venerdì 9 gennaio 2026

Non c’è educazione senza speranza

Non c’è educazione senza speranza

Nel giorno di rientro sui banchi di scuola. è importante tornare a riflettere sul ruolo e sul senso dell'educare oggi...


È sempre difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. La scelta che Eraldo Affinati compie per discutere di scuola nel suo ultimo libro – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – si concentra sul richiamo all’essenziale. Rifacendosi alla celebre acquisizione di don Lorenzo Milani, Affinati – insegnante, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti – conduce il lettore ad una riflessione che si focalizza sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da qui emerge il profilo dell’insegnante-educatore chiamato anzitutto ad interessarsi dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse.

Si tratta di una scuola che lungi dall’associarsi alle logiche della competizione solitaria mira a far maturare alle giovani generazioni tutte quelle qualità tese ad intendere ciò che siamo e quindi – per dirla con Pavese – ad apprendere «il mestiere di vivere». A parere di Affinati una missione del genere non può riguardare soltanto l’insegnante preparato e visionario ma ha bisogno del sostegno dell’intera comunità: «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa anche carismatica dei singoli maestri è destinata a fallire» (p. 58). Per via di questo approccio, ancor prima di certificare i risultati raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze la scuola diventa un punto di passaggio, di incrocio, di scontro e di mediazione fra le generazioni.

In questo “luogo” tanto fisico quanto emotivo, umano, valoriale e spirituale l’insegnante non può che porsi nell’ottica del provare a fornire un contributo ad un lavoro comune che investe sia tutto il personale della scuola sia l’intera comunità sociale. Secondo Affinati, il primo apporto dei docenti è quello che nasce dalla consapevolezza della singolarità di ogni apprendimento dovuta alle variabili ambientali, familiari, sociali, individuali che rendono ogni gruppo classe una comunità con specifiche caratteristiche. Così l’educatore – al di là di quanto stabilito sul piano delle consuetudini burocratiche e legislative – ha la responsabilità di prendersi carico dello sguardo altrui, quello degli allievi che gli sono stati affidati.

Secondo l’autore attraverso un’apertura fiduciosa verso gli studenti e un’opportuna gestione del tempo, l’insegnante-educatore è chiamato a scendere nel gorgo della complessità degli incontri, della gestione del dissenso, della propria fragilità: «Così come il Nazareno, che non si accontentava di restare in mezzo agli amici e alla gente pia, fra rose e gigli, l’educatore dovrà essere pronto a fronteggiare gli intralci che danneggeranno i suoi progetti» (p. 112). Quello del maestro allora è un atteggiamento interiore – ancor prima di un profilo giuridico-amministrativo – sorto dall’aver fatto bene i conti con se stesso e con i relativi limiti dovuti al narcisismo, all’autosoddisfazione, alla schiavitù dei risultati e delle attività routinarie da compiere.

Alla luce del suo percorso umano e professionale, Affinati delinea un’idea di scuola lontana dai meccanismi degenerativi e onnicomprensivi del capitalismo occidentale. Per lui l’educazione e la formazione devono fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare il mondo nella consapevolezza di trovare negli insegnanti delle guide, dei punti di riferimento, dei compagni di viaggio. Da ciò deriva la ferma convinzione secondo la quale l’istruzione: «non rappresenta un semplice passaggio di consegne da una generazione all’altra. È piuttosto un pane da spezzare e condividere insieme nella speranza di poter realizzare azioni sensate e pronunciare parole che siano legittimate dalla nostra vita» (p. 61).
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Rocco Gumina 07/01/2026)