giovedì 5 febbraio 2026

Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: VORREI UNA PACE


VORREI UNA PACE

Le parole di Don Mimmo Battaglia al Premio "Pellegrini di Pace" consegnato allo scrittore David Grossman


“David, benvenuto.

Benvenuto a Napoli, che è una città strana: ti abbraccia e, mentre ti abbraccia, ti chiede dove ti fa male. Ti offre un caffè e, insieme, ti mostra le mani: mani che hanno lavorato, mani che hanno pregato, mani che hanno perso qualcuno. Napoli è così: non sa parlare senza mettere dentro la carne.

E allora io, stasera, non voglio fare un discorso. Voglio fare una domanda. Anzi: una richiesta. Una richiesta semplice, quasi infantile. Di quelle che ti escono senza diplomazia, senza strategia, senza “vediamo”, senza “forse”. Una richiesta che assomiglia a una preghiera e a una testardaggine.

Vorrei una pace.

Non “la pace” come parola grande, lucida, scolpita nei documenti.
Vorrei una pace che si possa toccare.
Una pace con le ginocchia sbucciate, come i bambini che giocano nei vicoli.
Una pace che sa di pane e di sale, che si impasta ogni giorno, che non arriva già pronta.

Vorrei una pace che non sia una tregua stanca.
Vorrei una pace che non sia solo un intervallo tra due colpi.
Vorrei una pace che non abbia bisogno di spiegarsi troppo, perché la riconosci dal rumore: quando arriva la pace, cambia il suono del mondo.

David, tu vieni da una città che ha il nome di una promessa e di una ferita. E noi, qui, in questa città di mare, sappiamo bene che le promesse e le ferite viaggiano sulle stesse strade. Anche le nostre strade, a Napoli, sono piene di promesse e di ferite. Non c’è contraddizione: è la stessa cosa. È la stessa vita.

E forse è per questo che oggi, mentre le guerre si prendono la scena come cattive attrici che non sanno uscire dal palco, io sento il bisogno di dire una cosa molto piccola, ma molto seria:

Vorrei una pace che non mi faccia vergognare di essere umano.

Perché oggi, diciamolo, a volte ci vergogniamo.
Ci vergogniamo di quello che guardiamo e non riusciamo a fermare.
Ci vergogniamo di quanto ci abituiamo.
Ci vergogniamo del modo in cui scorriamo le notizie con il pollice, come se fossero meteore e non persone.

E non è colpa del pollice. È colpa della stanchezza dell’anima.

C’è un punto, sapete, in cui il male diventa “normale”.
È il punto più pericoloso.
Non è quando esplode una bomba: quello è orrore, e lo riconosci.
Il punto più pericoloso è quando l’orrore diventa una rubrica. Quando lo chiami “scenario”. Quando lo sistemi in una categoria.

E allora io stasera vorrei fare una cosa diversa: vorrei chiamare le cose con il nome che hanno nel cuore di chi le subisce.

In Terra Santa — dove ogni pietra sa pregare, e ogni strada sa piangere — ci sono famiglie che non riescono più a distinguere il giorno dalla notte: perché la notte non finisce, e il giorno non comincia. Ci sono bambini che imparano prima il linguaggio del rifugio che quello del gioco. Ci sono madri che contano: contano minuti, contano medicine, contano assenze. E intanto la terra, che dovrebbe essere un giardino, diventa un campo di macerie. Un luogo dove perfino il silenzio ha paura.

In Ucraina, nel cuore dell’Europa, c’è una guerra che è diventata lunga, e proprio per questo rischia di diventare “abitudine”. Ma non c’è niente di abituale in una casa sventrata. Non c’è niente di normale in un inverno senza riscaldamento, in un ospedale che trema, in un padre che saluta un figlio sapendo che potrebbe essere l’ultima volta. Non c’è niente di “strategico” nel pianto di chi scappa.

E poi ci sono le guerre che non entrano quasi mai nei nostri salotti. Quelle che non fanno il giro dei talk-show. Quelle che non hanno il titolo giusto per restare in prima pagina.

Ci sono terre dove la violenza è come polvere: ti entra dappertutto. Nel Sahel, in Sudan, nell’est del Congo, nello Yemen, in Myanmar, ad Haiti… luoghi dove la vita è presa in ostaggio dalla fame, dalle armi, dal caos, dalle bande, dagli interessi che cambiano nome ma non cambiano voracità. E noi, spesso, non sappiamo nemmeno pronunciarli bene, questi nomi. Eppure sono nomi scritti sulla pelle di milioni di persone.

Allora io mi chiedo: che cosa ci sta succedendo?

Ci sta succedendo che abbiamo imparato a convivere con l’inaccettabile.

E sapete qual è la bugia più grande che ci raccontiamo?
Che la pace è “complicata”.

Sì, certo: la pace è difficile.

Ma non è “complicata” nel senso in cui lo diciamo per rimandare.
Non è complicata come un modulo da compilare.
Non è complicata come un algoritmo.

La pace è difficile perché è esigente.
Perché ti chiede di cambiare postura.
Perché ti chiede di toglierti dal centro.
Perché ti chiede di guardare l’altro non come un problema, ma come un volto.

E qui, io lo dico da uomo di Chiesa, da pastore: noi possiamo pregare quanto vogliamo — e dobbiamo pregare — ma se la preghiera non ci cambia le mani, diventa un rito senza carne. Una bella cornice senza quadro.

Gesù non ha detto: “Beati quelli che parlano di pace.”
Ha detto: “Beati gli operatori di pace.”
Operai. Artigiani. Gente che si sporca.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di essere concreta.

Una pace che comincia quando smettiamo di chiamare “inevitabile” ciò che è frutto di scelte.
Una pace che comincia quando smettiamo di dire “non posso farci niente” e iniziamo a dire “io da qui posso fare qualcosa”.

Perché la pace non è un sentimento.
È un lavoro.

E come tutti i lavori veri, costa.
Costa orgoglio.
Costa vendetta.
Costa la tentazione di avere ragione.

La pace costa persino una cosa che amiamo molto: le nostre semplificazioni.

Noi siamo diventati bravissimi a ridurre il mondo a una partita tra buoni e cattivi. Così ci sentiamo al sicuro. Così possiamo tifare. Così possiamo dormire. Ma la realtà — quella vera — non si lascia ridurre senza gridare.

La pace, invece, ti obbliga a stare nella complessità senza diventare cinico. Ti obbliga a guardare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Ti obbliga a non smettere di credere che ogni vita è sacra, anche quando la propaganda ti sussurra il contrario.

David, tu sai che le parole possono salvare e possono uccidere.

Le parole sono strane: non hanno sangue, eppure feriscono. Non hanno mani, eppure spingono. Non hanno piedi, eppure mettono in marcia gli eserciti o fermano un bambino che scappa.

Io vorrei una pace che cominci da qui: dal modo in cui parliamo.

Vorrei una pace che disinneschi le parole che incendiano.
Vorrei una pace che restituisca dignità ai nomi.
Vorrei una pace che non trasformi le persone in numeri, e i numeri in alibi.

C’è un momento, in ogni guerra, in cui qualcuno decide che l’altro non è più “una persona”, ma “un bersaglio”. E quando fai questo, hai già perso l’anima, anche se vinci la battaglia.

Ecco perché io stasera sono felice che qui ci sia uno scrittore. Perché uno scrittore — quando è vero — è uno che resiste a questa trasformazione. Resiste al linguaggio che disumanizza. Resiste alla pigrizia delle frasi fatte. Resiste al sonno della coscienza.

Uno scrittore, quando è fedele alla propria vocazione, è un custode del volto. Un guardiano del dettaglio umano. Un testimone che dice: “Non vi permetto di dimenticare che qui c’era una madre. Che qui c’era un figlio. Che qui c’era una casa.”

Napoli e Gerusalemme — lasciatemi dire questo — hanno in comune una cosa: sono città che non stanno mai “zitte” davvero. Sono città che discutono con Dio. Città che litigano con la storia. Città che si portano addosso secoli come cicatrici e come gioielli.

E poi c’è il mare.
Questo mare, il Mediterraneo.

Noi lo chiamiamo mare “in mezzo alle terre”, come se fosse solo geografia. Ma il Mediterraneo è una memoria liquida. È una strada antica. È un tavolo apparecchiato per popoli diversi. E quando il Mediterraneo diventa un confine di morte, quando diventa una fossa comune, capite che non è solo un problema di migrazioni. È una ferita spirituale.

Perché vuol dire che abbiamo trasformato una strada in una barriera.
Che abbiamo trasformato l’incontro in paura.
Che abbiamo trasformato la fraternità in sospetto.

Vorrei una pace che ricominci da questo mare: che lo restituisca alla sua vocazione di ponte, non di muro.

E adesso vi racconto una piccola cosa. Una cosa da vicolo. Da città.

Qualche tempo fa ho visto un ragazzino, in un cortile, che giocava con una barchetta di plastica in una pozzanghera. Era una pozzanghera sporca, di quelle che ti fanno dire: “Ma come si fa?” E lui niente: aveva preso quella pozzanghera e ci aveva messo dentro un mare. Aveva messo dentro un viaggio. Aveva messo dentro una speranza.

E mi sono detto: la pace, forse, comincia così.
Con qualcuno che non accetta che l’unica acqua possibile sia quella sporca.
Con qualcuno che inventa il mare dove gli altri vedono solo fango.

La pace è immaginazione.

Non immaginazione come fuga dalla realtà, ma immaginazione come capacità di vedere un’alternativa. Di vedere un dopo. Di vedere un “diverso”.

Se non riusciamo più a immaginare la pace, non la costruiremo mai.
Se la pace non abita la nostra mente, non abiterà le nostre città.

Ma attenzione: immaginare non basta.

Vorrei una pace che abbia anche coraggio.

Perché la pace ha bisogno di persone coraggiose. Non di persone perfette: di persone coraggiose.

Coraggio di dire “basta” quando conviene dire “vediamo”.
Coraggio di chiamare il male con il suo nome, anche quando il male è travestito da necessità.
Coraggio di proteggere i civili, sempre, ovunque, senza eccezioni emotive.
Coraggio di difendere i bambini, che non sono “futuro”: sono presente, sono carne di Dio oggi.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiamare per nome anche le grandi responsabilità. E allora lo dico senza giri di parole: vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America.

Perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori.

Si è parte in causa. E non basta dire: difendiamo la sicurezza. Non basta dire: è complicato.

Non basta dire: non c’erano alternative.

Le alternative cominciano sempre dai bambini.

Io vorrei una pace che dica chiaramente che nessuna alleanza, nessuna strategia globale, nessun interesse geopolitico può valere la vita di un bambino.

Nessuno.

Perché oggi, sotto le bombe, ci sono bambini che non sanno più che suono ha il silenzio.

Bambini che non distinguono il giorno dalla notte.

Bambini che imparano a riconoscere i droni prima delle stelle.

Bambini che non giocano più a nascondino, ma a sopravvivere.

E ogni bambino ferito, mutilato, sepolto sotto le macerie non è un errore di calcolo.

È una scelta che qualcuno, da qualche parte, ha accettato come prezzo.

Io vorrei una pace che abbia il coraggio di dire che questo prezzo è moralmente inaccettabile.

Sempre. Ovunque.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiedere ai potenti: “Che cosa state facendo delle vite?”

E vorrei una pace che chieda anche a noi, qui, seduti: “Che cosa stai facendo del tuo sguardo? Lo stai tenendo aperto o lo stai chiudendo?”

C’è un’altra cosa che mi sta a cuore, e che sento molto “nostra”, molto da Chiesa, molto da pastori e da popolo:

Vorrei una pace che sappia piangere.

Sembra strano, lo so. Ma il pianto è una lingua.
E quando un popolo non sa più piangere, diventa pericoloso.
Quando una coscienza non sa più piangere, si indurisce.

Noi abbiamo bisogno di lacrime che non siano teatro, ma compassione.
Abbiamo bisogno di lacrime che ci impediscano di parlare di guerra come se fosse un argomento.

Vorrei una pace che nasca da occhi che non hanno paura di vedere.

E sapete perché? Perché la compassione è una forza politica, oltre che spirituale. La compassione ti obbliga a fare spazio. Ti obbliga a riconoscere un diritto nell’altro. Ti impedisce di essere indifferente.

Indifferenza: ecco la parola che mi fa più paura.
Perché l’indifferenza è il fertilizzante di tutte le guerre.

Vorrei una pace che sia anche giustizia.

Perché la pace senza giustizia è un trucco. È un silenzio imposto. È una coperta tirata sopra la ferita senza disinfettarla.

Giustizia vuol dire tante cose. Vuol dire verità. Vuol dire responsabilità. Vuol dire che chi ha subito non viene dimenticato. Vuol dire che le case non restano macerie per decenni mentre il mondo si distrae. Vuol dire che i corridoi umanitari non sono un’elemosina, ma un dovere. Vuol dire che la dignità non è negoziabile.

E giustizia vuol dire anche una cosa che ci riguarda: il commercio delle armi. La fame di profitto. Le economie che si alimentano di conflitto. Le parole “interesse nazionale” che, a volte, diventano una scusa elegante per dire: “Non mi importa.”

Vorrei una pace che abbia il coraggio di guardare in faccia anche queste complicità.

E poi vorrei una pace che abbia una spiritualità.

Non nel senso di “religiosità”, ma nel senso profondo: una pace che sappia che l’essere umano non è solo un corpo da spostare e una mente da convincere. È un mistero. È un abisso di desiderio. È una sete di senso.

Le guerre non distruggono solo edifici. Distruggono la fiducia. Distruggono il tempo. Distruggono l’idea che domani possa essere meglio.

La pace, allora, deve ricostruire anche questo: deve ricostruire la fiducia. Deve ricostruire il tempo.

E come si ricostruisce la fiducia? Con gesti ripetuti. Con fedeltà. Con cura. Con ascolto. Con la pazienza di chi non vuole vincere, ma guarire.

Qualcuno potrebbe dire: “Cardinale, sono parole belle. Ma poi?”

E io vi rispondo: poi c’è una cosa che possiamo fare tutti, subito. Possiamo scegliere da che parte stare con la nostra vita.

Non sto parlando di schieramenti ideologici. Sto parlando di una scelta più radicale: la scelta di non disumanizzare mai. La scelta di non godere mai del dolore altrui. La scelta di non trasformare la tragedia in propaganda. La scelta di non fare della paura una religione.

Possiamo educare i nostri figli — e rieducare noi stessi — a riconoscere l’altro come fratello. Non perché siamo ingenui, ma perché sappiamo che senza fraternità l’umanità si estingue, anche se biologicamente sopravvive.

E possiamo sostenere, con la voce e con le mani, chi costruisce ponti: chi cura, chi accoglie, chi media, chi rischia la vita per salvare altri, chi manda aiuti, chi difende il diritto internazionale, chi protegge i civili, chi apre scuole, chi ricuce comunità.

La pace è fatta anche di queste cose umili. E le cose umili, quando si sommano, diventano storia.

David, stasera noi ti consegniamo un riconoscimento che si chiama “Pellegrini di pace”. E io lo sento come un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada. La pace è cammino. La pace è pellegrinaggio.

E in un pellegrinaggio succedono due cose: ti stanchi e ti incontri.

La pace ti stanca, sì. Ti stanca perché ti costringe a non mollare.
Ma ti fa incontrare: ti fa uscire dall’ego. Ti fa uscire dalla tribù. Ti fa uscire dalla vendetta.

E allora capite perché io ripeto, come un ritornello, come una supplica, come una testardaggine:

Vorrei una pace.

Vorrei una pace per quella terra dove ogni pietra ricorda una preghiera e oggi ricorda anche un pianto.
Vorrei una pace per l’Ucraina, perché nessun popolo sia condannato a vivere in un’attesa di sirene.
Vorrei una pace per i conflitti dimenticati, perché nessun dolore resti senza testimoni.
Vorrei una pace per il Mediterraneo, perché torni ad essere culla e non bara.
Vorrei una pace per Napoli, perché anche qui, nelle nostre guerre quotidiane — la povertà, l’ingiustizia, la solitudine — impariamo a non ferirci.

Vorrei una pace, e la vorrei adesso. Non perché sia facile. Ma perché è necessaria.

E permettetemi di finire così, con una parola che non è mia, ma che mi porto addosso come un sigillo.

Quando Gesù risorto appare ai suoi amici, quelli che l’avevano tradito e abbandonato, non fa un processo. Non fa un discorso. Non fa la contabilità delle colpe. Dice una cosa sola:

“Pace a voi.”

E quella pace non è un premio.
È un inizio.

Allora io stasera, davanti a David Grossman, davanti a questa città, davanti al dolore del mondo, vorrei fare lo stesso gesto: non un discorso, ma un inizio.

Pace a voi, che avete paura. Pace a voi, che siete stanchi. Pace a voi, che avete perso qualcuno.
Pace a voi, che non riuscite più a sperare come prima.

E pace a tutti quelli che, in questo momento, non possono essere qui perché sono sotto le bombe, sotto il fango, sotto il ricatto delle armi, sotto la fame.

Che la nostra voce li raggiunga. Che la nostra indifferenza non li raggiunga mai.

E che ciascuno di noi — stasera — torni a casa con una decisione piccola e ferma, come una barchetta in una pozzanghera: non smettere di immaginare il mare.

Vorrei una pace.
E, con l’aiuto di Dio, con la responsabilità degli uomini, con la dignità dei popoli: la costruiremo.
(fonte: Chiesa di Napoli)