1. I mille vuoti della paura: per comprendere la crisi dell’umano
Pochi giorni fa abbiamo celebrato la giornata della
memoria e ci siamo chiesti per l’ennesima volta: come è stato possibile? Poi,
di fronte a ciò che sta succedendo e nel timore di ciò che potrà accadere ci
chiediamo: come è ancora possibile?
Le semplificazioni non aiutano di certo né a comprendere
e neppure a cambiare. Tuttavia, con alcuni pensatori che azzardano una diagnosi
più ampia del “qui e ora” tipico dei talk show, possiamo identificare che c’è
stata una promessa, quella di un progresso globale “win - win” (dove vincono
tutti: crescita parallela di benessere e democrazia, di economia e di cultura,
di velocità ed equilibrio, di ambiente e mercato) che non è stata mantenuta e
che ha determinato il riaffacciarsi massiccio della paura e, conseguentemente,
della violenza.
Guardando alle dinamiche non troppo lontane che portarono
alla Shoah riconosciamo che è proprio la paura a diventare strumento di
manipolazione da parte di chi, malato psichico o astuto calcolatore, si
appropria del potere e dilaga per conservarlo. E se in passato parevano essere
quantomeno le ideologie a fornire la base teorica alle tirannie, ora assistiamo
alla dittatura incontrastata dell’economia, del mercato, il tutto nelle mani di
pochi sempre più ricchi, potenti e influenti.
A completare il quadro è un senso di impotenza che si
traduce in assuefazione e rassegnazione, sia a livello locale che globale. Con
il paradosso che la paura della morte conduce a ricercarla, magari per porre un
termine al non senso e all’angosciosa agonia, una cultura di morte che vede
nella rabbia cieca e nelle dipendenze la propria espressione.
Il Giubileo della speranza si è scontrato con il muro di
gomma di un mondo che segue logiche ormai così profondamente innestate che,
divenute totalizzanti, hanno ormai plasmato la percezione in termini di
tecnicismo e quantificazione, con sacche di corruzione e di solitudine che
divengono oggetto di rimozione. La speranza è diventata così l’eco romantica di
un concetto vuoto o un culto di nicchia.
Ne va dell’uomo e della sua consapevole identificazione
con se stesso, con l’altro (uguale o diverso che sia) e con il mondo. «Quando
sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). Anzitutto
non sentirsi così giusto, perché nel sistema ci siamo dentro tutti. E poi:
continuare a cercare, discernere ed ascoltare.
Alle beatitudini non corrisponde soltanto una somma di
significati di profonda sapienza. Esse, come l’intera vita del Maestro,
suscitano attrazione, movimento, motivazione, entusiasmo. La fede incarnata
diventa orizzonte di speranza, di credibilità che orienta verso il Mistero di
un Dio presente e vivo.
Un ultima considerazione. Dopo il Giubileo della speranza, non possiamo non fare riferimento ad un altro tempo di grazia che si è aperto nella ricorrenza dell’ottocentesimo anniversario della morte (transito) di San Francesco d’Assisi. Noi Carmelitani, in quanto mendicanti della Parola, non possiamo non sentire questo nuovo Giubileo come anche un poco nostro. Francesco ci insegna una “perfetta letizia” che è completamente aderente allo spirito delle beatitudini, anche e soprattutto nel suo stridere contro il senso comune: lo stesso Cantico delle Creature, altissima espressione contemplativa, fu da lui composto nel periodo di malattia e sofferenza acuta, tanto da avvalorare quell’indicazione di gioia piena che nasce dall’attraversare tutte le situazioni per amore e avendo il Cristo crocifisso e risorto più che come motivazione: come presenza viva.