lunedì 9 febbraio 2026

Milano Cortina 2026 - Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà - San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Giuseppe Savagnone
Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà


Le Olimpiadi nascono per unire

«Le Olimpiadi nascono per unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Queste parole, del blog israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.

In un mondo ultimamente martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi giorni, ciò che li divide.

Occupati a celebrare queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire» – dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato ascoltato.

Non è l’unica perplessità di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico. L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno spazio neutrale».

E tuttavia è un dato di fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale come «atleti neutrali».

Invece, alla fine dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».

E in effetti, nel 2023, il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri, le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».

Il problema, dunque, non riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.

Sport e politica

Sembrerebbe tutto chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra mondiale – l’esclusione di alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.

Se ora Israele viene dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché «la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Anche volendo dimenticare che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità creata dallo sport, tutti sono buoni ( tranne i russi e i bielorussi).

In questo modo la legge dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa un alibi per ignorare la sistematica violazione di quella che finora aveva regolato le reali relazioni tra i popoli, che è il diritto internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono essere il simbolo.

La stella insanguinata

Il caso dei Israele è un esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?

Davvero si possono accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani, atleti che gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti, ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo, malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?

Nell’antica Grecia le Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza, con la nostra silenziosa complicità.

Il caso degli Stati Uniti

Ma la domanda si può porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la forza.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il mantenimento del vecchio sistema di potere, purchè disposto alla totale sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.

Vance è anche colui che ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni, l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha manifestato per giorni la sua rabbia e la sua indignazione di fonte ai metodi criminali dell’Agenzia.

Anzi, a scortare lui e la delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano. Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis hanno guadagnato all’ICE, si è trovato in evidente imbarazzo. Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso dalle accuse dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché «l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul nostro territorio nazionale».

Resta il fatto che, questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi, fino ad assassinarle gratuitamente, non possa esercitare la sua brutalità anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è contraddetto dalla realtà.

In questo tempo devastato dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono indignarci.

Se non vogliamo dar ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.
(fonte: Tuttavia 06/02/2026)

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Milano Cortina 2026
San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Lo stadio partecipa con le lucine, applaude il Presidente e si commuove per la bandiera umana che sfila per Armani
 
La colomba della pace disegnata con la coreografia mentre Ghali recita versi di Gianni Rodari sulla pace REUTERS

Gli dei dell’Olimpo non litigheranno questa notte: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Sofia Goggia a Cortina, difficile metterli d’accordo più di così, con i nomi che più nella storia hanno onorato le nevi di casa. Dopo tante polemiche in corso di staffetta, nessun errore sotto i cerchi olimpici esplosi in una pioggia d’oro. Lo stadio ha capito e gradito, Sofia soprattutto, che quattro anni fa aveva perso per infortunio il suo posto da portabandiera, aveva diritto a un risarcimento.

Gli altri due sono per l’Italia il simbolo imperituro dell’Olimpiade invernale, come lo è Gustav Thöni, che ha passato la fiamma a Sofia. Qualche applauso in meno per lui, peccato, ma forse era solo questione di distanza anagrafica: tanti tra i presenti non erano nati, ma allo stadio non ci sono didascalie. Bisogna cogliere al volo, sapendo che tanto sfuggirà, che resteranno suggestioni, emozioni.

Milano Cortina 2026 Olympics - Opening Ceremony - San Siro Stadium, Milan, Italy - February 06, 2026. Italian President Sergio Mattarella during the opening ceremony Pool via REUTERS/Andreas Rentz TPX IMAGES OF THE DAY (Pool via REUTERS)

I nodi geometrici di Leonardo cui è ispirato il doppio braciere di Milano Cortina 2026, per esempio, sono importanti, sono una firma, quasi: nodi, ossia "vincoli", Vinci. Entrano di sguincio in tante opere, in tante pagine. Sei di questi fogli dormono alla Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche se non la più antica biblioteca aperta al pubblico al mondo. Citarli nel braciere, è stato un modo elegante di evocare una storia di spessore senza essere didascalici né scontati: con Leonardo, dalla Gioconda liscia e gassata, al treno inventato in Non ci resta che piangere cadere nel già visto è un attimo. Anche se è stato strano a un certo punto veder la fiaccola entrare nello stadio e poi, passando per le mani delle stelle della pallavolo, andarsene via per accendersi altrove.

C'erano una volta i cartoncini colorati, gli impermeabili bianchi a fingere stadi di fiocchi di neve. Non ci sono più. A San Siro Milano Cortina 2026 l'apporto del pubblico è stato un tripudio di lucine che cambiavano colore secondo le esigenze. Poeticamente bianche all'inizio, d'oro mentre salivano i cerchi, certo il momento più scenografico dentro lo stadio. Coloratissime mentre Mace al podio, trasformato in console del dj, faticava a riempire il vuoto delle delegazioni dedite agli sport della neve, tutte ovviamente lontano da Milano. Era nel conto la diffcoltà della sfilata dell'Olimpiade diffusa che solo l'espediente televisivo è riuscito (forse) in occasione della cerimonia a riaggregare nelle sue siderali distanze.

Vista dallo stadio, dove Milano e Cortina restavano divise al netto degli schermi, la sfilata ha funzionato da cartina di tornasole della "biodiversità" sportiva: il Canada grande Paese di ghiaccio e di neve mezzo qui e mezzo là, Cina e Corea che dominano il ghiaccio tutte a Milano a camminare nella spirale dello stadio, dove prima di vedere un portabandiera in carne e ossa dietro le dive d'argento che davano il nome alle Nazioni, s'è dovuta attendere l'Amenia, quelle venute prima tutte a Cortina.

Marco Balich aveva promesso di far cantare San Siro e per certi versi ha mantenuto, ma non forse dove si aspettava: il pubblico non ha seguito tanto il "Volare" di Mariah Caray, agghindata con stola bianca da diva anni Cinquanta, quanto Laura Pausini e la seconda stanza dell'inno di Mameli, al punto in cui cambia ritmo: prima non si poteva a causa dell'arrangiamento pop che a qualcuno potrà non piacere ma che lo stadio pare aver gradito. Molto istituzionale invece il Nessun dorma di Bocelli, forse citazione dell'omologo, fatte le debite proporzioni, di Luciano Pavarotti a Torino 2006.

Altissime anche le quotazioni di Leopardi/Favino, con la lettura dell'infinito. Altre rime rispetto a quelle cui sono abituate le curve del Meazza, al loro ultimo evento di tale portata, cui non potevano mancare Beppe Bergomi e Franco Baresi, entrati insieme per primi con la fiaccola.

La temperatura esterna, verso le 21.30 ha cominciato a dare una bava di vento naturale alla bandiera italiana sul pennone, a far soffrire il pubblico sugli spalti (il vento dell'alzabandiera era finto), e a congelare coreografi e cantanti di lì in poi, soprattutto le donne come Cecilia Bartoli e Brenda Lodiagiani fasciate in scollati agli abiti da sera, ma almeno ha graziato un poco all'inizio da una parte l'Amore alato che, in una elegantissima coreografia, ha celebrato Canova e il suo classicismo, e dell'altra l'ombelico scoperto dell'omaggio a Raffaella Carrà, cui lo stadio ha risposto ballando.

Ma è stato davanti all'incedere della bandiera italiana vivente che avanzava come si sarebbe fatto in un defilé di Giorgio Armani che su San Siro è calato un silenzio commosso prima che comparisse in bianco e nero sullo schermo la foto dello stilista milanese da poco scomparso che tanto ha dato allo sport italiano e che come ultima cosa ha disegnato le divise dei portabandiera, anche se molti magari sugli spalti non lo sapevano perché non c'è nessuno a dirglielo. Però hanno colto. E in questo sì la Cerimonia di Milano Cortina 2026 ha mantenuto la sua promessa di immediatezza, trasmettendo emozioni come un grande teatro di musica, danze e mimo, qualcosa vibra anche dove non ci sono parole didascalie: lunghezze d'onda che portano luce, colori, suoni, a costo di qualche caduta nel kitsch, come i tre poveri Rossini, Puccini e Verdi ridotti a maschere di carnevale, a cantare un inguardabile Milano Cortina al ritmo di Vamos a la playa dei Righeira.

Invece visti da lontano i tre enormi tubetti di tempera rosso, giallo e blu, colori primari da cui nascono tutti i colori del mondo, nella loro ironica naïveté sono stati efficaci: le stoffe scese da lontano sembravano proprio colore puro che colava.

Se Israele e Stati Uniti, J.D. Vance, inquadrato un attimo, hanno raccolto qualche fischio e l’Ucraina un grande tifo, il presidente Sergio Mattarella ha preso applausi scroscianti e unanimi, fin dalla comparsa, sorridente e spiritosa, nel video dell’arrivo in tram con Valentino Rossi, a riprova del feeling tra il presidente e lo sport. Molto applaudito, e giustamente, il discorso che non sembrava di circostanza, della Presidente del Cio Kirsty Coventry, che ha parlato agli atleti con il sentimento autentico di chi sa che cosa si prova per esserci passato. Una autenticità che dagli spalti si è avvertita. Grande tributo dei presenti anche ai volontari, applausi scroscianti a ogni citazione.

Chissà se Ghali, chiamato a interpretare Promemoria di Gianni Rodari, dal centro del palco ha capito di essere stato protagonista del momento in assoluto più poetico, quando i ragazzi di una coreografia tutta under 20, hanno invocato la pace formando una colomba bianca al centro del palco, sostituendo il tradizionale volo dei colombi (qualcuno gli avrà spiegato nel frattempo che la Cerimonia prevede solo le lingue ufficiali (francese, inglese e lingua del Paese ospitante)? Bella performance però, elegante.

Mentre la sfilata azzurra al grido di "bravo bravissimo" al ritmo di un Barbiere di Siviglia rock ha restituito all'Olimpiade la sua anima il tanto di leggerezza che una cosa che si chiama Giochi non dovrebbe mai perdere. Rendendo l’immagine di un Paese che sa celebrare e persino autocelebrarsi con un filo di autoironia senza eccedere in retorica.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 07/02/2026)

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Vedi anche il post precedente: