La pace nasce dal coraggio di farsi piccoli,
rinunciando alla violenza
P. Roberto Pasolini
“La conversione. Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà” è il tema della prima meditazione di Quaresima tenuta il 6 marzo 2026, in Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sulla necessità in questo tempo forte della Chiesa di “verificare la vitalità del nostro Battesimo”. “Peccato, conversione e grazia – afferma – nella vita concreta sono intrecciati” ma è nella piccolezza che il cristiano si apre alla grazia e diventa uomo nuovo
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I meditazione - Quaresima 2026
La conversione Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà Dopo gli Esercizi Spirituali guidati dalla figura di san Bernardo di Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono lontani tra loro: Bernardo muore nel 1153, Francesco nasce nel 1181, a meno di trent’anni di distanza. È come se il testimone della sequela evangelica passasse di mano in mano, attraverso i secoli, senza mai spegnersi.
Quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco, e il Santo Padre ha voluto che l’anniversario fosse segnato da un nuovo speciale giubileo, invitando la Chiesa intera a lasciarsi nuovamente raggiungere dalla grazia di Dio attraverso la testimonianza del Poverello di Assisi. Francesco non è soltanto un santo da ricordare o da ammirare: è un uomo attraversato dal fuoco del Vangelo, capace di riaccendere in ciascuno la nostalgia di una vita nuova nello Spirito. Per ripercorrere il suo cammino spirituale, la prima meditazione si sofferma sulla sua conversione e si sviluppa in cinque passaggi: il cambio di gusto che la grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la scelta di diventare più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine, il carattere continuo della conversione, che non si compie una volta per tutte, ma ricomincia sempre.
1. Il cambio di gusto
Che cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che merita di essere posta con onestà, perché le risposte possibili sono molte e non tutte ugualmente fedeli al Vangelo. La catechesi tradizionale la descrive come un ritorno a Dio dopo l’allontanamento del peccato. La teologia morale ne sottolinea la dimensione di cambiamento della condotta. La tradizione ascetica insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la volontà. La Scrittura, da parte sua, utilizza un termine che attraversa e supera tutte queste prospettive: metánoia, cambiamento della mente, del cuore, del modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di rotta, ma una trasformazione dello sguardo. Non soltanto una revisione dei comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità.
Chi ha ragione? In qualche misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare. Comprendere dove comincia davvero la conversione – quale sia il suo punto sorgivo – non è una questione teorica. È il problema più concreto che esista. Se sbagliamo il punto di partenza, rischiamo di costruire su fondamenta fragili.
Sappiamo che la conversione evangelica è anzitutto iniziativa di Dio, alla quale l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è né pura passività né pura conquista. È una risposta: la risposta più adeguata che un essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama. La conversione accade nel punto più intimo della nostra natura, là dove l’immagine di Dio impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo rimasto silenzioso, tornasse improvvisamente a vibrare. È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive così: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così. Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (Testamento, Fonti Francescane 110). Nel ricordare le tappe essenziali del suo cammino, Francesco per prima cosa afferma che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha donato di iniziare a fare penitenza, cioè di entrare in un cammino di conversione. Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico con cui meritare la grazia di una nuova relazione con Dio. Allude piuttosto a un completo cambiamento di sensibilità: un nuovo modo di guardare se stessi, gli altri e la realtà alla luce del Vangelo. Questo cambiamento comincia in modo molto concreto: quando egli inizia ad avere misericordia degli altri. È il centro del suo racconto. In quell’incontro con i lebbrosi il giovane Francesco sperimenta un definitivo rovesciamento di gusto: scopre una dolcezza inattesa proprio là dove non la cercava e dove nemmeno si aspettava di trovarla. Nel momento in cui si dona gratuitamente ai più poveri della società, dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco trova la risposta a quel disagio che abitava il suo cuore: l’amarezza di una vita piena di molte cose ma ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro provoca in lui un terremoto interiore: ciò che prima gli sembrava amaro è diventato dolce. Questo è il cuore della conversione: non anzitutto un atto della volontà, ma una trasformazione interiore, un misterioso mutamento della sensibilità. Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera, più libera, più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma cambia di segno. La conversione non è più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, ma la risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di percepire, di giudicare e di desiderare. Pensiamo, invece, a cosa accade quando questo passaggio manca. Se fossimo costretti ogni giorno a mangiare cibi di cui non abbiamo mai apprezzato il sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo tempo, ma senza gioia e con crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai sperimentato il piacere e la risonanza interiore, finirebbe presto per viverla
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