lunedì 31 agosto 2015

A tre anni dalla scomparsa del Card. Carlo Maria Martini- "Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” don Virginio Colmegna

A tre anni dalla scomparsa del Card. Carlo Maria Martini- 
"Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” 
don Virginio Colmegna


A tre anni dalla sua scomparsa, voglio ricordare il Cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, il papà della Casa della carità da lui voluta per dotare la città di un “segno di accoglienza verso i più sprovveduti”, ripercorrendo il discorso da lui pronunciato del giugno del 2002 davanti al Consiglio comunale, poco tempo prima di lasciare Milano per trasferirsi a Gerusalemme.


Tra i tanti testi del Cardinale nei quali cerco rifugio e ispirazione , “Paure e speranze di una città” (questo il titolo del discorso) è uno di quelli che ho letto e riletto non so quante volte, trovandovi sempre un invito e un impulso a confrontarmi e dialogare con tutti, per provare a reagire ai problemi immaginando strategie di risposta, e uno stimolo a proseguire nel lavoro per costruire e ricostruire in continuazione una città ospitale, che era quella che lui chiamava "amicizia civica".

Tredici anni dopo quel discorso, il messaggio di Martini a Milano, alla sua Milano, è più che mai attuale. Egli parla di città “a misura di sguardo”, “palestra di costruzione politica generale”, di città capace di non perdere “la propria vocazione all’apertura” e tanto meno “la sua capacità di integrare il nuovo e il diverso”. Agli amministratori, il Cardinale ricorda una delle qualità storiche di Milano: quell’accoglienza che, spiega Martini, “non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva”. Ricorda la Milano che guarda al futuro grazie alla sua propensione a “integrare il nuovo e non solo a contenerlo spazialmente dentro le sue mura”.

A proposito dei deboli, il Cardinale ammonisce che la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane: “Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità", diceva Ambrogio, ma ciò non significa un’accettazione passiva, subita e dissennata, né l’accoglimento solo di quell’ospite che sia simile a noi: "il magnanimo ospitante non teme il diverso perché è forte della propria identità”. E infine indica la strada, Martini: “Facciamo in modo che si moltiplichino i piccoli luoghi di conoscenza, di condivisione, di ascolto e a un certo punto da questi tanti piccoli luoghi nascerà una città” . Insomma, una città che guarda al futuro con speranza, capace di integrare il nuovo e i nuovi, che non sceglie chi e quando ospitare ma accoglie, che chiede ad ognuno il rispetto di regole, comportamenti e doveri e garantisce i diritti di tutti, cominciando dai senza diritti e dai più deboli: i più piccoli, le donne, i profughi e i migranti, i poveri di non importa quale nazionalità, meneghini o magrebini che siano.

Voglio qui riportare per esteso un passo di quel discorso. Quello che io rileggo ogni volta che lo sconforto supera la mia personale soglia d’allarme: “Parrebbe a volte che la città, in particolare nei suoi membri più potenti, abbia paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità mediante la tutela della potenza... Mala paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno ad occupare attivamente il proprio territorio e ad occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione. Chi si isola è destinato a fuggire all’infinito, perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della relazione”.

“Per funzionare – ricorda Martini - la città ha bisogno di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza”. E chiude con un’esortazione, di grande attualità, ...

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"Quella Milano che Martini voleva “a misura di sguardo” don Virginio Colmegna

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