martedì 28 luglio 2026

Il Cardinale Matteo Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte. La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure” - "Non macchiamo la solidarietà"


Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte.
La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure”. 

Il presidente Cei riflette su guerre e fine vita, ma anche sui fatti di cronaca come il caso Roggiero e la morte di Fakir 


Dalla morte di Abderrahim Fakir a Bologna al caso del gioielliere Mario Roggero, dal dibattito sul suicidio assistito fino alla guerra in Ucraina. Il cardinale Matteo Maria Zuppi affronta i temi che hanno segnato il confronto pubblico delle ultime settimane seguendo un unico filo conduttore: la difesa della dignità di ogni persona, il rifiuto della logica della contrapposizione e la necessità di costruire una società nella quale la giustizia non sia mai separata dall’umanità.

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, appena rientrato dalla missione di pace in Ucraina affidatagli da Papa Leone XIV per conto della Santa Sede, richiama alla responsabilità delle parole e dei gesti, perché anche il linguaggio può alimentare conflitti oppure aprire spazi di riconciliazione.

Bisogna disarmare le parole e i cuori. Le parole possono costruire ponti oppure possono diventare pietre che feriscono e dividono. Quando una persona soffre, quando una vita è segnata dalla fragilità o dalla violenza, non possiamo mai dimenticare che davanti a noi c’è un volto, una storia, una persona. Le vittime non sono numeri, non sono categorie, non sono nemici: sono uomini e donne con una dignità che deve essere sempre riconosciuta e rispettata”.

Sul caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari, Zuppi invita a non trasformare una tragedia in un nuovo terreno di scontro politico o sociale.

“Di fronte a una vicenda drammatica bisogna anzitutto avere rispetto per il dolore e per tutte le persone coinvolte. Mai bisogna giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. La ricerca della verità è necessaria, ma deve avvenire attraverso gli strumenti della giustizia, attraverso l’accertamento dei fatti e non attraverso giudizi sommari o condanne anticipate. La giustizia non nasce dalla rabbia, ma dalla verità”.

“Chiedere giustizia non significa chiedere una condanna già scritta – aggiunge il cardinale -. La presunzione di innocenza vale per tutti, perché è un principio fondamentale del nostro ordinamento. Servono accertamenti seri, trasparenti, e un giudizio equo sulle eventuali responsabilità. Solo così si tutela davvero la dignità delle persone e anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.

Il presidente della Cei collega la vicenda anche alla grande emergenza della salute mentale, un tema spesso nascosto ma sempre più presente nella società.

“Il disagio delle relazioni è evidente e cresce. Tante situazioni difficili esplodono perché mancano strumenti, accompagnamento, possibilità di cura. Dobbiamo chiederci quanti drammi potrebbero essere evitati se ci fossero più attenzione, più prevenzione, più servizi e più persone preparate ad accompagnare chi vive momenti di sofferenza profonda. La fragilità non può essere lasciata sola”.

Sul tema della sicurezza, Zuppi ribadisce la vicinanza alle forze dell’ordine, ma sottolinea che proprio la loro autorevolezza passa attraverso la verifica rigorosa delle responsabilità.

“La solidarietà verso le forze di polizia è piena, perché svolgono un compito difficile e indispensabile per la comunità. Ma proprio per questo è importante che i fatti vengano sempre accertati e che eventuali errori o responsabilità siano valutati con equilibrio. La sicurezza non si costruisce contrapponendo cittadini e istituzioni, ma rafforzando la fiducia reciproca”.

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per omicidio volontario e al centro della richiesta di grazia avanzata da alcuni esponenti politici, porta il cardinale a riflettere sul rapporto tra giustizia, consenso e pressione mediatica.

“Lo Stato di diritto è più solido delle emozioni del momento e delle turbolenze mediatiche. La giustizia ha i suoi percorsi e deve essere rispettata. La grazia è un istituto previsto dal nostro ordinamento: c’è il diritto di chiederla, ma non può diventare uno strumento di contrapposizione politica o una risposta alla pressione dell’opinione pubblica”.

Il tema centrale dell’intervista resta però quello della vita e della sua difesa in ogni fase e condizione. “La vita va difesa sempre, tutta, dall’inizio alla fine e in qualunque condizione, perché ogni vita ha un valore che non dipende dalla salute, dall’autonomia, dalla produttività o dalle capacità di una persona. Quando qualcuno è fragile, malato, anziano o sofferente, la risposta di una società veramente umana deve essere la vicinanza, la cura, l’accompagnamento”.

Sul suicidio assistito e sul fine vita, il cardinale ribadisce la necessità di una risposta fondata sulla cura e non sull’abbandono.

La risposta alla sofferenza non può essere offrire la morte. La sofferenza chiede vicinanza, ascolto, cure, presenza. Dobbiamo investire nelle cure palliative e nell’accompagnamento delle persone e delle famiglie, perché nessuno deve sentirsi un peso o pensare di non avere più valore. La vita non si difende mai con la morte: si difende prendendosi cura delle persone”.

Una prospettiva che Zuppi collega alla “magnifica humanitas”, cioè alla capacità di riconoscere in ogni essere umano un valore irriducibile.

“La dignità non ha passaporto, non ha condizione sociale, non dipende dal fatto che una persona sia forte o debole, italiana o straniera, sana o malata. Ogni persona porta con sé qualcosa di unico e irripetibile. È questo lo sguardo che dobbiamo recuperare se vogliamo costruire una società più giusta e più fraterna”.

Il cardinale respinge anche l’idea che la Chiesa intervenga impropriamente nel dibattito pubblico.

La Chiesa parla come esperta di umanità. Non vuole sostituirsi alla politica né indicare soluzioni tecniche, ma sente il dovere di offrire una parola quando sono in gioco la dignità della persona, il bene comune e la convivenza sociale. La difesa della vita, della pace e della fraternità riguarda tutti”.

Infine Zuppi torna sulla missione di pace in Ucraina e sull’impegno diplomatico della Santa Sede, soprattutto sul piano umanitario.

“Anche nei conflitti più difficili bisogna lasciare aperti gli spazi del dialogo. Ogni nome, ogni persona coinvolta nella guerra, contiene un’infinita sofferenza. Dietro ogni prigioniero, ogni disperso, ogni famiglia divisa c’è una storia concreta. Il lavoro umanitario e diplomatico nasce proprio dalla convinzione che nessuno debba essere dimenticato”.

Il messaggio complessivo del cardinale è un invito a uscire dalla logica dello scontro permanente: dalle guerre tra Stati alle divisioni dentro le società. “Disarmare le parole e i cuori” diventa così la condizione necessaria per costruire una pace autentica, perché, ricorda Zuppi, la pace non nasce dalla vittoria di qualcuno sugli altri, ma dalla capacità di riconoscere la comune umanità.
(Fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/07/2026)

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Zuppi condanna le violenze in piazza:
"Non macchiamo la solidarietà"

Il cardinale sugli episodi dell’ultima settimana: "Per la verità e la giustizia dobbiamo credere nelle istituzioni"

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna

"La violenza di una minoranza assoluta rispetto ai partecipanti pacifici non può macchiare le intenzioni solidali". Dalle colonne del quotidiano Avvenire il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, vuole dare un contributo per spegnere il clima di odio e di accuse che si è accesso dopo la tragica morte di Abderrahim Fakir. "Purtroppo tutto viene interpretato con la chiave di violenza. Faccio questa considerazione cosciente che l’agonismo della politica può ridurla nel pro o contro, in convenienze o opportunismi. La Chiesa ne è libera: cerca di difendere solo l’umanità e il bene comune che è sempre di tutti e per tutti". Oltre a difendere il presidio voluto dal sindaco Matteo Lepore stigmatizzando il comportamento dei violenti che hanno provocato gli scontri con le forze dell’ordine, il porporato invita tutti a seguire la portata avanti dai parenti della vittima e ad attendere le conclusioni di chi deve accertare cosa è effettivamente accaduto.

"Ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi che ha detto che non sarà un nuovo caso Cucchi. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta ’fai da te’. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. È un processo che richiede tempo e studio". Questa tragedia ha riaperto un vecchio male che ha attraversato tutte le epoche. Si ragiona per partito preso, per cui la realtà la si osserva e la si giudica in base ai propri pregiudizi rinunciando a guardarla con obiettività.

"Vedere i parenti di Fakir e ascoltare la nipote ci ha reso consapevoli che la vittima non è ’un caso’, un numero, un nemico, ma una persona e citando Papa Leone noi non possiamo volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana. Il Santo Padre è molto concreto quando dice che a livello politico bisogna passare dalla ’cultura della potenza’ alla ’cultura del negoziato’, altrimenti poi la paura e le parole riempiono le tasche di coltelli. Sicurezza e dialogo, fermezza e umanità, pena e rieducazione non sono mai alternativi o disgiunti, ma complementari".

Ieri la Chiesa ha celebrato la sesta giornata dei nonni e degli anziani. Per l’occasione Zuppi si è recato nella casa di riposo gestita dalla fondazione Sant’Anna e Santa Caterina. Per il cardinale le residenze per anziani sono luoghi dove si impara la vita vera ed è per questo che ha voluto ribadire come esista un legittimo diritto a non soffrire, mentre il diritto di morire è un inganno. "C’è ancora tanto da fare – ha concluso l’arcivescovo – per consentire a tutti di accedere alle cure palliative. Anche in Emilia-Romagna, che ha un sistema sanitario di ottimo livello, il 40% di queste cure non è garantito. È il dolore che umilia, che fa soffrire e che togliere la voglia di vivere, e questo non è accettabile. Togliere il dolore deve essere la priorità anche perché nella cura è compresa pure la relazione con chi ti sta vicino. Combattere la sofferenza è l’unica strada". Pur con il suo stile ’politically correct’ le parole di Zuppi non lasciano dubbi sul fatto che, a suo giudizio, la legge sul fine vita recentemente approvata dalla Regione sia la risposta sbagliata a chi si trova in una condizione estenuante di "non guaribilità" e non vuole più soffrire.
(Fonte: Il Resto del Carlino, articolo di Massimo Selleri 27/07/2026)

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