venerdì 12 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA - «Cari migranti, la dignità umana non ha passaporto. Mi inginocchio davanti a voi» - "Aggrappati alla Croce per navigare il mare turbolento di questo secolo"

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Giovedì, 11 giugno 2026

BARCELLONA – LAS PALMAS DE GRAN CANARIA
08:30 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale “Josep Tarradellas” Barcellona/El Prat per Las Palmas de Gran Canaria
10:50 Arrivo alla base aerea di Gran Canaria/Gando
11:40 INCONTRO CON LE REALTÀ DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI nel porto di Arguineguín
13:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI nella Cattedrale di Sant’Anna 

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Alle ore 7.30 di mattina, il Santo Padre Leone XIV si è congedato dalla Casa Arcivescovile di Barcellona e si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale Josep Tarradellas Barcelona-El Prat, da dove alle ore 8.45 - a bordo di un A320 Iberia – è partito alla volta di Las Palmas de Gran Canaria.

L’aereo con a bordo il Papa è atterrato alle ore 10.38 locali (11.38 ora di Roma) alla base aerea di Gran Canaria-Gando di Las Palmas de Gran Canaria.

Al Suo arrivo Leone XIV è accolto dal Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sánchez Pérez-Castejón, e da alcune Autorità locali. É seguito un breve incontro nella Sala VIP. Quindi il Santo Padre si è trasferito al Porto di Arguingeguín per l’Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti

Alle ore 11.50 (12.50 ora di Roma), il Santo Padre Leone XIV ha incontrato le realtà di accoglienza per i migranti presso il Porto di Arguineguín.

Al Suo arrivo, Leone XIV è stato accolto dal Vescovo di Islas Canarias, S.E. Mons. José Mazuelos Pérez, dal Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sánchez Pérez-Castejón, dall’Amministratore delegato di Puertos Canarios (Governo delle Isole Canarie), José Gilberto Moreno García, dal Sindaco di Mogán, Onalia Bueno García, dal Vicario episcopale del Vicariato del Sud, don Antonio Juan López González, dal Vicario della Pastorale sociale e dello sviluppo umano, don José Ramón González Santana, dal Direttore della Caritas diocesana delle Canarie, don Gonzalo Marrero Rodríguez, e dal Delegato per la pastorale dei migranti, don Víctor Domínguez González.

Dopo un canto, le parole di benvenuto del Vescovo di Islas Canarias, sono seguite le testimonianze di un soccorritore marittimo, Tito Villarmea, di una volontaria della Caritas, María Reyes Alemán Cruz, di una vittima di tratta di esseri umani e di un’imprenditrice latino-americana, María Fernanda López Meza.

Quindi, dopo la consegna di un dono, il Papa ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine, prima di recarsi presso l’edicola della Vergine del Carmelo per la benedizione di una croce realizzata con il legno di un’imbarcazione di migranti, il Papa ha offerto un omaggio floreale in memoria delle vittime delle migrazioni via mare.

Dopo aver salutato alcuni volontari e migranti, il Santo Padre si è trasferito in auto e successivamente in papamobile alla Cattedrale di Sant’Anna per l’Incontro con Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e gli Operatori pastorali.

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INCONTRO CON LE REALTÀ DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

Porto di Arguineguín (Las Palmas de Gran Canaria)

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Leone XIV: «Cari migranti, la dignità umana non ha passaporto. Mi inginocchio davanti a voi»

Nel suo discorso sul “molo della vergogna” di Las Palmas de Gran Canaria, il Pontefice lancia un appello all’Europa, alla comunità internazionale e alla Chiesa: basta indifferenza davanti ai migranti, alle vittime della tratta e ai morti in mare. Chiede vie legali e sicure, protezione per i più vulnerabili e politiche che restituiscano dignità a chi fugge da guerra, fame e sfruttamento.


Papa Leone XIV benedice uno dei migranti, con il quale ha fatto un'offerta floreale ai migranti dispersi in mare, sul molo del porto di Arguineguin a Gran Canaria, Spagna, l'11 giugno 2026. REUTERS/Yara Nardi
REUTERS

Mostra l’anello del pescatore che porta al dito, papa Leone. E, sul “molo della vergogna”, ricorda che quel mandato, “sarai pescatore di uomini”, detto a Pietro e ai suoi successori, qui «assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte».

E realistico e durissimo il discorso di Leone XIV. Chiama alla responsabilità la politica, la Chiesa, i credenti e i non credenti. L’Europa.


Chiede il riconoscimento della dignità di quanti giungono privi di tutto. «Qui», sottolinea, «il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare».

Un mare che, come nei racconti biblici, è popolato di mostri. Il Leviatano, forza che divora, Rahab, che evoca la superbia dei potenti, sono oggi «le mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio».

Eppure noi crediamo in un Dio che domina il caos, che «pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte». Ricorda il popolo d’Israele che attraversa il Mar Rosso per dire che «lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque».

Il Papa stringe la mano a Tito Villarmea , comandante del Guardiamarina Urania che salva vite umane, durante l'incontro con migranti e volontari al Porto di Arguineguin (REUTERS)

Ha ascoltato le testimonianze di Tito, che salva vite in mare, di Maria, volontaria Caritas, di Blessing, che è sfuggita alla tratta. La ragazza che le presta la voce, perché per motivi di sicurezza non può essere presente, si commuove quando legge delle violenze subite, e del rapimento di suo figlio piccolo per costringerla a prostituirsi. A lei il Papa dice: «Cara Blessing, anche se oggi non sei qui, la tua voce c’è. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore». Nelle sue parole Leone chiede di ascoltare «il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada».

Vuole che il messaggio raggiunga tutte le donne vittime di sfruttamento. «Se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore».


Il Papa, in un clima ricco di emozione e lacrime, pronuncia parole chiare e, prima di proseguire, dice: «Cari migranti voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte».

E chiede un esame di coscienza per le nazioni d’origine, che devono creare «condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali». Ma poi anche «per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante». Un appello accolto da un caloroso applauso.

E ancora per la Chiesa che «deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno».

Dall’isola il Papa lancia un invito, accolto anche questo da un applauso dei presenti: «Vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?».

Chiede «vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera».

Ricorda che, alla fine dei tempi, saremo giudicati sull’amore e chiede a Nostra Signora del Carmelo di accompagnare «coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.

E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 11/06/2026)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45). Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.

Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.

Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.

Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cfr Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!» (Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.

Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite. A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse. La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite.

Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27). Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada.

Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.

Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.

Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.

Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cfr Lc 10,31-32).

Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?

La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.

Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.

E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.

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INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI,
I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI

Cattedrale di Sant’Anna (Las Palmas de Gran Canaria)
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Leone XIV: aggrappati alla Croce per navigare il mare turbolento di questo secolo

Nella cattedrale di Sant’Anna, a Las Palmas, terza tappa del suo viaggio apostolico in Spagna, il Papa incontra i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali delle Isole Canarie. Dal Pontefice l’incoraggiamento ad aiutare “fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita”


Da un’isola remota sulla soglia dell’oceano Atlantico, a Las Palmas de Gran Canaria, Leone XIV parla di come costruire una Chiesa solida, capace di attraversare il “mare di questo secolo”. Il Papa, al suo penultimo giorno di viaggio apostolico in Spagna, incontra nella cattedrale di Sant’Anna, nel primo pomeriggio di oggi 11 giugno, i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali delle Isole Canarie.

Per costruire - spiega il Pontefice nel suo discorso in lingua spagnola in questo tempio, mescolanza di stili architettonici, tardo gotico all’interno e neoclassicismo all’esterno - serve intanto una pietra angolare, Cristo. Su di essa devono poggiare due disposizioni spirituali essenziali per la Chiesa del nostro tempo, "che dobbiamo tenere presenti per essere 'saggi architetti' nella costruzione della civiltà dell’amore": la Croce e la "spiritualià eucaristica".

La facciata della cattedrale di Sant'Anna a Las Palmas de Gran Canaria. (@Vatican Media)

Tanti fedeli, come a Madrid e Barcellona, sfidano il sole armati di ombrelli e cappellini, per accogliere e salutare il Pellegrino in Terra Iberica, cantando a gran voce "El Papa se siente, el Papa está presente!". Per poterli salutare tutti, disposti ai bordi delle strade, Leone XIV copre la distanza dal Porto di Arguineguín alla cattedrale cinquecentesca, in papamobile. Entrato in chiesa, fatta edificare da Isabella I di Castiglia e Ferdinando II di Aragona, si dirige verso la cappella del Santissimo Sacramento, per inginocchiarsi e pregare qualche istante.

L'arrivo di Leone XIV in papamobile alla cattedrale di Sant'Anna. (@Vatican Media)

Abbracciare la Croce per attraversare la storia

“I Canari nativi o d’adozione”, argomenta il Vescovo di Roma ispirato dalla Lettera di San Paolo agli Efesini, appena proclamata, sono abituati ad essere circondati dalla “maestosa presenza del mare” che imprime in loro “una sana nostalgia di immensità”. Ma anche “un cuore sensibile disposto a salutare con una lacrima chi se ne va e ad accogliere a braccia aperte chi arriva”. Cristo, come afferma Sant’Agostino nel suo Commento al Vangelo di Giovanni, citato da Leone XIV, “ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare”.

Questo è il primo atteggiamento che ci guida per navigare nelle acque della vita e raggiungere la meta, la patria celeste: abbracciare la croce di Cristo. […] I santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura.

Il Papa cita l’esempio del venerabile Antonio Vicente González, un sacerdote diocesano, vissuto nella prima metà del XIX secolo: un modello di carità e di dedizione verso il prossimo, fino al sacrificio della vita, come Cristo. Durante un'epidemia di colera scoppiata nel 1851 rimase, mentre molti abbandonavano la città, “il buon pastore canario”, come viene chiamato, rimase accanto ai malati. Organizzò opere di assistenza, trasformò strutture parrocchiali in luoghi di cura e si dedicò personalmente agli infermi, finché contrasse la malattia e morì molto giovane, a 34 anni, mentre assisteva i contagiati. Un autentico testimone del Vangelo “in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni”, da cui la Chiesa locale si lascia ispirare ancora oggi.

La prima “linea guida”, dunque, è abbracciare la croce di Cristo; e voi, ad esempio, lo fate quotidianamente come cirenei, accompagnando tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita e aiutandoli a portare i loro pesi. Vi ringrazio per questo generoso lavoro di carità e misericordia.

Le volte della cattedrale di Sant'Anna. (@Vatican Media)

Accoglienza e solidarietà per essere eucaristia

È necessario poi “coltivare una spiritualità eucaristica”, che, come sottolinea l’enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, significa innanzitutto” approfondire “una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore”. Una Chiesa unita era proprio il desiderio di Gesù, sottolinea il Successore di Pietro: un segno da comunicare, “affinché il mondo creda”.

Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana (…). Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore, amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili.

Al termine del suo discorso, prima di affidare la Chiesa locale alla Beata Vergina Maria Stella maris, il Papa incoraggia la diocesi di Islas Canarias “ad andare avanti saldamente radicati” in Cristo, “per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia”.
(fonte: Vatican News, articolo di Daniele Piccini 11/06/2026)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi,
religiosi e religiose,
seminaristi,
fratelli e sorelle tutti in Cristo Gesù!

È per me una grande gioia poter condividere questo incontro con voi. Grazie per la calorosa accoglienza, per la vostra affabile presenza e per le vostre testimonianze, che sono il riflesso di una Chiesa viva, nel cui cuore trovano eco «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes 1).

Vengo in queste isole come Padre e fratello nella fede: «Con voi sono cristiano e per voi vescovo» (cfr Prima Benedizione “Urbi et Orbi”, 8 maggio 2025). Ciascuno di noi ha ricevuto diversi doni e ministeri per l’edificazione del corpo di Cristo, come abbiamo ascoltato nella lettura dalla Lettera agli Efesini. E questa è la chiamata del Signore che oggi risuona nuovamente nei nostri cuori e conferma la nostra vocazione e missione: costruire insieme la Chiesa fondati su Cristo, la «pietra angolare» (cfr 1Pt 2,6-8), edificare nel bene, armonizzare le nostre differenze e lavorare uniti a favore di tutti (cfr Magnifica humanitas, 11-14).

Vorrei che riflettessimo insieme su due atteggiamenti della nostra vita cristiana che dobbiamo tenere presenti per essere “saggi architetti” nella costruzione della civiltà dell’amore (cfr ibid., 236).

Voi, Canari nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare. Si dice che negli occhi di un isolano quell’immagine – che ha il sapore della patria e della casa – rimanga impressa nelle pupille in modo perenne, e che se ne senta molto la mancanza quando si è lontani, nell’entroterra. Questo sentimento corrisponde a una sana nostalgia di immensità, di cielo e di mare aperti, che si estendono all’orizzonte senza limiti né confini, e a un cuore sensibile disposto a salutare con una lacrima chi se ne va e ad accogliere a braccia aperte chi arriva. In questo senso, il mare a volte può essere anche sinonimo di distanza e di separazione, di sfida e di cammino da percorrere.

A questo proposito, sant’Agostino ci dice: «È come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi. Così è di noi, che vogliamo giungere a quella stabilità dove ciò che è è […], tuttavia c'è di mezzo il mare di questo secolo. […] affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo» (Commento al Vangelo di San Giovanni 2,2). Questo è il primo atteggiamento che ci guida per navigare nelle acque della vita e raggiungere la meta, la patria celeste: abbracciare la croce di Cristo.

Cari fratelli e sorelle, i santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura (cfr Mt 8,23-27). Ne è esempio, in queste terre benedette, tra tanti altri, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano, noto anche come “il buon pastore canario”. La sua vita, trasfigurata dalla grazia divina, ci stimola a portare la croce di Cristo e a seguirlo (cfr Mt 16,24), essendo testimoni fedeli del Vangelo in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni, per giungere così alla meta promessa (cfr Gv 12,32).

La prima “linea guida”, dunque, è abbracciare la croce di Cristo; e voi, ad esempio, lo fate quotidianamente come cirenei, accompagnando tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita e aiutandoli a portare i loro pesi. Vi ringrazio per questo generoso lavoro di carità e misericordia.

Vorrei inoltre sottolineare un altro atteggiamento: coltivare una spiritualità eucaristica. Ciò si ricollega all’antica tradizione che si conserva in questa bella cattedrale: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento che si compie il giorno dell’Ascensione, come segno dei beni spirituali e celesti che il Signore riversa salendo al cielo. Quel gesto di devozione, da parte di tante generazioni nel corso del tempo, possiede un significato profondo: meta del nostro cammino è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana verso il quale si piegano le nostre ginocchia in adorazione, attorno al quale ci riuniamo formando un unico corpo e insieme al quale ci offriamo come «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1).

Ce lo dice il Concilio: i fedeli, «partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti […] mostrano concretamente l’unità del popolo di Dio» (Lumen gentium, 11). Pertanto, coltivare una spiritualità eucaristica significa approfondire «una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Magnifica humanitas, 234). Facciamo della nostra vita una risposta al desiderio di Gesù: «Perché tutti siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21).

Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché «l’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 14). Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore (cfr 1Gv 4,19), amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili: «Perché perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Cara Chiesa in cammino nelle Canarie, seguendo le orme di santità di tanti uomini e donne che vi hanno preceduto, che hanno offerto la loro vita in comunione col sacrificio di Cristo sulla croce, vi incoraggio ad andare avanti saldamente radicati in Lui, per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia. Quando incontrerete difficoltà, alzate lo sguardo e chiedete allo Spirito Santo la grazia di vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità, virtù che «sono come tre stelle che brillano nel cielo della nostra vita spirituale per guidarci verso Dio» (S. Giovanni Paolo II, Catechesi, 22 novembre 2000).

Che la Beata Vergine Maria, Stella maris, ci guidi nel nostro viaggio, ci aiuti a “prendere il largo” (cfr Lc 5,1-11) e così giungiamo al porto sicuro dell’incontro definitivo col suo Figlio Gesù Cristo. Grazie!

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Vedi anche il post precedente:
VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA 6-12 GIUGNO 2026 - In un minuto la quinta giornata di Leone XIV in Spagna