mercoledì 12 agosto 2026

Impariamo ad ascoltare il silenzio di Gennaro Matino

Impariamo ad ascoltare il silenzio
di Gennaro Matino


Entra nella tua camera, chiudi la porta”. Da duemila anni questa frase attraversa la storia quasi senza fare rumore. Oggi, invece, suona come una provocazione insopportabile. Chiudere la porta. Restare soli. Spegnere il telefono.

Rinunciare, anche solo per qualche minuto, all’ultima notifica, all’ultimo aggiornamento, all’ultimo rumore. Per molti non è più un gesto di libertà. È diventato una forma sottile di paura. Ci siamo raccontati che il nostro problema fosse la fretta. Non è vero. La fretta è soltanto il sintomo. La malattia è un’altra: abbiamo paura dell’incontro più difficile di tutti, quello con noi stessi. Per questo continuiamo a riempire ogni spazio. Se la televisione tace, accendiamo un podcast. Se finisce una conversazione, scorriamo uno schermo. Se una sala d’attesa ci regala cinque minuti di vuoto, li trasformiamo immediatamente in un’occasione per controllare qualcosa. Qualunque cosa. Purché il silenzio non abbia il tempo di raggiungerci. L’estate rende tutto più evidente. Le città rallentano. Le agende si svuotano. Le sere si allungano. La luce indugia sulle facciate delle case come se volesse convincerci che esiste ancora un altro modo di abitare il tempo. Eppure riusciamo a trasformare perfino le vacanze in una corsa.

Collezioniamo luoghi invece di visitarli. Fotografiamo tramonti senza guardarli. Organizziamo il riposo con la stessa ansia con cui organizziamo il lavoro. Non è la velocità a consumarci. È l’incapacità di restare. Perché fermarsi significa ascoltare domande che abbiamo imparato a rimandare. Chi sto diventando? Qual è il prezzo delle mie giornate? Che cosa resta di me quando nessuno mi guarda? Esiste ancora qualcosa che amo senza doverlo mostrare? Sono interrogativi discreti. Non bussano con violenza. Aspettano sulla soglia della coscienza. Ma proprio per questo fanno paura. Perché non chiedono risposte brillanti.

Chiedono verità. Viviamo in un tempo paradossale.

Abbiamo costruito case sempre più accoglienti e siamo diventati ospiti della nostra stessa vita. Entriamo e usciamo dalle giornate come turisti frettolosi. Attraversiamo relazioni, città, perfino il dolore, con l’ossessione di arrivare sempre al passaggio successivo. Confondiamo il movimento con la vita e l’occupazione con il senso.

Così finiamo per conoscere il mondo intero e restare stranieri a noi stessi. Forse è questa la povertà più nascosta del nostro tempo. Non ci manca il tempo. Ci manca il coraggio di consegnargli il nostro volto.

Abbiamo imparato a gestire ogni cosa, tranne la nostra interiorità. Sappiamo orientarci ovunque grazie a un navigatore, ma fatichiamo a ritrovare la strada che conduce dentro di noi. Conosciamo in tempo reale ciò che accade dall’altra parte del pianeta e ignoriamo le fratture che lentamente si aprono nel nostro cuore.

Eppure tutta la vita cresce così. Un’amicizia diventa fiducia perché qualcuno ha saputo restare. Un amore diventa casa perché qualcuno ha scelto di non fuggire davanti alle inevitabili ferite. Un figlio impara la sicurezza non dalle parole che ascolta, ma dalla presenza che incontra. Persino gli alberi insegnano che l’altezza è soltanto la parte visibile di una lunga fedeltà nascosta sotto terra. Per questo il silenzio non è una fuga dal mondo. È il luogo nel quale impariamo finalmente ad abitarlo. Chi non sa sostare davanti a sé difficilmente saprà sostare davanti a un altro. E chi non riesce più a rimanere in compagnia della propria coscienza finirà, prima o poi, per avere paura anche della libertà.
Forse agosto ci offre proprio questa possibilità. Non quella di interrompere la vita, ma di rientrarvi. Una passeggiata senza destinazione. Una cena che dimentica l’orologio. Un libro che non abbia fretta di finire. Il volto di un bambino osservato senza distrazioni. Non sono esercizi di lentezza. Sono gesti di riconciliazione. Continueremo questo cammino anche nelle prossime settimane, perché il futuro non sarà deciso soltanto dalle grandi scelte della politica, dell’economia o della tecnologia. 
Sarà deciso anche dalla qualità del silenzio che sapremo custodire. 
Forse il contrario della fretta non è la lentezza. 
È sentirsi finalmente a casa nella propria vita.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – del 9 agosto 2026)