domenica 10 maggio 2026

VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A NAPOLI 08/05/2026 - I mille colori di una città capace di sperare nonostante le difficoltà

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A NAPOLI

8 MAGGIO 2026

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ore 15,15 Atterraggio presso la Rotonda Diaz a Napoli
Il Santo Padre è accolto da:
1. Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli
2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4. Dott. Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli
immediato trasferimento in auto al Duomo di Napoli

ore 15,45 Nella Cattedrale: Incontro con il Clero e i Consacrati
- adorazione del Santissimo Sacramento
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- preghiera e lettura di un brano del Vangelo

* discorso del Santo Padre

al termine, nella sagrestia, il Santo Padre saluta alcuni Collaboratori della Curia Diocesana

ore 16,30 Il Santo Padre lascia il Duomo e si trasferisce in auto a Piazza del Plebiscito
ore 17,00 Piazza del Plebiscito: Incontro con la Cittadinanza
Il Santo Padre entra nella Basilica di San Francesco di Paola e saluta la Comunità dei Padri Minimi e alcune Autorità
Il Santo Padre prende posto sulla scalinata della Basilica:
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- saluto del Sindaco di Napoli, Dott. Gaetano Manfredi
- animazione dei giovani della pastorale giovanile

* discorso del Santo Padre

- Atto di affidamento alla Vergine Maria, e Benedizione

ore 18,30 Trasferimento in auto alla Rotonda Diaz
Il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 19,30 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

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Leone XIV in visita pastorale a Napoli

I mille colori di una città capace di sperare
nonostante le difficoltà


Restituire a Napoli un’immagine non di semplice «cartolina» per i visitatori, ma di «cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone». Così Leone XIV ha incoraggiato la città «dai mille colori» ieri, venerdì 8 maggio, primo anniversario del pontificato, giungendo in visita pastorale nel capoluogo campano dopo la tappa del mattino a Pompei.

Atterrato alle 14.17 alla Rotonda Diaz, sul lungomare Caracciolo, il Papa è stato accolto dal cardinale arcivescovo Domenico Battaglia, dal presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dal prefetto di Napoli, Michele Di Bari, e dal sindaco Gaetano Manfredi.

Si è subito trasferito in auto alla cattedrale di Santa Maria Assunta, che custodisce le reliquie di san Gennaro, vescovo e martire, patrono della città. Nel tragitto — durante il quale ha ricevuto in dono una pizza appena sfornata con su scritto il proprio nome — un unico lungo chiassoso cordone di persone, famiglie con bambini di ogni età. Le scuole sono state chiuse per consentire a tutti di partecipare a questa grande festa itinerante, caratterizzata da striscioni con inviti a visitare parrocchie, cori entusiasti e sventolii di bandierine del Vaticano, gialle e bianche come la miriade di cappellini indossati dai fedeli.

Accolto dalla musica e dai canti dei bambini radunati sulla gradinata del duomo, scelto per incontrarvi i vescovi, il clero, i religiosi e le religiose, il Pontefice si è trattenuto per qualche istante alle soglie della porta principale per salutare i fedeli raccolti all’esterno.

Entrato nella cattedrale sulle note di Tu sei Pietro, ha venerato il crocifisso e, raggiunta la Real Cappella del Tesoro di san Gennaro, si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, sostando per qualche istante in preghiera: oltre 2.500 i presenti in questo luogo, scrigno di fede, che non custodisce solo le reliquie dell’amato san Gennaro ma le domande di un intero popolo.

Poi ha attraversato la navata centrale benedicendo i fedeli e ha salutato i vescovi presenti nel transetto. Quindi, il cardinale Battaglia gli ha porto la teca del reliquiario contenente l’ampolla del sangue di san Gennaro. Dall’altare maggiore, dove si trovava anche il busto del santo, tra applausi e grida «Viva il Papa», dopo averla baciata e venerata, Leone XIV l’ha mostrata all’assemblea orante.

Al saluto dell’arcivescovo sono seguite la lettura del Salmo 117 e la proclamazione del Vangelo di Luca (24, 13-31) sui discepoli di Emmaus, il cui versetto «Camminava con loro» è stato il tema della visita.

Dopo aver impartito la benedizione apostolica, il Pontefice ha sostato brevemente nella basilica di santa Restituta, prima cattedrale della città raggiungibile dall’interno dell’odierno duomo. Lì, assieme al cardinale arcivescovo ha incontrato la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di 2 anni morto il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore con un organo danneggiato. Al termine, in sagrestia ha salutato alcuni collaboratori della Curia diocesana.

All’uscita, Leone XIV ha accennato a dirigere il coro di un gruppo di giovani che cantava «’O surdato ’nnammurato», una delle più famose canzoni in dialetto napoletano.

Alle 16.10 è salito sull’auto scoperta per dirigersi verso piazza del Plebiscito, salutando i cittadini affacciati ai balconi e alle finestre. Dopo venti minuti e due chilometri percorsi tra ali di folla festante, è giunto alla terza tappa di un racconto simbolico iniziato sul mare della Rotonda Diaz, proseguito nella «casa» del santo patrono partenopeo e concluso nel fulcro della dimensione collettiva di una città in cui ogni angolo sembra essere già stato narrato e dove le strade non portano altrove ma riportano agli uomini.

Sono stati 1.500 i volontari coinvolti nell’evento, 30mila i posti a sedere allestiti in piazza per l’incontro del Pontefice con la cittadinanza, altri 20mila i fedeli stimati nelle vie circostanti, almeno duemila i giovani riunitisi in una giornata primaverile calda, nonostante il sole abbia fatto capolino solo poco prima dell’arrivo del Papa.

Canti gioiosi si sono levati quando, alle 16.30, il Papa è giunto sulla piazza a bordo dell’auto scoperta e ha girato per tutti i reparti, mentre la folla agitava i cappellini invocando «Papa Leone». Ad accogliere la gente di Napoli l’imponente colonnato le cui braccia si incontrano nella basilica di San Francesco da Paola. Qui davanti il vescovo di Roma è sceso dalla vettura e ha ricevuto un mazzo di fiori bianchi, quindi ha salutato alcuni disabili e persone fragili seduti nelle prime file ed è entrato nell’edificio sacro neoclassico per salutare la comunità dei padri Minimi, ordine fondato nel XV secolo proprio dal santo calabrese cui è intitolata la basilica, patrono della gente di mare.

Il Pontefice ha preso poi posto sulla scalinata, addobbata con fiori gialli e bianchi. Hanno pronunciano i loro saluti il cardinale Battaglia e il sindaco Manfredi. Al termine, il prefetto Di Bari ha consegnato al Papa una Natività realizzata da un maestro presepiale di San Gregorio Armeno e una Madonna del Buon Consiglio realizzata da Genny Di Virgilio.

Canti eseguiti dal coro di giovani della diocesi diretto da Carlo Morelli — tra cui la celebre «’O sole mio» — si sono alternati ai racconti e alle testimonianze offerte a Leone XIV seguendo il filo conduttore di Emmaus, col focus sulla vicinanza di Gesù risorto a chi avanza nella fatica e nel disorientamento. «Le voci di Napoli», ha definito Leone XIV le parole di Rebecca Rocco e Fabio Varrella.

A conclusione del suo discorso, dopo una pausa di silenzio il Papa ha compiuto l’atto di affidamento alla Vergine Maria davanti alla statua dell’Immacolata Concezione fatta realizzare nella prima metà del XIX secolo dal venerabile don Placido Baccher e portata in piazza in occasione del secondo centenario dell’Incoronazione. Alla Madonna il Pontefice ha affidato Napoli coi suoi «sogni feriti» e la «speranza ostinata».

Un brusio si è diffuso tra la folla quando il Vescovo di Roma ha citato «il grido di chi cerca dignità e il silenzio di chi ha paura», le «mani oneste di chi saluta» e quelle stanche «di chi ha sbagliato»; si commuovevano le madri pensando «ai giovani con la valigia in mano» e ai bambini «che giocano tra le crepe dei palazzi» senza smettere «di cercare il mare».

Da Leone XIV la supplica perché Napoli, città dai «mille colori», trovi «il coraggio della scelta» e «la forza di rialzarsi a ogni caduta» e «non piegare la schiena davanti al male», trasformandosi in «unica tavola dove nessuno è escluso», «il caffè sa di fratellanza e il pane si divide ancora».

Al termine il Papa ha deposto un mazzo di fiori bianchi ai piedi della statua mariana. Dopo circa due ore di dialogo con la cittadinanza, alle 18.30 si è congedato con un ultimo saluto a braccio e impartendo una benedizione speciale ai malati presenti. «Grazie a tutti e “Viva Napoli”», ha detto prima di salire in auto sulle note di «Resta qui con noi» per trasferirsi alla Rotonda Diaz. Decollato alle 18.53, l’elicottero con il Pontefice a bordo è atterrato alle 19.38 presso l’eliporto Vaticano.

Intanto, mentre iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia, pian piano piazza del Plebiscito si svuotava, tornavano a popolarsi i vicoli, dove anche il silenzio gesticola, tra fili di panni stesi e motorini appoggiati ai muri, nelle botteghe dalle saracinesche abbassate e nei murales sgargianti, nei mille volti di Maradona e nei nastri azzurri che di giorno si confondono con il cielo.

Un cielo più luminoso, per questa città a volte crocifissa ma sempre tesa al compimento del terzo giorno, specialmente ora che Leone XIV ha indicato l’orizzonte a quanti vogliono, malgrado tutto, ostinatamente sperare.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Lorena Leonardi 09/05/2026)

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INCONTRO CON IL CLERO E I CONSACRATI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta (Napoli)

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Parole del Santo Padre prima dell'incontro con i Vescovi, il clero, i religiosi e le religiose


Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie! È una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio: un tempo molto breve ma molto significativo. E questa prima fermata proprio qui al Duomo, la cattedrale di Napoli, dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!

Saluto Sua Eminenza, tutti voi, grazie per essere qui, pregheremo insieme, chiediamo la Benedizione di Dio su tutti voi, su tutta Napoli. Grazie! Grazie!

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Eminenza, Eccellenze,
cari presbiteri, religiose e religiosi,
fratelli e sorelle!

Grazie, Eminenza, per il saluto che mi ha rivolto anche a nome dei presenti e dell’intera Chiesa che vive a Napoli. È una grande gioia per me visitare questa città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche. Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: «La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria» (Incontro con la popolazione di Scampia, 21 marzo 2015). Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia. Grazie per la vostra accoglienza!

In questo spirito di amicizia e di fraternità, desidero condividere con voi una breve riflessione, che spero possa sostenervi, incoraggiarvi nel cammino e offrire qualche spunto utile alla vita ecclesiale e pastorale.

C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura. Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura.

Il contrario della cura è la trascuratezza. E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità. Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni.

Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione. Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato.

Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza.

In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata non si limiti a qualche evento emotivo ma penetri profondamente nel tessuto della vita e della società. Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande. Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni. A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani. Il carico umano e pastorale è certamente alto, rischia di appesantire, di logorare, di esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale.

Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.

La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali. Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 16). Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!

Papa Francesco ha affermato che a un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi «dobbiamo reagire con la scelta della fraternità». E aggiungeva: «Questa comunione chiede di essere vissuta cercando forme concrete adeguate ai tempi e alla realtà del territorio, ma sempre in prospettiva apostolica, con stile missionario, con fraternità e semplicità di vita» (Incontro con i sacerdoti diocesani, Cassano all’Jonio, 21 giugno 2014).

Non dimentichiamo, poi, che questa esigenza di comunione ci riguarda in primo luogo in quanto battezzati, chiamati a formare l’unica Chiesa di Cristo. Essa perciò va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali. Il camminare insieme alla sequela del Signore e il portare avanti la missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri risponde all’identità stessa della Chiesa: la Chiesa è mistero di comunione e ciascuno, a partire dal Battesimo, è chiamato ad essere una pietra viva dell’edificio, un apostolo del Vangelo, un testimone del Regno.

Al riguardo, so che avete vissuto un tempo di grazia celebrando il Sinodo diocesano. È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra. Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini. Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza.

Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone.

È una missione che richiede l’apporto di tutti. In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici. Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta. Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli.

Carissimi fratelli e sorelle, conosco lo speciale legame che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro; ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia. Vi affido a loro e all’intercessione di Maria, Vergine Assunta e Madre premurosa. E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce.

Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!






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INCONTRO CON LA CITTADINANZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazza del Plebiscito (Napoli)

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Fratelli e sorelle, grazie per la vostra bella accoglienza!

Questo abbraccio, di questa piazza, è un po’ come il Colonnato di San Pietro a Roma: voi sapete accogliere con questo calore! Grazie davvero!

Ringrazio il Signor Sindaco per le parole che mi ha rivolto, saluto tutte le Autorità civili e militari presenti, mentre rinnovo la mia gratitudine a Sua Eminenza l’Arcivescovo e a quanti siete qui convenuti.

Sullo sfondo della scena evangelica dei discepoli di Emmaus, si sono alternate alcune voci che ci hanno introdotto a questo nostro bellissimo incontro. Sono le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure. Queste voci raccontano di una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù; voci di un popolo che, ancora oggi, avverte la necessità di fermarsi per chiedersi: che cosa conta davvero?

Fratelli, sorelle, in questa città scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione. Per questo è necessario che – non da soli, ma insieme – ci domandiamo: che cosa conta davvero? Che cosa è necessario e importante per riprendere il cammino nello slancio dell’impegno invece che nella stanchezza del disinteresse, nel coraggio del bene invece che nella paura del male, nella cura delle ferite invece che nell’indifferenza?

Napoli vive oggi un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale. La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone. Dinanzi a queste realtà, che talvolta assumono dimensioni preoccupanti, la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata.

In questo contesto, sono tanti i napoletani che coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite. Spesso si tratta di veri e proprio eroi del sociale, donne e uomini che si prodigano ogni giorno con dedizione, talvolta anche solo col portare avanti fedelmente il proprio dovere, senza apparire, perché la giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni. Queste persone non devono restare isolate, e perché il loro impegno pervada il tessuto profondo della città, c’è bisogno di creare una connessione, di lavorare in rete, di fare comunità.

Sono felice di poter dire che la Chiesa a Napoli è un “collante” che contribuisce notevolmente a questo lavoro di rete, per tenere insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti. Lo ha fatto promuovendo un Patto Educativo, che ha trovato una risposta generosa nelle Istituzioni – il Comune, la Regione, il Governo – e anche in tante realtà ecclesiali e del Terzo settore. Vorrei perciò lanciare un appello a tutti voi: non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio, non perda il suo colore questo sogno che state realizzando per una Napoli migliore e più bella! Continuate a portare avanti questo Patto, radunate le forze, lavorate insieme, camminate uniti – Istituzioni, Chiesa e società civile – per sollevare la città, preservare i vostri figli dalle insidie del disagio e del male, per restituire a Napoli la sua chiamata ad essere capitale di umanità e di speranza.

Desidero poi ricordare il cammino intrapreso, da parte di questa città, per riscoprire la propria vocazione millenaria: essere ponte naturale tra le sponde del Mediterraneo. Napoli non deve restare una semplice “cartolina” per i visitatori, ma deve diventare un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone.

La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo. Per questo sentiamo urgente lavorare anzitutto dentro la città stessa. Qui la pace si costruisce promuovendo una cultura alternativa alla violenza, attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia.

Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità. È in questa prospettiva che nascono e si sviluppano esperienze come la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto.

Inoltre insieme, comunità ecclesiale e comunità civile, vi state impegnando a rendere Napoli una “piattaforma” di dialogo interculturale e interreligioso. Attraverso convegni, premi internazionali e percorsi di accoglienza, anche di giovani provenienti da contesti di conflitto – come Gaza –, voi potete continuare a dare voce, dal basso, a una cultura della pace, contrastando la logica dello scontro e della forza delle armi come presunta soluzione dei conflitti.

In questo senso, Napoli continua a rivelare il suo cuore profondo nell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, vissuta non come emergenza ma come opportunità di incontro e di arricchimento reciproco. E questo è possibile soprattutto grazie al lavoro della Caritas diocesana, che ha anche trasformato il Porto di Napoli da semplice luogo di approdo a segno vivo di accoglienza, integrazione e speranza.

Fratelli e sorelle, Napoli ha bisogno di questo sussulto, di questa dirompente energia del bene, del coraggio evangelico che ci rende capaci di rinnovare ogni cosa. Che sia un impegno di tutti: assumetelo e portatelo avanti tutti insieme! Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene. In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente. Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili. Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane. Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità.

Queste esperienze non sono marginali: sono già segni concreti di una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi. Sono certo che non mancherete di continuare a coltivarli con audacia, con la passione e con l’entusiasmo che vi contraddistingue.

Vi ringrazio, carissimi, per l’accoglienza e affido tutti voi all’intercessione di Maria Santissima e di San Gennaro. Il Signore vi renda sempre fedeli al Vangelo e benedica la città di Napoli!

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Saluto finale di Papa Leone XIV prima di lasciare Piazza del Plebiscito

Allora prima di andare via facciamo il nostro ringraziamento al coro e a tutti i musicisti di questa sera. Grazie! E grazie a tutti i malati che ci hanno accompagnato questa sera: una benedizione speciale per voi! Grazie, grazie… Grazie a tutti e “Viva Napoli”.









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Vedi anche il post precedente: