giovedì 23 aprile 2015

Questo mare non è nostro


Questo mare non è nostro


Nessuna illusione. Questo mare non è nostro. E’ lo spazio e l’opportunità che da sempre gli uomini hanno percorso per incontrare, lavorare, commerciare,sopravvivere. E non è nostro. E’ il mare di tutti. Come la terra è di tutti. Come il creato è di tutti. E’ in questo equivoco tra ciò che è nostro e ciò che è loro che abbiamo coltivato la paura e l’ignoranza. E’in questa distorta percezione che gli altri sono gli sbagliati e noi quelli giusti che si alimentano paure e drammi. Chi migra con un barcone lo fa per fame e per paura. Fame e paura di tutto. Ci dicono che dobbiamo temere queste barche perché ci chiedono di approdare, ma non è così; in verità ci fanno paura perchè ci chiedono con schiettezza quali sono le nostre fedi e i nostri valori. Ci chiedono se crediamo che ogni uomo è “pensato da Dio dall’eternità” e per questo ha diritto ad un vita degna di essere vissuta. Ma ci mettono così a nudo che scappiamo da loro e andiamo in giro a raccontare che sono pericolosi e ingombranti. Per poi decidere che è meglio sopprimere loro piuttosto che eliminare la fame e la paura che li costringono a fuggire.
E loro in silenzio, soffocati dall’acqua e dal cinismo di scafisti, governanti, politici insensibili, commercianti di armi, cittadini per bene, mentre si perdono nelle acque di quel mare che per un po’ hanno pensato potesse essere anche loro, hanno la forza di urlarci che non è solo nostra la ricchezza che ostentiamo, non è solo nostra la speranza di una vita degna di essere vissuta e non è nostro il potere di togliere la vita.
Siamo indignati e impotenti. Ma non basta indignarsi. Dobbiamo darci il tempo per capire; capire le cause delle guerre, le conseguenze dei trattati economici, i cambiamenti politici, le logiche di mercato che permettono al 2% della popolazione di avere il 99% delle ricchezze. Abbiamo a che fare con “strutture di peccato” e dobbiamo chiamarle per nome. Una comunità che vuole vivere la sua fede deve lasciarsi interpellare dalla Parola sui fatti della storia, senza timore. Soprattutto su quelli che fa fatica ad accettare. L’ignoranza non è una calamità; è un colpa e una responsabilità che sfida la nostra intelligenza e esalta la nostra ipocrisia. Non possiamo non sapere che chi lascia la propria terra in preda alla disperazione non è un turista ma una vittima: delle condizioni che l’hanno spogliato di tutto e della nostra ignoranza che lo ha solo commiserato. E la paura e l’ignoranza si vincono vivendo la storia con fede, consapevolezza e responsabilità
Gesù di Nazareth ci da un comandamento nuovo: amando i nostri nemici saremo uomini nuovi e veri. E’un cammino faticoso che siamo chiamati a fare come chiesa,come comunità e come cristiani. Di certo non basta indignarsi; non basta più. Siamo chiamati a testimoniare una prospettiva di Speranza perché il nostro Dio è il Dio della vita. Avvertiamo l’esigenza di qualcosa di più vero e di più solido e profondo. Con pudore dobbiamo accompagnare questo dramma con una preghiera penitente. Solo il Padre può salvare la nostra umanità da questo buio profondo.
Ma faremo memoria di questi morti solo se lavoreremo e studieremo per capire e per non dimenticare, se sapremo dire che le guerre sono la negazione dell’umanità, che migrare non è la conseguenza di un capriccio riconsiderabile, che la povertà un processo definito e voluto che porta i ricchi ad essere sempre di meno e sempre più ricchi. E faremo memoria quando anche un solo morto ci lascerà sgomenti e increduli come ci lasciano sgomenti i ragazzi massacrati in Somalia, i cristiani in Nigeria, i migranti in Mediterraneo, le vittime delle guerre di potere in troppe parti del mondo, le minoranze decapitate in medio oriente.
Ecco, se proprio vogliano qualcosa di nostro prendiamoci le vittime di queste ingiustizie e lasciamo che ci narrino le loro storie. Ognuno la sua. E teniamole strette.
(fonte: Caritas Roma - editoriale 23 aprile 2015 - ndr: il grassetto non è nell'articolo originale)