venerdì 24 aprile 2026

Domenico Gallo: Il vero senso del 25 aprile è dialogo e mai più guerre

Il vero senso del 25 aprile 
è dialogo e mai più guerre 
di Domenico Gallo


Che senso ha celebrare il 25 Aprile in un tempo in cui un pugno di tiranni sta distruggendo il mondo e ha rimesso in circolazione gli spettri del genocidio, del suprematismo, del potere illimitato della violenza delle armi? Oggi dobbiamo chiederci: cosa è rimasto del progetto di un nuovo ordine internazionale votato a garantire la pace attraverso il diritto, a riconoscere l’eguaglianza, la dignità e i diritti fondamentali degli uomini e delle donne in quanto membri dell’unica famiglia umana? Cosa è rimasto della promessa che le generazioni future non avrebbero vissuto mai più gli orrori che avevano attraversato l’umanità nel corso della guerra?

Sono troppi anni che il 25 Aprile dobbiamo confrontarci con un tempo che smentisce la lezione della Resistenza, in cui, uscita di scena l’ultima generazione che aveva vissuto la tragedia della guerra, si è perduta persino la memoria delle sofferenze patite dall’umanità e delle speranze di riscatto che si erano consolidate nelle Carte dei diritti. Mentre scriviamo, non sappiamo se l’ultimo incendio appiccato in Medio Oriente si arresterà o riesploderà trascinando il mondo intero in un vortice di distruzione e di morte.

Dopo quattro anni di una guerra atroce nel cuore orientale dell’Europa, che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite sull’altare del mito necrofilo della “vittoria”, dobbiamo constatare con amarezza che l’Europa, nata come un progetto politico volto a garantire un futuro di pace e benessere, si è trasformata in un progetto di preparazione e di esaltazione della guerra. A differenza che nel passato, la guerra non è più considerata un flagello da esecrare, ma uno strumento della politica a cui bisogna prepararsi con diligenza. La presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico quando ha detto: “Dobbiamo prepararci alla guerra”. La leadership europea è percorsa da un delirio antirusso che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per tracciare una nuova cortina di ferro molto più impenetrabile della precedente quando, malgrado la durezza del confronto politico-militare, sono sempre stati mantenuti canali di dialogo.

Durante la prima Guerra fredda, i leader dell’epoca invocavano la distensione, mentre adesso tifano per lo scontro e vogliono plasmare le nuove generazioni trasformandole in armate di guerrieri. Di fronte a queste nuove barriere, con cui una politica meschina cerca di dividere i popoli, consegnandoli a un futuro di ostilità perpetua, tornano di attualità le parole di Piero Calamandrei pronunziate nel periodo più duro della Guerra fredda: “Il mondo è purtroppo diviso in compartimenti stagni da grandi muraglie che si dicono invalicabili, senza porte e senza finestre: ma queste mura non sbarrano soltanto quella linea, che ormai si suol chiamare la ‘Cortina di ferro’ e che taglia il genere umano in due emisferi ostili. Mura altrettanto invalicabili ci attorniano, sui confini all’interno degli Stati, spesso all’interno della nostra coscienza: le mura del conformismo dell’imperialismo, del colonialismo, del nazionalismo: le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta. Questo è ancora secondo me il compito della Resistenza.

È inutile qui ricercare le colpe per le quali siamo arrivati a questa tragica divisione del mondo: forse non c’è partito, popolo, che non abbia la sua parte di colpa. Ma gli uomini che appartennero alla Resistenza devono far di tutto per cercare che queste mura non diventino ancora più alte, che non diventino torri di fortilizi irte di ordigni di distruzione: e ricercare i valichi sotterranei attraverso i quali in nome della Resistenza combattuta in comune, si possa far passare ancora una voce, un sussurro, un richiamo. Quello che unisce, non quello che separa; rifiutarsi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene a un’altra razza o a un’altra religione o a un altro partito” (Passato e avvenire della Resistenza, 23.02 1954).

Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito che Calamandrei aveva loro assegnato: smontare i fortilizi irti di ordigni che tengono in scacco la vita dei popoli e riaprire la strada al dialogo e alla comprensione reciproca. Se il mondo è dominato da un manipolo di tiranni, il messaggio della Resistenza coincide con quello del Papa, che ci esorta a scegliere “quella conversione a U che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta” (dal discorso tenuto da papa Leone XIV in Camerun il 16 aprile 2026).

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 24 aprile 2026)