David M. Turoldo, ovvero il coraggio e il rischio della libertà
Oggi non manca, forse, la poesia di denuncia e quindi la profezia? Quella parola cruda capace però di speranza e di umanità?
Figura amata e odiata, voce baritonale da cattedrale e da deserto, così per l’amico il cardinale Gianfranco Ravasi che con Turoldo curò alcuni volumi di commento a testi della Scrittura. Profeta e disturbatore delle coscienze, come fu definito dal cardinale Carlo M. Martini in occasione del suo funerale l’8 febbraio 1992. Fece scalpore la lettera scritta alla madre di Pier Paolo Pasolini, che lesse ai funerali dell’amico intellettuale di cui celebra il funerale religioso a Casarsa il 6 novembre 1975.
Padre servita nato a Coderno nel 1916, è uno dei più rappresentativi esponenti del rinnovamento del cattolicesimo nella seconda metà del 900. Negli anni 50 fu più volte allontanato dall’Italia perché disturbava un cattolicesimo che si voleva conformista e omologato a un’unica voce: una prima volta nel 1953 dopo una lunga stagione di impegno a Milano. Riparò in un monastero tedesco da dove riuscì a tornare un anno dopo nella vitalissima Firenze che aveva Giorgio La Pira come sindaco e da lì fu allontanato nuovamente nel 1958 questa volta inviato a Londra, da cui sarebbe partito per una lunga predicazione americana. Poté rientrare in Italia nel 1960. Negli ultimi anni della sua vita avrebbe parlato di questo suo vagabondare come di un’occasione di conoscenza di volti e posti lontani: Inghilterra, Usa, Canada, America Latina… ma sul momento visse quegli esili come le “più grandi crisi della mia vita” perché, aggiungeva, era “proprio la Chiesa a impedirti di vivere il Vangelo”.
In una lettera poetica inviata agli amici nel Natale del 1972 dal titolo Dal pont du Mont Blanc a Ginevra dice: “Signore, volontà ci spinge a credere in questa ripresa, ogni anno, a inginocchiarci almeno una volta, davanti ad un bimbo. Per questo salvaci. Io uguale al cigno placido vado evocando, i miei natali senza dono; le case mi abbracciano, a compenso di affetti che mi sono negati”. Ecco la poesia che sta mancando in questo tempo storico o che forse sarà dispersa in qualche angolo remoto e che non riesce a raggiungere i nuovi disperati che attendono la salvezza e la vita: la poesia che dà voce all’inquietudine, al dramma delle domande irrisolte dei popoli non riconosciuti nella loro identità quali i palestinesi e gli ucraini o ai popoli della Groenlandia messi all’asta e comprati da Trump al pari dell’Asta di una festa religiosa siciliana che per raccogliere offerte vende al migliore offerente agnelli, galline e conigli.
Manca la poesia di denuncia e forse manca anche la profezia. Non la critica sterile o la semplice denuncia razionale, ma quella che diventa poesia, ossia la parola chiara nuda e cruda che si lasci attraversare dalla luce della speranza e che intercetti l’umano che è rimasto tra le macerie da cui partire per ricostruire. Quale poesia sta denunciando tutto questo?
Se non disturba più nemmeno la nostra teologia e la nostra letteratura, è perché forse non sa abitare il dramma dell’uomo, ma anzi, per paura, lo mistifica depotenziando la drammaticità del suo grido. Come Giobbe, come Geremia, Turoldo arriva a contestare Dio, per il male che distrugge e si dilegua nel mondo. Egli chiama Dio a intervenire dove ci sono le prepotenze e gli abusi, dove il potere uccide gli uomini, dove l’innocente paga per tutti, dove il dolore è un mistero infinito. Verità di tutti i tempi: chi sta pagando realmente le guerre che si stanno combattendo nel mondo se non la povera gente che non sa nemmeno il motivo per cui si uccide? “Credere a Pasqua non è/ giusta fede:/ troppo bello sei a Pasqua! Ma è al venerdì santo/ quando tu non c’eri lassù/ quando non una eco risponde/ al suo alto grido/ e a stento il Nulla da forma/ alla tua assenza”, così nella poesia Venerdì santo scritta sul finire della sua vita.
Il Cristo di Turoldo è il Gesù vero Dio e vero Uomo del Venerdì santo che si annulla e si svuota totalmente per darci una nuova identità e che inaugura una logica nuova per vivere da figli di Dio: non bisogna migliorarsi per meritare Dio, ma occorre perdere se stessi sino al punto da porgere l’altra guancia al nemico per poter “scoprire” una identità nuova: “Turoldo caccia il suo Dio dal territorio della società, si isola per meditare e pregare certamente, ma deve cercarlo negli occhi della gente” (cfr. R. Beano, Due voci una terra, 126).
Il Dio di Turoldo è nell’intimo dell’uomo, presente nella vita di tutti e soprattutto nel dramma di ogni persona. La relazione con Dio è una lotta, un corpo a corpo in cui come nella lotta di Giacobbe nel guado dello Jabbok si può uscire solo perdenti e zoppicanti o meglio arresi ad un mistero che pur essendo più intimo a noi di noi stessi, sempre e totalmente ci supera. Nel convento di San Carlo, durante la Resistenza italiana a Milano, Turoldo, insieme al confratello Camillo De Piaz, diede vita ad una testata clandestina antifascista. A partire dall’autunno del 1943 fu diffuso in migliaia di copie in diverse città. La scelta del nome della testata è emblematica: L’Uomo.
Occorreva ritornare semplicemente e drammaticamente uomini per poter abbracciare il cristianesimo incarnato del Cristo dei Vangeli ed evitare di aderire invece a quello ideologico sfruttato dai poteri di turno.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Luca Crapanzano 15/01/2026)