martedì 2 giugno 2026

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

***************

Vedi anche i nostri post precedenti: