia personale soglia d’allarme: “Parrebbe a volte che la città, in particolare nei suoi membri più potenti, abbia paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità mediante la tutela della potenza... Mala paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione. Chi si isola è destinato a fuggire all’infinito, perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della relazione”.

“Per funzionare – ricorda Martini - la città ha bisogno di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza”. E chiude con un’esortazione, di grande attualità, ...

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"Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” don Virginio Colmegna

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domenica 30 agosto 2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 37/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Mc 7,1-8.14-15.21-23













"Questo popolo mi è vicino solo con la sua bocca e mi rende onore con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che nutre per me è un imparaticcio di precetti umani(...) Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l'intelligenza degli intelligenti"(Is 29, 13-14). Viviamo sovente forme di religiosità tutte votate all'esteriorità, fatte di belle parole, di discorsi teologicamente corretti, di preghiere e rosari, di devozioni a questo o al quel santo, di sacrifici senza fine e chi più ne ha più ne metta, dimenticando quanto detto dal profeta Osea:
"Misericordia Io voglio e non sacrifici"(Os 6,6; Mt 9,13). 
Una religiosità, se così possiamo dire, delle "labbra", ma il nostro cuore (che nel linguaggio biblico non indica i sentimenti bensì la coscienza) non ne è minimamente coinvolto. Esiste invece una religiosità che smuove e cambia la nostra vita di fede, in cui l'uomo è pronto all'ascolto obbediente della Parola di Dio, che in Gesù ci comanda di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati (cfr. Gv 13,34), prediligendo i poveri, gli umili, gli indifesi,(lo straniero l'orfano, la vedova), gli scartati dal banchetto della vita, tutti coloro che non contano niente. Questa è una "religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre" (Gc 1,27), una religione dove il primato non spetta alle nostre chiacchiere, alle nostre tradizioni religiose, al culto, alla legge, fosse anche la Legge di Dio. Gesù afferma chiarissimamente che il primato spetta sempre e solo al comandamento dell'amore, l'unico che rende presente il volto di Dio in mezzo agli uomini, il primato va al bene assoluto dell'uomo che sta sempre al di sopra di ogni legge e tradizione.    


sabato 29 agosto 2015

"I migranti risvegliano le nostre paure. La politica non può rimanere cieca" Zygmunt Bauman

"I migranti risvegliano le nostre paure.
La politica non può rimanere cieca" 

Zygmunt Bauman




Il filosofo, teorico della "società liquida", parla del dramma profughi: "Le tragedie di questi giorni sono il segnale di una stanchezza morale. Ma non rassegniamoci ai muri"
Intervista di Antonello Guerrera




«L’antropologo Michel Agier ha stimato circa un miliardo di sfollati nei prossimi quarant’anni: “Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell’umanità”. Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un “non luogo”, che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili “non luoghi”, e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina ». 
...
Nella nostra società liquida, flagellata dalla paura del fallimento e di perdere il proprio posto nella società, i migranti diventano “ walking dystopias ”, distopie che camminano. Ma in un’era di totale incertezza esistenziale, dove la vita è sempre più precaria, questa non è l’unica ragione delle paure che scatena la vista di ondate di sfollati fuori controllo. Vengono percepiti come “messaggeri di cattive notizie”, come scriveva Bertolt Brecht. Ma ci ricordano, allo stesso tempo, ciò che vorremmo cancellare ... Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse.
... una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi»
...
«Sicuramente non con soluzioni miopi e a breve termine, utili solo a provocare ulteriori tensioni esplosive. I problemi globali si risolvono con soluzioni globali. Scaricare il problema sul vicino non servirà a niente. La vera cura va oltre il singolo paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una folta assemblea di nazioni come l’Unione europea. Bisogna cambiare mentalità: l’unico modo per uscirne è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i “richiedenti asilo” e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata».
...

"I MIGRANTI SONO I MORTI DELLA SPERANZA NEGATA" don Luigi Ciotti

 "I MIGRANTI SONO I MORTI DELLA SPERANZA NEGATA"
Questi ripetuti naufragi di migranti - ultimi degli ultimi, morti della speranza negata - sono l’effetto di un più generale naufragio delle coscienze, di un generale voltarsi dall’altra parte.

don Luigi Ciotti


TRENTO, 28 AGO - ''Questi ripetuti naufragi di migranti - ultimi degli ultimi, morti della speranza negata - sono l'effetto di un piu' generale naufragio delle coscienze, di un generale voltarsi dall'altra parte''. Lo ha detto don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, a margine del suo intervento su pace e giustizia alla Scuola della Rosa Bianca, in corso di svolgimento a Terzolas (Trento). ''Mai come oggi il male si allea con le nostre omissioni, con il nostro vedere e lasciare fare, con la nostra consapevole complicita'. Le tragedie dell'immigrazione - ha aggiunto - nascono da un naufragio delle coscienze ma anche da un'esplosione delle parole. Si sente parlare di spazzatura, di scabbia: c'e' chi costruisce muri materiali e mentali e chi risponde con parole arroganti di non avere nulla di cui farsi perdonare''. ''Nessuno puo' essere condannato a vita dal suo luogo di nascita'', ha poi sottolineato don Ciotti. ''Un mondo dove viene negata la possibilita' dell'oltre e dell'altrove e' un mondo che nega speranza e coscienza, cioe' la dignita' stessa della persona''. ''Oggi - ha quindi sottolineato - viviamo in un'epoca, come ha detto papa Francesco, dove c'e' gia' la terza guerra mondiale, diversa dalle precedenti, combattuta non solo con le armi da fuoco ma con quelle nuove di un'economia piegata alla legge del profitto. Armi che non uccidono direttamente ma tolgono dignita' e umanita', armi che rendono i vivi morti vivi''.

(Fonte: Libera)


28 AGOSTO 2015. Migranti, è una strage senza fine. Almeno 200 persone vittime di un nuovo naufragio, 40 intrappolate nella stiva di un barcone, le altre annegate ad appena 1 km dalle coste libiche. Centinaia di uomini, donne e bambini sono stati salvati dai mezzi di soccorso. Ieri sera lo sbarco a Palermo dei 571 migranti e con loro le 52 salme recuperato in uno dei tanti salvataggi nel canale di Sicilia. Numeri sempre più drammatici per raccontare una situazione che sembra non avere soluzione


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Le spalle e il volto di Dio di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/18 - 
Promesse e patti fanno la speranza, 
la "sequela" li realizza

Le spalle e il volto di Dio

di Luigino Bruni





‘Gloria’ è presenza troppo violenta per i sensi dell’uomo. Iod (YWHW) lascia attraversare il volto di Mosè dalla brezza forse tollerabile di un’altra sua emanazione, la bontà. Per quanto immensa, essa non è più di una carezza per l’uomo (Erri de Luca, Esodo - Nomi).

La speranza vera di poter ricominciare dopo le grandi crisi si trova attingendo alle parole più vere che abbiamo detto nei momenti migliori della nostra vita, ai gesti più grandi e generosi che abbiamo fatto, ritornando alle promesse delle madri e dei padri che ci hanno generato. Ma senza la presenza dei profeti questo ‘ritorno’ non si compie, o si compie a costi troppo alti. Mosè sopra il monte Sinai riesce ad ottenere persino la ‘conversione’ di YHWH ricordandogli le sue parole più grandi e l’antica e mai smentita promessa ai padri: “Ricorda Abramo, Isacco, Israele ai quali hai giurato in te e hai detto loro: renderò numeroso il vostro seme come le stelle del cielo” (Esodo 32,13). Se oggi riusciamo ancora a lavorare e a vivere dentro un certo benessere, lo dobbiamo in grande misura alle promesse e ai patti che i nostri padri e le nostre madri si sono fatti gli uni gli altri. Promesse e patti che hanno generato la Repubblica, le cooperative, le imprese, le istituzioni, le cattedrali. Ma prima ancora le loro promesse nuziali, che ci hanno consentito di crescere accuditi e amati nei primi anni di vita, quelli davvero decisivi, un accudimento e un amore che ci hanno fatto diventare poi anche buoni lavoratori e cittadini. Promesse mantenute spesso a costi molto alti, perché quei ‘per sempre’ fedeli erano pronunciati dentro una cultura dove la felicità più importante era quella dei figli, non la propria – una verità che ha fondato e alimentato nei secoli la nostra civiltà, che tre soli, piccoli decenni di edonismo individualista minacciano di spazzare via.
..
La presenza di Dio nel mondo è nella sua bontà, nei beni che ci dona, nel ‘latte e miele’ della sua-nostra terra, in tutta la sua creazione-dono. Allora il vero e unico esercizio di chi cerca il ‘volto’ e la presenza di Dio nel mondo è saperlo riconoscere nei suoi beni senza però trasformare i beni in dio. Le idolatrie sono sempre di fronte a noi perché nei beni del mondo (persone, cose) c’è veramente qualcosa di divino - la meditazione incarnata della Bibbia è un grande aiuto per chi non vuole commettere questo errore fatale. L’idolatria è facile perché ci piacciono di più le grandi piramidi delle piccole e fragili tende mobili, e ci piacciono gli dei che possiamo usare e possedere. Quel Dio diverso invece ci si mostra passando veloce, mettendoci una mano sugli occhi, attraversando di corsa la nostra tenda. Tutte le ‘tende del convegno’ sparse sulla terra ci dicono una presenza vera di Dio e non di idolo se sanno custodire nel dolore-desiderio dell’attesa un’assenza senza volerla riempire con la presenza facile degli idoli. L’accesso al mistero buono della vita è un vuoto di volti in una abbondanza di parole.
...
Sulla terra ci sono, soprattutto nel nostro tempo impoverito di occhi profondi, moltissime persone che onestamente cercano il bene, il bello e il vero e non credono in Dio perché vedendone soltanto le spalle non riescono a riconoscerne il volto. E’ questa la base per una vera e autentica solidarietà e amicizia tra chi cerca il bene, il bello e il vero e grazie alla fede crede-spera che quelle spalle sono il retro di YHWH, e chi segue quella stessa realtà senza riconoscerlo. Seguiamo tutti la stessa ‘persona’, vediamo tutti solo le stesse spalle, che prima o poi, se se la sequela è genuina, diventano amore per le spalle dell’uomo umiliato, piegato, piagato dalla vita e da chi quel benebello-vero non cerca. Non è impossibile, anzi è molto probabile. La possibilità però di continuare a camminare fianco a fianco sta nell’incontro tra due atteggiamenti etici e spirituali. Chi vede solo le spalle non deve negare ...

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venerdì 28 agosto 2015

DISCEPOLO DI ARTURO di Alex Zanotelli

DISCEPOLO DI ARTURO 

di Alex Zanotelli






Arturo Paoli, Piccolo fratello del Vangelo, è morto il 15 luglio scorso a 102 anni. Una grande icona missionaria dello scorso secolo e di questo. Una figura di notevole rilevanza sia per la Chiesa italiana sia per il mondo missionario. Mi sono ripromesso di dedicare sulle pagine di Nigrizia una profonda riflessione alla vita e all’opera di questo uomo.

In questo breve memoriale vorrei solo toccare degli aspetti del suo essere fedele a Cristo e alcuni passaggi che hanno intrecciato la vita di Arturo Paoli con quella di Nigrizia e anche con la mia vita. Ho conosciuto Arturo solo negli anni ’70, leggendo alcuni suoi libri. Tra questi Dialogo della liberazioneche ha fatto da apripista alla teologia della liberazione di Gustavo Gutiérrez. I testi di Paoli mi hanno molto influenzato e direi anche plasmato.

Nato a Lucca nel 1912, è ordinato sacerdote nel 1940. Durante la Seconda guerra mondiale si è dato molto da fare, contribuendo a salvare alcuni ebrei perseguitati dai fascisti e dai nazisti: per questo ha avuto anche un riconoscimento, il titolo di “Giusto tra le nazioni”, dal governo di Israele. Subito dopo la guerra, lavora a Roma come vice assistente nazionale della Gioventù di Azione Cattolica (Giac).

Le posizioni di Paoli, portate avanti anche da uomini come Carlo Carretto, anche lui Piccolo fratello del Vangelo, e come il presidente Mario Rossi, non sono molto ben viste. E nel congresso del 1953 il Vaticano in pratica silura la linea della Giac e chiede che sia Carretto sia Arturo Paoli se ne vadano.

Amareggiato, Arturo comincia a fare i cappellano sulle navi dei migranti italiani diretti in America Latina. È in questa situazione che conosce la comunità dei Piccoli fratelli, fa il suo noviziato in Algeria e nel 1957 fonda una Piccola fraternità in Sardegna. Il Vaticano interviene nuovamente e Arturo viene “invitato” ad andarsene. È il 1960.

Questa volta sceglie l’Argentina e lavora nello stato di Santa Fé in mezzo alla povera gente. Purtroppo quel paese è preda di feroci dittature militari, anche Arturo viene messo nel mirino e nel 1974 ripara in Venezuela. Dopo dieci anni lo troviamo in Brasile dove continuerà a lavorare comunitariamente per la giustizia e la pace fino al suo ritorno in Italia nel 2005.

Lo contattai nel suoi anni venezuelani per chiedergli di collaborare con Nigrizia e fu così che divenne titolare dal 1982 al 1992 della rubrica “Lettera dall’America Latina”. Una collaborazione che diede modo alla redazione e ai lettori, abituati soprattutto ad affrontare temi africani, di aprire una bella finestra su un altro mondo. I suoi contributi, scritti a macchina e inviati in busta ogni mese, hanno certo segnato un’epoca.

Quando la mia vicenda a Nigrizia si chiuse bruscamente nel 1987, venne a trovarmi a Spello dove mi trovavo per un momento di preghiera e mi disse: «Non aver paura, vai avanti». Un’amicizia che è continuata e si è rafforzata negli anni, tanto in occasione di incontri pubblici quanto in momenti privati di dialogo. Una delle ultime cose che ha scritto è stata, nel 2012, l’introduzione a un mio testo Il gran sogno di Dio.

(Fonte: Nigrizia)

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-  Fratel Arturo, profeta cosmico di Enzo Bianchi

Francesco e il vero potere del perdono di Enzo Bianchi e L'inizio di una nuova storia di Paolo Ricca

Cattolici e valdesi
Francesco e il vero potere del perdono

di Enzo Bianchi



Dopo la shoah il tema del perdono è entrato con drammatica attualità nella riflessione filosofica e teologica con tutti i suoi laceranti interrogativi: si può perdonare il male assoluto? chi e a nome di chi può perdonare? chi può chiedere il perdono e, se lo può fare, è a nome suo o anche di altri ormai morti? e a chi si chiede perdono: alle vittime, ai loro discendenti, parenti, compagni di sventura? Interrogativi riemersi con forza anche in occasione della Liturgia del perdono voluta da Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 e ora tornati attualissimi dopo la visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino, le sue parole accorate – “In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!” – e la lettera di risposta del sinodo valdese celebrato in questi giorni a Torre Pellice. C’è chi ha scritto che i valdesi hanno restituito al mittente la richiesta di perdono, ma in verità non è così.

Innanzitutto va ricordato che un cristiano deve assolutamente chiedere il perdono alla vittima per il male fatto e quindi a Dio che può perdonare e cancellare le colpe e restituire al peccatore la sua integrità di essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio. Per questo i cristiani chiedono e si concedono reciprocamente il perdono e, sull’esempio di Gesù che in croce ha pregato “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!”, dovrebbero sempre, sempre perdonare all’offensore. Ma questa invocazione di perdono a Dio, questo dono dei doni (“per-dono”) è possibile solo in vita, tra carnefice e vittima: una volta morti l’uno e l’altra, questo perdono può avere come soggetto solo Dio.
...
Ma allora cosa intendeva papa Francesco quando, rivolgendosi ai valdesi, aveva detto: “Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”? Papa Francesco innanzitutto – come mostrano le altre sue parole: “Chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri” – voleva esprimere l’atteggiamento di pentimento della chiesa cattolica e quindi la volontà di mai ricadere in quei comportamenti non conformi al vangelo. La chiesa cattolica sa di essere un soggetto che abbraccia credenti di ieri e di oggi, sa di essere una “solidarietà di peccatori” che, chiedendo al Signore perdono, è resa “comunione di santi”. La solidarietà nel peccato richiede l’assunzione della colpa, la confessione del male fatto, l’invocazione del perdono. La chiesa cattolica sa di poter dire, conformemente alla parola del Signore, “Noi abbiamo peccato con i nostri padri” (Salmo 106,6), e il cristiano ripete: “Io e la casa di mio padre abbiamo peccato” (Neemia 1,6).
È in questa consapevolezza che il papa ha chiesto perdono ai membri della chiesa valdese di oggi, ben sapendo che né lui è il carnefice né i valdesi di oggi sono le vittime. E tuttavia noi sappiamo che c’è una memoria del male ricevuto dai padri e della madri che resta a lungo presente nei discendenti e diviene facilmente rancore, ostilità. Qui allora è possibile chiedere il perdono non per affermare l’oblio del male fatto e patito, ma per disinnescare ogni violenza e ogni risentimento.

Certamente la chiesa valdese di oggi non può concedere il perdono a nome dei valdesi dei secoli passati ma, accettando la confessione e il pentimento da parte della “voce” della chiesa cattolica, può accoglierne la sincerità, l’affetto, il riconoscimento per un cammino verso la comunione non più segnata da ostilità e accuse. Sì, sono convinto che anche quando infuriava la persecuzione della chiesa maggioritaria contro la piccola comunità valdese c’erano cattolici che dissentivano e si vergognavano di quella violenza, così come c’erano tra i valdesi quelli che perdonavano e invocavano da Dio il perdono per i loro persecutori.

Come Giovanni Paolo II nel giubileo del 2000, così papa Francesco si è mostrato un cristiano che obbedisce al vangelo, riconoscendo il peccato e chiedendo perdono. In un tempo in cui ancora alcuni popoli e i loro governi non vogliono riconoscere il male perpetrato fino al genocidio – si pensi alla tragedia armena, ma non solo – dal vescovo di Roma è venuto un grande esempio, da leggere nella sua intenzione e nella sua umiltà, senza polemiche e senza spirito di rivalsa.




L'inizio di una nuova storia
 di Paolo Ricca


«E' l'inizio di una storia nuova: perdonare vicariamente al posto delle vittime è impossibile ma si può invece accettare la volontà delle chiesa cattolica di dissociarsi radicalmente dal passato». Cosi il pastore Paolo Ricca ha commentato la richiesta di perdono di papa Francesco, rivolta ai valdesi durante l'incontro nel tempio di Torino dello scorso 22 giugno. L'importante passo ecumenico è stato oggetto di dibattito in aula ieri mattina e la discussione ha portato all'approvazione di una lettera di risposta indirizzata al pontefice, che verrà inviata dal presidente del seggio Marco Borno e che pubblichiamo di seguito:

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Leggi anche il post già pubblicato: 
"Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono" Papa Francesco - VISITA AL TEMPIO VALDESE - Visita pastorale a Torino / 6 - 22.06.2015


giovedì 27 agosto 2015

Il tempo della preghiera in famiglia - PAPA FRANCESCO - Udienza generale del 26 agosto 2015

Il tempo della preghiera in famiglia
PAPA FRANCESCO




UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 26 agosto 2015




La Famiglia - 24. Preghiera

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto su come la famiglia vive i tempi della festa e del lavoro, consideriamo ora il tempo della preghiera. Il lamento più frequente dei cristiani riguarda proprio il tempo: “Dovrei pregare di più...; vorrei farlo, ma spesso mi manca il tempo”. Lo sentiamo continuamente. Il dispiacere è sincero, certamente, perché il cuore umano cerca sempre la preghiera, anche senza saperlo; e se non la trova non ha pace. Ma perché si incontrino, bisogna coltivare nel cuore un amore “caldo” per Dio, un amore affettivo.

Possiamo farci una domanda molto semplice. Va bene credere in Dio con tutto il cuore, va bene sperare che ci aiuti nelle difficoltà, va bene sentirsi in dovere di ringraziarlo. Tutto giusto. Ma vogliamo anche un po’ di bene al Signore? Il pensiero di Dio ci commuove, ci stupisce, ci intenerisce?

Pensiamo alla formulazione del grande comandamento, che sostiene tutti gli altri: «Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le forze» (Dt 6,5; cfr Mt 22,37). La formula usa il linguaggio intensivo dell’amore, riversandolo in Dio. Ecco, lo spirito di preghiera abita anzitutto qui. E se abita qui, abita tutto il tempo e non ne esce mai. Riusciamo a pensare Dio come la carezza che ci tiene in vita, prima della quale non c’è nulla? Una carezza dalla quale niente, neppure la morte, ci può distaccare? Oppure lo pensiamo soltanto come il grande Essere, l’Onnipotente che ha fatto ogni cosa, il Giudice che controlla ogni azione? Tutto vero, naturalmente. Ma solo quando Dio è l’affetto di tutti i nostri affetti, il significato di queste parole diventa pieno. Allora ci sentiamo felici, e anche un po’ confusi, perché Lui ci pensa e soprattutto ci ama! Non è impressionante questo? Non è impressionante che Dio ci accarezzi con amore di padre? E’ tanto bello! Poteva semplicemente farsi riconoscere come l’Essere supremo, dare i suoi comandamenti e aspettare i risultati. Invece Dio ha fatto e fa infinitamente di più di questo. Ci accompagna nella strada della vita, ci protegge, ci ama.

Se l’affetto per Dio non accende il fuoco, lo spirito della preghiera non riscalda il tempo. Possiamo anche moltiplicare le nostre parole, “come fanno i pagani”, dice Gesù; oppure anche esibire i nostri riti, “come fanno i farisei” (cfr Mt 6,5.7). Un cuore abitato dall’affetto per Dio fa diventare preghiera anche un pensiero senza parole, o un’invocazione davanti a un’immagine sacra, o un bacio mandato verso la chiesa. E’ bello quando le mamme insegnano ai figli piccoli a mandare un bacio a Gesù o alla Madonna. Quanta tenerezza c’è in questo! In quel momento il cuore dei bambini si trasforma in luogo di preghiera. Ed è un dono dello Spirito Santo. Non dimentichiamo mai di chiedere questo dono per ciascuno di noi! Perché lo Spirito di Dio ha quel suo modo speciale di dire nei nostri cuori “Abbà” – “Padre”, ci insegna a dire “Padre” proprio come lo diceva Gesù, un modo che non potremmo mai trovare da soli (cfr Gal 4,6). Questo dono dello Spirito è in famiglia che si impara a chiederlo e apprezzarlo. Se lo impari con la stessa spontaneità con la quale impari a dire “papà” e “mamma”, l’hai imparato per sempre. Quando questo accade, il tempo dell’intera vita famigliare viene avvolto nel grembo dell’amore di Dio, e cerca spontaneamente il tempo della preghiera.

Il tempo della famiglia, lo sappiamo bene, è un tempo complicato e affollato, occupato e preoccupato. E’ sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare. Chi ha una famiglia impara presto a risolvere un’equazione che neppure i grandi matematici sanno risolvere: dentro le ventiquattro ore ce ne fa stare il doppio! Ci sono mamme e papà che potrebbero vincere il Nobel, per questo. Di 24 ore ne fanno 48: non so come fanno ma si muovono e lo fanno! C’è tanto lavoro in famiglia!

Lo spirito della preghiera riconsegna il tempo a Dio, esce dalla ossessione di una vita alla quale manca sempre il tempo, ritrova la pace delle cose necessarie, e scopre la gioia di doni inaspettati.
...
Nella preghiera della famiglia, nei suoi momenti forti e nei suoi passaggi difficili, siamo affidati gli uni agli altri, perché ognuno di noi in famiglia sia custodito dall’amore di Dio.

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mercoledì 26 agosto 2015

"La misericordia di Dio spiegata da Albino Luciani" di Andrea Tornielli e L'attualità del magistero di Giovanni Paolo I

"La misericordia di Dio
 spiegata da Albino Luciani" 

di Andrea Tornielli



Nel trentasettesimo anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo I, Papa per soli 33 giorni durante l'estate del 1978, è significativo ricordare alcune sue parole sulla misericordia e sull'umiltà alla vigilia del Giubileo straordinario indetto da Francesco. Sono rimaste scolpite nella memoria quelle che Luciani pronunciò durante la sua prima udienza generale, il 6 settembre di quell'anno, quando disse: «Mi limito a raccomandare una virtù, tanto cara al Signore che ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Io rischio di dire uno sproposito, ma lo dico: il Signore tanto ama l’umiltà che a volte permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi questi peccati, dopo pentiti restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi angeli quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto cose grandi, dite: “Siamo servi inutili”».
Due mesi prima, il 29 giugno 1978, Luciani, allora cardinale patriarca di Venezia, aveva visitato per l'ultima volta Agordo, la cittadina a pochi chilometri dal suo paese natale, dove aveva iniziato a esercitare il suo ministero sacerdotale come cappellano. Nel corso dell’omelia aveva ricordato quegli anni come i più belli della sua vita: «Ho confessato tanto, quanto ho confessato!...». Lungo tutta la sua vita, ricordano molti testimoni che gli furono vicini, il futuro Giovanni Paolo I aveva ripetuto molte volte queste parole: «Come sbagliano, come sbagliano quelli che non sperano! Giuda ha fatto un grosso sproposito, poveretto, il giorno in cui vendette Cristo per trenta denari, ma ne ha fatto uno molto più grosso quando pensò che il suo peccato fosse troppo grande per essere perdonato. Nessun peccato è troppo grande, nessuno! Nessuno più della Sua sconfinata misericordia!». 
Nel gennaio 1965, quando era vescovo di Vittorio Veneto, durante un corso di esercizi spirituali per sacerdoti provenienti da varie diocesi del Veneto, Luciani aveva commentato la parabola del Buon Samaritano: «Il Buon Samaritano è Gesù, lo sfortunato viaggiatore siamo noialtri. Historia salutis vuole dire questo: il Signore corre dietro agli uomini». Il futuro Papa citava sant'Agostino: «Riconosci dunque la grazia di Colui al quale sei debitore se non hai commesso certi peccati, non c’è peccato fatto da uomo, che un altro uomo non possa commettere, se viene meno l’aiuto di Colui che ha fatto l’uomo». Così Luciani chiosava queste parole di Agostino: «Il Paradiso è un po’ alto e noi stentiamo ad arrivarci. Ebbene, noi ci troviamo nella situazione di una piccolina, di una bambinetta che ha visto le ciliege, ma non arriva a prenderle; allora bisogna che venga il papà, la prenda sotto le ascelle e dica: su, piccola, su! Allora sì, la alza e lei può prendere e mangiare le ciliege. Così siamo noi: il Paradiso ci attrae, ma per le nostre povere forze è troppo alto. Guai a noi se non viene il Signore con la sua grazia! Lo stesso sant’Agostino ripeteva spessissimo una preghiera: “Da, Domine, quod iubes, et iube quod vis”. Signore, io non ci arrivo, dammi tu di fare quello che comandi, dopo comandami quello che vuoi, ma dopo che mi hai dato la grazia di farlo. Tutto è possibile con la grazia di Dio. Ci è necessaria la Sua grazia».
Sempre in quella occasione, il vescovo di Vittorio Veneto aveva parlato della pazienza di Dio: «Perché, vedete, è Lui che vuole incontrarci, e non si perde d’animo anche se scappiamo: “Voglio provare ancora, una dieci, mille volte...”. Alcuni peccatori non lo vorrebbero a casa loro. Andrebbero perfino a prendere il fucile per farlo morire e non sentir più parlare di Lui. Non importa, Lui aspetta. Sempre. E non è mai troppo tardi. È così, è fatto così... è Padre. Un padre che aspetta sulla porta. Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e s’intenerisce, e correndo viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente... Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello che gli possiamo regalare per procurargli la consolazione di perdonare... Si fa i signori, quando si regalano gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciar vincere a Dio!».
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Tutti si scandalizzano, ma nessuno ferma Israele - Comunicato di Pax Christi Italia

CREMISAN 3Tutti si scandalizzano, 
ma nessuno ferma Israele 
Comunicato di Pax Christi Italia




Firenze, 25 agosto 2015


Tutti ne scrivono, ma niente si muove. Quando le immagini delle ruspe e delle radici degli ulivi secolari del villaggio di Cremisan hanno cominciato a fare il giro del mondo, tutti hanno descritto la folle condizione dei proprietari di quelle terre, da anni aggrappati ad una sentenza della Corte israeliana che, dopo aver illuso di fermare l’assurda decisione di annessione di un’intera collina, ha lasciato il posto all’abbattimento di tutte le piante di ulivo.
E le foto le hanno viste tutti. Ma è finita lì.
Quando poi si è diffusa la scena dell’aggressione del soldato al parroco e quelle decisamente inusuali della Messa celebrata esattamente lì, con l’altare picchettato dai militari, visto che le famiglie vittime di questa violenza sono della parrocchia di Beit Jala, allora tutti hanno alzato il tono della disapprovazione. Ma niente ha fermato le ruspe né coloro che hanno preso e approvato quella decisione. ...
D’altra parte, niente di nuovo. Molte cose stanno accadendo nei Territori Palestinesi Occupati. 
... Dalla mortalità infantile sempre più elevata a Gaza, alla Spianata delle Moschee minacciata dagli estremisti religiosi ebrei che intendono occuparla con il Terzo Tempio. 
...C’e’ un solo popolo occupato senza distinzioni di religione, tutti sono palestinesi e tutti sono arabi.Chiediamo in particolare alle comunità cristiane di accogliere il grido accorato del parroco che con la sua gente ci ha implorato: “Fate qualcosa, muovete la gente, fate conoscere quest’incubo. Riunite tutti coloro che cercano davvero la pace. Non possiamo lasciarli continuare così!”








"L'accoglienza è figlia della misericordia" di Giulio Albanese


L'accoglienza è figlia della misericordia
di Giulio Albanese


Dobbiamo constatare che vasti settori dell’opinione pubblica europea, dunque anche italiana, manifestano grande insofferenza di fronte all’acuirsi del fenomeno migratorio. Si tratta di una sfida, strettamente connessa a quella dell’integrazione e della tutela delle libertà, rispetto alla quale vi è un forte condizionamento da parte di chi specula, manipolando le coscienze e seminando zizzania. Ecco che allora lievitano pregiudizi a dismisura, ispirati troppo spesso da una rappresentazione fittizia della realtà. È un problema di onestà intellettuale, per credenti e non credenti, che riguarda il rispetto dei diritti universali in un mondo segnato dalla globalizzazione dei mercati.
La posta in gioco è alta perché questioni strategiche quali, ad esempio, quelle della legalità e della pacifica convivenza in una società interculturale, non possono e non debbono essere rappresentate in funzione dello “share” o del numero di copie vendute, meno che mai del consenso elettorale indotto da una paura metafisica. Sono decenni, soprattutto nel nostro Paese, che passiamo da un’emergenza all’altra, tutte segnate da fibrillazioni ansiogene per l’arrivo di albanesi, rumeni, bosniaci, per non parlare degli sbarchi più recenti, sulle nostre coste, di matrice africana e mediorientale. Tenendo conto dell’imminente Anno della Misericordia, papa Francesco ha scelto per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si svolgerà il 17 gennaio 2016, un tema che ha l’obiettivo di scuotere le coscienze: “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”. Di fronte al flusso di tanta umanità dolente che proviene dalle periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo, il pontefice invita le nostre comunità ad operare un sano discernimento, interpretando uno dei più significativi “segni dei tempi” della nostra Storia, quello della mobilità umana, alla luce del Vangelo. 
Di fronte al rischio evidente che questo fenomeno sia soffocato dall’egoismo, il vescovo di Roma presenta il dramma dei migranti e rifugiati come realtà che devono interpellare l’animo umano. 
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martedì 25 agosto 2015

Responsabili dell’immagine di Dio - IL DIO CON CUI STO di Raniero La Valle

Responsabili dell’immagine di Dio
IL DIO CON CUI STO
di Raniero La Valle



Discorso tenuto ad Assisi il 21 agosto 2015 
al 73° Corso di studi cristiani sul tema 
“Responsabili dell’immagine di Dio”.



Mi era stato chiesto di raccontare “Il Dio in cui credo, il Dio in cui non credo”. Ma questo voleva dire aprire l’armadio di tutte le definizioni di Dio, di tutte le fantasie su Dio, e scegliere fior da fiore, per ricostruire il Dio che mi piace, ed escludere i connotati del Dio che non mi piace. Ma chi sono io per fare questa cernita?
Invece vi parlerò del Dio con cui sto. E’ chiaro che c’è un rapporto tra il Dio in cui si crede e il Dio con cui si sta. Ma non sempre coincidono. Se si crede in un Dio che sulla croce apre le braccia a tutti e poi in nome di Dio si mettono sul rogo gli eretici, è chiaro che non si tratta dello stesso Dio. Il boia sta con un altro Dio.
La storia è piena delle macerie provocate dal contrasto tra la fede creduta e le opere compiute in suo nome. Tutta la storia del popolo di Israele nell’Antico Testamento è attraversata da questa tragedia. Il Dio dei profeti non è il Dio nel cui nome le città cananee erano votate allo sterminio.
E oggi il dramma storico è tale e così tragico l’abuso per cui Dio viene innalzato sulle picche degli assassini, con la testa dei decapitati in suo nome, che la salvezza non viene se ci mettiamo a discutere sulle nostre diverse professioni di fede, ma se il Dio con cui decidiamo di stare non è il Dio della morte ma il Dio della vita, non è il Dio che fa uccidere gli infedeli ma è il Dio nel quale non c’è il nemico.
Il male più grande viene da chi sta con un Dio sbagliato, che corrisponda o no al Dio in cui dice di credere.
Ma c’è anche il problema di chi segue come se fosse un Dio qualcuno o qualcosa che sa benissimo non essere un Dio.
Quelli ad esempio che stanno col Dio denaro sanno benissimo che quello non è un Dio, ma un idolo; però ci stanno lo stesso, perché se non fosse un idolo non potrebbero offrirgli sacrifici umani, come fanno gli Stati che chiudono le porte dell’Europa provocando l’eccidio di migliaia di profughi o come hanno fatto i potentati europei, a cominciare dal nostro governo. dandogli la Grecia in sacrificio
Sono questi i motivi per cui preferisco parlare del Dio con cui sto.
CREDERE E AMARE
Del resto il credere non è la prima fase del rapporto con Dio. La prima fase è l’incontro. Nei Vangeli la gente seguiva Gesù senza sapere che fosse il Figlio di Dio. E a me sembra che la questione prioritaria oggi sia quella del Dio che decidiamo di amare. Questo mi pare il vero problema interreligioso ed ecumenico. E questa mi pare che sia la scelta che papa Francesco sta proponendo al mondo: prima credere o prima amare?
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UN NUOVO ANNUNCIO DI DIO PER L'UMANITA' DEL XX SECOLO  
Il Concilio fu il vero nuovo annuncio di Dio per l’umanità del XX secolo. ...
Il Dio del Concilio è un Dio che fa a pezzi l’idolo che le religioni e le Chiese avevano costruito per onorarlo, che libera dai fraintendimenti di cui era vittima il Dio che, come canterà padre Turoldo, subiva “il carico di errate preghiere”, onde si credeva di rendergli onore.
Non è più il Dio che salva solo i suoi, per cui fuori della Chiesa, della Chiesa visibile e gerarchica, non vi sarebbe salvezza. Non è il Dio che diserta le altre Chiese cristiane. Non è il Dio cui non potranno mai avere accesso, nella beatitudine eterna, i bambini morti senza battesimo: questa dottrina, che si voleva fosse sancita dai Padri, non fu nemmeno presa in considerazione dal Concilio, tanto che poi il Limbo fu abolito; il Dio del Concilio non è un Dio che non ha lasciato tracce di sé e semi della sua Parola nelle altre religioni, ma tutti gli uomini e le donne, “nel modo che lui conosce”, ha associato al mistero pasquale, e fa sì che nel loro cuore lavori invisibilmente la grazia (G.S. n.22).
Il Dio del Concilio non è un Dio invidioso dell’uomo, che lo tiene per le briglie col ricatto di bollarlo come prometeico ed eretico se prova ad essere adulto; e nemmeno è il Dio che ha abbandonato l’uomo a se stesso mettendolo “in mano al suo proprio volere”, come si è fatto dire, con cattive traduzioni bibliche, anche della CEI, a un versetto del Siracide, ma ha messo l’uomo “in mano al suo consiglio”, come traduce la Gaudium et Spes, cioè lo ha fatto responsabile di se stesso e del mondo, sicché basterebbero uomini più saggi, dice il Concilio, per far fronte a una situazione in cui è in pericolo il futuro del mondo. (G.S. n.15, n.17).
Il Dio del Concilio è un Dio perciò fonte e garanzia della libertà umana, un Dio che parla attraverso la coscienza (G. S. n. 16), un Dio che non agisce con la costrizione e con la violenza ma che sceglie la via della povertà e della abnegazione, un Dio che dopo avere creato l’amore non lo mette in ceppi per farlo servire solo alla procreazione, ma lo fa traboccare in uomini e donne perché serva alla loro comunione, alla loro tenerezza, alla loro fecondità e alla loro gioia.
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Il Dio con cui sto è un Dio che sia un Tu e un Dio tale per cui io sia un tu per lui, e noi siamo le sue immagini, i suoi figli, i suoi “califfi”. Un Dio capace di amore. In questo senso un Dio persona. Perché se è vero, come ha detto papa Francesco ai Movimenti Popolari in Bolivia il 9 luglio scorso, che ”non si amano né i concetti né le idee, si amano le persone”, è anche vero che solo se si è persona si ama; perciò Dio è persona.

"La miope scorciatoia di chi critica la Chiesa" di Enzo Bianchi


La miope scorciatoia 
di chi critica la Chiesa
di Enzo Bianchi

Ancora una volta papa Francesco ha mostrato come per lui il Vangelo sia non solo una buona notizia «spirituale», ma un annuncio che coinvolge tutta l’umanità nella sua condizione debole, fragile, limitata, segnata dalla sofferenza e dal male.

Così, proprio per vivere adeguatamente e in verità l’anno della misericordia proclamato, Francesco nel messaggio per la Giornata del rifugiato del prossimo 17 gennaio ha ricordato che vivere la misericordia da cristiani significa innanzitutto «fare misericordia», secondo il linguaggio del Vangelo, che con questo termine indica l’azione del samaritano verso l’uomo caduto vittima dei briganti sulla strada di Gerico.

Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.

Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la «fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra felicità.

In una situazione come quella vissuta nei Paesi del benessere, seppur attraversati da crisi economiche patite dai più poveri e dai senza dignità, i cristiani e dunque la chiesa hanno innanzitutto il compito di mostrare, con il loro comportamento, e il loro contributo all’edificazione della polis, che si oppongono alla barbarie che avanza a grandi passi soprattutto da due decenni, in Europa e nella nostra Italia. Com’è possibile che il veleno della xenofobia abbia ammorbato le nostre popolazioni che più di altre hanno conosciuto in passato la sofferenza dell’emigrazione, la fuga da una terra incapace di dar loro lavoro e nutrimento? Com’è possibile che una lunga tradizione cattolica, vanto e orgoglio della chiesa negli ultimi decenni, si mostri così facilmente contraddetta in valori a lungo professati come quello dell’accoglienza e dell’ospitalità? Com’è possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? Non si tratta di accogliere tutti - perché questo non è possibile, prima ancora che per l’insostenibilità economica, a motivo della nostra stessa condizione umana segnata dal limite - ma almeno di tentare di regolare i flussi migratori in un’ottica di solidarietà europea, di fare terra bruciata attorno agli interessi economici e geopolitici che fomentano le guerre e le sopraffazioni, di favorire condizioni che permettano a quei popoli di restare nelle loro terre e di non essere costretti a intraprendere, al prezzo della vita, esodi attraverso il deserto e il Mediterraneo. La vita di una persona non ha forse lo stesso valore indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di una determinata nazione devono essere riconosciuti come «diritti dell’uomo» in quanto tale.

È in questa situazione disperata che papa Francesco, ma anche diversi esponenti della chiesa italiana, fanno sentire la loro voce in modo forte e anche critico, ma in obbedienza alle istanze del vangelo: sbattere la porta in faccia a chi sta morendo nel «mare nostro» o respingere chi si avvicina al nostro territorio è «uccidere il fratello», negargli il diritto a vivere. E se è vero che non si possono accogliere tutte le miserie del mondo, ciascuno tuttavia superi se stesso e i propri egoismi nell’accogliere chi nella sua miseria rischia la morte.

Chi dice che l’intervento della chiesa in questi giorni genera confusione o chi giudica le parole dei vescovi un’invasione nel campo della politica vuole semplicemente mettersi al riparo da parole profetiche scomode e giustificare l’attuale esercizio del potere politico e finanziario. È vero che la chiesa e la politica hanno compiti diversi, ma in un’autentica democrazia anche le parole della chiesa, come quelle dei cittadini possono essere contestazione dell’esercizio del potere politico ed economico e contribuire a renderlo più giusto. La verità è che negli ultimi due decenni in Italia ci eravamo abituati a una presenza di chiesa silente sui temi della giustizia sociale concerta o a volte addirittura a una presenza ecclesiastica che accettava di fornire un supporto al potere, intonacando il muro cadente di una politica corrotta e senza rispetto degli ultimi e dei poveri.

Sì, da un’ipotesi di «cattolicesimo quale religione civile» siamo ritornati a un cristianesimo profetico che sa dire la verità a caro prezzo, anche di fronte ai potenti. Ed è significativo che chi oggi si oppone maggiormente alle parole profetiche della chiesa non siano tanto atei devoti o laicisti irreligiosi, ma sovente proprio dei cattolici, che si mostrano «cristiani del campanile» e non del Vangelo, arrivando anche a chiamarsi «cattolici adulti» di fronte alla semplice denuncia evangelica dei vescovi. Costoro non conoscono nemmeno cosa significhi autonomia dei cattolici in politica, conquistata a caro prezzo già dai padri costituenti, e confondono l’essere cattolici con il semplice richiamo verbale urlato a riti e tradizioni svuotate del nerbo e della mitezza evangelica che le avevano suscitate. Criticare un uso distorto del potere non significa alimentare la sfiducia verso la politica bensì ricordare nel concreto delle azioni quotidiane che «merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto».

Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli che esercitano il potere politico: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi e i meno muniti, se hanno il senso del bene comune e, qualora si dicano cristiani, si confrontino concretamente con il Vangelo e le sue esigenze e non con gli appetiti del loro piccolo campanile. Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano.
(Articolo pubblicato su La Stampa, 23 Agosto 2015)

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