I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere

Quattro braccianti bruciati vivi in provincia di Cosenza. Di fronte al fatto tragico si deve ricordare che questi sfruttati non sono degli “invisibili”. Siamo noi che decidiamo di non vedere
La pace come esposizione, non come ordine
La pace non è un equilibrio garantito dalla forza, né un ordine imposto dall’alto. È un modo di stare al mondo: esporsi all’altro, riconoscere che la nostra esistenza è intrecciata alla sua, accettare che la convivenza non nasce dalla separazione ma dal contatto.
La sostenibilità, allo stesso modo, non è un protocollo tecnico: è la consapevolezza che viviamo dentro una trama di relazioni materiali e simboliche che non controlliamo, ma da cui dipendiamo. Pace e sostenibilità sono due nomi per la stessa esperienza: non siamo padroni del mondo, ma parte di esso.
Italia ed Europa: sicurezza armata, sostenibilità rinviata
Il governo italiano parla di sicurezza mentre rafforza la deterrenza, come se la convivenza potesse essere garantita da un arsenale. Tratta la transizione ecologica come un’imposizione esterna, non come un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la terra. L’Unione Europea alterna ambizioni climatiche a continui arretramenti, irrigidisce le frontiere, gestisce la mobilità umana come un rischio.
Valori universali proclamati, spazi di esclusione costruiti. È un’Europa che parla di diritti ma accetta che interi segmenti della propria economia si reggano su lavoro sfruttato, precarizzato, sacrificabile.
I quattro migranti bruciati: non invisibili, ma rimossi
I quattro migranti carbonizzati in un distributore di carburante non sono un incidente: sono un’esposizione brutale della nostra dipendenza da vite che definiamo “invisibili”. Ma invisibili non lo sono affatto. Sono visibilissimi: nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle cucine, nelle serre. Li vediamo ogni giorno. Sappiamo che si spaccano la schiena per salari minimi, che vivono in condizioni indegne, che tengono in piedi interi settori dell’economia.
Dire “invisibili” è una scorciatoia linguistica che ci alleggerisce la coscienza. È un favore che facciamo a noi stessi e a chi li sfrutta. Non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere.
E il nostro governo, invece di contrastare questa rimozione, la asseconda: ci rassicura dicendo che “il problema è altrove”, e così li sposta altrove, li racchiude in Albania, li allontana dal nostro campo visivo. Non è una soluzione: è un modo per confermare il nostro ritrarci, il nostro chiudere gli occhi.
Fantasmi burocratici: come li produciamo
La maggior parte di queste persone arriva in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi.
Arrivano con un permesso, con un nome, con un datore di lavoro che li ha richiesti.
Ma quando mettono piede in Italia, spesso trovano un’altra realtà: procedure burocratiche lente e contraddittorie; arrivi tardivi rispetto ai tempi agricoli; aziende che nel frattempo non hanno più bisogno di loro, contratti promessi e poi ritirati.
E così accade l’assurdo: entrano regolarmente, ma cadono nel vuoto. Diventano “fantasmi burocratici”: presenti, ma senza i documenti necessari per lavorare; regolari, ma senza tutele; qui, ma senza diritti. Non perché abbiano sbagliato qualcosa: perché il sistema li produce così.
E quando il sistema produce fantasmi, lo sfruttamento trova terreno fertile. È in questo spazio grigio che si annidano caporalato, ricatti, violenze. È qui che si muore bruciati in un distributore di benzina.
Pace e sostenibilità non sopravvivono alla schiavitù
Non c’è pace dove alcuni vivono sotto minaccia costante. Non c’è sostenibilità dove il lavoro umano viene consumato come una risorsa sacrificabile. La violenza non è solo quella delle armi: è quella delle economie che sfruttano, delle politiche che respingono, delle istituzioni che tollerano zone d’ombra in cui la vita perde valore.
Ogni morte in schiavitù incrina la nostra idea di comunità. Ogni territorio devastato restringe la nostra idea di futuro. Ogni volta che accettiamo che qualcuno viva e muoia ai margini, accettiamo che la pace sia un privilegio e non un diritto.
La comunità come contatto, non come identità
Non esistiamo da soli. Non esiste un “noi” che possa salvarsi separandosi dagli altri.
La comunità non è un’identità da difendere, ma un contatto da attraversare: la consapevolezza che la nostra vulnerabilità è intrecciata a quella di chi arriva, di chi lavora nei campi, di chi fugge da guerre che spesso alimentiamo.
Questa esposizione ci obbliga: non moralmente, ma umanamente. La pace è un gesto, la sostenibilità una forma di attenzione.
Guardare ciò che brucia
Parlare oggi di pace e sviluppo sostenibile significa rifiutare l’idea che alcune vite possano essere bruciate senza che il mondo cambi. Significa dire che la sicurezza nasce dalla giustizia, non dalla forza; che il futuro si costruisce aprendo possibilità, non chiudendo confini. Significa riconoscere che non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere. E che il governo, invece di aprire gli occhi, li chiude insieme a noi.
In fondo, pace e sostenibilità ci chiedono la stessa cosa: riconoscere che la vita dell’altro è già dentro la nostra. E che ogni volta che la lasciamo bruciare, bruciamo anche una parte di noi.
(fonte: La barca e il mare, articolo di Savino Pezzotta 04/06/2026)
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Vedi anche il post precedente: