giovedì 15 gennaio 2026

Ripristinare il diritto internazionale

Ripristinare il diritto internazionale

Il commissario generale dell’Unwra, Philippe Lazzarini, fa il punto sulle sofferenze della popolazione civile nello Stato di Palestina, tra Gaza, ridotta a un cumulo di macerie, e la Cisgiordania


Due anni e mezzo dopo l’incontro con Papa Francesco l’11 maggio 2023, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è tornato ieri (12 gennaio) al Palazzo Apostolico, dove è stato ricevuto in udienza privata da Papa Leone XIV. Tra questi due incontri sembra essere trascorso un secolo: dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti israeliani e molti denunciano che il diritto internazionale umanitario è stato calpestato. Sebbene l’intensità della violenza a Gaza sia diminuita in seguito all’accordo raggiunto il 10 ottobre 2025 tra Israele e Hamas, la situazione umanitaria rimane drammatica. Senza contare il lavoro dell’Unrwa in Cisgiordania, reso ogni giorno più difficile dal governo israeliano, che esercita pressioni per espellere l’agenzia delle Nazioni Unite.

Dopo l’incontro con il Pontefice, Lazzarini, ai microfoni dei media vaticani, ha raccontato a caldo le emozioni di questa prima udienza con Papa Leone e ha fatto il punto sulla situazione dei palestinesi oggi, mentre Gaza è sempre meno presente sulle pagine e nei titoli dei giornali.

Sebbene il cessate-il-fuoco a Gaza alla fine di ottobre 2025 sembra aver portato alcuni miglioramenti, la situazione umanitaria rimane comunque estremamente grave nella Striscia. Cosa può dirci delle condizioni di vita attuali?

Le condizioni di vita sono assolutamente misere. La popolazione di Gaza è concentrata in meno del 50% della Striscia che ora appare divisa in due. C’è una parte sotto il controllo dell'esercito israeliano dove non ci sono praticamente persone e poi la parte che è ancora sotto il controllo di Hamas, in cui si concentra la maggior parte della popolazione. Gaza è solo un cumulo di rovine per il momento, tutto è da ricostruire e la gente si preoccupa quotidianamente di trovare l’assistenza minima per le proprie famiglie. Da alcune settimane, le condizioni invernali hanno aggiunto un’ulteriore dose di sofferenza alla popolazione. Ora, nel colloquio che abbiamo avuto con il Santo Padre, ho sollevato la questione del ruolo dell’Unrwa. L’Unwra è un’agenzia che fornisce principalmente servizi pubblici alla popolazione, cioè istruzione primaria e secondaria, ma anche sanità e soccorso umanitario. Attualmente, l’agenzia subisce enormi pressioni politiche affinché cessi le sue attività nella Striscia di Gaza. E ho fatto notare che, se ciò dovesse accadere, in assenza di istituzioni palestinesi, si creerebbe un vuoto enorme e una generazione persa in materia di istruzione. L’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Dal 7 ottobre 2023 e dalla guerra che ne è seguita, la questione dell'istruzione è tra gli aspetti meno trattati dai media. L’istruzione è fondamentale per centinaia di migliaia di bambini palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. In che modo questa guerra ha influito sulla questione dell’istruzione? Perché l’istruzione di tutti questi giovani palestinesi rimane fondamentale?

In primo luogo, l’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. I palestinesi hanno perso le loro terre, hanno perso le loro case, ma non hanno perso l'istruzione, anzi. L’istruzione è un settore in cui tutti erano orgogliosi di investire per i propri figli o nipoti. Oggi, nella Striscia di Gaza, tutte le università sono state distrutte, l’80% delle nostre scuole è stato danneggiato o completamente distrutto. Inoltre, abbiamo più di 600.000 bambini e bambine in età scolare per la scuola primaria e secondaria che attualmente vivono tra le macerie, nella polvere, profondamente traumatizzati da questa guerra, e se non riusciamo a riportarli in un ambiente educativo il più rapidamente possibile, corriamo il rischio di perdere una generazione. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo anche gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Anche la Cisgiordania, nello Stato di Palestina, è ovviamente fonte di preoccupazione, come abbiamo visto ancora negli ultimi mesi. Sono stati messi sotto sequestro alcuni locali dell’Unrwa. Qiaò è la situazione nei territori palestinesi occupati dove la pressione israeliana è particolarmente forte? Come riuscite a portare avanti il vostro lavoro nonostante le difficoltà?

In effetti, occorre distinguere le attività nella parte occupata di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Attualmente in Israele sono in vigore tre leggi anti-Unrwa che prendono di mira la nostra agenzia: la prima vieta qualsiasi comunicazione tra le autorità israeliane e i nostri responsabili. La seconda inibisce qualsiasi presenza dell’agenzia sul territorio sovrano dello Stato di Israele, che considera Gerusalemme Est occupata come parte del proprio territorio. Quindi, in questo caso, effettivamente lì non abbiamo più alcuna presenza. La terza legge riguarda anch’essa Gerusalemme Est e vieta alle autorità di fornire elettricità e acqua, oltre a incaricare il governo di sequestrare il quartier generale e la scuola professionale dell’Unrwa a Gerusalemme Est. In Cisgiordania, invece, nonostante tutte le violenze, nonostante l’espansione degli insediamenti e nonostante le operazioni militari che hanno avuto luogo nei campi, in particolare nel nord, nonostante il fatto che si sia assistito al più grande spostamento di palestinesi dal 1967, l’agenzia continua a operare attraverso le sue scuole e i suoi centri sanitari. Solo in Cisgiordania abbiamo 6000 dipendenti.

Pochi giorni fa, davanti agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la violazione del diritto internazionale umanitario. Immagino che si tratti di dichiarazioni che vi stanno particolarmente a cuore...

Sì, assolutamente, siamo mobilitati fin dall’inizio della guerra, quando ho ricordato agli Stati membri (dell’Onu, ndr) che anche le guerre devono rispettare delle regole. Il diritto internazionale è stato costantemente violato negli ultimi due anni, al punto da creare una frattura nella percezione tra le popolazioni del Sud e del Nord del mondo. Nel Sud si ha l’impressione che le convenzioni sui diritti umani o il diritto internazionale umanitario abbiano perso la loro universalità a causa della loro applicazione variabile e frammentaria. È vero che nel contesto di Gaza e della Palestina questo diritto è stato costantemente violato. Anche le sentenze della Corte internazionale di giustizia sono oggi contestate dalle autorità israeliane. Continuo a ripetere che se si accetta che questo diritto internazionale non sia applicato in modo rigoroso nel contesto di Gaza, ciò creerà un precedente e lo indebolirà altrove. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale.

Ma come si fa, in una situazione come quella attuale, a difendere l’idea che il diritto internazionale debba comunque rimanere uno dei pilastri dell’azione diplomatica?

Non è una novità che il diritto internazionale venga calpestato. La novità è la pretesa di calpestarlo sistematicamente, in modo così aperto, senza nemmeno cercare di negarlo. Ed è esattamente ciò che è successo nel contesto di Gaza. È vero che stiamo assistendo a un indebolimento del sistema multilaterale, un indebolimento del sistema dell’ordine mondiale che si è instaurato dopo la seconda Guerra mondiale, ma penso che sia ancora tempo di ricordare costantemente, instancabilmente, agli Stati membri dell’Europa che questo diritto internazionale non è a “geometria variabile” e che non può essere applicato “à la carte”. Dobbiamo chiederne l’applicazione allo stesso modo in una situazione nel continente africano, in Medio Oriente, in Europa. E se non lo facciamo, perderemo molti alleati che hanno creduto a lungo che questo diritto internazionale fosse universale. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale. Ma non dobbiamo abbandonarlo, perché l’alternativa, se non avessimo più regole a cui fare riferimento, sarebbe la barbarie. E ciò va assolutamente evitato.

Un’ultima domanda sul sostegno del Papa e della Chiesa alle sofferenze del popolo palestinese. Come sono accolte dalla gente queste manifestazioni di sostegno?

È un sostegno estremamente sempre importante. La popolazione palestinese ha l’impressione che, in un certo senso, la comunità internazionale le abbia voltato le spalle. E penso che questo messaggio di compassione e solidarietà del Santo Padre si irradi ben oltre le popolazioni cristiane della regione. Si irradia a tutte le minoranze perché, ogni volta, sono messaggi di pace che vengono espressi.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Olivier Bonnel 13/01/2026)