sabato 22 agosto 2026

L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)