L’Europa brucia nella morsa del caldo e degli incendi.
Sarà questa la nuova normalità?
Benvenuti nell’era del fuoco
Mentre in Europa fa sentire i suoi effetti quella che viene definita la “quarta ondata” di caldo, la durata e l’intensità di questi fenomeni già collocano l’estate 2026 abbondantemente sopra la media degli anni passati. In molti non ricordano praticamente alcuna interruzione nella morsa di caldo record che da diverse settimane attanaglia non solo l’Europa Mediterranea, ma anche Paesi meno abituati alle temperature estreme. E l’allarme, inevitabilmente, è sulla prospettiva di un futuro prossimo in cui questa sarà la “nuova normalità” causata dal cambiamento climatico.
Almeno 2.700 persone — secondo uno studio elaborato dall’Imperial College di Londra, dal Met Office e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine — potrebbero essere morte in Inghilterra e Galles a causa del caldo record che ha colpito il Regno Unito tra maggio e giugno. Il Comitato britannico per i cambiamenti climatici, l’organismo responsabile della consulenza al governo in materia, ha avvertito che il Regno Unito «non è pronto» ad affrontare le conseguenze del caldo estremo. In un rapporto pubblicato a maggio stimava che entro il 2050 il 92% delle abitazioni britanniche sarebbe risultato troppo caldo, in quanto sprovviste di impianti di condizionamento così come gli ospedali e le scuole. Anche in Germania, dove l’Istituto Robert Koch ha segnalato oltre 5.000 morti in più per il caldo record di fine giugno, c’è un acceso dibattito sull’installazione dei climatizzatori.
A preoccupare gran parte d’Europa, inoltre, sono gli incendi che secondo gli esperti potrebbero interessare alcune aree del continente anche fino a novembre. Francia, Spagna e Italia sono tra i Paesi più colpiti. Solo nella regione sud-occidentale francese della Gironda i roghi boschivi hanno devastato oltre 42.000 ettari di terreni, un’area equivalente a 56.000 campi da calcio. In Spagna il ministero dell’Interno ha convocato per oggi una riunione d’emergenza con le regioni per coordinare gli interventi, mentre il vasto incendio divampato nei giorni scorsi a Burgohondo, nella provincia di Ávila, è ormai sotto controllo ma ha bruciato circa 50.000 diventando il più esteso mai registrato nel Paese. Centinaia di migliaia sono gli sfollati. In Italia gli incendi stanno martoriando il Gargano, mentre resta complessa l’emergenza che da giorni interessa il versante montano sopra Marina di Maratea; vasti roghi interessano anche il Crotonese e il Molise. Ma gli incendi stanno devastando anche il Regno Unito dove il principe Wiliam, erede al trono britannico e nello storico impegno di suo padre Re Carlo III in difesa dell’ambiente, ha definito lo scenario in Europa «un severo monito rispetto alle sfide poste da un clima sempre più estremo».
Gli incendi sono dovuti a una serie di cause, ma è ormai impossibile negare che ci sia una relazione tra la bolla di calore estremo e il cambiamento climatico. Le ultime proiezioni elaborate dai principali centri di calcolo internazionali, indicano come il fenomeno di El Niño stia affrontando una fase di accelerazione e intensificazione eccezionale. Gli esperti ipotizzano la formazione di un vero e proprio “Super El Niño” per la stagione invernale 2026/2027, con anomalie termiche superficiali pronte a superare le soglie critiche misurate soltanto durante i grandi eventi del passato. Il problema è legato al fatto che El Niño quest’anno arriverà su un pianeta già troppo caldo.
A risentire di questo sono anche i nostri mari: secondo l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace, diffuso ieri, a fine giugno le temperature superficiali del Mediterraneo al largo della Francia meridionale e dell’Italia occidentale erano più alte di circa 6 °C rispetto alla media di lungo periodo. E il calore che si accumula in estate sulla superficie del mare viene trasferito anche sott’acqua, facendo registrare temperature fino a 25°C anche a 30-40 metri di profondità. A completare il quadro la siccità prolungata, che fa soffrire i fiumi e i laghi. In Italia, secondo un rapporto di Legambiente, il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua tra fine giugno e i primi giorni di luglio, mentre il Lago Trasimeno ha perso quasi due metri rispetto allo zero idrometrico comportando una drastica limitazione della navigazione dei traghetti.
L’emergenza in Europa attesta delle difficoltà ormai croniche a livello globale, anch’esse imputabili al cambiamento climatico. Uno scenario di crisi ambientale causato dalle attività umane che, in Europa e nel mondo, richiama i governi all’azione e ad un’inversione di rotta. Troppo spesso, invece, gli Stati e le grandi aziende oltre a non pensare alla tutela dell’ambiente in “casa propria” portano avanti attività che rischiano di alimentare l’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo e il cambiamento climatico a livello globale. Viene così disattesa la storica pronuncia che proprio un anno fa, il 23 luglio 2025, ha emesso la Corte internazionale di giustizia riconoscendo che la «violazione degli obblighi climatici da parte di uno Stato» costituisce «un atto illecito a livello internazionale che impegna la sua responsabilità». Un parere non vincolante — arrivato dopo una richiesta presentata a L’Aja da migliaia di organizzazioni e pensata, ancor prima, dagli studenti di legge dell’università dello Stato insulare minacciato dall’innalzamento dei mari di Vanuatu — che stabilisce un nesso diretto tra cambiamenti climatici e danni all’effettivo godimento di diritti umani, «come il diritto alla salute e ad un adeguato tenore di vita». Si tratta di una questione non più rinviabile: «La pace — ha recentemente ammonito Papa Leone XIV in un video messaggio a una conferenza sul clima in Austria — è minacciata da una mancanza di rispetto per il Creato, dal saccheggio di risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita a causa del cambiamento climatico».
(fonte. L'Osservatore Romano, articolo di Valerio Palombaro 29/07/2026)