giovedì 30 aprile 2015

«L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.



Papa Francesco:
“l’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo”

Il cristiano è inserito in una storia di peccato e di grazia, sempre posto davanti all’alternativa: servire o servirsi dei fratelli. E’ quanto ha affermato Papa Francesco nella Messa del mattino presieduta a Casa Santa Marta.

Il cristiano è uomo e donna di storia
“La storia e il servizio”: nell’omelia Papa Francesco si sofferma su questi “due tratti dell’identità del cristiano”. Innanzitutto, la storia. San Paolo, San Pietro e i primi discepoli “non annunziavano un Gesù senza storia: loro annunziavano Gesù nella storia del popolo, un popolo che Dio ha fatto camminare da secoli per arrivare” alla maturità, “alla pienezza dei tempi”. Dio entra nella storia e cammina col suo popolo:
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Storia di grazia e di peccato
E’ una “storia di grazia, ma anche storia di peccato”:
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Servire, non servirsi
Il secondo tratto dell’identità cristiano è il servizio: “Gesù lava i piedi ai discepoli invitandoci a fare come lui: servire:

L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo. ‘Ma padre, tutti siamo egoisti’. Ah sì? E’ un peccato, è un’abitudine dalla quale dobbiamo staccarci. Chiedere perdono, che il Signore ci converta. Siamo chiamati al servizio. Essere cristiano non è un’apparenza o anche una condotta sociale, non è un po’ truccarsi l’anima, perché sia un po’ più bella. Essere cristiano è fare quello che ha fatto Gesù: servire”.

Il Papa esorta a porci questa domanda: “Nel mio cuore cosa faccio di più? Mi faccio servire dagli altri, mi servo degli altri, della comunità, della parrocchia, della mia famiglia, dei miei amici o servo, sono al servizio di?”.


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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 29 aprile 2015 - Foto, testo e video


 29 aprile 2015 

Due ospiti d’eccezione, per l’udienza di oggi. Appena arrivato in piazza, alle 9.35 circa, il Papa ha indugiato sulla “papamobile” prima di partire per il consueto giro intorno alla piazza, e poi girandosi verso i fedeli - circa 20.000 quelli presenti oggi - ha fatto il segno “due” con l’indice e medio della mano destra. A quel segnale, sono accorsi due ragazzi, di cui uno down, vestiti da chierichetti con il volto sorridente, e sono saliti sulla jeep bianca scoperta per fare compagnia a Papa Francesco. Divertiti e commossi, lo hanno accompagnato lungo tutto il percorso. Moltissimi oggi gli studenti che affollano la piazza con i loro cappellini colorati. Tra i partecipanti all’udienza, anche i partecipanti al torneo calcistico delle università romane. Immancabili le soste per i “selfie” richiesti dai fedeli e gli abbracci e i baci ai bimbi. Anche il rito dello “scambio dello zucchetto” è stato rispettato. Prima di salire a piedi sul sagrato, il Papa ha salutato i due chierichetti benedicendoli con un segno di croce sulla fronte.












La Famiglia - 12. Matrimonio (I)

Cari fratelli e sorelle buongiorno! 

La nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del Libro della Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.

L’evangelista Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la Vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11). Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma “salvò la festa” con il miracolo del vino! Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria. Questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!

Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.

Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. E’ un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio … tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo.

Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? E’ importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia?

Le difficoltà non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano davvero serie. Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna. Ma nemmeno questo argomento è valido, è una falsità, non è vero! E’ una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero?”, e lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne! In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia.

La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. 

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Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare.

Cari fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua Madre Maria! I cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per se stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società.

Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
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Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la festa di Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia e d’Europa. E salutiamo con un applauso la nostra Patrona! La sua esistenza faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare.


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La bella storia del poliziotto che salva la piccola Emanuela e vuole adottarla

La storia di Raffaele Santoro, poliziotto della compagnia di Casapesenna, fortuitamente intrecciatasi con quella della piccola Emanuela, la bimba abbandonata lo scorso sabato, nei pressi di un bidone della spazzatura a Villa Literno,  propone due stralci d’umanità profondamente diversi, due modi di percepire lo status di genitore ubicati ai poli estremi.
Due realtà opposte e contrapposte che vivono nell’ordinario esondare dei nostri giorni e che poco o nulla hanno in comune. Eppure, in questo caso, attraverso quell’embrionale ed indifeso vagito di vita, si sono susseguiti, passandosi, involontariamente, il testimone, consegnando all’opinione pubblica due profili agli antipodi e che tanto raccontano della nostra società.
Una madre che frettolosamente abbandona la sua bambina, infagottata in una busta per la spesa; un poliziotto che soccorre quel batuffolo di donna, praticandole manovre respiratorie per cercare di rianimarla prima dell’arrivo dei soccorsi, rimanendo completamente travolto dalla dolcezza della piccola Emanuela.
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Sognano di portare a casa Emanuela, la neonata trovata sabato scorso sul ciglio di una strada a Villa Literno, come se fosse una loro figlia: Raffaele Santoro non nasconde il desiderio che condivide con la moglie Francesca e con Aldo, otto anni, ed è già pronto ad avviare la pratica per l’adozione.
«Quando l’ho vista è stato bellissimo, è come se l’avesse partorita mia moglie. Per noi è un dono di Dio» dice. Raffaele Santoro è il poliziotto del posto fisso di Casapesenna, in provincia di Caserta, che la mattina di sabato è giunto davanti al bar Classico, sulla provinciale che collega Villa Literno e Castel Volturno, e che ha soccorso la piccola praticandole il massaggio cardiaco, salvandole la vita. «Ho pensato subito che era mio figlio morto che mi stava aiutando – racconta –. Quando con la volante siamo arrivati sul posto la bambina era cianotica. Aveva in gola ancora il liquido amniotico. Ho iniziato subito a farle il massaggio cardiaco finché non ha ripreso a respirare. Lo facevo sempre a Nicola, quando era in preda a crisi respiratorie». Nicola è il suo primo figlio, morto tre anni fa, a dieci anni, per una rara malattia. «A casa c’è un vuoto incolmabile – confida Santoro – l’altro mio figlio appena ha sentito la storia di Emanuela mi ha detto: "papà devi portarla a casa"». 
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"L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze" di Enzo Bianchi

"Voglio che tu mi ricordi, non mi dimenticare, amor mio... Voglio che tu non ti dimentichi di Salem, amore.. ti amo" (Trovato nella tasca di Salem, 20 anni, arrivato cadavere a Pozzallo)


L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze

di Enzo Bianchi



L’8 luglio 2013 a Lampedusa papa Francesco chiedeva: “Chi è responsabile del sangue di questi fratelli e queste sorelle in umanità? Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna… la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida altrui!”. Siamo diventati insensibili perché non vediamo l’essere umano che c’è dietro ogni vita spezzata, mentre bisognerebbe conoscere ciascuno di loro: il suo volto, le sue sofferenze, le angosce e le speranze, le persone che ama e che lasciato, quelle che porta nel cuore ovunque vada, quelle che lo custodiranno sempre nel ricordo. E invece no: solo numeri, che hanno peso solo se sono alti, sempre più alti, mentre va sempre più a fondo la dignità di chi non vuole vedere, di chi distoglie lo sguardo dagli occhi dei propri compagni di umanità. Bisognerebbe ascoltarli quando parlano di chi hanno lasciato, delle violenze patite, della solidarietà ma anche della diffidenza incontrata nel nostro paese, di cosa sperano di fare non “nella” vita ma “della” loro vita. Bisognerebbe poter chiamare ciascuno per nome, il suo nome, quello con cui lo ha sempre chiamato chi lo amava e lo ama, poter scrivere quel nome su una busta, una cartolina postale come facevano tanti italiani all’estero fino a pochi anni fa; bisognerebbe poter conoscere il nome e il volto che c’è oggi dietro un profilo virtuale. E invece no: tutti loro sono numeri che infastidiscono altri numeri, quelli delle statistiche del nostro benessere.

Sì, bisognerebbe davvero cambiare l’approccio al problema delle migrazioni e dei profughi, ma come farlo in un clima sociale e culturale che si è via via imbarbarito in questi ultimi venticinque anni? Abbiamo lasciato che il veleno dell’odio e dell’indifferenza verso l’altro inquinasse le falde dei nostri pozzi: uomini delle istituzioni che adottano il linguaggio delle bettole o delle promozioni televisive, personaggi pubblici che si vantano di “dire quello che pensano” senza minimamente pensare a quello che dicono e alle conseguenze che provocano, abitanti di terre e regioni che un tempo si vantavano di essere le più cattoliche svelano atteggiamenti di intolleranza antievangelica in misura più marcata di ogni altra zona. Anche nella chiesa italiana, che pur ha agito e agisce attraverso le sue istituzioni caritative con molta generosità e abnegazione verso i migranti, non manca chi dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità in questo processo di ammorbamento dell’aria nella convivenza civile: i tanti uomini e donne che in questi anni si sono fatti e continuano a farsi prossimo ai più deboli vengono dileggiati come “buonisti”, chi si impegna quotidianamente per la pace è additato come imbelle “pacifista”, chi denuncia i meccanismi perversi dell’idolo-mercato, fosse pure il papa, viene classificato come “comunista” o al massimo come “utopista”.

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mercoledì 29 aprile 2015

Giovanni Lo Porto... Quello che li aiutava a casa loro

Quello che li aiutava a casa loro
di Giorgio Bernardelli 

Tra tutte le parole su Giovanni Lo Porto è mancato l'unico esame di coscienza che ci chiama in causa sul serio: quello sul suo sguardo aperto al mondo


Le polemiche sugli americani dal grilletto facile? Fatto. Quelle sul premio Nobel per la pace con la passione per i droni? Pure. E poteva poi mancare lo scandalo di un'aula del parlamento italiano vergognosamente vuota al momento in cui il ministro degli Esteri riferisce sull'uccisione di un cooperante italiano in Pakistan? Non ci siamo fatti mancare nemmeno questo. E bene hanno fatto i media a dare voce alla dignità con cui i familiari di Giovanni Lo Porto hanno espresso tutto il loro sdegno.
C'è però un aspetto di questa vicenda che abbiamo svicolato, ed è il tema più generale della cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese. Al di là di tanti altri risvolti ancora tutti da chiarire, infatti, questa morte è in qualche modo un simbolo potente dei passi indietro che l'Italia ha compiuto in questo campo; in Pakistan Lo Porto c'era andato per Welt Hunger Hilfe, una ong tedesca. Quasi a rappresentare una fuga dei cuori, oltre a quella dei cervelli.

L'Italia del «dobbiamo aiutarli a casa loro» è lo stesso Paese che per anni ha tagliato a mani basse nelle politiche pubbliche di sostegno alla cooperazione internazionale. E anche la recente inversione di tendenza - con l'approvazione qualche mese fa della legge di riforma di questo ambito - è ancora più un auspicio che un percorso consolidato (tanto per fare un raffronto: la Gran Bretagna recentemente ha fatto diventare una legge dello Stato la destinazione dello 0,7% del Pil alla cooperazione internazionale, quell'impegno che noi continuiamo a prendere solo a parole).

Il piano politico - però - non è il più rilevante in questo discorso; perché in Italia è soprattutto la cultura della cooperazione allo sviluppo ad aver fatto grandi passi indietro. Ed è un discorso che vale in maniera particolare per il mondo cattolico. C'è stato un tempo in cui eravamo particolarmente profetici in questo ambito; anni in cui erano i giovani delle nostre parrocchie i primi a scegliere questa strada. Alcuni di loro sono ancora là, ai quattro angoli del mondo, magari coi capelli bianchi. Altri si sono fermati solo qualche anno e poi sono tornati, portando nelle nostre comunità il respiro del mondo.

Ma oggi? Possiamo davvero dire che è ancora così? Di giovani che vorrebbero partire ce ne sono molti più di quanti pensiamo. Ma siamo altrettanto disposti a sostenerli in questo tipo di esperienze? Siamo ancora capaci di allargare lo sguardo al mondo? O invece - sotto sotto - pensiamo anche noi che uno che va a «nutrire il mondo» in Pakistan un po' «se la sta andando a cercare»?
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«Se non fosse per te» Al Brancaccio in scena le storie, il passato e il difficile presente degli ospiti dei centri di accoglienza - Videomessaggio di Papa Francesco


“Se non fosse per te” è lo spettacolo in programma per il 28 aprile, dedicato all’amore e alla possibilità di riscatto. Regia a cura di Carlo Del Giudice


Storie d’amore: verso una donna, verso i propri figli, ma anche per lo studio e i libri. Ancora, amore per Dio e per il prossimo, per i genitori. Per la vita. Sono gli ingredienti di “Se non fosse per te”, lo spettacolo proposto dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas diocesana, in programma per martedì 28 aprile al Teatro Brancaccio (via Merulana 244), alle 20.30.

Dal 2006 la Caritas propone un laboratorio teatrale guidato dal regista Carlo Del Giudice, a cui partecipano gi ospiti dei diversi centri di accoglienza sparsi per la città. Persone «prive di molte cose – spiega Del Giudice – però colme di emozioni, sentimenti, sogni, idealità, potenzialità e risorse». Proprio per questo la scelta di quell’arte «profondamente umana» che è il teatro non è stata casuale: per il regista, «è il mezzo espressivo che più di altri riesce a mettere in luce la ricchezza interiore; contribuisce a riconoscere valore ad ogni persona che sale sul palcoscenico, addirittura la trasfigura fino a sublimarla nella sua essenza più profonda».

Sul palco del Brancaccio gli ospiti delle strutture Caritas porteranno quindi il loro vissuto, raccontando le “loro” storie d’amore. Il teatro però, avverte il regista, in qualche misura «rende “attori” anche coloro che assistono: ogni persona che siede in platea si sente invitata a un percorso di crescita e cambiamento, in uno scambio di umanità che si verifica tra attori e pubblico». La rappresentazione al Brancaccio quindi diventerà spazio di incontro, luogo di condivisione nel quale «gli attori sul palco, uomini e donne con storie difficili, hanno la possibilità di raccontare ed esprimere sé stessi ad altri uomini e donne che in quel sentire spesso si riconoscono». Ancora, “Se non fosse per te”, nelle parole del regista, è «il paradigma del riscatto per tutti – attori, pubblico e città – da una vita vissuta a metà; uno slancio verso una dimensione esistenziale autentica che ci spinge a essere più veri». (Fonte: ROMASETTE)

La povertà va in scena ma non è fiction. Sotto i riflettori, sulle assi del palcoscenico, si muove il senza fissa dimora, l’immigrato fa la sua battuta, con lui la donna che mangia alla mensa dove le offrono un pasto, altrimenti sarebbe digiuno.

Alla scuola dei poveri
Si recita, ma il copione è scritto dai drammi veri di questi attori di un solo giorno, che vogliono raccontare alla gente comune che anche tra i muri della miseria più nera l’amore può sempre aprire la porta del riscatto:

“Chi mai pensa che un senza dimora sia una persona da cui imparare? Chi pensa che possa essere un santo? Invece questa sera sarete voi a fare del palcoscenico un luogo da cui trasmetterci preziosi insegnamenti sull’amore, sul bisogno dell’altro, sulla solidarietà, su come nelle difficoltà si trova l’amore del Padre”.

"Voi non siete un peso"
Papa Francesco non c’è ma si capisce che vorrebbe esseri lì, seduto in mezzo al pubblico del Brancaccio, a vivere un’esperienza che ha pochi paragoni – Lui, Pastore universale, alla scuola della “carne di Cristo”, dove la forma scenica dà visibilità e forma estetica a tante storie, tutte declinazioni dell’amore: verso i genitori, verso una donna, verso i propri figli, verso Dio e il bene del prossimo. Sogni e sentimenti che diventano teatro senza perdere un filo di realismo, basta guardare i segni sul viso di chi recita, gente che da sempre occupa i primi posti nella platea del cuore del Papa:

“Voi per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani. Pochi giorni dopo la mia elezione, ho ricevuto da voi una lettera di auguri e di offerta di preghiere. Ricordo di avervi immediatamente risposto dicendovi che vi porto nel cuore e che sono a vostra disposizione. Confermo quelle parole. In quell’occasione vi avevo chiesto di pregare per me. Rinnovo la richiesta. Ne ho veramente bisogno”.

Chiesa di Roma, maestra di "pietas"
A un tratto, il videomessaggio di Francesco è un elenco di romani con l’anima del Buon Samaritano – dal martire Lorenzo a don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana – e quindi un lungo grazie agli operatori e ai volontari Caritas, di Roma e d’Italia, che con il loro farsi prossimi scoprono – dice – “un mondo che chiede attenzione e solidarietà: uomini e donne che cercano affetto, relazione, dignità, e insieme ai quali – sottolinea Francesco – tutti possiamo sperimentare la carità imparando ad accogliere, ascoltare e a donarsi”:

“Quanto vorrei che Roma potesse brillare di ‘pìetas’ per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza. Quanto vorrei che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli. Tutti abbiamo debolezze, tutti ne abbiamo, ciascuno le proprie. Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore!”. (Fonte: Radio Vaticana)


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«Le sorprese dello Spirito Santo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.


Papa Francesco:
“non fate della vita cristiana un museo di ricordi”


La Chiesa va avanti grazie alle sorprese dello Spirito Santo. E’ uno dei passaggi dell’omelia di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Soffermandosi sulla predicazione del Vangelo ai pagani, narrata negli Atti degli Apostoli, il Pontefice ha sottolineato che anche oggi bisogna avere “coraggio apostolico” per non rendere “la vita cristiana un museo di ricordi”.

I discepoli di Gesù arrivati ad Antiochia iniziano a predicare non solo agli ebrei, ma anche ai greci, ai pagani e un gran numero di loro credette e si convertì al Signore. Papa Francesco ha preso spunto dal passo degli Atti degli Apostoli, nella Prima Lettura, per sottolineare quanto nella vita della Chiesa sia sempre fondamentale aprirsi alle novità dello Spirito Santo. Molti, annota, erano all’epoca inquieti nel sentire che il Vangelo fosse predicato anche ai non ebrei, ma quando Barnaba giunge ad Antiochia è felice perché vede che queste conversioni dei pagani sono opera di Dio.

Non avere paura del Dio delle sorprese
Del resto, ha sottolineato Francesco, già nelle profezie c’era scritto che il Signore sarebbe venuto a salvare tutti i popoli, come nel capitolo 60 di Isaia. E tuttavia, molti non comprendevano queste parole:

“Non capivano. Non capivano che Dio è il Dio delle novità: ‘Io faccio tutto nuovo’, ci dice. Che lo Spirito Santo è venuto proprio per questo, per rinnovarci e continuamente fa questo lavoro di rinnovarci. Questo dà un po’ di paura. Nella Storia della Chiesa possiamo vedere da questo momento fino adesso quante paure verso le sorprese dello Spirito Santo. E’ il Dio delle sorprese”.

“Ma – ha ripreso – ci sono novità e novità!” Alcune novità, ha ammesso, “si vede che sono di Dio”, altre no. Come si può dunque distinguerle? 
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La Chiesa va avanti con le novità dello Spirito Santo
“L’andare avanti della Chiesa – ha detto ancora – è opera dello Spirito Santo”, che ci fa ascoltare la voce del Signore. “E come posso fare – si chiede il Papa – per essere sicuro che quella voce che sento è la voce di Gesù, che quello che sento che devo fare è fatto dallo Spirito Santo? Pregare”
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La vita cristiana non sia un museo di ricordi
Ma fare come si è fatto sempre, ha ammonito, è un’alternativa “di morte”. Ed ha esortato a “rischiare, con la preghiera, tanto, con l’umiltà, di accettare quello che lo Spirito” ci chiede di “cambiare”: “questa è la strada”.

“Il Signore ci ha detto che se noi mangiamo il suo Corpo e beviamo il suo Sangue, avremo vita. Adesso continuiamo questa celebrazione, con questa parola: ‘Signore, Tu che sei qui con noi nell’Eucaristia, Tu che sarai dentro di noi, dacci la grazia dello Spirito Santo. Dacci la grazia di non avere paura quando lo Spirito, con sicurezza, mi dice di fare un passo avanti’. E in questa Messa, chiedere questo coraggio, questo coraggio apostolico di portare vita e non fare della nostra vita cristiana un museo di ricordi”.


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martedì 28 aprile 2015

Omelia di P. Aurelio Antista (VIDEO)



IV Domenica di Pasqua Anno B
26/04/2015


Omelia di P. Aurelio Antista 
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto




... In ogni ambito della nostra attività professionale siamo chiamati a vivere il servizio che ci viene richiesto con lo stile di Gesù che sta in mezzo a noi non come uno che comanda, ma come colui che serve con questo stile di attenzione, di compassione e di servizio amorevole e questo atteggiamento di accoglienza, di atteggiamento pastorale verso gli ultimi, verso i poveri; penso in questo momento agli esuli, a quei barconi che portano alle nostre coste gente che fugge dalla violenza, dalla guerra, dall'oppressione, dalla fame e sono davvero come un gregge senza pastore.
Di Gesù si dice nel Vangelo che vedendo la folla ebbe compassione perché erano come pecore senza pastore. E queste pecore senza pastore sono oggi proprio questi migranti, questi barconi ripieni di vite umane, di giovani in cerca di accoglienza, di speranza e di vita dignitosa...

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Per il Nepal preghiere e... azioni concrete!!!


Per il Nepal preghiere e... azioni concrete!!!

Disperato appello delle organizzazioni umanitarie:
“manca di tutto, serve ogni aiuto”

Difronte alla grande calamità che ha colpito il Nepal la nostra preghiera deve trasformarsi in solidarietà concreta...

Alcune proposte:



A Kathmandu Caritas Nepal si sta concentrando nel fornire riparo, teloni di plastica e fogli di lamiera, cibo e acqua alle popolazioni colpite. In coordinamento con le altre Caritas della rete internazionale, si sta organizzando per fornire anche supporto psicologico alle vittime. 
Con 25 euro si possono fornire alimenti essiccati per una famiglia per un mese, mentre con 10 euro si può assicurare:
- acqua per una famiglia per una settimana;
- una tenda per ospitare 3 famiglie;
- 30 kg di riso sufficienti per una famiglia per un mese;

Caritas Italiana ha messo a disposizione un primo contributo di 100.000 euro e, grazie anche ai suoi operatori nell’area, resta in costante contatto con le Caritas dei paesi colpiti, in coordinamento con l’intera rete Caritas.
Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha stanziato dei fondi in favore del nunzio apostolico in India e Nepal.

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UNICEF

Secondo l'Unicef almeno 940.000 bambini che vivono nelle zone gravemente colpite dal terremoto hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Lo staff presente in Nepal registra il progressivo esaurimento di forniture di acqua e alimenti, interruzioni di corrente e il blocco della rete mobile. 

L'Unicef sta già inviando di cisterne di acqua e la fornitura di sali per la reidratazione orale e integratori di zinco per le persone raggruppate negli insediamenti informali, e fornisce tende per strutture mediche da campo, utilizzando forniture già pre-posizionate nel paese. Inoltre sta inviando due voli cargo con un totale di 120 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui forniture mediche e ospedaliere, tende e coperte per il trasporto aereo urgente a Kathmandu. 

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MEDICI SENZA FRONTIERE


  • Le prime équipe sono arrivate in Nepal, stanno valutando i bisogni medici più urgenti e si apprestano ad avviare la propria risposta per iniziare a fornire assistenza medica e chirurgica, acqua potabile e beni di prima necessità entro le prime 72 ore dalla tragedia, le più cruciali per salvare vite umane in casi di terremoto.
  • Un’équipe di 17 operatori MSF è già a Kathmandu. Hanno effettuato una prima valutazione dei danni in elicottero. 
  • Un’équipe medico-chirurgica di 11 persone è appena arrivata da Bruxelles pronta ad allestire un’unità di chirurgia di emergenza per iniziare a effettuare interventi chirurgici. L’équipe raggiungerà anche i distretti di Tanahu, Lamjung e Gorkha per dare supporto agli ospedali, avviare cliniche mobili, distribuire materiali di prima assistenza come coperte, kit igienici e ripari, e fornire acqua e servizi igienico-sanitari, secondo i bisogni delle persone.
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Lo staff di Save the Children sul terreno riporta che sono 30 su 75 i distretti colpiti dal grave sisma, soprattutto nella regione occidentale e centrale, e si stimano in quasi 2 milioni i minori che hanno bisogno di aiuto.
Le comunicazioni all’interno del paese sono difficili e non sono ancora disponibili informazioni dettagliate sull’impatto del terremoto e sulla scala dei bisogni della popolazione. Per questo un team di Save the Children sta raggiungendo l’area circostante Kathmandu per fare una analisi e valutazione dei danni e delle necessità.
C’è bisogno urgente di acqua potabile, cibo, generi per il riparo e medicine. Gli aiuti stanno cominciando ad affluire ma sono ostacolati dai gravi danni subiti dalle infrastrutture.
Save the Children ha lanciato un massiccio intervento di soccorso attraverso un team di operatori specializzati in emergenza e voli carichi di aiuti stanno giungendo da tutto il mondo, inclusi Filippine e Dubai da cui sono in arrivo teloni che possono essere utilizzati come riparo d’emergenza, kit igienici e kit per l’acqua potabile.

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AGIRE E ALTRE ONG


Da quando è stata resa nota l'entità della tragedia, quattro Ong (Actionaid, CESVI, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini) aderenti al network di AGIRE si sono già mobilitate nel paese per valutare i bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari per le famiglie senza tetto e interventi sanitari. Dalle ultime notizie che giungono nella sede italiani del network pare che i soccorsi siano già operativi nelle regioni di Kathmandu e Pokhara, dove l’’impatto del terremoto è stato peggiore.

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CROCE ROSSA


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Gli aiuti di Google, Facebook ed Apple
Come in occasione di altri terremoti (il primo fu quello di Haiti, nel 2010), Google partecipa alla ricerca di persone che potrebbero essere state coinvolte dal sisma in Nepal, con il servizio Person Finder , dove si può inserire il nome di una persona di cui si cercano informazioni o su cui si hanno informazioni.

Anche Facebook ha lanciato un servizio simile, che permette alle persone presenti nelle zona colpita dal terribile sisma di dare velocemente notizie di sé agli amici: «È un modo semplice per avvisare la famiglia e gli amici che stai bene - ha spiegato il cofondatore del social network, Mark Zuckerberg - Se ti trovi in una delle zone colpite dal terremoto, rispondi alla domanda e tutti le persone con cui sei in contatto avranno tue notizie». Ma Facebook è andato ancora oltre: gradualmente, tutti gli iscritti stanno vedendo nella parte superiore del News Feed (il Diario, in italiano) un pulsante che avvisa della possibilità di fare una donazione a International Medical Corps; inoltre, l’azienda ha fatto sapere che donerà un importo corrispondente a quello degli iscritti sino al raggiungimento di 2 milioni di dollari.

Non è finita, perché anche Apple e Viber si mobilitano per il Nepal: la compagnia di Cupertino ha lanciato una raccolta fondi su iTunes (da 5 a 200 dollari) a favore della Croce Rossa americana, che sta raccogliendo denaro e beni di prima necessità per la popolazione colpita dal sisma; Viber ha invece reso gratuite le chiamate internazionali dal Nepal e quelle dall’estero verso linee fisse e mobili nepalesi.



lunedì 27 aprile 2015

La Chiesa è donna, è madre

Con un’affermazione netta papa Francesco non dice che la Chiesa è “anche” donna e “anche” madre, ma proprio che “è donna” e che “è madre”, punto, e che si dice “la” Chiesa e non “il” Chiesa. Che significa? Che conseguenze hanno queste affermazioni? Che direzione sul femminile papa Francesco sta indicando? Tornato da Rio de Janeiro aveva detto che non è stata fatta ancora una profonda teologia della donna, e nell’intervista rilasciata qualche settimana dopo a padre Antonio Spadaro aveva aggiunto che “è necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, ma lui stesso, continuando il discorso, faceva capire sin da allora che quello delle donne non è solo un problema di spazi, perché “le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate”. Da allora sembra che il papa sia andato via via disegnando una specie di road map, con passaggi per gradi. Parlando con padre Spadaro chiedeva di “approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa” e di “lavorare di più per fare una profonda teologia della donna”. Solo come passaggio successivo, dati questi presupposti, aggiungeva: “si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa”, sapendo che “il genio femminile è necessario nei luoghi dove si prendono decisioni importanti”. Il problema delle donne nella Chiesa riguarda dunque la loro identità profonda, e solo successivamente ruolo, funzioni, spazi. E’ un discorso che il papa ha aperto e mai chiuso, pur riprendendolo in più occasioni, come una pennellata che via via si aggiunge a un quadro incompleto.
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A Manila, nell’incontro con i giovani universitari, ha detto parole preziose sul femminile. Non erano previste, e sono state la risposta al pianto di una ragazzina di 12 anni, poco più che una bambina. Doveva portare la sua testimonianza di ex ragazza di strada, ma non è riuscita a terminare l’intervento, sopraffatta dalle lacrime.
Papa Francesco, per il quale la realtà è più importante delle idee, anche delle belle idee che lui stesso aveva preparato in vista di quell’incontro, ha parlato a braccio, lasciando da parte l’inglese, per una lingua a lui più congeniale e familiare. Ha detto tra l’altro che «la donna sa vedere le cose con occhi diversi dagli uomini. La donna sa fare domande che noi uomini non riusciamo a capire. Fate attenzione: lei oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime».
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Come vedono le donne? In che cosa i loro occhi sono diversi da quelli degli uomini? In che senso il loro sguardo sulle stesse cose e sullo stesso mondo e sulla stessa Chiesa, e dentro la stessa Chiesa può dare una luce nuova, diversa, complementare, e quindi ha una novità da esprimere che riguarda tutti?
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La domenica di Papa Francesco: S. Messa con ordinazioni presbiterali e Regina Coeli (foto, testi e video)

 26 aprile 2015 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 52ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Cari fratelli e sorelle!

La quarta Domenica di Pasqua ci presenta l’icona del Buon Pastore che conosce le sue pecore, le chiama, le nutre e le conduce. In questa Domenica, da oltre 50 anni, viviamo la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Ogni volta essa ci richiama l’importanza di pregare perché, come disse Gesù ai suoi discepoli, «il signore della messe…mandi operai nella sua messe» (Lc10,2). Gesù esprime questo comando nel contesto di un invio missionario: ha chiamato, oltre ai dodici apostoli, altri settantadue discepoli e li invia a due a due per la missione (Lc 10,1-16). In effetti, se la Chiesa «è per sua natura missionaria» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2), la vocazione cristiana non può che nascere all’interno di un’esperienza di missione. Così, ascoltare e seguire la voce di Cristo Buon Pastore, lasciandosi attrarre e condurre da Lui e consacrando a Lui la propria vita, significa permettere che lo Spirito Santo ci introduca in questo dinamismo missionario, suscitando in noi il desiderio e il coraggio gioioso di offrire la nostra vita e di spenderla per la causa del Regno di Dio.
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«L'esempio edifica, le parole senza esempio sono parole vuote sono idee, non arrivano mai al cuore, addirittura fanno male, non fanno bene...». Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa durante la quale ha ordinato 19 nuovi preti per la diocesi di Roma. Come già accaduto altre volte, il Papa non ha preparato un'omelia, ma ha parafrasato quella rituale prevista nell’edizione italiana del Pontificale Romano per l’ordinazione dei preti.

13 dei 19 seminartisti arrivano direttamente dai seminari diocesani: 9 dal Collegio Redemptoris Mater, 3 del Seminario Maggiore e uno da quello della Madonna del Divino Amore. Degli altri sei, quattro appartengono alla congregazione della Famiglia dei Discepoli – Michelin Avisoa (Madagascar), Jean Norbert Randriantantelison (Madagascar), Adolfo Sergio Izaguirre Leocadio (Perú), Cristiano Crispin Montalvo Jiménez (Perú) -, uno all’Ordine Francescano dei Frati Minori Conventuali – Stjepan Brćina (Croazia) – e uno è di rito siro malabarese, della diocesi di Thamarassery (India): Sony George Kappalumackal.

Tutti i nuovi sacerdoti hanno meno di 40 anni. il più giovane è Filippo Zughetti, romano del Redemptoris Mater, 28 anni il prossimo 2 giugno. Hanno concelebrato il rito il cardinale vicario Agostino Vallini, il vicegerente Filippo Iannone, i cinque vescovi ausiliari di Roma, i superiori dei seminari interessati e i parroci delle parrocchie di provenienza dei nuovi preti.







 Omelia 

Fratelli carissimi,

questi nostri figli sono stati chiamati all’ordine del presbiterato. Ci farà bene riflettere un po’ a quale ministero saranno elevati nella Chiesa. Come voi ben sapete il Signore Gesù è il solo Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento, ma in Lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato costituito popolo sacerdotale. Tutti noi! Nondimeno, tra tutti i suoi discepoli, il Signore Gesù vuole sceglierne alcuni in particolare, perché esercitando pubblicamente nella Chiesa in suo nome l’officio sacerdotale a favore di tutti gli uomini, continuassero la sua personale missione di maestro, sacerdote e pastore.

Come, infatti, per questo Egli era stato inviato dal Padre, così Egli inviò a sua volta nel mondo prima gli Apostoli e poi i Vescovi e i loro successori, ai quali infine furono dati come collaboratori i presbiteri, che, ad essi uniti nel ministero sacerdotale, sono chiamati al servizio del Popolo di Dio.

Loro hanno riflettuto su questa loro vocazione, e adesso vengono per ricevere l’ordine dei presbiteri. E il vescovo rischia – rischia! – e sceglie loro, come il Padre ha rischiato per ognuno di noi.

Essi saranno infatti configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, ossia saranno consacrati come veri sacerdoti del Nuovo Testamento, e a questo titolo, che li unisce nel sacerdozio al loro Vescovo, saranno predicatori del Vangelo, Pastori del Popolo di Dio, e presiederanno le azioni di culto, specialmente nella celebrazione del sacrificio del Signore.

Quanto a voi, che state per essere promossi all’ordine del presbiterato, considerate che esercitando il ministero della Sacra Dottrina sarete partecipi della missione di Cristo, unico Maestro. Dispensate a tutti quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia. Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato.

E questo sia il nutrimento del Popolo di Dio; che le vostre omelie non siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro è quello che voi avete nel cuore. Così si dà la Parola di Dio e così la vostra dottrina sarà gioia e sostegno ai fedeli di Cristo; il profumo della vostra vita sarà la testimonianza, perché l’esempio edifica, ma le parole senza esempio sono parole vuote, sono idee e non arrivano mai al cuore e addirittura fanno male: non fanno bene!
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Guarda il video dell'omelia


Guarda il video integrale


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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo, questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre, si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per tutti! E per questo è il buon pastore!

Cristo è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita.

Nella figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio, la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da soli! 
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Ma contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa – sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. A questo stile di vita pastorale, di buon pastore, sono chiamati anche i nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, che ho avuto la gioia di ordinare questa mattina nella Basilica di San Pietro.

E due di loro si affacceranno per ringraziarvi per le vostre preghiere e per salutarvi… [due sacerdoti neo-ordinati si affacciano accanto al Santo Padre]

Maria Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la paziente e mite guida pastorale.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,
desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da un forte terremoto in Nepal e nei Paesi confinanti. Prego per le vittime, per i feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità. Abbiano il sostegno della solidarietà fraterna. E preghiamo la Madonna perché sia loro vicino. “Ave Maria…”.


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Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da vari Paesi, in particolare quelli venuti numerosi dalla Polonia in occasione del primo anniversario della canonizzazione di Giovanni Paolo II. Carissimi, risuoni sempre nei vostri cuori il suo richiamo:
“Aprite le porte a Cristo!”, che diceva con quella voce forte e santa che lui aveva. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e la Madonna vi protegga.
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A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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